Incontri culturali: due storie diverse con alcuni punti in comune. Paolo Valandro e Giovanni Ponchio

Tenere il passo con gli incontri del venerdì organizzati dal gruppo culturale Lucia Boaretto non mi è sempre possibile però li trovo interessanti e per questo, quando posso, continuo a scrivere anche solo poche righe per volta per descrivere le emozioni che mi suscitano gli argomenti trattati. Lo devo a me stesso per tenere fede ad un proposito che mi ero fatto ad inizio stagione e lo devo alle persone che leggono volentieri i miei scritti e che sono rimaste senza alcun commento da più di 15 giorni facendo temere in un mio stop comunicativo.

Nel frattempo al centro Bachelet si sono alternati due relatori molto diversi tra loro con tematiche decisamente differenti ma con alcune caratteristiche in comune. Ci hanno parlato entrambi di ambienti vicini a noi: dell’abbazia di Santo Stefano di Carrara, a Due Carrare cioè a pochi chilometri da Battaglia Terme e della città di Padova così come l’ha descritta Dante nella sua Commedia. Per farlo hanno parlato entrambi del medioevo e delle trasformazioni che lo hanno attraversato.

Durante il primo incontro Paolo Valandro, un appassionato di cultura locale ed in particolare del periodo medievale che ha al suo attivo diversi articoli, conferenze, saggi e libri, ha esposto il frutto delle proprie ricerche sull’Abbazia, prossima a festeggiare il primo millennio dalla sua fondazione. Valandro ha infatti intensificato i propri studi per conoscere meglio e diffondere la conoscenza della storia di un importante pezzo di vita sociale e culturale che ha contribuito a creare quello che siamo noi oggi.

L’altro incontro vede un grande ritorno per gli incontri culturali di Battaglia Terme. Si tratta del professore Giovanni Ponchio che, nel presentare il proprio nuovo lavoro letterario: Dante e Padova. Come olio sull’acqua, avvicina il pubblico al pensiero del sommo poeta Dante Alighieri che non ha una buona opinione dei padovani e, pur non nominandoli mai direttamente li dipinge come falsi, fraudolenti e traditori.

Entrambi gli incontri sottolineano l’influenza della famiglia dei Carraresi. Nel primo incontro perché sono stati fondamentali per la nascita dell’Abbazia nel 1027 e per la sua successiva rovina per i contrasti prima con il vescovado di Padova, poi con il tiranno Ezzelino da Romano e quindi con la caduta dei Carraresi per opera dei veneziani ed il conseguente saccheggio a partire dal 1405. Nel secondo incontro perché durante il periodo di influenza dei carraresi a Padova era in atto una grande trasformazione tra una mentalità retrograda e conservatrice e l’innovazione del nuovo metodo scientifico che stava nascendo e sviluppandosi proprio nella città veneta.

L’importanza delle celebrazioni per festeggiare il millesimo anno dell’Abbazia è risultata subito evidente per la presenza dell’assessore alla cultura del comune di Due Carrare, Susanna Minchio, che ha presentato in maniera concisa il programma del prossimo anno invitando i cittadini di Battaglia Terme a partecipare agli eventi che verranno organizzati. Anche il parroco don Francesco Greco, pur non essendo presente, ha mandato un proprio messaggio di saluto.

Valandro ci fa sapere che prima ancora della nascita dell’Abbazia esisteva una chiesa semi-ipogea facente parte di un preesistente monastero benedettino e del quale alcuni fabbricati e forse la stessa chiesa divennero parte integrante dell’Abbazia che crebbe in dimensioni ed estensione dei possedimenti. Molti componenti della dinastia dei carraresi scelsero di essere seppelliti nel chiostro, in tombe a terra, in chiesa, in alcuni mausolei e lungo le mura del complesso architettonico che comprendeva la chiesa abaziale, il chiostro, la casa canonica, il cimitero, campi e fabbriche racchiusi da un muro alternato ad un fossato medievale. All’interno della chiesa sono presenti ancora oggi alcuni favolosi mosaici realizzati con pietre provenienti da tutto il mondo all’epoca conosciuto e realizzati in uno stile simile a quelli di Aquileia. Sono altresì presenti mausolei pregevolmente scolpiti e opere d’arte quali dipinti, fregi e reliquiari che fanno pensare alla presenza di rinomati artisti della corte carrarese.

La presidente del gruppo culturale, Michela Bottaro ha concluso la prima di queste due serate dicendo che adesso, conoscendo la storia dell’Abbazia, ogni volta che si passerà davanti la chiesa di Santo Stefano non si vedrà solo un edificio ma 1000 anni di storia e memoria.

Tornando invece alla Commedia più famosa d’Italia, nelle visione che ne ha dato il professore Ponchio, mirabilmente intervistato da Maurizia Rosada che viene ancora considerata la nostra bibliotecaria sebbene da un paio di anni abbia lasciato la biblioteca cittadina, sono state affrontate molte sfaccettature di quel periodo di cambiamento. Dante non aveva diretti motivi di scontro con la città di Padova o con i suoi cittadini se non per il fatto che la presenza in città di figure di alto spessore dell’umanesimo quali Albertino Mussato e di eminenti professori universitari quali Pietro d’Abano che stavano rivoluzionando gli studi scientifici. Proprio questo movimento culturale che si contrapponeva alla dominante cultura medievale di cui lui stesso era tra i maggiori rappresentanti e potrebbe essere stata la causa dell’astio del poeta. Dante suggerisce che la mentalità fraudolenta padovana si debba al suo fondatore Antenore che con il suggerimento di restituire Elena, stava di fatto istigando al tradimento della propria nazione.

Tra le molte cose esposte dal professore Ponchio mi ha colpito l’informazione che Pietro d’Abano era l’unico professore universitario della città di Padova ad essere padovano perché all’epoca tutti i professori dovevano essere forestieri per evitare il fenomeno del nepotismo. Un fenomeno conosciuto e combattuto con successo 700 anni fa e che oggi invece infesta le università italiane impedendo che il merito premi i giovani professori realmente meritevoli.

Due incontri tanto diversi tra loro e tanto simili che riportano al centro il modo di vivere ai tempi del medioevo e due meravigliose occasioni per per stare insieme e parlare di cultura e di storia locale.

La Fiera delle Parole

A Padova si è tenuta la ventesima edizione della Fiera delle parole dal 30 settembre al 4 ottobre 2026, un insieme di incontri dove le parole, scritte, parlate, sussurrate, erano le protagoniste e dove sono stati presentati decine di libri ma non solo. Nei vari luoghi di questa fiera diffusa, tra il padiglione 11 di Padova Fiere, Palazzo Moroni, Centro Culturale Altinate San Gaetano, Facoltà Teologica del Triveneto, Centro Universitario Padovano, Biblioteca Civica di Padova, Galleria Civica Cavour, varie Librerie pubbliche, Sala Studio teologico, Caffè Pedrocchi, Teatro Verdi, Museo Eremitani, Circolo Culturale Sardo, Chiesa di Santa Caterina, Palazzo Zacco, sono stati organizzati anche laboratori per le scuole con scrittori, musicisti, artisti e giornalisti, offrendo un ampio spettro di approfondimenti adatti a tutte le età, a tutti i ceti sociali e a tutti i livelli culturali.

La prima considerazione che mi sento di fare è che il pubblico della Fiera delle parole, sembrava un corpo unico, non c’erano corse per accaparrarsi i posti, non c’era gente con muso lungo o con parlare aggressivo o arrogante. Le code al firmacopie erano occasioni per commentare positivamente quanto gustato nei minuti precedenti e già dalla seconda conferenza sembrava di conoscere tutti gli ascoltatori. Le pause per un tramezzino o un aperitivo venivano vissute serenamente con il piacere dell’incontro tra persone diverse ma con un interesse comune. Si è creato nei giorni di Fiera un clima fraterno, oserei dire di pace. Quale alchimia può avere provocato quel risultato? Sicuramente la predisposizione all’ascolto e poi il sentimento di gratitudine per le parole ascoltate, ma anche nei confronti di chi ha pensato e organizzato la Fiera reclutando un validissimo e partecipe gruppo di volontari che era sempre vigile e attento alle esigenze di informazioni da parte del pubblico. Ma le protagoniste erano proprio le parole che hanno avuto un effetto di pacificazione col mondo, anche quando queste hanno parlato di resistenza e ribellione.

Io ho seguito solo alcuni eventi, del resto per seguirli tutti sarebbe stato utile il dono della ubiquità, e ho trovato un filo conduttore comune ma soprattutto uno stile caratteristico che ha privilegiato la delicatezza della comunicazione e l’ironia in contrapposizione allo stile urlato dei talk show televisivi e del mondo social. Non sono mancati gli argomenti forti, gli incitamenti a responsabilizzarsi come popolo, alla ribellione contro le ingiustizie e contro l’inerzia del potere politico.

Mi ha sorpreso che molti relatori abbiano fatto riferimento alla loro esperienza scolastica, in particolare del periodo delle elementari e dei rapporti con le insegnanti che erano stati fortemente significativi per loro così come lo erano stati per molti loro compagni di classe e che hanno segnato le fasi di crescita successive degli alunni. Ho trovato molto delicato questo pensiero del ricordo dell’insegnante elementare ma soprattutto sono emersi i due sentimenti fondamentali da parte di questi ex alunni: rispetto e riconoscenza. Non è possibile sapere quale sarà la considerazione che gli adulti di domani avranno delle insegnanti di oggi ma, secondo me, è probabile che le relazioni significative siano ridotte ad una risicata minoranza. Attenzione parlo di relazioni significative non di capacità delle insegnanti o capacità di ascolto dei bambini ma relazioni difficili da creare e mantenere anche, a mio parere, per una eccessiva ingerenza dei genitori. Ma questo è un altro argomento.

Ascoltando gli interventi dei relatori ho finalmente trovato una risposta positiva ad alcuni quesiti che mi ponevo da anni. Dove sono finiti gli intellettuali? perché non si sentono voci al di fuori del coro? In questo periodo di comunicazioni urlate, dibattiti televisivi che somigliano più ad incontri di boxe che a dialettica mi sembrava che mancasse del tutto la categoria degli intellettuali, cioè di coloro che indirizzano il pensiero del popolo con lucide spiegazioni su come vanno le cose, come si interpretano i segnali politici, economici, relazionali e come affrontare con la giusta ironia anche i problemi più seri. L’idea che mi sono fatto è che gli intellettuali non fossero mai spariti ma semplicemente, destituiti dalla loro funzione per mezzo di etichettature denigratorie, erano rimasti inascoltati e abbandonati a se stessi, ridicolizzati e sminuiti, definiti radical-chic, comunisti col rolex, magistratura rossa, e via dicendo. Queste etichette hanno realmente creato un distacco tra popolo e intellettuali perché il pensiero doveva essere relegato a piccoli slogan imparati a memoria. Meglio indottrinare pochi concetti da ripetere come automi che preparare il popolo a fare ragionamenti autonomi. Per questo anche solo parlare di intellettuali suscitava sorriso o imbarazzo

Alla Fiera delle Parole posso dire di aver ritrovato gli intellettuali perché ho sentito e visto pensieri diversi su argomenti molto diversi ma con la capacità di parlare al cuore delle persone, di illuminare la strada sulla via del ritorno a pensieri di pace, di progresso sociale, di giustizia, di equità economica e di conoscenza del funzionamento del nostro corpo e della nostra psiche.

Non farò certo un riassunto di quanto ascoltato ma cercherò una sottolineatura in ciascun argomento:

La prima serata a cui ho partecipato ho avuto una partenza con argomenti abbastanza duri, del resto si parlava di resistenze: guerra, potere e memoria. Ciascuno dei 3 relatori ha parlato del proprio modo di vedere la resistenza. Ha iniziato Jacques Charmelot che attraverso il suo libro “La guerra è merda” ha sintetizzato il destino dei soldati nelle prime linee e dei civili nelle zone di guerra. Micki Gruber ha portato la propria esperienza di coaching nel campo della valorizzazione delle carriere femminili, un diverso campo di guerra ma non meno cruento. Infine Cathy La Torre ha parlato dei diritti violati delle donne. Onestamente devo dire che non era facile seguire il loro filo logico perché gli argomenti li riprendevano più volte, li integravano e si passavano il testimone citando parte dei loro lavori o le motivazioni che li hanno portati a scrivere quei testi. Una cosa però l’ho capita bisogna ritrovare la forza di resistere a chi vuole condannare l’esistenza alla violenza e alla bruttura.

Nella stessa serata ho ascoltato l’economista Carlo Cottarelli che ha parlato di economia facile con il suo libro “Senza giri di parole”. A distanza di tempo sembra difficile fare sintesi di quanto detto dall’economista però la sensazione che anche l’economia di uno Stato possa essere spiegata in maniera da renderla comprensibile alla maggior parte del popolo, mi è rimasta, che i metodi di tassazione già previsti nel passato sono attuabili ancora oggi e infine la mancanza di chiarezza sulla fine che fanno i soldi dei cittadini e che renderebbe più sopportabile il peso della tasse.

La conclusione della serata è stata a dir poco fantastica. La professoressa Antonella Viola ha affrontato il tema dell’amore ma spiegandolo dal punto di vista biochimico. Ci ha fatto visualizzare con l’immaginazione quello che avviene nel nostro corpo quando ci si innamora e quello che serve per mantenere alto il numero di endorfine che sono il motore dell’amore. La sua spiegazione, già affascinante, è stata intervallata da brani scelti ed eseguiti in maniera magistrale dalla cantante Simona Bondanza accompagnata al piano dal Maestro Roberto Gorgazzini rendendo indimenticabile ed emozionante il suo racconto che di fatto altro non era che una lezione universitaria resa ad un pubblico culturalmente eterogeneo. Indimenticabile.

Il giorno successivo era in programma un incontro al quale avrei voluto partecipare ma impegni familiari non me lo hanno consentito. L’argomento è presente nella mia famiglia con diversi cugini e nipoti che lavorano in varie parti d’Europa e io stesso che benché non abbia modificato la nazione ho dovuto migrare dalla Sicilia al Veneto. La giornalista Tiziana Ferrario ha parlato de “La voglia di andarsene” che sta depauperando il futuro dell’Italia. Giovani che studiano e si laureano in Italia ma che fanno le proprie esperienze di ricerca e lavorative all’estero perché il mondo del lavoro in Italia invece di formare le nuove generazioni le sfrutta con stage sottopagati o non pagati e non è certamente uno stimolo a rimanere.

L’evento serale è stato un discorso serissimo ma trattato come se fosse uno spettacolo di cabaret con due giuristi di elevatissimo livello che hanno parlato della giustizia italiana. I due ex magistrati Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo si sono divertiti a schernirsi a vicenda ma hanno illustrato i pregi e i difetti del nostro sistema giudiziario con una semplicità sorprendente. Viene da dire che, adesso che non ci sono finalità politiche legate alla decisione popolare sulla giustizia, la giustizia è stata spiegata meglio e con più dovizia di particolari invece che ripetere le frasi slogan che le due fazioni ci fornivano prima del referendum.

Passa un altro giorno, e aspettare la sera per andare ad ascoltare parole edificanti diventa sempre più arduo. Gli incontri serali portano nuovi linguaggi e nuovi modi di vedere il mondo ed è per questo che la giornata viene vissuta in attesa che venga sera. Mario Calabresi parte da lontano, da quando era un bambino e viveva nella sua Milano e nella sua classe, nella scuola di quartiere c’erano sia il figlio del ciabattino e sia il figlio del notaio che stavano seduti banco a banco e sono cresciuti, hanno fatto le proprie scelte e si sono affermati perché la scuola alla quale si accedeva in base alla residenza faceva crescere tutti in maniera uniforme mentre la scuola di oggi che viene scelta dai genitori a seconda dell’offerta formativa, o meglio in base a quello che puoi spendere, è frammentata e nello stesso quartiere c’è la scuola pubblica e quelle private: quella internazionale, quella confessionale, quella esclusiva. In pratica si sono create barriere tra i bambini e quindi tra le famiglie impedendo quello che è stato per anni l’ascensore sociale.

Tra il pubblico che fa lo spuntino serale al bar in attesa dell’inizio dell’incontro con Gianrico Carofiglio il dibattito è già acceso: Accendere fuochi è un’accezione positiva o negativa? La risposta non si fa attendere perché l’autore precisa che il fuoco della passione fa vedere le persone, dispone all’ascolto e alla fine dei conti è il primo atto per il cambiamento.

Deve ancora iniziare l’ultima serata e già la nostalgia di questo angolo di mondo e delle sue parole si fa sentire. Da domani le parole buone dovremo trovarle noi ma intanto godiamoci gli ultimi momenti. Lo scrittore Ascanio Celestini rispolvera la figura di Pasolini. Un personaggio scomodo che ha combattuto contro il fascismo ma da qualcuno è stato considerato fascista, è stato espulso dal partito comunista ma lui era e si sentiva pienamente comunista, ha descritto un’Italia che usciva dalla povertà e si avviava al boom economico che voleva ammodernarsi ma restava bigotta e stereotipata. Di lui dice Celestini che ha avuto due vite, quella sua, quella che ha vissuto e quella che raccontano gli altri da dopo la sua morte.

Quale chiusura più degna poteva esserci per questa rassegna? Una bella chiacchierata anzi un bel monologo di Massimo Gramellini che ha spostato l’accento sugli eroi. Non quelli dei film, delle guerre ma gli eroi di tutti i giorni, quelli che con le loro decisioni, le loro azioni, cambiano la storia, la rendono più piacevole da vivere. Un libro che racconta brevi episodi di vita reale nei quali una persona decide di cambiare il corso degli eventi decidendo di non restare a guardare, di agire per il bene degli altri ma anche per il proprio bene, perché fare del bene fa stare bene.

E adesso che la Fiera delle parole è finita non mi resta che provare a rendere attuali le parole ascoltate e tramutarle in azione.

Incontro culturale: Gli egizi. Di Paolo Castellani

Gli incontri del Venerdì organizzati dal gruppo culturale “Lucia Boaretto” continuano a stupire con le novità proposte. Dopo la positiva esperienza fatta lo scorso anno con la storia del medioevo presentata dal dott. Franco Giacometti, quest’anno a fianco di professionisti della scrittura e della divulgazione culturale, viene proposta la scoperta dei talenti di comuni cittadini, appassionati di specifiche materie, che si offrono di mettere a servizio della comunità culturale le proprie conoscenze.

Venerdì scorso è stato il momento di Paolo Castellani, un pensionato con la passione del popolo egizio.

Castellani ha iniziato la propria esposizione puntualizzando che lui è un dilettante e spiegando la doppia accezione del termine in quanto lui si interessa alla storia e alla cultura egiziana per proprio diletto, senza velleità promozionali di se stesso quale esperto o profondo conoscitore della materia; lui ha semplicemente visitato i luoghi e ne è rimasto affascinato tanto da fargli nascere il desiderio di studiare, documentarsi e raccogliere immagini riguardanti il popolo egizio. La seconda accezione di dilettante è quella che comunemente viene vista in maniera negativa e contrapposta al professionista. Anche questa secondo me è invece un pregio perché la personale ricerca storico-geografica-culturale viene messa a disposizione delle persone con umiltà, senza sagacia e nella consapevolezza di non essere esaustivo o di non poter rispondere a tutte le eventuali domande che dovessero venire dal pubblico, e nonostante questo, mettersi in gioco, al solo scopo di condividere con gli altri il frutto del proprio studio e delle proprie conoscenze.

Questa premessa di Castellani è stata utile per perdonare le sue carenze comunicative dovute all’emozione, alla limitata tecnica microfonica (cosa che lo accomuna a molti altri divulgatori ben più navigati), il non perfetto allineamento tra gli argomenti trattati e le immagini proposte tramite videoproiettore e la carente gestione del tempo che lo ha costretto a fare salti espositivi e tagli verticali quando si era reso conto che aveva sforato rispetto alla finestra oraria assegnata.

Ma sembra che io voglia parlare solo delle cose che non sono andate bene, invece è proprio il contrario. Voglio evidenziare come dalle parole e dalle immagini proposte, molte delle quali riprese personalmente da Castellani in terra egiziana, un cosiddetto dilettante sia riuscito a far immergere gli ascoltatori nel mondo di un popolo ancora parzialmente misterioso che aveva nel culto della morte e della rinascita gran parte del proprio credo religioso.

Durante questa immersione abbiamo scoperto alcuni metodi di lettura dei geroglifici, abbiamo conosciuto parte del loro alfabeto e le similitudini con caratteri e parole di altre civiltà antiche dell’area della mesopotania facendoci intuire l’ampiezza degli scambi economici e culturali già presenti in epoche molto remote e inimmaginabili con i mezzi di trasporto e le tecnologie del tempo.

Abbiamo ripassato le conoscenze scolastiche riguardanti la geografia dell’antico Egitto, del corso del Nilo e ricordato che le benefiche inondazioni fertilizzavano il rigoglioso delta del principale fiume africano. Abbiamo visto le piramidi ossia le opere architettoniche che da secoli affascinano l’umanità con la loro imponente maestosità. Abbiamo scoperto, o forse solo ricontestualizzato una verità scomoda, che la ricchezza di reperti nei musei pubblici e privati europei e mondiali non sono frutto di accordi ma in massima parte sono il risultato di un furto continuo e prolungato perpetrato dai ricercatori e collezionisti privati che hanno depredato l’Egitto della propria ricchezza archeologica.

Molte altre informazioni stavano per essere fornite da Castellani ma lo scorrere del tempo ha imposto un necessario taglio da parte di Michela Bottaro, curatrice della rassegna e presidente del gruppo culturale.

Partecipare a questi incontri è un rifornirsi ogni volta di boccate di ossigeno per rivitalizzare il pensiero, spingere alla curiosità e stimolare il dialogo costruttivo tra gli spettatori. Ma anche far emergere importanti conoscenze che altrimenti resterebbero solo nell’ambito privato o della ristretta cerchia di amicizie, come ha fatto per il suo e per il nostro diletto Paolo Castellani.

Emergenza editoria

Ieri ho sistemato le librerie di casa mia e mi sono accorto che il mondo dell’editoria ha una grandissima emergenza con evidente vuoto legislativo.

Tutti a pensare alle lobby politiche, alle pressioni dei potenti della terra, alla distorsione delle notizie per creare allarmismi, paure e per distogliere l’attenzione dai fatti importanti con inutili gossip. No, non mi riferisco a queste faccende che ci sono state, ci sono e ci saranno sempre. Mi riferisco ad un problema ben più grave e che crea immensi problemi a milioni di italiani: la giungla delle dimensioni dei libri, soprattutto per quelli dei bambini e quelli di divulgazione geografica, storica e perfino per quelli dedicati alla scuola.

I libri dovrebbero avere formati standard con tolleranze di pochi millimetri .

Non un unico formato per tutto, ma ben quattro formati: piccolo, medio, grande, maxi

Perché è giusto che per i bambini ci siamo formati più piccoli e formati maxi ma le forme e le misure devono essere standardizzate. Molti editori giustificano i formati paradossali con esigenze editoriali.

Ma se è vero che c’è una specifica esigenza editoriale è giusto che l’editore si accolli il rischio di immettere sul mercato una siffatta edizione pagando per tutto l’anno successivo una maggiorazione del 2% sulle tasse. Non solo su quel libro, altrimenti farebbe ricadere il costo sul consumatore, ma su tutto il suo fatturato. Se è una vera esigenza sarà ben disposto a subirne il costo.

Attualmente il formato medio è quello utilizzato per i libri di maggiore successo e nel quale si registra il maggior numero di similitudini di forma però anche in questo formato ci sono ingiustificate spinte ad allungare l’altezza o la larghezza della pagina di più centimetri compromettendo la possibilità di fare ordine nelle scaffalature domestiche.i

I testi scolastici sono un mondo a parte: elementari (per i puristi primarie di primo grado, ecc.) con formati grandi, medie con formati che non rispondono a nessuno degli standard proposti, superiori con alcuni formati medi, alcuni grandi e alcuni fuori standard, università regno delle fotocopie con libri (qua si chiamano rigorosamente testi universitari altrimenti i professori si offendono) che hanno prezzi stratosferici. Nei libri scolastici ed universitari esiste poi un altro doppio problema: l’edizione di quest’anno fra sei mesi sarà vetusta e non accettata in classe dagli insegnanti per cui sparisce quasi del tutto il mondo dell’acquisto di seconda mano. In compenso per garantire una maggiore durata ai libri si usano carte lucide che durano di più nel tempo (a che scopo se poi non vale più questa edizione?) però pesano di più e influiscono negativamente sul peso trasportato dagli alunni. Inoltre la carta lucida riflette la luce creando difficoltà nella lettura. Un ritorno alla carta comune che ha costi più contenuti sarà sicuramente benvenuto e se gli editori non vogliono modificare autonomamente è bene che vengano costretti a farlo per legge.

L’intervento del legislatore risulta quindi necessario per riportare alla normalità questo settore in cui è mancato per anni un poco di buonsenso.

Un ‘ultima norma dovrebbe essere inserita in questa fantomatica legge sull’editoria. Se per lo scostamento dal formato standard per esigenze editoriali, può essere sufficiente un aumento della tassazione, per chi decide di scrivere il titolo sul dorso del libro nel senso inverso rispetto allo standard dovrebbe essere prevista la galera, senza sconto di pena e senza detenzione alternativa.

Domenica 9/6

Stamattina ho indossato i sandali, pantaloncino sportivo e t-shirt per andare al mare nonostante la caligine rendesse il cielo grigio.

Ho preparato il necessario per la mia giornata in spiaggia con asciugamani, creme solari e alcuni stuzzichini per placare gli immancabili morsi della fame.

A parte, uno zainetto con indumenti di ricambio: pantalone elegante, camicia e scarpe chiuse. Perché portare anche quel materiale?

Per andare a votare.

A votare ci si va quando si vuole, quando si può ma ci si va con l’atteggiamento di chi è conscio che sta partecipando ad un atto contemporaneamente personale e comunitario di assoluta importanza.

Ci si veste bene, ci si prepara, perché è un gesto che esprime uno dei momenti di più alta libertà. La scelta.

Non è vero che non cambia mai nulla, cambia sensibilmente il modo di governare se i governanti sanno che saranno soggetti al giudizio del popolo.

Non lasciamo che le decisioni siano prese come se fosse una contesa tra loro, tra gli occupanti del palazzo, che possano decidere in base solo ai propri umori, gelosie, invidie ed interessi personali o di partito.

Loro, i governanti e gli amministratori dei paesi, delle città, delle regioni, devono sapere che il popolo li segue, li guarda, li controlla e decide se tenerli o cestinarli tramite un gesto semplicissimo ma di massima importanza: il voto.

Nel recente film di Paola Cortellesi è stato mostrato quanto sia stato desiderato il voto, come atto rivoluzionario e di autodeterminazione. Nella pellicola viene evidenziata la prima opportunità di voto per le donne, che già di per sé è stata una novità assoluta ma solo pochi anni prima votavano solo i ricchi, non c’era il suffragio universale. E per un lungo ventennio non era stato possibile esprimere il proprio dissenso rispetto alle decisioni del governante-dittatore di turno.

Vogliamo veramente autoeliminarci questo diritto disertando il voto? No!!

Non sprechiamo questa opportunità ed esprimiamo il nostro pensiero con il gesto semplicissimo ma di immenso valore: un segno con la matita sul foglio elettorale.

Il parlamento europeo viene visto come una cosa distante dai cittadini ma influisce in moltissime decisioni del nostro quotidiano. Sentiamoci più europei e decidiamo chi e come ci deve rappresentare.

Mettiamoci il vestito buono, quello della domenica e andiamo a votare

Buona elezione a tutti.

Fine stagione

Andare al mare a metà settembre, quando le giornate cominciano ad essere troppo corte, le temperature dell’aria hanno escursioni più ampie con la forbice che si allarga verso il basso, quando molti ombrelloni restano chiusi e non si vendono le belle e giovani mamme formose con i loro bambini schiamazzanti che fino a qualche giorno prima allietavano gli occhi e torturavano le orecchie e oggi, invece, sono immerse nel caotico mondo della scuola con i problemi di grembiulini e quaderni nuovi e merende e nuovi impegni sportivi dei loro pargoli, quando la lista dei gelati del chiosco in spiaggia ha più X delle risposte al test di assunzione in un concorso pubblico, quando la torretta del bagnino è vuota ed il pattino è parcheggiato dietro le cabine, quando la brezza marina invece di allietare punge, proprio in queste condizioni, essere in spiaggia invece che in ufficio è semplicemente FANTASTICO.

Evoluzione del modello di proprietà.

L’altro giorno, ho sentito un ascoltatore alla radio che comunicava con grande enfasi e soddisfazione di aver venduto casa per vivere in affitto e che, dopo aver compiuto quel passo, si sentiva più felice. Sosteneva, tra l’altro, di non credere più nella proprietà privata. Quella semplice dichiarazione mi ha spinto a fare una serie di ricerche e a portare alla luce i ragionamenti che già covavano in me da lungo tempo. Provo a renderli fruibili a tutti, anche se mi rendo conto che l’argomento non è affatto semplice.

Il concetto di proprietà, soprattutto di proprietà immobiliare è sotto attacco da oltre un secolo, cioè da quando la necessità di superare gli squilibri sociali che c’erano tra il ceto popolare ed i ceti nobiliari a cui si aggiungevano i proprietari terrieri e i nuovi ricchi nati dalla continua ascesa delle attività industriali, aveva portato alle rivoluzioni proletarie sospinte dal vento della nascente ideologia comunista.

Eppure il concetto di proprietà, nel mondo occidentate, ha resistito agli assalti del comunismo e la proprietà privata, negli stati ad orientamento comunista, non è mai veramente sparita e oggi è in fase di rinascita pur sotto forme diverse. La continua evoluzione del concetto di proprietà privata o del suo utilizzo, ha ridotto, negli ultimi anni, il forte appeal che questa suscitava nei confronti della cosiddetta fascia media, di quelli che non sono né ricchi ma nemmeno possono considerarsi poveri avendo fonti di reddito dovute al piccolo commercio, piccolo artigianato o dipendenti a reddito fisso.

In questo quadro, è difficile pensare ad una omogenea diffusione della proprietà privata. Non solo dell’immobile, la prima casa, ma anche di beni di consumo di alto valore tipo l’automobile, la moto, gli elettrodomestici, il cellulare ed altri. Per questi prodotti sono sorti i finanziamenti. In origine venivano utilizzati solo per i grossi acquisti e successivamente hanno proliferato nel campo del finanziamento al consumo in quasi tutti i settori commerciali con possibilità diversificate di rateizzazione degli importi e della durata.

Nel campo automobilistico, diventando insostenibili i prestiti, si è fatto un recente ulteriore passo avanti e sono nati i noleggi di lunga durata che consentono, anche ai privati cittadini, l’utilizzo di automobili per un periodo, generalmente di 3 anni, prima di decidere se rendere indietro il mezzo, prenderne un altro nuovo sempre a noleggio o detenere il mezzo continuando a pagare la quota rimanente (in genere tramite altro finanziamento). Se analizziamo bene, siamo già alla rinuncia alla proprietà privata, quantomeno rinuncia all’idea del possesso. Tale rinuncia è sostenuta da alcuni fattori: l’auto viene vista come una spesa “a perdere” poiché si svaluta molto velocemente, inoltre con la formula del noleggio di lunga durata, c’è il vantaggio che la maggior parte dei contratti prevede, nei primi 3 anni, l’azzeraemnto di tutte le spese di manutenzione e assicurazione per cui non si avranno altre spese al di fuori del carburante. Ecco che la rinuncia alla proprietà viene vista come una forma di risparmio.

Precisazione: la situazione enunciata corrisponde al vero solo se l’acquirente era già orientato alla detenzione del mezzo per un periodo compreso tra i 3 ed i 5 anni ed è quindi riferita ad una fascia di reddito medio-superiore. In genere un reddito medio punta ad ammortizzare il costo di acquisto tra i 5 e gli 8 anni. Redditi inferiori tendono ad allungare la vita del proprio automezzo ben oltre il decimo anno.

Nel caso di beni immobili, siano essi terreni, prime case o abitazioni di villeggiatura, è più difficile immettere il pensiero della convenienza dell’affitto perché le leggi del mercato, per decenni, hanno presentato i beni immobiliari come forme di investimento poichè il cosiddetto prezzo del mattone che comprende anche il costo dei terreni edificabili, è stato artificiosamente fatto aumentare, senza alcuna reale corrispondenza al valore sia del terreno e sia della costruzione.

Le abitazioni, invece, hanno un decadimento nel tempo e necessitano di elevati costi di manutenzione. Nonostante tutto, vengono vendute dopo qualche anno di utilizzo, ad un prezzo superiore rispetto a quello del loro primo acquisto. Il metodo utilizzato dalle società di compravendita, per giustificare l’aumento si basa sul prezzo delle nuove abitazioni nella stessa zona residenziale che in genere è ogni anno più alto. E’ un assurdo! E’ come se io provassi a vendere la mia Multipla di 12 anni a 15.000 Euro o più perché quello è il costo minimo di un’auto nuova, incentivi compresi.

Dopo la crisi del 2008, la bolla speculativa sugli immobili ha avuto un leggero ridimensionamento, ancora insufficiente, secondo me, con una discesa costante ma non marcata fino al 2018, quando si è avuta la stabilizzazione dei prezzi ed il ritorno ad una moderata crescita. Perché la crescita è stata meno pronunciata rispetto a quanto si aspettavano ed auspicavano gli addetti del settore?

La frammentarietà e precarietà del mondo del lavoro, non consente alla maggior parte dei lavoratori una serena programmazione degli acquisti di beni di alto valore e soprattutto degli immobili. Le banche, che dovrebbero facilitare queste operazioni, cercano garanzie che solo un dipendente con parecchi anni di servizio, di ditte solide o del settore pubblico, può riuscire a dare. Da questo deriva un primo fattore di rallentamento nell’economia edilizia. Se ne aggiunge un altro. I comuni, nel fare i propri piani regolatori, oggi stanno molto più attenti che in passato a mantenere non edificabili vaste zone del territorio per rallentare il tasso di crescita delle aree cementificate del nostro Paese. Come ultimo ed importante fattore, bisogna considerare i continui interventi legislativi per il recupero del patrimonio edilizio, che a detta di qualcuno servono solo per far emergere i pagamenti in nero, in realtà hanno la funzione di rallentare la richiesta di nuove abitazioni puntando al recupero, all’efficientamento energetico, alla messa in sicurezza nel campo sismico, messa a norma di impianti elettrici, idraulici e del gas di tutte le vecchie abitazioni che, come dicevo prima, dopo qualche decennio dalla loro costruzione hanno necessità di costosi interventi per cui, ribadisco, non se ne capisce la ragione del continuo e galoppante aumento del valore.

Un altro fattore, a mio avviso, sta facendo da freno al settore edilizio. Nelle nostre città, soprattutto in quelle ad elevata densità abitativa, ci sono interi quartieri che andrebbero ridisegnati per rendere più moderne ed efficienti le zone residenziali. Tale operazione richiederebbe l’abbattimento di un gran numero di palazzi degli anni 50-60-70-80, oggi insicuri, insalubri e spesso nati nell’emergenza abitativa dovuta allo spopolamento delle campagne a favore delle città che sono appunto cresciute in maniera disordinata. La poca lungimiranza delle amministrazioni locali, sospinte da tale necessità ed urgenza, ha creato quartieri abitativi, anche in zone centrali, privi di parcheggi e con un crescente anonimato edilizio che allontana l’abitudine al gusto dell’ordine e della bellezza. L’eccessiva vicinanza dei palazzoni ha inesorabilmente ridotto gli spazi per parchi e spazi liberi di gioco all’aperto. A questo si aggiungono interi quartieri che hanno strade strettissime ed abitazioni fatiscenti di età superiore ad uno, due secoli ma non di valore artistico, architettonico o di memoria per modelli costruttivi testimoni di epoche particolari.

Cosa impedisce la razionalizzazione delle nostre città? L’eccesso di parcellizzazione della proprietà. Provate a pensare ad un condominio di 5 piani, con 3 appartamenti per piano, che dovesse presentare problematiche tali da rendere antieconomico qualsiasi tipo di intervento. Chi mai riuscirebe a convincere tutti i 15 proprietari che sarebbe necessario abbandonare la casa che hanno finito di pagare da pochi anni per abbatterla e ricostruirla? E siamo sicuri che tutti e 15 sarebbero invece propensi a mettere mano al portafogli per i necessari interventi?

Eppure non sono pochi i condomini italiani che necessitano di intervento antisismico, di sigillatura da infiltrazioni di acqua da falde sotterranee, di modifiche all’impianto del metano fuori norma, della sostituzione delle vecchie caldaie a gasolio con nuove forme energetiche e conseguente dismissione o inertizzazione delle cisterne. Non parliamo dell’impianto elettrico perchè doveva essere messo a norma già qualche decina di anni fa, anche se non sempre ciò corrisponde al vero.

Molto spesso tali condomini sono posizionati uno di fianco all’altro amplificando le problematiche non solo dell’abitazione in se stessa ma di tutta la vita di quartiere con file interminabili di auto parcheggiate per strada, spesso oggetto di vandalismi, traffico impazzito, mancanza di piste ciclabili e marciapiedi di dimensioni ridotte.

La soluzione più semplice sarebbe l’abbattimento dell’intero gruppo di condomini e successiva ricostruzione secondo moderne caratteristiche architettoniche che comprendano impiantistica efficiente e a norma, adeguato numero di autorimesse e posti auto coperti, spazi aperti per aree verdi ad uso sociale, alberatura delle strade, ridimensionamento delle sedi stradali in base alle reali necessità, piste o strade ciclabili e quanto altro potrebbe essere utile per ridurre la maggior parte dei rischi compreso quello alluvionale.

Ci sono città in cui sono stati tombinati fiumi e canali di deflusso delle acque piovane e i danni sono stati ingenti. Basti ricordare le due alluvioni di Genova del 2011 e 2014, quella di Sarno, quella delle cinque terre con gli ingenti danni a Vernazza, quella di Refrontolo, quelle del Biellese e non proseguo perché riportare alla memoria in poco tempo tutte quelle distruzioni e morti è già molto doloroso. In queste città si dovrebbe rivedere tutta la gestione del territorio e recuperare il dissesto idrogeologico perpetrato per anni. Non di rado, per la riapertura dei canali di gronda o dei fiumi, l’unico sistema sarebbe l’abbattimento di file di condomini.

Per realizzare questa opera di ridisegno delle aree urbane è necessario che un Ente pubblico o privato possa detenere la proprietà degli immobili al fine di condurre l’opera di abbattimento e ricostruzione, secondo criteri innovativi.

E’ questo il punto centrale. La spasmodica ricerca della proprietà ha di fatto parcellizzato il possesso del bene, con l’un unico effetto di rendere impossibile la programmazione ed attuazione dell’ammodernamento delle città per farle crescere in maniera armonica col territorio, con criteri urbanistici moderni e che siano rispettosi sia delle esigenze abitative e di vita quotidiana e sia dell’ambiente.

Il riutilizzo degli spazi già edificati, contribuirebbe alla riduzione dei prezzi dei terreni perché ne ridurrebbe la richiesta, eviterebbe l’aumento della cementificazione nelle aree periferiche delle nostre città e garantirebbe un mercato degli affitti più equo e sostenibile. Lo sviluppo verticale darebbe anche un nuovo impulso all’architettura italiana che per esprimersi deve ricorrere alle grandi commesse straniere, perché in Patria non c’è un mercato edilizio di alta qualità.

L’edilizia di alta qualità è generalmente legata a concetti di bellezza e modernità e porterebbe con sè il gusto del bello, contribuendo alla modificazione di alcuni comportamenti scorretti, seppur pur non sempre consapevoli, degli abitanti di grandi città e piccoli centri in cui la crescita caotica o lo stato di abbandono hanno portato le persone a trascurare l’ordine, la pulizia e la serenità dei quartieri.

Ho tralasciato un fattore importante. Essere proprietari di un’abitazione è spesso un fatto puramente illusorio. La ricerca spasmodica della proprietà ha fatto impiegare enormi risorse economiche delle famiglie italiane che si sono accollate mutui ipotecari della durata di due/tre decenni favorendo solo i costruttori e le banche che sono diventati di fatto i proprietari del risparmio degli italiani.

In definitiva, sia per motivi economici e sia per motivi ecologici sarebbe meglio incentivare questa modificazione del pensiero che ha messo nel possesso della casa di abitazione quasi un punto di arrivo per potersi considerare una famiglia completa e passare al modello di affitti dinamici, quasi un noleggio a lungo termine, con prezzi abitativi più bassi ed il costante riutilizzo dei terreni per il miglioramento qualitativo delle città. Lo Stato risparmierebbe i soldi degli incentivi che potrebbero essere utilizzati per il recupero edilizio di costruzioni importanti dal punto di vista architettonico e testimonianza culturale del nostro passato.

Statistiche e persone

Siamo persone e non numeri! – E’ quasi impossibilie che capitino queste cose, eppure a me, purtroppo, è successo! – Sognare di vincere la lotteria è da illusi.

Ho messo insieme alcune frasi fatte, che danno il comune modo di sentire rispetto ad eventi improbabili. Mi serve per iniziare a parlare dei casi statisticamente trascurabili, come anticipato nel mio articolo sulla vaccianzione. La cronaca di questi giorni, sempre legata alla vaccinazione contro il Coronavirus, rende ancora più appropriato quanto avevo già intenzione di comunicare.

Nel periodo estivo, mentre boccheggiamo camminando per le strade roventi, ci convinciamo che la temeratura dell’aria fosse sicuramente superiore ai 40° centigradi ed invece i bravi cronisti di radio e televisione ci spiegano con dovizia di particolari che erano solo 35° ma la temperatura percepita era superiore a quella reale per via dell’umidità. La stessa cosa avviene con la percezione dei casi statistici. Se l’evento crea preoccupazione, il dato statistico di 1 morto, su 1 milione di vaccinati, diventa inaccettabile. Se invece siamo abituati a vivere un evento come possibilità remota e frutto di fatalità, come attraversare la strada sulle strisce pedonali, lo facciamo tranquillamente tutti i giorni eppure il tasso di mortalità in Italia è di ben 8,8 su milione. Similarmente guidiamo l’auto che ha addirittura un tasso di mortalità per incidente di 36 su milione. Quindi anche con i casi statistici relativi a medicinale e vaccini, il rischio percepito è superiore a quello reale. Sia chiaro, non voglio dimostrare che il rischio della vaccinazione sia pari a zero. Il rischio zero è una chimera, non esiste.

Eppure tutti sappiamo che il corpo umano è una macchina molto evoluta, in continuo sviluppo, ma non perfetta e soprattuto l’umanità intera non è composta di esemplari tutti uguali. Ci sono piccolissime, impercettibili differenze tra uomo ed uomo che in condizioni di vita normale quasi non si notano. Anche i migliori hanno piccolissime anomalie o funzionamenti non standard di alcuni apparati. Non sempre sono difetti, saltuariamente ci sono cuori super che permettono prestazioni eccezionali agli atleti, riflessi molto reattivi, cervelli velocissimi nell’elaborazione dei dati e viste e olfatti da supereroi. Un farmaco, per quanto possa essere stato testato su un campione considerevole di persone, potrebbe avere effetti indesiderati per persone con caratteristiche particolari e ancora maggiori sono i rischi quando il soggetto utilizzatore del farmaco ha altre patologie, magari a lui sconosciute.

Come non esiste l’uomo perfetto non può esistere il farmaco perfetto, senza controindicazioni e con reazini identiche sull’intera umanità. La domanda che tutti si stanno facendo in questo periodo è relativa alla validità dei vaccini anti Covid data la velocità con la quale questi sono stati realizzati ed il poco tempo di test sui volontari umani. Viene il dubbio che la popolazione mondiale stia facendo da cavia per il proseguo degli esperimenti.

Dovrebbe tranquillizzare il fatto che su questa pandemia, lo sforzo di ricerca è stato portato avanti comunemente dagli scienziati di tutto il mondo sia per identificare meglio le caratteristiche del virus, e sia per arrivare velocemente a cure condivise e ai fatidici vaccini. Dopo la fase di studio, ogni azienda farmaceutica, spesso finanziata dagli Stati, ha proceduto con metodologie diverse e arrivando a vaccini totalmente diversi l’uno dall’altro. Si hanno infatti i vaccini a RNA messaggero, a subunità o a vettori. Non scendo nei dettagli delle tipologie di vaccini, dato che la mia non è una trattazione scientifica. Non taccio invece sul fatto che i vaccini avrebbero dovuto essere brevettati dagli stati e non dalle case farmaceutiche per ridurre il costo di approvvigionamento e produzione a vantaggio di tutte le popolazioni del mondo. Ma torniamo al nostro tema.

Dopo gli annunci delle performance del vaccino russo, lo Sputnik, che era accreditato del 98% di efficacia, la Pfizer ha modificato il suo primo valore di 88% portandolo al 94,5%. A confronto di questi vaccini, la dichiarazione di AstraZeneca di efficacia intorno al 70% appare risibile e già questo primo fatto getta una luce di scarsa affidabilità sul vaccino. L’opinione pubblica viene ulteriormente allarmata dall’eccessivo accento posto sull’argomento dai dibattiti televisivi e radiofonici. In questo contesto, la notizia di morti improvvise, successive alla somministrazione del vaccino AstraZeneca, ha creato immediatamente il panico.

Ora, ipotizzando che le 6 morti accertate in Europa, rispetto alle 6 milioni di dosi somministrate, siano direttamente correlate ad una reazione al vaccino AstraZeneca, questo valore rientrerebbe in quel dato statisticamente trascurabile di 1/1.000.000. I decessi per Coronavirus, a livello mondiale, sono 388 su milione, in Europa il tasso sale a ben 1142. A fronte di questi dati appare sempre più logico procedere comunque con il programma vaccinale.

Questa la teoria, però se sei uno dei familiari del singolo caso su milione, per te non è nè un numero e nemmeno un valore statistico, bensì una persona, un caro, un affetto. Davanti alla perdita di un affetto non esisterà mai giustificazione statistica che tenga.

Ho fatto il vaccino. Aggiornamento 1

Come promesso ieri sera, vi aggiorno su come sta andando il post-vaccinazione.

Intanto, i più attenti nella lettura hanno sicuramente notato che, a causa della stanchezza (oggi potrei dare la colpa al vaccino ma so che non è così), ho commesso molti errori di scrittura nell’articolo di ieri. Stamattina li ho prontamente corretti. Non cambia il senso di quanto scritto ma ho solo reso più fruibile il testo, senza gli errori dovuti all’urgenza di finire l’articolo, prima di andare a tra le braccia di Morfeo.

Stanotte non ho avuto alcun problema a dormire. Nessun dolore o giramento di testa;

Al risveglio ho constatato una maggiore sensibilizzazione nella parte della puntura. Non posso parlare di dolore, però “sento” la parte.

Misurata la temperatura. Sono freddo glaciale come al solito, intorno ai 35°. E’ sempre stata quella la temperatura rilevata con i nuovi termometri a “pistola”.

La sensazione di raffreddore, comprovata da due pacchetti di fazzoletti andati in fumo in poco più di un’ora, è sparita non appena mi sono messo sotto le coperte. Stamattina naso libero.

Per le molte persone preoccupate per i sintomi più gravi, vi tranquillizzo: non mi è passata la fame.

In serata o domani, il prossimo e penso ultimo aggiornamento.

Ho fatto il vaccino

Oggi, 10/03/2021 ho finalmente ricevuto il mio vaccino.

Come tutti sanno, non è facile essere vaccinati. Non ci sono tutte le dosi necessarie e il sistema delle priorità, nonostante sia logico e condiviso dalla maggioranza della popolazione, sta creando forte ansia nelle persone che, desiderando di essere vaccianati, vedono amici e parenti o semplici conoscenti, che si sino già sottoposti a tale pratica. Questo genera un senso di frustrazione simile all’abbandono.

Nel mio posto di lavoro, considerato uno dei servizi oggetto di priorità, è stato proposto a tutti di vaccinarsi. Vediamo allora insieme come sono organizzate le priorità. Si parte con un sistema a 6 fasce di età:

  1. Over 80. Questi costituiscono la prima fascia di popolazione da vaccinare. Assieme a loro e, per essere più precisi, prima di loro, sono stati vaccinati medici, infermieri, personale sanitario e soggetti a rischio per particolari patologie o disabilità. Sono stati definiti soggetti fragili;
  2. Over 75;
  3. Over 70. La seconda e terza fascia sono state distinte solo per agevolare la distribuzione su queste particolari età ritenute maggiormente a rischio, avendo contato circa il 10% di decessi sui contagiati;
  4. I soggetti più a rischio tra i 16 ed i 69 anni. Vengono valutati in base a patologie specifiche;
  5. i soggetti tra i 55 e i 68 anni;
  6. Tra i 18 e i 54 che non siano portatori di altre patologie.

Indipendentemente dalle fasce d’età e dopo tutto il personale sanitario, è stata assegnata una corsia preferenziale agli insegnanti di ogni ordine e grado e agli appartenenti alle forze di polizia e forze armate. Se volessimo essere più precisi, anche in ogni singola categoria di lavoratori sono state assegnte priorità diverse in base alle tipologie di lavoro svolte ma sarebbe lunga e complicata la narrazione e solleverebbe migliaia di domande perchè ognuno di noi avrebbe trovato un metodo diverso e, a proprio dire, migliore per fare un lavoro più capillare e più rapido.

Un paio di giorni fa mi comunicano che oggi avrei ricevuto l’inoculazione del vaccino. Tutti gli esperti virologi con laurea all’università di Facebook hanno pronunciato il loro dotto parere a favore o contro la vaccinazione in generale a partire dal tipo di vaccino che ci sarebbe stato somministrato, l’Astrazeneca, e le specifiche modalità di somministrazione. Tutti abbiamo letto le indicazioni allegate alla scheda per il consenso informato ed è stato un fiorire di ricerche su casi di intolleranze, reazioni gravi e morti legate alle vaccinazioni.

Ho notato che si tende a dare un valore assoluto a fatti statisticamente trascurabili* e ho scoperto mille metodi di prevenzione rischi.

I consigli ricevuti sono stati i più disparati e vanno dal “Conviene prendere una tachipirina la sera prima ed una subito dopo il vaccino”, “bisogna aver sospeso quasiasi farmaco da almeno 24 ore”, “bisogna vaccinarsi a digiuno”, “bisogna vaccianrsi a stomaco pieno”, “bisogna mettere il ghiaccio sul braccio dove ti fanno il vaccino”, “non farti vaccinare sul braccio sinistro perché se ti viene un infarto non rionosci i sintomi” ecc.

Io non mi sono lasciato impressionare e stamattina mi sono presentato al mio appuntamento abbastanza sicuro.

L’inevitabile attesa in sala d’aspetto è stato il momento di maggior tensione. Ripensavo a quanto sentito in mattinata sul dolore al braccio, perché era la voce ricorrente, e sul rischio di passare la notte quasi insonne tra dolori muscolari e mal di testa che, a detta di tutti, domani dovrebbero essere insopportabili e accompagnati da febbre alta.

Mi sono deciso a fare la cronaca di come mi sono sentito dal momento del vaccino fino ad ora e con due piccoli aggiornamenti domani.

  • Puntura sul braccio sinistro. Nessun dolore all’inoculazione. Leggero dolore dopo circa mezz’ora ma passato quasi subito. Sento una maggiore sensibilizzazione sulla parte solo quando sollevo il braccio;
  • Nessuna alterazione di temperatura;
  • Io soffro abitualmente il caldo, anche d’inverno, e oggi mi sembrava di avere più caldo del solito;
  • Buona notizia: il vaccino non fa passare la fame;
  • In serata ho avuto i sintomi del raffreddore che secondo me sono legati al fatto che nel pomeriggio, per il caldo che sentivo, ho passato circa una decina di minuti a torso nudo sul letto;
  • tra gli effetti positivi, la solidarietà di colleghi e amici che mi hanno chiamato per sentire se andava tutto bene;
  • Un collega che è stato vaccinato poco prima di me si lamentava su Facebook che sperava di avere maggiore copertura di campo con il 5G del vaccino ma inceve dovrà aspettare la seconda dose per avere risultati apprezzabili.

Ci sentiamo domani per gli aggiornamenti del caso.

  • “Statisticamente trascurabili” lo metto qua in nota come promemoria più per me che per voi lettori perché è un argomento che merita di essere approfondito, su molti aspetti, con un articolo a parte.