Evoluzione del modello di proprietà.

L’altro giorno, ho sentito un ascoltatore alla radio che comunicava con grande enfasi e soddisfazione di aver venduto casa per vivere in affitto e che, dopo aver compiuto quel passo, si sentiva più felice. Sosteneva, tra l’altro, di non credere più nella proprietà privata. Quella semplice dichiarazione mi ha spinto a fare una serie di ricerche e a portare alla luce i ragionamenti che già covavano in me da lungo tempo. Provo a renderli fruibili a tutti, anche se mi rendo conto che l’argomento non è affatto semplice.

Il concetto di proprietà, soprattutto di proprietà immobiliare è sotto attacco da oltre un secolo, cioè da quando la necessità di superare gli squilibri sociali che c’erano tra il ceto popolare ed i ceti nobiliari a cui si aggiungevano i proprietari terrieri e i nuovi ricchi nati dalla continua ascesa delle attività industriali, aveva portato alle rivoluzioni proletarie sospinte dal vento della nascente ideologia comunista.

Eppure il concetto di proprietà, nel mondo occidentate, ha resistito agli assalti del comunismo e la proprietà privata, negli stati ad orientamento comunista, non è mai veramente sparita e oggi è in fase di rinascita pur sotto forme diverse. La continua evoluzione del concetto di proprietà privata o del suo utilizzo, ha ridotto, negli ultimi anni, il forte appeal che questa suscitava nei confronti della cosiddetta fascia media, di quelli che non sono né ricchi ma nemmeno possono considerarsi poveri avendo fonti di reddito dovute al piccolo commercio, piccolo artigianato o dipendenti a reddito fisso.

In questo quadro, è difficile pensare ad una omogenea diffusione della proprietà privata. Non solo dell’immobile, la prima casa, ma anche di beni di consumo di alto valore tipo l’automobile, la moto, gli elettrodomestici, il cellulare ed altri. Per questi prodotti sono sorti i finanziamenti. In origine venivano utilizzati solo per i grossi acquisti e successivamente hanno proliferato nel campo del finanziamento al consumo in quasi tutti i settori commerciali con possibilità diversificate di rateizzazione degli importi e della durata.

Nel campo automobilistico, diventando insostenibili i prestiti, si è fatto un recente ulteriore passo avanti e sono nati i noleggi di lunga durata che consentono, anche ai privati cittadini, l’utilizzo di automobili per un periodo, generalmente di 3 anni, prima di decidere se rendere indietro il mezzo, prenderne un altro nuovo sempre a noleggio o detenere il mezzo continuando a pagare la quota rimanente (in genere tramite altro finanziamento). Se analizziamo bene, siamo già alla rinuncia alla proprietà privata, quantomeno rinuncia all’idea del possesso. Tale rinuncia è sostenuta da alcuni fattori: l’auto viene vista come una spesa “a perdere” poiché si svaluta molto velocemente, inoltre con la formula del noleggio di lunga durata, c’è il vantaggio che la maggior parte dei contratti prevede, nei primi 3 anni, l’azzeraemnto di tutte le spese di manutenzione e assicurazione per cui non si avranno altre spese al di fuori del carburante. Ecco che la rinuncia alla proprietà viene vista come una forma di risparmio.

Precisazione: la situazione enunciata corrisponde al vero solo se l’acquirente era già orientato alla detenzione del mezzo per un periodo compreso tra i 3 ed i 5 anni ed è quindi riferita ad una fascia di reddito medio-superiore. In genere un reddito medio punta ad ammortizzare il costo di acquisto tra i 5 e gli 8 anni. Redditi inferiori tendono ad allungare la vita del proprio automezzo ben oltre il decimo anno.

Nel caso di beni immobili, siano essi terreni, prime case o abitazioni di villeggiatura, è più difficile immettere il pensiero della convenienza dell’affitto perché le leggi del mercato, per decenni, hanno presentato i beni immobiliari come forme di investimento poichè il cosiddetto prezzo del mattone che comprende anche il costo dei terreni edificabili, è stato artificiosamente fatto aumentare, senza alcuna reale corrispondenza al valore sia del terreno e sia della costruzione.

Le abitazioni, invece, hanno un decadimento nel tempo e necessitano di elevati costi di manutenzione. Nonostante tutto, vengono vendute dopo qualche anno di utilizzo, ad un prezzo superiore rispetto a quello del loro primo acquisto. Il metodo utilizzato dalle società di compravendita, per giustificare l’aumento si basa sul prezzo delle nuove abitazioni nella stessa zona residenziale che in genere è ogni anno più alto. E’ un assurdo! E’ come se io provassi a vendere la mia Multipla di 12 anni a 15.000 Euro o più perché quello è il costo minimo di un’auto nuova, incentivi compresi.

Dopo la crisi del 2008, la bolla speculativa sugli immobili ha avuto un leggero ridimensionamento, ancora insufficiente, secondo me, con una discesa costante ma non marcata fino al 2018, quando si è avuta la stabilizzazione dei prezzi ed il ritorno ad una moderata crescita. Perché la crescita è stata meno pronunciata rispetto a quanto si aspettavano ed auspicavano gli addetti del settore?

La frammentarietà e precarietà del mondo del lavoro, non consente alla maggior parte dei lavoratori una serena programmazione degli acquisti di beni di alto valore e soprattutto degli immobili. Le banche, che dovrebbero facilitare queste operazioni, cercano garanzie che solo un dipendente con parecchi anni di servizio, di ditte solide o del settore pubblico, può riuscire a dare. Da questo deriva un primo fattore di rallentamento nell’economia edilizia. Se ne aggiunge un altro. I comuni, nel fare i propri piani regolatori, oggi stanno molto più attenti che in passato a mantenere non edificabili vaste zone del territorio per rallentare il tasso di crescita delle aree cementificate del nostro Paese. Come ultimo ed importante fattore, bisogna considerare i continui interventi legislativi per il recupero del patrimonio edilizio, che a detta di qualcuno servono solo per far emergere i pagamenti in nero, in realtà hanno la funzione di rallentare la richiesta di nuove abitazioni puntando al recupero, all’efficientamento energetico, alla messa in sicurezza nel campo sismico, messa a norma di impianti elettrici, idraulici e del gas di tutte le vecchie abitazioni che, come dicevo prima, dopo qualche decennio dalla loro costruzione hanno necessità di costosi interventi per cui, ribadisco, non se ne capisce la ragione del continuo e galoppante aumento del valore.

Un altro fattore, a mio avviso, sta facendo da freno al settore edilizio. Nelle nostre città, soprattutto in quelle ad elevata densità abitativa, ci sono interi quartieri che andrebbero ridisegnati per rendere più moderne ed efficienti le zone residenziali. Tale operazione richiederebbe l’abbattimento di un gran numero di palazzi degli anni 50-60-70-80, oggi insicuri, insalubri e spesso nati nell’emergenza abitativa dovuta allo spopolamento delle campagne a favore delle città che sono appunto cresciute in maniera disordinata. La poca lungimiranza delle amministrazioni locali, sospinte da tale necessità ed urgenza, ha creato quartieri abitativi, anche in zone centrali, privi di parcheggi e con un crescente anonimato edilizio che allontana l’abitudine al gusto dell’ordine e della bellezza. L’eccessiva vicinanza dei palazzoni ha inesorabilmente ridotto gli spazi per parchi e spazi liberi di gioco all’aperto. A questo si aggiungono interi quartieri che hanno strade strettissime ed abitazioni fatiscenti di età superiore ad uno, due secoli ma non di valore artistico, architettonico o di memoria per modelli costruttivi testimoni di epoche particolari.

Cosa impedisce la razionalizzazione delle nostre città? L’eccesso di parcellizzazione della proprietà. Provate a pensare ad un condominio di 5 piani, con 3 appartamenti per piano, che dovesse presentare problematiche tali da rendere antieconomico qualsiasi tipo di intervento. Chi mai riuscirebe a convincere tutti i 15 proprietari che sarebbe necessario abbandonare la casa che hanno finito di pagare da pochi anni per abbatterla e ricostruirla? E siamo sicuri che tutti e 15 sarebbero invece propensi a mettere mano al portafogli per i necessari interventi?

Eppure non sono pochi i condomini italiani che necessitano di intervento antisismico, di sigillatura da infiltrazioni di acqua da falde sotterranee, di modifiche all’impianto del metano fuori norma, della sostituzione delle vecchie caldaie a gasolio con nuove forme energetiche e conseguente dismissione o inertizzazione delle cisterne. Non parliamo dell’impianto elettrico perchè doveva essere messo a norma già qualche decina di anni fa, anche se non sempre ciò corrisponde al vero.

Molto spesso tali condomini sono posizionati uno di fianco all’altro amplificando le problematiche non solo dell’abitazione in se stessa ma di tutta la vita di quartiere con file interminabili di auto parcheggiate per strada, spesso oggetto di vandalismi, traffico impazzito, mancanza di piste ciclabili e marciapiedi di dimensioni ridotte.

La soluzione più semplice sarebbe l’abbattimento dell’intero gruppo di condomini e successiva ricostruzione secondo moderne caratteristiche architettoniche che comprendano impiantistica efficiente e a norma, adeguato numero di autorimesse e posti auto coperti, spazi aperti per aree verdi ad uso sociale, alberatura delle strade, ridimensionamento delle sedi stradali in base alle reali necessità, piste o strade ciclabili e quanto altro potrebbe essere utile per ridurre la maggior parte dei rischi compreso quello alluvionale.

Ci sono città in cui sono stati tombinati fiumi e canali di deflusso delle acque piovane e i danni sono stati ingenti. Basti ricordare le due alluvioni di Genova del 2011 e 2014, quella di Sarno, quella delle cinque terre con gli ingenti danni a Vernazza, quella di Refrontolo, quelle del Biellese e non proseguo perché riportare alla memoria in poco tempo tutte quelle distruzioni e morti è già molto doloroso. In queste città si dovrebbe rivedere tutta la gestione del territorio e recuperare il dissesto idrogeologico perpetrato per anni. Non di rado, per la riapertura dei canali di gronda o dei fiumi, l’unico sistema sarebbe l’abbattimento di file di condomini.

Per realizzare questa opera di ridisegno delle aree urbane è necessario che un Ente pubblico o privato possa detenere la proprietà degli immobili al fine di condurre l’opera di abbattimento e ricostruzione, secondo criteri innovativi.

E’ questo il punto centrale. La spasmodica ricerca della proprietà ha di fatto parcellizzato il possesso del bene, con l’un unico effetto di rendere impossibile la programmazione ed attuazione dell’ammodernamento delle città per farle crescere in maniera armonica col territorio, con criteri urbanistici moderni e che siano rispettosi sia delle esigenze abitative e di vita quotidiana e sia dell’ambiente.

Il riutilizzo degli spazi già edificati, contribuirebbe alla riduzione dei prezzi dei terreni perché ne ridurrebbe la richiesta, eviterebbe l’aumento della cementificazione nelle aree periferiche delle nostre città e garantirebbe un mercato degli affitti più equo e sostenibile. Lo sviluppo verticale darebbe anche un nuovo impulso all’architettura italiana che per esprimersi deve ricorrere alle grandi commesse straniere, perché in Patria non c’è un mercato edilizio di alta qualità.

L’edilizia di alta qualità è generalmente legata a concetti di bellezza e modernità e porterebbe con sè il gusto del bello, contribuendo alla modificazione di alcuni comportamenti scorretti, seppur pur non sempre consapevoli, degli abitanti di grandi città e piccoli centri in cui la crescita caotica o lo stato di abbandono hanno portato le persone a trascurare l’ordine, la pulizia e la serenità dei quartieri.

Ho tralasciato un fattore importante. Essere proprietari di un’abitazione è spesso un fatto puramente illusorio. La ricerca spasmodica della proprietà ha fatto impiegare enormi risorse economiche delle famiglie italiane che si sono accollate mutui ipotecari della durata di due/tre decenni favorendo solo i costruttori e le banche che sono diventati di fatto i proprietari del risparmio degli italiani.

In definitiva, sia per motivi economici e sia per motivi ecologici sarebbe meglio incentivare questa modificazione del pensiero che ha messo nel possesso della casa di abitazione quasi un punto di arrivo per potersi considerare una famiglia completa e passare al modello di affitti dinamici, quasi un noleggio a lungo termine, con prezzi abitativi più bassi ed il costante riutilizzo dei terreni per il miglioramento qualitativo delle città. Lo Stato risparmierebbe i soldi degli incentivi che potrebbero essere utilizzati per il recupero edilizio di costruzioni importanti dal punto di vista architettonico e testimonianza culturale del nostro passato.

Zona rossa e Didattica a Distanza

Mantenere sempre l’attenzione sul Coronavirus, stanca anche i lettori più agguerriti e soprattutto contribuisce ad aumentare la sensazione di stress da oppressione per l’oggettiva riduzione degli spazi di libertà personale e per la sensazione di rischio permanente.

Non voglio entrare nei meandri delle discussioni filosofiche e politiche sulla correttezza o meno delle soluzioni proposte dai vari Stati che hanno individuato nella riduzione degli spostamenti delle persone, nella chiusura delle attività commerciali e sociali e nel distanziamento di sicurezza, le armi migliori per rallentare la diffusione del virus. Gli argomenti che mi interessa mettere a fuoco riguardano la situazione italiana e sono: 1) la chiusura dell’attività scolastica in presenza in ogni ordine e grado di istruzione nelle cosiddette zone rosse; 2) il diritto alla disconnessione.

Quando dal pomeriggio di venerdì 12 marzo 2021, girava la voce che anche la regione Veneto sarebbe passata in zona rossa dal lunedì successivo, nelle case della maggior parte degli insegnanti sono iniziate le riunioni con i vari sistemi di videochiamata, compreso l’utilizzo delle stesse piattaforme scolastiche. All’inizio erano solo chiamate per mettersi d’accordo su cosa e come strutturare l’eventuale lavoro con gli alunni, dal lunedì. Le linee di indirizzo di Dirigenti e Presidi erano perlopiù nebulose anche se preparate con largo anticipo, per cui gli obiettivi principali erano quelli di vedere cosa, praticamente, si sarebbe potuto fare. Gli insegnanti più vicini ai gruppi dirigenti cercavano di ricevere le prime istruzioni ufficiose. Immagino anche i presidi che avranno sicuramente avuto un intenso scambio di informazioni, tra di loro e con gli uffici scolastici regionali, per uniformare i comportamenti e massimizzare i frutti del lavoro degli insegnati.

Già dal giorno successivo le riunioni virtuali erano diventate più frequenti ed intense occupando quasi l’intera giornata del sabato fino a tarda sera. Io, marito di una maestra, con i miei familiari facciamo da spettatori e non riusciamo ad entrare nel merito delle tante riunioni ma, personalmente, ho colto che c’erano problemi sulla disponibilità delle piattaforme, sul numero di ore massime che si potevano fare in didattica sincrona (in diretta insegnati e alunni contemporaneamente presenti) e asincrona (lezione registrata dall’insegnate, caricata sulla piattaforma informatica e fruita dagli alunni quando ritenuto opportuno), sulle modalità di assistenza agli alunni con difficoltà da quelle meno impattanti a quelle di maggiore disagio, sulla sicurezza informatica e la tutela della privacy per i ragazzi e per gli insegnati. Particolarmente spinoso, l’argomento dell’utilizzo di software di larga diffusione ma non strettamente dedicati alla didattica, per evitare la saturazione delle piattaforme nate per un utilizzo di supporto agli insegnanti sia per la registrazione e rendicontazione dell’attività scolastica e sia per i rapporti con i genitori. Non era prevista la mole di ore di registrazione e di attività on-line per l’insegnamento per le quali sono risultate sottodimensionate, nel numero di accessi, nella larghezza di banda e nei tempi di risposta, rispetto alla reale necessità di utilizzo in caso di DAD.

Non ho seguito tutte le riunioni del venerdì, sabato e domenica che si sono ripetute con interlocutori spesso diversi in cui gli argomenti venivano ripetuti perchè andavano ad affinarsi gli scenari verso cui la scuola stava andando incontro ma l’impressione che ho avuto è stata quella di un gruppo di insegnanti che avvertivano la gravità del lavoro che avrebbero dovuto affrontare e che non volevano farsi trovare impreparati. Sarà amor proprio, sarà attaccamento al dovere, sarà l’interesse nel futuro dei bambini che sono affidati a loro, fatto sta che le ore di lavoro sviluppate e non riconosciute, in questa situazione emergenziale sono state veramente tante. Se da un lato trovo giustificabile spingere sull’acceleratore per superare un ostacolo imprevisto, non si può pensare che l’efficienza dell’apparato scolastico, così come di quello sanitario, possa durare a lungo quando da oltre un anno i ritmi lavorativi sono di molto superiori a quelli normali, senza pause e, tra l’altro, senza alcuna corrispondenza dal punto di vista retributivo. Di fatto la maggior parte delle ore di lavoro possono tranquillamente essere considerate attività di volontariato che non verrà mai riconosciuto e trascritto nemmeno a livello curricolare (importante per gli insegnanti non di ruolo e per quelli che aspirano a trasferire la sede di insegnamento).

Da anni mi batto per il diritto alla disconnessione, cioè per il diritto alla separazione netta tra quella che è l’attività lavorativa con tutto il suo carico di pensieri e attività da svolgere e l’attività familiare o di svago in cui il lavoro non dovrebbe entrare se non in casi di reale urgenza. L’unico riferimento normativo, in Italia, è la legge 81/2017 sul lavoro agile che prevede espressamente che: «nel rispetto degli obiettivi concordati e delle relative modalità di esecuzione del lavoro autorizzate dal medico del lavoro, nonché delle eventuali fasce di reperibilità, il lavoratore ha diritto alla disconnessione dalle strumentazioni tecnologiche e dalle piattaforme informatiche di lavoro senza che questo possa comportare, di per sé, effetti sulla prosecuzione del rapporto di lavoro o sui trattamenti retributivi». Al di là del lavoro agile, ritengo doveroso che un lavoratore non sia costretto a leggere continuamente i messaggi sul cellullare per essere pronto a rispondere a colleghi o superiori in qualsiasi momento della giornata o della settimana.

A maggior ragione ho trovato esagerato il numero di ore passato al telefono, in chat, in videoriunioni e sulle piattaforme digitali, durante quest’ultimo anno scolastico dalle/gli insegnanti.

La DAD non è necessariamente un male, anzi la trovo una grande opportunità per integrare e potenziare l’insegnamento in presenza ma non può costituire la norma.

Gia da settembre scorso, io avrei adottato un approccio diverso per il rientro a scuola e lo avrei mantenuto per tutto l’anno scolastico. La coperta, tra l’esigenza di considerare centrale l’importanza della scuola e della cultura in genere, ed il rischio di trasmissione del contagio nei gruppi classe, era troppo corta. Alla fine dell’estate scorsa, lo scontro tra i politici nazionali, quelli locali, le varie corporazioni lavorative tiravano questa coperta secondo le esigenze di categoria a di partito piuttosto che pensare ad un progetto razionale. Era stato subito chiaro che uno dei problemi della scuola non era la scuola in se stessa ma gli spostamenti per raggiungere le scuole e gli assembramenti all’esterno delle stesse.

Io avevo pensato ad una soluzione che, con le adeguate modifiche alle arcaiche normative in vigore, sarebbe stata utilizzabile a settembre e potrebbe ancora tornare utile per la ripartenza della didattica in presenza subito dopo le vacanze di Pasqua.

Innanzitutto è necessario fare le opportune distinzioni tra le varie tipologie di scuola poiché sono diverse le età di bambini/ragazzi/genitori interessati.

La scuola dell’infanzia (nido e materna) potrebbe essere riattivata senza alcuna limitazione poichè i protocolli anti-covid già presenti sono sufficienti a mantenere un elevato standard di sicurezza anche laddove vengano consumati i pasti. L’unica attenzione dovrebbe essere la sorveglianza ai cancelli per disperdere immediatamente i genitori che hanno le solite 4 parole da scambiarsi per la durata di lunghissimi quarti d’ora.

La scuola primaria, nella maggior parte dei casi, si trova in un raggio di distanza tale da poter essere raggiunta a piedi e quindi all’aria aperta, cosa che consentirebbe di incentivare le iniziative dei piedibus aumentando il numero di linee. I piedibus hanno lo svantaggio che funzionano solo grazie al volontariato di alcuni genitori ed associazioni e non ricevono alcun contributo pubblico o privato. Un pagamento seppur minimo agli accompagnatori dei piedibus potrebbe ridurre se non azzerare sia il traffico veicolare e sia la permanenza dei genitori davanti ai cancelli scolastici. In queste condizioni non ci sarebbe alcuna problematica ad effettuare l’orario scolastico completo anche per questa fascia d’età, mantenendo le attuali limitazioni alle attività laboratoriali.

La scuola secondaria di primo grado porta subito all’attenzione un gravissimo problema che è totalmente indipendente dalla pandemia. Nel nostro passato ci siamo autonomamente e volontariamente complicati la vita creando leggi masochistiche che, pur avendo l’intento di proteggere, arrecano sovente danni maggiori. L’articolo 591 del Codice penale stabilisce la pena della reclusione da 6 mesi a 5 anni per chi abbandona una persona con meno di 14 anni della quale abbia la custodia o debba prendersi cura. Questo vale anche per l’accompagnamento a scuola. I ragazzi delle medie (e del primo superiore) non potrebbero muoversi autonomamente all’interno del proprio quartiere, della propria città e non potrebbero prendere l’autobus o altri mezzi pubblici. Non solo per andare a scuola ma anche per andare a trovare gli amici, per giocare al parco, per frequentare le attività sportive e la parrocchia. Sappiamo tutti che in realtà già dalla 4^, 5^ elementare i ragazzini che abitano nei pressi della suola vanno spesso da soli, a piedi o in bicicletta, lasciando una grave responsabilità ad insegnanti e personale scolastico che hanno il divieto di farli uscire da scuola se non vedono i genitori o personale affidatario con delega. Questa premessa era d’obbligo perchè io proporrei la scuola in presenza solo per quegli alunni in grado di raggiungere autonomamente a piedi o in bicicletta la sede scolastica, servirebbe magari un patto con i genitori che confermino capacità e volontà dei figli di raggiungere la scuola in autonomia. Gli altri alunni dovrebbero obbligatoriamente usufruire del pulmino scolastico, servizio quest’ultimo che deve essere potenziato perchè altrimenti sarebbe necessario creare un’alternanza tra gruppi di alunni in presenza e in DAD. Dovrebbe essere vietato accompagnare i figli in auto.

La soluzione appena espressa presenta innumerevoli vantaggi sia sul piano scolastico perchè garantirebbe alti livelli di presenza, sia sul piano psicologico dei ragazzi perchè svilupperebbero con maggiore consapevolezza i propri processi di autonomia e sia per la riduzione di stress da parte dei genitori perché avrebbero meno problemi di gestione degli orari. Ultimo ma non trascurabile vantaggio, la riduzione di movimentazione di mezzi privati per il trasporto scolastico e quindi meno traffico e meno inquinamento.

La scuola secondaria di secondo grado ha ragazzi di età molto varie e con problematiche specifiche diverse tra loro. In zona rossa ed arancione proporrei la scuola in presenza solo per le classi prime che hanno la necessità di entrare in un nuovo modo di vivere la scuola ed i rapporti sociali tra coetanei e con gli adulti rappresentati dagli insegnanti e dall’altro personale scolastico. Devono maturare la capacità di movimento autonomo in raggi d’azione più ampi, spesso in città diverse dalle proprie e con la necessità di effettuare molti cambi di mezzi pubblici. Per motivazioni totalmente diverse e legate al momento dell’esame di maturità, trovo necessario che gli alunni delle classi quinte effettuino la didattica in presenza durante l’intero anno scolastico. Le rimanenti classi, potrebbero effettuare la didattica in presenza per due giorni la settimana. Chi gestisce l’orario scolastico dovrebbe fare in maniera tale che nei due giorni in presenza gli alunni incontrino il maggior numero dei propri insegnanti. Il vantaggio evidente è che l’impatto sul trasporto pubblico e sulla viabilità ordinaria verrebbe ridotto ai 3/5 di quello abituale e si eviterebbero i bus sovraffollati e gli ingorghi cittadini. Resta sempre necessario che la mobilità pubblica o alternativa, quali le piste e le strade ciclabili vengano notevolmente incrementate e sostenute pubblicamente.

L’Università di per se non avrebbe alcun problema a gestire le proprie attività in modalità mista tra presenza e DAD, con l’obbligo degli esami in presenza. Il problema vero dell’università è che c’è un indotto enorme che vive alle sue spalle, o meglio alle spalle degli studenti e dei loro genitori, che con la didattica a distanza ha vissuto e sta vivendo una crisi epocale. In questa analisi tralascio le problematiche per tutti i locali pubblici, cinema e teatri che senza la presenza giovanile hanno perso enormi possibilità di guadagno ma che hanno problematiche ben più ampie con i coprifuoco e le chiusure forzate. Mi riferisco al mondo degli affitti, poiché i proprietari si trovano nella necessità di fare dei contratti con periodi certi di occupazione ma gli studenti vogliono pagare solo i periodi di reale sfruttamento degli alloggi per cui si arriva ad uno stallo in cui gli alloggi restano vuoti e gli studenti non riescono a trovare locali idonei ad ospitarli per i periodi necessari a seguire le poche lezioni in presenza. L’aumento delle lezioni in presenza metterebbe più ordine anche in questo settore.

Concludo augurando a tutti noi che il periodo pandemico diventi presto un ricordo del passato. Non sono mai stato convinto che alla fine saremmo stati tutti migliori, come si diceva circa un anno fa, però potremmo diventare più consapevoli di cosa siano le difficoltà oggettive e diventare più tolleranti rispetto le contrarietà che incontreremo nelle nostre vite. Anche l’eccesso di retorica che si sente durante i telegiornali e nelle trasmissioni radiofoniche sulle presunte difficoltà cognitive e relazionali che avranno i nostri ragazzi a casua delle mancate relazioni con coetanei, dal mio punto di vista sono solo seghe mentali che ci facciamo noi adulti. I ragazzi sono veloci a superare qualsiasi tipo di problema in maniera più efficace di come faremmo noi.

G20

Ricordate il G8 di Genova? Vuol dire che non siete giovanissimi o che siete stati attratti dalla cronaca di ciò che avvenne a Genova, nelle strade, nelle piazze e purtroppo nella scuola Diaz e nella caserma Bolzaneto in quel famigerato luglio 2001.

Del motivo di tanta protesta e della sua dura repressione, non se ne ricorda quasi nessuno.

Il G8 era l’evoluzione del G7, un gruppo dei 7 paesi più industrializzati al mondo in cui i rappresentanti governativi, sin dal 1975 si riunivano in incontri definiti informali poiché non erano coinvolti direttamente i capi di Stato o di Governo ma erano limitati a concertazioni sulle politiche economiche. La crescita del ruolo di Mosca, ripresasi dalla durissima crisi seguita alla caduta del muro di Berlino, aveva convinto i G7 (Italia, Canada, Stati Uniti, Giappone, Germania Ovest, Francia e Gran Bretagna) a coinvolgere la Federazione Russa, divenendo di fatto il G8 dal 1998.

In tale contesto erano mutati anche i confini dei dialoghi tra Paesi coinvolgendo anche le sfere della politica e della sicurezza pur non creando un alter-ego del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Probabilmente, proprio l'allargamento degli orizzonti di dialogo e la presenza formale dei Capi di Stato ai summit estivi, avrà fatto temere che stesse per nascere una forma antidemocratica di governo del Mondo in mano a pochi grandi Stati o meglio ai loro Governanti, e questo ha prodotto nel 2001 la variopinta protesta sociale contro il G8, purtroppo sfociata nella cieca violenza da parte di gruppi estremisti internazionali e la dura reazione di frange violente della polizia.

Il velocissimo ritmo di crescita dei Paesi in via di sviluppo ha convinto il G8 ad allargare i propri orizzonti dando vita al G20 comprendente i seguenti Paesi: Arabia Saudita, Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Corea del Sud, Francia, Germania, Giappone, India, Indonesia, Italia, Messico, Regno Unito, Russia, Stati Uniti, Sud Africa, Turchia e Unione Europea che si riunisce dal 1999 a livello di ministri dell’Economia e rappresentanti delle banche centrali ma che dal 2008 ha elevato il proprio ruolo coinvolgendo i Capi di Stato e di Governo.

Non sono poche le critiche sulla forte presenza del continente europeo a discapito di altri continenti tra cui l’Africa che risulta sotto-rappresentata

La presidenza viene assegnata a rotazione e quest’anno spetta all’Italia presiedere i lavori del G20 con una agenda di lavori concordata dalla cosiddetta Troika, composta dalla Presidenza in corso, Italia, da quella precedente, Arabia Saudita e da quella dell’anno successivo, Indonesia.

L’agenda per l’anno in corso prende in considerazione le tematiche della ripresa economica e sociale e del libero accesso alle cure, dopo la crisi pandemica ponendo il fuoco su Persone, Pianeta e Prosperità.

Il vertice conclusivo si terrà a Roma nei giorni 30 e 31 ottobre 2021. Mi auguro che le piccole beghe di quartiere tra i nostri politicanti non facciano sfumare la possibilità attuale di avere un Vertice presieduto da una figura di alto livello internazionale e spostino le loro affannose ricerche di gratificazioni personali, tramite il consenso popolare, al 2022.

Aggiornamenti sulla Carte dei Diritti fonadamentali dell’Unione Europea

L’ingresso della primavera ha risvegliato in me la spinta emotiva alla scrittura e quindi mi sono ricordato che avevo alcuni argomenti in sospeso, come se i mesi invernali me li avessero fatti mettere in letargo con l’assopimento dell’interesse. Ed ecco che sono pronto ad aggiornarvi.

Il fronte dei diritti fondamentali per me è un argomento doppiamente importante, per i diritti in se stessi che sono un indice di civilizzazione delle società e per la loro definizione all’interno della Carta Europea che è il frutto del lavoro congiunto dei rappresentanti delle nazioni che compongono la Comunità Europea. Ai miei occhi il lavoro plurale è da sempre la summa delle sensibilità di più persone; quando tali persone rappresentano popolazioni diverse che si ritrovano in indirizzi comuni di convivenza riguardo i diritti di ciascuna persona, il lavoro fatto diventa un patrimonio collettivo. La parte più difficile è quella di tramutare le parole della carta che potrebbero sembrare semplici elencazioni di principi, in mentalità comune. E qua finisce il lavoro dei politici ed inizia quello dei cittadini.

Vi lascio quindi raccomandandovi la rilettura del mio articolo sulla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea con gli aggiornamenti del 21/03 2021 provenienti, come al solito, dal sito de Lo Spiegone.

Statistiche e persone

Siamo persone e non numeri! – E’ quasi impossibilie che capitino queste cose, eppure a me, purtroppo, è successo! – Sognare di vincere la lotteria è da illusi.

Ho messo insieme alcune frasi fatte, che danno il comune modo di sentire rispetto ad eventi improbabili. Mi serve per iniziare a parlare dei casi statisticamente trascurabili, come anticipato nel mio articolo sulla vaccianzione. La cronaca di questi giorni, sempre legata alla vaccinazione contro il Coronavirus, rende ancora più appropriato quanto avevo già intenzione di comunicare.

Nel periodo estivo, mentre boccheggiamo camminando per le strade roventi, ci convinciamo che la temeratura dell’aria fosse sicuramente superiore ai 40° centigradi ed invece i bravi cronisti di radio e televisione ci spiegano con dovizia di particolari che erano solo 35° ma la temperatura percepita era superiore a quella reale per via dell’umidità. La stessa cosa avviene con la percezione dei casi statistici. Se l’evento crea preoccupazione, il dato statistico di 1 morto, su 1 milione di vaccinati, diventa inaccettabile. Se invece siamo abituati a vivere un evento come possibilità remota e frutto di fatalità, come attraversare la strada sulle strisce pedonali, lo facciamo tranquillamente tutti i giorni eppure il tasso di mortalità in Italia è di ben 8,8 su milione. Similarmente guidiamo l’auto che ha addirittura un tasso di mortalità per incidente di 36 su milione. Quindi anche con i casi statistici relativi a medicinale e vaccini, il rischio percepito è superiore a quello reale. Sia chiaro, non voglio dimostrare che il rischio della vaccinazione sia pari a zero. Il rischio zero è una chimera, non esiste.

Eppure tutti sappiamo che il corpo umano è una macchina molto evoluta, in continuo sviluppo, ma non perfetta e soprattuto l’umanità intera non è composta di esemplari tutti uguali. Ci sono piccolissime, impercettibili differenze tra uomo ed uomo che in condizioni di vita normale quasi non si notano. Anche i migliori hanno piccolissime anomalie o funzionamenti non standard di alcuni apparati. Non sempre sono difetti, saltuariamente ci sono cuori super che permettono prestazioni eccezionali agli atleti, riflessi molto reattivi, cervelli velocissimi nell’elaborazione dei dati e viste e olfatti da supereroi. Un farmaco, per quanto possa essere stato testato su un campione considerevole di persone, potrebbe avere effetti indesiderati per persone con caratteristiche particolari e ancora maggiori sono i rischi quando il soggetto utilizzatore del farmaco ha altre patologie, magari a lui sconosciute.

Come non esiste l’uomo perfetto non può esistere il farmaco perfetto, senza controindicazioni e con reazini identiche sull’intera umanità. La domanda che tutti si stanno facendo in questo periodo è relativa alla validità dei vaccini anti Covid data la velocità con la quale questi sono stati realizzati ed il poco tempo di test sui volontari umani. Viene il dubbio che la popolazione mondiale stia facendo da cavia per il proseguo degli esperimenti.

Dovrebbe tranquillizzare il fatto che su questa pandemia, lo sforzo di ricerca è stato portato avanti comunemente dagli scienziati di tutto il mondo sia per identificare meglio le caratteristiche del virus, e sia per arrivare velocemente a cure condivise e ai fatidici vaccini. Dopo la fase di studio, ogni azienda farmaceutica, spesso finanziata dagli Stati, ha proceduto con metodologie diverse e arrivando a vaccini totalmente diversi l’uno dall’altro. Si hanno infatti i vaccini a RNA messaggero, a subunità o a vettori. Non scendo nei dettagli delle tipologie di vaccini, dato che la mia non è una trattazione scientifica. Non taccio invece sul fatto che i vaccini avrebbero dovuto essere brevettati dagli stati e non dalle case farmaceutiche per ridurre il costo di approvvigionamento e produzione a vantaggio di tutte le popolazioni del mondo. Ma torniamo al nostro tema.

Dopo gli annunci delle performance del vaccino russo, lo Sputnik, che era accreditato del 98% di efficacia, la Pfizer ha modificato il suo primo valore di 88% portandolo al 94,5%. A confronto di questi vaccini, la dichiarazione di AstraZeneca di efficacia intorno al 70% appare risibile e già questo primo fatto getta una luce di scarsa affidabilità sul vaccino. L’opinione pubblica viene ulteriormente allarmata dall’eccessivo accento posto sull’argomento dai dibattiti televisivi e radiofonici. In questo contesto, la notizia di morti improvvise, successive alla somministrazione del vaccino AstraZeneca, ha creato immediatamente il panico.

Ora, ipotizzando che le 6 morti accertate in Europa, rispetto alle 6 milioni di dosi somministrate, siano direttamente correlate ad una reazione al vaccino AstraZeneca, questo valore rientrerebbe in quel dato statisticamente trascurabile di 1/1.000.000. I decessi per Coronavirus, a livello mondiale, sono 388 su milione, in Europa il tasso sale a ben 1142. A fronte di questi dati appare sempre più logico procedere comunque con il programma vaccinale.

Questa la teoria, però se sei uno dei familiari del singolo caso su milione, per te non è nè un numero e nemmeno un valore statistico, bensì una persona, un caro, un affetto. Davanti alla perdita di un affetto non esisterà mai giustificazione statistica che tenga.

Ho fatto il vaccino. Aggiornamento 1

Come promesso ieri sera, vi aggiorno su come sta andando il post-vaccinazione.

Intanto, i più attenti nella lettura hanno sicuramente notato che, a causa della stanchezza (oggi potrei dare la colpa al vaccino ma so che non è così), ho commesso molti errori di scrittura nell’articolo di ieri. Stamattina li ho prontamente corretti. Non cambia il senso di quanto scritto ma ho solo reso più fruibile il testo, senza gli errori dovuti all’urgenza di finire l’articolo, prima di andare a tra le braccia di Morfeo.

Stanotte non ho avuto alcun problema a dormire. Nessun dolore o giramento di testa;

Al risveglio ho constatato una maggiore sensibilizzazione nella parte della puntura. Non posso parlare di dolore, però “sento” la parte.

Misurata la temperatura. Sono freddo glaciale come al solito, intorno ai 35°. E’ sempre stata quella la temperatura rilevata con i nuovi termometri a “pistola”.

La sensazione di raffreddore, comprovata da due pacchetti di fazzoletti andati in fumo in poco più di un’ora, è sparita non appena mi sono messo sotto le coperte. Stamattina naso libero.

Per le molte persone preoccupate per i sintomi più gravi, vi tranquillizzo: non mi è passata la fame.

In serata o domani, il prossimo e penso ultimo aggiornamento.

Ho fatto il vaccino

Oggi, 10/03/2021 ho finalmente ricevuto il mio vaccino.

Come tutti sanno, non è facile essere vaccinati. Non ci sono tutte le dosi necessarie e il sistema delle priorità, nonostante sia logico e condiviso dalla maggioranza della popolazione, sta creando forte ansia nelle persone che, desiderando di essere vaccianati, vedono amici e parenti o semplici conoscenti, che si sino già sottoposti a tale pratica. Questo genera un senso di frustrazione simile all’abbandono.

Nel mio posto di lavoro, considerato uno dei servizi oggetto di priorità, è stato proposto a tutti di vaccinarsi. Vediamo allora insieme come sono organizzate le priorità. Si parte con un sistema a 6 fasce di età:

  1. Over 80. Questi costituiscono la prima fascia di popolazione da vaccinare. Assieme a loro e, per essere più precisi, prima di loro, sono stati vaccinati medici, infermieri, personale sanitario e soggetti a rischio per particolari patologie o disabilità. Sono stati definiti soggetti fragili;
  2. Over 75;
  3. Over 70. La seconda e terza fascia sono state distinte solo per agevolare la distribuzione su queste particolari età ritenute maggiormente a rischio, avendo contato circa il 10% di decessi sui contagiati;
  4. I soggetti più a rischio tra i 16 ed i 69 anni. Vengono valutati in base a patologie specifiche;
  5. i soggetti tra i 55 e i 68 anni;
  6. Tra i 18 e i 54 che non siano portatori di altre patologie.

Indipendentemente dalle fasce d’età e dopo tutto il personale sanitario, è stata assegnata una corsia preferenziale agli insegnanti di ogni ordine e grado e agli appartenenti alle forze di polizia e forze armate. Se volessimo essere più precisi, anche in ogni singola categoria di lavoratori sono state assegnte priorità diverse in base alle tipologie di lavoro svolte ma sarebbe lunga e complicata la narrazione e solleverebbe migliaia di domande perchè ognuno di noi avrebbe trovato un metodo diverso e, a proprio dire, migliore per fare un lavoro più capillare e più rapido.

Un paio di giorni fa mi comunicano che oggi avrei ricevuto l’inoculazione del vaccino. Tutti gli esperti virologi con laurea all’università di Facebook hanno pronunciato il loro dotto parere a favore o contro la vaccinazione in generale a partire dal tipo di vaccino che ci sarebbe stato somministrato, l’Astrazeneca, e le specifiche modalità di somministrazione. Tutti abbiamo letto le indicazioni allegate alla scheda per il consenso informato ed è stato un fiorire di ricerche su casi di intolleranze, reazioni gravi e morti legate alle vaccinazioni.

Ho notato che si tende a dare un valore assoluto a fatti statisticamente trascurabili* e ho scoperto mille metodi di prevenzione rischi.

I consigli ricevuti sono stati i più disparati e vanno dal “Conviene prendere una tachipirina la sera prima ed una subito dopo il vaccino”, “bisogna aver sospeso quasiasi farmaco da almeno 24 ore”, “bisogna vaccinarsi a digiuno”, “bisogna vaccianrsi a stomaco pieno”, “bisogna mettere il ghiaccio sul braccio dove ti fanno il vaccino”, “non farti vaccinare sul braccio sinistro perché se ti viene un infarto non rionosci i sintomi” ecc.

Io non mi sono lasciato impressionare e stamattina mi sono presentato al mio appuntamento abbastanza sicuro.

L’inevitabile attesa in sala d’aspetto è stato il momento di maggior tensione. Ripensavo a quanto sentito in mattinata sul dolore al braccio, perché era la voce ricorrente, e sul rischio di passare la notte quasi insonne tra dolori muscolari e mal di testa che, a detta di tutti, domani dovrebbero essere insopportabili e accompagnati da febbre alta.

Mi sono deciso a fare la cronaca di come mi sono sentito dal momento del vaccino fino ad ora e con due piccoli aggiornamenti domani.

  • Puntura sul braccio sinistro. Nessun dolore all’inoculazione. Leggero dolore dopo circa mezz’ora ma passato quasi subito. Sento una maggiore sensibilizzazione sulla parte solo quando sollevo il braccio;
  • Nessuna alterazione di temperatura;
  • Io soffro abitualmente il caldo, anche d’inverno, e oggi mi sembrava di avere più caldo del solito;
  • Buona notizia: il vaccino non fa passare la fame;
  • In serata ho avuto i sintomi del raffreddore che secondo me sono legati al fatto che nel pomeriggio, per il caldo che sentivo, ho passato circa una decina di minuti a torso nudo sul letto;
  • tra gli effetti positivi, la solidarietà di colleghi e amici che mi hanno chiamato per sentire se andava tutto bene;
  • Un collega che è stato vaccinato poco prima di me si lamentava su Facebook che sperava di avere maggiore copertura di campo con il 5G del vaccino ma inceve dovrà aspettare la seconda dose per avere risultati apprezzabili.

Ci sentiamo domani per gli aggiornamenti del caso.

  • “Statisticamente trascurabili” lo metto qua in nota come promemoria più per me che per voi lettori perché è un argomento che merita di essere approfondito, su molti aspetti, con un articolo a parte.

Sanremo 2021

Piccola intromissione nel mondo della musica – di Mauridibe

Quest’anno ho seguito tutte le serate del festival di Sanremo, pur con le immancabili pause di sonnolenza da metà trasmissione in poi. La visione è stata quasi una scelta obbligata, non solo dal piacere di seguire la kermesse alla quale sono legato da anni, da quando con i miei fretelli e genitori facevamo la classifica casalinga, ma anche e soprattutto perché quest’anno eravamo tutti più o meno relegati in casa. Eppure non mancava la concorrenza dei canali tradizionali e delle piattaforme web. Unica critica che muovo all’attuale formula è la durata eccessiva delle serate. Io conterrei la durata di tutte le serate entro la mezzanotte e mezza. Del resto ciò che aumenta la durata sono l’anteprima, gli ospiti e le pubblicità, non l’essenza del concorso canoro. quindi da qualche parte si può riuscire a limare le tempistiche.

Ma veniamo ai vincitori ed ai vinti di Sanremo. La classifica è ormai di dominio pubblico come i testi e le musiche delle canzoni sono entrati nelle orecchie e nelle menti anche dei meno attenti.

Sono felice per la vittoria dei Maneskin, anche se non erano i miei preferiti in assoluto. Hanno presentato un pezzo certamente poco sanremese ma molto carico di energia positiva, un rock tendente al punk e con un tema molto delicato quanto lo è la lotta contro i pregiudizi, qualsiasi tipo di pregiudizio. Un festival che più di un concorso musicale tende ad essere una sfilata di moda, ha giudicato più le apparenze ed il look eccessivamente aggressivo dei 4 giovani vincitori, che non il brano in sè stesso. Solo l’intervento del televoto in cui la componente giovanile ha avuto un peso determinante, ha ribaltato i pronostici che davano per vincitore Ermal Meta. Uno degli aspetti che mi ha colpito positivamente del brano “Zitti e buoni” è stato vedere l’orchestra che si esibiva in virtuosismi che coinvolgevano molto il movimento del corpo, quasi fossero costretti a danzare sulle note che stavano suonando. Questo è già un indice della qualità musicale che andavano ad accompagnare.

Il secondo posto del duo Francesca Michelin e Fedez con Chiamami per nome mi ha sorpreso più della vittoria dei Maneskin. Il vento dei social li ha spinti molto più avanti di dove si trovavano la sera prima. Un brano senza infamia e senza lode, ben cantato ma uno dei tanti, non particolrmente accattivante. L’intesa che hanno creato i due giovani artisti fa presagire nuove future collaborazioni. A furia di tentare, chissà che non venga fuori il pezzo super.

Ermal Meta con Un milione di cose da dirti. Il brano è molto dolce ma assolutamente anonimo dal punto di vista musicale. Oserei dire che nelle votazioni delle prime serate era assolutamente sovrastimato e che il podio è una bella consolazione, la vittoria sarebbe stata un eccesso.

Oltre il podio, ci sono altri interpreti che si sono fatti notare e che secondo me meritano un breve commento personale.

Colapesce e Dimartino hanno portato un pezzo molto orecchiabile, io li avrei visti sul podio se non addirittura vincitori però temo che il mio campanilismo mai sopito, mi spinga ad essere più indulgente verso di loro. Il brano tratta, anche se non direttamente, il tema della necessità di evasione dal nostro tempo pandemico e da tutte le restrizioni fisiche e sociali ed allora ci viene incontro una musica leggera anzi leggerissima per non farci cadere nel buco nero. Un testo quindi apparentemente frivolo ma intensamente legato ai rischi psicologici del periodo che stiamo vivendo. Che il pezzo fosse meritevole di attenzione lo dimostra la vittoria del premio Lucio Dalla assegnato dalla sala stampa.

Willie Peyote è una rivelazione ed ha avuto un ottimo piazzamento con mai dire mai, grazie al tema che ha affrontato, sulla crisi di valori e la tendenza a seguire le varie bandiere e mode senza un ideale concreto. Piacevole il ritornello. Bella l’idea ma difficilmente l’avrei votato.

Max Gazzè, uno dei miei cantanti preferiti mi ha deluso. Belle le performance dal punto di vista dello spettacolo ma il brano, Il farmacista, pur avendo una propria originalità e la solita ironia del cantautore romano, sembra un film già visto. Peccato perché è allegro ed orecchiabile e sarà un sicuro successo commerciale ma non era il massimo per Sanremo.

Mi fermo a questi interpreti anche se su 26, ce ne sono tanti che hanno attirato la mia attenzione per un motivo o per un altro. Tra questi cito solo La rappresentante di lista. Anche in questo caso il look ha avuto un impatto superiore alla performance in se stessa e devo dire che il brano Amare mi è piaciuto di più agli ascolti alla radio che non durante le 4 serate.

Sanremo è sempre Sanremo. Si può amare o odiare ma non restarne indifferenti. Amadeus e Fiorello l’hanno reso meno formale e bacchettone che non in passato. Mi auguro che la corsa al presentatore dell’anno prossimo sia effettuata con mentalità più aperta che non nel recente passato. Si parla molto delle disparità uomini/donne e da molto tempo sostengo che in Italia sarà veramente parità quando vedremo un Sanremo presentato da una donna di elevato spessore artistico. Non ne mancano in Italia. Qualche anno fa avrei visto di buon occhio una presentazione di Raffaella Carrà o di Loretta Goggi, oggi, tra le donne Rai c’è Milly Carlucci ma se fossi io a scegliere, darei carta bianca già da subito ad Adrea Delogu che ha tutte le caratteristiche e le possibilità di dirigere e presentare il più importante evento musicale, di costume e televisivo italiano.

3 febbraio – S.Biagio

Oggi per i catanesi è una data particolare. Nella lunga serie di eventi legati alla festa di Sant’Agata, c’è la giornata che tradizionalmente unisce liturgia e tradizione laica. Nella tarda mattina, nella chiesa di San Biagio, vicino alla sede in cui la giovane santa fu incarcerata e torturata, il Vescovo fa l’offerta della cera. A questa cerimonia sono presenti anche le autorità civili che al termine della celebrazione, verso mezzogiorno circa, fanno rientro alle loro sedi con la cosiddetta “Carrozza del Senato”.

Carrozza del Senato

Le carrozze in realtà sono due, una per Sindaco e Prefetto e l’altra per il Vescovo. Le due berline procedono in processione verso il Municipio ed il Duomo che si trovano nella stessa piazza, scortate dalle candelore.

I 12 grandi ceri votivi lignei, in cui sono scolpite scene della vita e del martirio di Sant’Agata, vengono portati a spalla da robusti devoti, affiliati alle varie congregazioni sociali che tradizionalmente rappresentano la folla dei fedeli e che danno il nome ai ceri: dei fiorai, macellai, artigiani, panettieri, ortolani, giardinieri, pescivendoli, fruttivendoli, pastai, pizzicagnoli, osti, e quelli di quartieri cittadini e del circolo sant’Agata.

Candelore

Le candelore annunciano la festa passando in processione nelle strade cittadine, da circa un mese prima, raccogliendo fondi per pagare parte delle spese legate alla festa e sono sovente precedute da bande musicali. Durante i 3 giorni di festa, dal 3 al 5 febbraio, le candelore sono sempre presenti e precedono il passaggio del feretro della Santa.

Feretro di Sant’Agata trainato dai “Sacchi”, devoti in vestito tradizionale.

La sera del 3, alle 20.00 in piazza Duomo viene normalmente eseguito un concento di musica lirica e sinfonica (Catania è la città di Bellini e mantiene una forte vocazione classica) al quale segue un imponente spettacolo di fuochi pirotecnici.

Quest’anno, a causa del Covid, nel giorno di San Biagio non ci sono le processioni di piazza, niente carrozze, niente candelore, niente concerto e niente fuochi. Tutto cancellato a causa del perdurare della pandemia che arretra molto lentamente.

Resta il fatto che oggi è giorno 3 febbraio, san Biagio. Perchè sono legato a questa data? Perché è l’onomastico di un mio caro amico col quale ho passato più di quattro anni assieme, da ragazzo. Eravamo amici inseparabili. Con Biagio andavo ovunque. C’erano volte che con lui e assieme ad altri amici decidavamo di scalare l’Etna per il solo gusto di dire che avevamo fatto un bel giretto, oppure andavamo al mare, o facevamo incursioni in centro città o nei paesini etnei, mi accompagnava in aeroporto ogni volta che dovevo andare a volare, facevamo il giro delle scuole per fermarci a parlare con le ragazze conosciute le sere prima. Mi ha fatto compagnia sin dai tempi delle superiori, assecondando ogni mio bisogno, fino a dopo il diploma quando mi ha accompagnato per i lavoretti che facevo per avere un po’ di autonomia. Lui conosceva me ed io conoscevo lui. Ci prendavamo cura l’uno dell’altro. Spesso sono stato al suo capezzale quando qualcosa non andava, cercando i migliori rimedi per farlo tornare rapidamente su di giri e lui, sempre riconoscente, mi portava con sè nei miei momenti di sconforto, quando l’unico desiderio era isolarmi da tutto e da tutti e correre velocemente lontano.

Anche quando Biagio era stanco e stremato ed iniziava a bobottare o lamentarsi con strani grugniti, mi era sufficiente chiamarlo con dolcezza e dirgli “Biagio dài, tu sei forte, puoi farcela” e ripartiva di scatto come se non fosse successo niente. Eravamo proprio una bella coppia.

Chi era Biagio? il mio motorino.

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Salvare Venezia – Racconto completo

Racconto inedito di Mauridibe — Gennaio 2021

In fondo alla pagina c’è la possibilità di scaricare il racconto in formato Pdf o di richiedere un Pdf con con dedica personalizzata, firmato dall’autore.

PROLOGO

Mi hanno contattato in ritardo, eccessivo ritardo. Io li avevo messi in guardia più di 45 anni fa che le misure che stavano adottando sarebbero state insufficienti. Erano tutti convinti che il Mose avrebbe salvato Venezia. Certo è stato utile, all’inizio. Ha evitato che l’acqua alta raggiungesse spesso piazza San Marco e devastasse monumenti, case e attività commerciali aiutando la più grande fonte di reddito della città: il turismo.

Quello che non avevano capito, all’inizio, era che stavano perdendo tempo. Le maree di 100-110 centimetri erano state una curiosità interessante, quasi un vezzo, sia per i veneziani e sia per i turisti. Per combatterle era sufficiente difendere il centro storico con semplici paratie e passerelle ed andò avanti per anni perchè le sequenze storiche di maree eccezionali si mantenevano rare e venivano benevolmente sopportate dalla popolazione.

L’alluvione del 1966 aveva fatto capire che era necessario un intervento decisivo per la salvaguardia della storica città. Negli anni ’70 vennero messi in atto interventi legislativi per sovvenzionare seri studi ambientali e cercare soluzioni compatibili con il complesso e delicato ambiente lagunare.

Quando, negli anni ‘80 le maree arrivarono a superare pericolosamente i 140 centimetri due, tre volte l’anno, i veneziani iniziarono ad avere paura e chiedere maggiore velocità alla politica per salvaguardare la parte storica della città che soffriva e stava rapidamente svuotandosi di cittadini in trasferimento sulla terraferma. Il futuro di Venezia, non solo come opera d’arte unica nel suo genere, ma come idea di città viva e da vivere stava progressivamente scomparendo.

L’agitato mare di grandi imprese edilizie aveva subodorato che sarebbe stato mosso un notevole quantitativo di denaro per salvare Venezia. Schiere di imprenditori iniziarono a fare visite frequenti ai sindaci, ai presidenti di regione e persino ai patriarchi. Ogni volta erano accompagnati da esperti veri o millantati, del settore delle maree, botanici, etologi, climatologi e decine di ingegneri. L’obiettivo era convincere che non c’era tempo da perdere e che dovevano iniziare subito le opere colossali per evitare l’inconveniente dell’acqua alta a Venezia. Il rischio era perdere turisti e con loro il fiorente settore alberghiero di lusso, della ristorazione e dell’oggettistica, compresi i vetri di Murano ed i centrini di Burano.

Anche io ero andato nel 1995 a proporre un mio progetto che fu scartato immediatamente perché ritenuto eccessivamente costoso, tecnicamente irrealizzabile e orrendo alla vista. Ero preparato ad una simile risposta e per questo non rimasi per niente scoraggiato, convinto della bontà del progetto, della sua economicità nel tempo e della sua sostenibilità ambientale. Semplicemente, la città ed il mondo non erano pronti per quel tipo di progetti e la paura dell’innovazione fece sventolare bandiere di falso interesse di protezione dell’ambiente lagunare arrivando persino a mettere in discussione le basi scientifiche su cui si basava lo studio dell’innalzamento della temperatura terrestre ed il conseguente innalzamento dei mari. Mi sforzai di spiegare, nei lunghi dibattiti che vennero organizzati in quegli anni, che le temperature sarebbero aumentate ad un ritmo due, tre volte superiore alla rosea previsione degli anni 50 e non c’era tempo da perdere con soluzioni tampone, tipo quella del Mose, che non avrebbero risolto il problema. Gli interventi dovevano essere radicali e decisivi. Nonostante le mie argomentazioni, i pareri negativi sull’impatto ambientale raccolti da tutti i progetti, Mose compreso, erano un chiaro segno che la strada per salvare Venezia, i veneziani e l’ambiente floro-faunistico, sarebbe stata lunga e tortuosa.

Nella peggiore delle tradizioni italiane, tanto più lunga e tortuosa era la strada, tanto più remunerativa sarebbe stata l’impresa per chi creava ostacoli burocratici al solo fine di rimuoverli dietro laute ricompense.

E così, dopo il lungo periodo di gestazione delle fasi progettuali, di verifiche ai fini della coesistenza con le specie animali e vegetali della laguna, dopo le proteste dei pescatori e dopo una pioggia torrenziale di euro che aveva riempito le tasche di politici, ingegneri ed esperti vari e dopo aver fatto tacere, anche con minacce, qualsiasi voce contraria, nacque il Mose. Ultimato nel 2020, venne utilizzato con grande successo subito dopo il suo completamento. C’era da affinare la parte operativa per determinare in maniera univoca chi dovesse decidere se e quando innalzare il Mose, su quali fonti di previsione basarsi e in che tempi compiere l’intera operazione. Però la bella notizia era che, dopo anni di polemiche, il Mose funzionava!

Quello che molti non sapevano era che un comitato scientifico, già da cinque anni prima di quell’evento inaugurale, stava valutando il parametro che non era stato tenuto in debita considerazione nella stesura di quasi tutti i progetti, tranne che nel mio. La temperatura della superficie terrestre stava impennandosi raggiungendo valori impensabili solo 30 anni innanzi.

Le ipotesi che circolavano a quel tempo e comunicate al popolo attraverso la divulgazione scientifica di massa, prospettavano un incremento contenuto entro 2 gradi e, per mezzo di decisive modifiche agli stili produttivi e di vita, figlie dell’accordo di Parigi, di fatto inadempiuti, veniva auspicato di rimanere vicini ai 1,5 gradi, alla fine del 2100. Che illusi!

Alcune ricerche sui ghiacciai dell’Antartide, mi avevano illuminato e mi ero tanto appassionato all’argomento che avevo messo assieme i risultati di molte altre ricerche sugli effetti dei gas serra e sulla produzione di CO2, generando, con l’aiuto di climatologi di fama mondiale, un diagramma di previsione dell’innalzamento della temperatura terrestre.

l punto di non ritorno, secondo i miei studi, sarebbe stato intorno al 2050 con un incremento della temperatura di circa 2,5 gradi e la prospettiva di ulteriori aumenti fino a 6 gradi entro il 2100.

Secondo la mia triste previsione, con l’innalzamento delle temperature di circa 2,5 gradi, rispetto al 1900, il livello di scioglimento dei ghiacciai sarebbe stato catastrofico causando l’elevazione del livello medio del mare fino a 5 metri con l’effetto di far sparire enormi tratti di costa. Il Mediterraneo aveva il vantaggio di essere un mare chiuso per cui era destinato ad essere uno degli ultimi mari a risentire del problema dell’innalzamento del livello medio del mare, ma non ne era esente. Certo una bella notizia ma non per tutti. La fragilità di Venezia non le avrebbe consentito di tollerare innalzamenti superiori ai 60 centimetri, mentre la previsione più rosea dava un valore superiore al metro entro il 2050.

CONTATTO

Una mattina di luglio del 2025, ero disteso a prendere il sole. La zona attorno la “rotonda sul mare” di Isola Verde era uno dei pochi tratti di costa veneta in cui era rimasta della sabbia, e non per mera casualità.

Frequentavo quel lido da inizio millennio, quando tutto il litorale era sabbioso. Nel secolo precedente la spiaggia era larga oltre 50 metri, dai primi anni del XXI secolo si era ridotta a poche decine di metri ed in alcuni tratti era quasi completamente sparita. Quel piccolo tratto di mare aveva mantenuto la spiaggia sabbiosa grazie a me.

Io sono un affermato architetto e sono stato sempre considerato un visionario per la grandezza e raffinatezza dei miei progetti. Nonostante la loro maestosità, i prodotti finali sono risultati più economici di quanto non sembrasse ad un occhio distratto, grazie alla sostenibilità energetica ed ambientale che ripagava in poco tempo una porzione dei costi di costruzione e all’attrattiva che l’opera in sé riusciva a suscitare, attraendo turisti.

Una decina di anni prima, al termine di una delle giornate più calde e ventose della stagione, stavo chiacchierando con Mario, il proprietario del lido, raccontandogli, tra uno spritz ed un prosecco, i lavori più sorprendenti che mi erano stati commissionati in varie aree del mondo. Mario, abitualmente, si divertiva ad ascoltare i racconti di come avevo realizzato un mega hotel nel deserto arabico o un centro commerciale sottomarino in Giappone, quel giorno, invece, Mario aveva manifestato la sua preoccupazione per il fatto che ogni anno il mare mangiasse metri di spiaggia e le dighe messe ai lati e di fronte alla costa non fossero state sufficienti ad arginare l’erosione. Mentre lui parlava, avevo iniziato a fare uno schizzo sulla tovaglietta del bar. Vedendo il mio disegno buttato là come per gioco, quell’uomo aveva capito che era necessario tentare il tutto per tutto, se avesse voluto continuare a gestire un lido balneare. L’anno successivo nacque la Rotonda.

Con un’azione di crowdfunding, il gestore della spiaggia era riuscito a convincere i proprietari del residence confinante ad investire nel progetto. Io avevo portato in dote una lista di sponsor con i quali lavoravo da anni e che credevano in me. Il risultato era stato l’innalzamento di un piccolo tratto della spiaggia, facendolo poi proseguire fin dentro il mare attraverso una larga lingua di roccia che si estendeva per circa 70 metri verso il mare aperto. Più larga e più lunga delle dighe fatte negli anni precedenti nel vano tentativo di trattenere la sabbia, la lingua aveva due diramazioni per lato leggermente inclinate verso la linea di costa. Nella parte interna di ciascuna diramazione erano stati realizzati dei terrazzamenti riempiti di sabbia per formare delle piccole spiaggette o solarium sopraelevati. L’ultima terrazza digradava fino al pelo dell’acqua. L’altezza originaria era di oltre cinque metri ma già mezzo metro abbondante era sparito sotto il crescente livello del mare. La lingua si chiudeva con un maestoso piazzale rotondo dal generoso diametro di 30 metri con bar ristorante a semicerchio, tutto vetri. A protezione del manufatto in mezzo al mare, una diga semicircolare posta a circa 15 metri dalla rotonda. Formava un arco di 180 gradi che dalle estremità si prolungava parallelamente alla lingua per 45 metri verso la costa. I prolungamenti avevano il compito di frangere le onde prima che investissero la lingua e i bracci laterali, mentre l’arco aveva anche il compito di essere la base per quattro pale eoliche.

La Rotonda non era solo la sede del bar con annesso solarium, della pista da ballo e del ristorante con i tavolini vista mare protetti dalle vetrate antivento, era un complesso sistema produttivo. La maggior parte di energia veniva generata dal sapiente sfruttamento del continuo movimento delle correnti e delle maree, attraverso turbine montate nei piloni di sostegno alla struttura. Alcuni piloni avevano anche la funzione di trattenere e separare i detriti che arrivavano copiosi dai fiumi, differenziandoli per tipologia. Tutto il tetto del ristorante era costituito da pannelli solari come gran parte delle pareti e dei rivestimenti delle passerelle. La corrente complessiva generata dalla rotonda era sufficiente per le esigenze del lido, del ristorante e parte del complesso residenziale.

Dopo il successo di quella rotonda, era stato richiesto il mio intervento per la costruzione di rotonde simili a Bibione, Jesolo, Sottomarina ed altre famose spiagge rimaste quasi completamente senza sabbia. L’unica che mi rifiutati di effettuare fu quella di Caorle perché la situazione era già troppo compromessa e difatti l’acqua invadeva già quotidianamente le strade sollevando un terribile puzzo di fognature e rendendo inutilizzabili la maggior parte delle piscine di cui erano ricche i condomini di Duna Verde. Era un vero disastro dal punto di vista ambientale ma finora erano tutti preoccupati per il solo impatto economico subito dai proprietari degli immobili che rischiavano di perdere l’intero valore del proprio investimento.

Mentre mi godevo il sole sulla pelle, disteso sul mio lettino, leggendo l’ennesimo libro giallo, in quella che ormai era diventata una spiaggia d’élite, fui avvicinato da un omone alto e robusto, dal viso rosso paonazzo. Inizialmente pensai che fosse accaldato a causa del suo abbigliamento con giacca sopra la camicia bianca e cravatta che poco si addiceva all’afa di quei giorni ma successivamente mi resi conto che lo strano uomo dai capelli ricci rossi ed il viso lentigginoso era in evidente stato di agitazione, sudava da tutte le parti stringendo al petto una borsa di pelle ormai consumata dal tempo. Dopo essersi accertato che fossi la persona giusta, mi chiese di ascoltarlo su un argomento delicatissimo. Mentre parlava si girava da tutte le parti, guardando in lontananza, quasi avesse paura di essere visto o ascoltato di nascosto. Pensai che fosse paranoico.

Mi aveva detto di essere un dipendente del Provveditorato interregionale per le opere pubbliche del Veneto, l’ex magistrato delle acque di Venezia. Mentre era a lavoro e stava archiviando in digitale una marea di documenti relativi ai progetti per la realizzazione del Mose, si era imbattuto sul mio carteggio ed aveva autonomamente approfondito le documentazioni sui rischi di innalzamento delle acque che avevo allegato. Era arrivato alle mie stesse conclusioni con la differenza che nel 2025 si vedevano concretamente i primi effetti di quanto io avevo previsto oltre 30 anni prima. Aveva sottoposto l’argomento all’attenzione di alcuni funzionari in Regione e due giorni dopo aveva ricevuto lettere anonime con minacce di morte oltre ad un richiamo formale dal Provveditore per aver divulgato materiale d’ufficio.

Successivamente, era riuscito ad entrare in contatto con un influente uomo politico che stava lavorando in Commissione Europea alla stesura di bandi per la protezione degli ambienti costieri. Non mi volle rilevare il nome del politico e nemmeno il proprio. Mi disse di chiamare lui Marte, come il messaggero degli dèi e di attendere per il nome del politico poiché questi non voleva compromettersi entrando in contatto con impresari interessati ai lavori. Io ascoltati con pazienza ed attenzione ma soprattutto con molta diffidenza quell’uomo e alla fine gli dissi che il progetto, così come l’avevo pensato 30 anni prima, non sarebbe più stato realizzabile perché i danni provocati alla costa dall’innalzamento del livello del mare comportavano un completo ridisegno della struttura e temevo che ormai sarebbe stato difficile decidere le priorità di cosa salvare e come. Non gli dissi, ma lo tenni come appunto mentale per me, che i materiali e le tecnologie odierne avrebbero abbassato il costo complessivo dell’opera aumentando l’efficienza e la sostenibilità dell’intero sistema. Sottolineai invece, che nessuno a Venezia sembrava realmente interessato a mettere in discussione la validità del Mose, e non lo avrei fatto nemmeno io.

Ritenevo che il Mose fosse stato utile e poteva continuare ad esserlo per qualche anno ancora, ma era largamente insufficiente per una protezione globale della città. Avevo spiegato i miei dubbi sul Mose nella documentazione tecnica inviata più volte in regione, alla Presidenza del Consiglio, al Ministero per i lavori pubblici, al Magistrato per le acque ed infine esposta in un documentario realizzato una decina di anni prima per una TV straniera per la quale avevo preparato un modello in rendering video 3D con gli effetti dell’innalzamento delle acque e la diminuzione di efficacia del Mose entro un paio di decenni. Spiegai a Marte, mi ero rassegnato a chiamarlo con quello strano nomignolo, che evidenziare in quel momento i limiti del Mose ad appena cinque anni dalla sua inaugurazione e dopo due decenni di dibattiti tra favorevoli e contrari, ingenti spese e lavori interminabili, era logico ma assolutamente improponibile.

Marte mi disse che i veneziani stavano cominciando a comprendere che l’illusione del Mose aveva perso ormai il suo fascino e soprattutto, non appena si sarebbe saputo che sarebbe stata l’Europa a mettere i soldi per il salvataggio di Venezia, sarebbero stati tutti d’accordo per nuove rivoluzionarie idee. Marte era inoltre sicuro che il politico col quale aveva parlato, avrebbe appoggiato il mio progetto perché ne era rimasto affascinato.

Io risposi che ormai avevo finito di fare progetti e che mi stavo godendo il mio meritato riposo. Non avrei mai potuto metter in cantiere un lavoro che avrebbe richiesto non meno di 10-15 anni di realizzazione privandomi probabilmente del gusto di vederlo finito. Stavo bluffando. L’offerta mi aveva lusingato moltissimo ed ero già a conoscenza di quel bando europeo in procinto di essere lanciato per salvare molte delle città costiere di tutta Europa che stavano lentamente scomparendo, con gravi danni dal punto di vista ecologico, economico e infine sociale per il pericoloso movimento migratorio dalla costa alle zone più interne delle nazioni e sempre più spesso anche con movimenti transnazionali. Gli europei che migrano? Sembrava la barzelletta del secolo, invece era triste realtà. Marte apparve deluso dalla mia risposta però non demorse, mi chiese se fossi in spiaggia da solo o in compagnia e se avesse potuto offrirmi il pranzo per approfondire alcuni dettagli prima della mia risposta definitiva. Accettai di pranzare con lui a patto che fosse stato mio ospite. Tramite la app del cellulare prenotai al ristorante della Rotonda un tavolo per due.

A tavola parlammo di alcuni dati tecnici relativi alla reale situazione ambientale della laguna e dell’area costiera veneta. Purtroppo, questi dati sulle maree, sulla salinità, sulla penetrazione delle falde salate nell’entroterra, non apparivano sui giornali e i dati pubblicati sui siti ufficiali del Ministero, del Provveditorato e delle Capitanerie di Porto, erano corretti al ribasso per non allarmare eccessivamente la popolazione. Marte continuava a guardarsi intorno ossessionato dal timore di essere spiato, abbassando il volume della voce fino a farlo diventare un sussurro quando faceva le rivelazioni più importanti o scandalose. Per mia indole, avevo nervi saldi e molto autocontrollo ma la sua apprensione era stata contagiosa ed iniziai anche io a esaminare con circospezione tutte le persone vicine a noi anche se non notavo nulla di anormale. Ci lasciammo con l’impegno di risentirci entro un paio di giorni.

PROGETTO

Dopo l’incontro con il misterioso Marte, feci passare più di una settimana. Era uno stratagemma per vedere se Marte fosse diventato impaziente e mi avesse contattato per primo, nonostante gli avessi espressamente detto di aspettare un mio messaggio in codice al suo cellulare. In realtà mi era servito più tempo del previsto perché un lavoro così totalizzante necessitava della massima concentrazione e la massima professionalità, per cui lavorai duro per garantirmi la collaborazione di uno staff tecnico di prim’ordine mentre mi stavo preparando per dare in sub-appalto ad amici architetti tutti i lavori che avevo in sospeso. Era necessario, adesso, verificare le coperture economiche e politiche che dovevano entrambe essere robuste ed affidabili.

Anche se non avevo ancora accettato il lavoro, stavo studiando le ultime soluzioni tecniche sui materiali e ascoltavo i pareri dei massimi esperti sulla laguna e sui cambiamenti climatici e ingegneri per ambiente e territorio, oltre a decine di biologi marini. Più andavo avanti, maggiori erano le informazioni, spesso contrastanti, che ricevevo e maggiore era il tempo che ritenevo necessario per prendere una decisione ponderata. Realizzare uno dei miei massimi sogni era affascinante, farlo sapendo che potesse creare più danni che apportare vantaggi non rientrava nei miei desideri, anzi mi sarei opposto con tutto me stesso se altri ci avessero provato.

Otto giorni dopo il mio primo contatto con Marte, ricevetti una busta anonima contenente un messaggio molto chiaro e diretto: “Abbandona qualsiasi nuovo progetto se non vuoi affondare anche tu come Venezia”. Non c’era nessun riferimento, la carta era perfettamente pulita e senza impronte, non avevo bisogno di portarlo alla polizia; i miei laboratori erano riusciti a verificare da soli. Nel pomeriggio, venni informato che molti dei tecnici ai quali mi ero rivolto avevano ricevuto telefonate in cui venivano messi in guardia dal collaborare con architetti che avrebbero affondato la loro serietà e credibilità. Nelle telefonate venivano utilizzati in maniera sibillina i termini affondato e pericoloso perché facevano intuire che affondamento e pericolo andavano oltre l’aspetto professionale ma riguardavano la sfera personale. Quello fu l’incentivo maggiore che ricevetti per mandare il mio messaggio in codice a Marte.

Da allora ci fu un continuo via vai di persone nella sede del mio studio a Padova. Lo staff che avevo costituito era imponente e gli uffici erano diventati insufficienti. Affittai un intero capannone abbandonato. L’adattamento per renderlo operativo richiese più di un mese di lavori. Utilizzai le strutture dismesse da una mostra per creare i separé che dividevano i settori di sviluppo del progetto e lasciai libero quasi metà capannone per il montaggio del plastico. Un’opera così imponente non poteva certo ben essere rappresentata da un plastico da tavolino che comunque sarebbe stato realizzato per essere facilmente trasportabile in caso di necessità per la presentazione alle commissioni politiche, tecniche e alla stampa. A conti fatti, tra architetti, ingegneri edili, dei materiali, strutturali, ambientali e tutti i ricercatori dei vari rami necessari, compresi gli artisti per i plastici e i geometri da cantiere che volevo facessero parte del team sin dalle fasi progettuali per non incorrere in errori durante le fasi costruttive, eravamo quasi cento persone. Le risorse che avevo recuperato dai miei sponsor e quelle che erano state messe in campo dal personaggio misterioso che io ormai chiamavo il padrino dell’opera, erano insufficienti. Tra affitto e stipendi non volevo rischiare di anticipare molti soldi per un progetto di cui ancora non sapevamo se interessasse realmente a qualcuno. Così forzai la mano con Marte per avere un incontro con il padrino allo scopo di verificare la concretezza della cordata dei finanziatori e soprattutto del procedimento politico per dare attuazione al progetto.

La risposta fu quantomai evasiva. Ebbi l’impressione che l’interesse verso l’opera fosse scemato. Alzai la voce e dissi a Marte che se mi ero imbattuto in quel progetto faraonico era perché mi era stato chiesto espressamente e non per un mio vezzo, perciò, volevo un incontro immediato col padrino. Marte mi confidò che il progetto di bando europeo stava andando avanti ma proprio quello era il problema. Si erano presentati altri progettisti da tutta Europa ed anche dalla Cina con soluzioni alternative: dighe mobili, iniezioni di gas sotterranei per il sollevamento del terreno, sbarramenti nel basso adriatico per impedire l’accesso alle acque ed altre decine di idee bizzarre. Marte mi raccomandava di tener presente che il finanziamento europeo avrebbe riguardato progetti per tutta l’area del Mediterraneo e non c’era solo Venezia da salvare per cui le idee e le aree di provenienza dei progetti erano molto variegate. Chiesi se fosse un modo per indorare la pillola e se avessero già deciso di affidare il progetto ad altri perché in tal caso avevo due sole possibilità: chiudere e mandare tutti a casa o andare avanti autonomamente e sulle due ipotesi non avevo dubbi: se il padrino non avesse voluto più appoggiarmi avrei corso da solo contro tutti. Lo salutai dicendogli che era l’ultima volta che ci sentivamo.

Due ore dopo ricevetti una telefonata che mi preannunciava la visita del padrino. Il padrino sarebbe arrivato, apposta per parlare con me, direttamente da Bruxelles e perciò volle accertarsi che lo aspettassi in capannone. Arrivò con Marte ed altre due persone, una delle quali aveva l’aria di essere una guardia del corpo. Il padrino mi spiegò che la situazione era molto cambiata dalla prima volta che ci eravamo sentiti. L’approvazione del bando era prossima ed anche a Venezia si erano messi il cuore in pace perché non era in discussione il Mose ma la protezione di tutte le città costiere. Pensai che dovesse essere quello il motivo per cui da giorni non ricevevo più minacce. Chi gestiva il Mose stava presentando delle istanze per agganciarsi con nuove paratie utilizzando questa trance di finanziamenti, Il problema vero era che, secondo il padrino, il mio progetto era troppo costoso, poco esportabile in altre situazioni e c’erano dei seri dubbi dal punto di vista ambientale non per l’ambiente marino o per la flora quanto per gli uomini. Il mio progetto poteva creare grossi condizionamenti comportamentali agli uomini.

OPERA

Era la vecchia storia dell’agorafobia. Ne parlava pure Azimov quando descriveva il pianeta Trantor, capitale dell’Universo, la città-pianeta. In effetti la mia struttura era largamente ispirata a Trantor ma comportava delle enormi differenze. Trantor era un pianeta composto da un’unica megalopoli inscatolata dentro grandi cupole. Le persone non uscivano mai dalle cupole perché l’aria, fuori, era irrespirabile. Nel mio progetto non parlavo di cupola quanto piuttosto di involucri che avrebbero avvolto Venezia e l’ambiente marino prospicente. Chiudere larghe porzioni di spazio abitato da uomini, flora e fauna molto variegati tra ambiente terrestre, aereo, marino, fluviale e lagunare era quasi impensabile. Farlo garantendo a ciascuna specie la libera circolazione tra interno ed esterno e mantenendo il controllo sull’altezza del livello marino era stata per me la grande sfida. E proprio per questo motivo, ne ero convinto, il rischio agorafobia era scongiurato. Il padrino mi disse che non tutti ragionavano con la mia stessa testa ed il solo fatto di pensare Venezia chiusa dentro una bolla di vetro come i souvenir venduti in città, faceva rabbrividire la popolazione, i politici, gli esperti d’arte, gli etologi e gli psicologi che immaginavano di veder moltiplicare gli stati depressivi.

Io tornai a rassicurare il padrino sul progetto ma chiesi a lui maggiore concretezza economica e politica. La fase progettuale avrebbe richiesto almeno diciotto mesi di stipendi ed affitti. Dopo la presentazione del progetto avrei ridotto lo staff a circa 15 persone in attesa dell’aggiudicazione i cui tempi erano incerti. In poche parole, avevo bisogno di sponsor e finanziatori per coprire le spese fisse per non meno di due anni e conoscere i nomi delle persone che avrebbero indubbiamente appoggiato il progetto durante tutto il percorso di valutazione ed approvazione. Il padrino entrò nei dettagli tecnici del bando e mi confermò che parte dei soldi sarebbero stati rifusi anche in caso di non aggiudicazione. Gli feci notare che tramite i miei contatti ero riuscito a mettere in piedi tutta quella struttura ma la cifra da investire sarebbe stata comunque notevole per le mie sole forze per cui, come mi aveva promesso all’inizio, toccava a lui trovare gli adeguati sostegni economici. Il padrino si mise a ridere e mi disse, come mi aspettavo, che normalmente sono gli imprenditori che creano la propria cordata di finanziatori e poi, tramite i finanziatori sollecitano il potere politico, non il contrario. Ero preparato a questa sua risposta ed infatti avevo rafforzato la mia cordata di finanziatori che però mi avevano garantito il sostegno al massimo per due anni. Se nel frattempo i lavori non fossero iniziati, la mancanza di ritorno d’immagine avrebbe indebolito il loro interesse. In realtà entrambi stavamo giocando al gatto col topo e ne eravamo consapevoli. Il Padrino ci tenne a specificare che il suo non era un interesse economico bensì politico. In linea di massima per lui sarebbe stata comunque una vittoria, qualunque progetto fosse stato approvato, pur di far vincere Venezia, nella corsa all’aggiudicazione di questo primo importantissimo bando. Se poi il progetto vincente fosse stato il mio, lo avrebbe preferito perché ne aveva apprezzato la bontà già molti anni prima e ancora oggi lo riteneva più completo di tutti gli altri. Questo era il motivo per cui si era deciso a procurare i finanziatori, movimentando le sue conoscenze nell’ambito bancario, assicurativo e delle partecipate statali.

Ordinai la cena per asporto, per evitare di essere visti assieme in giro ed il padrino ebbe modo di apprezzare che conoscevo ristoranti di ottimo livello in grado di fornire un delizioso pasto a domicilio con tanto di vino pregiato. Durante la cena affrontammo altri aspetti tecnici.

Spiegai al padrino alcune problematiche da risolvere. La prima era l’interferenza con l’aeroporto Marco Polo, che doveva necessariamente stare fuori dall’involucro e per il quale avevo interessato l’ENAC per lo studio delle nuove rotte di avvicinamento. Per l’aeroporto del Lido, utilizzato dal traffico turistico e d’élite, c’erano due sole soluzioni: chiudere l’aeroporto, più semplice ma meno condivisibile, oppure creare un unico punto di accesso a nord-est interrompendo la continuità dell’involucro in direzione Caorle.

Lo scopo dell’involucro, non volevo chiamarlo cupola, era quello di prevenire l’acqua alta ma non solo. L’aumento delle temperature stava già provocando notevoli danni per l’intensità dei fenomeni piovosi ed elettrici che combinati all’azione degli acidi presenti nell’aria stava letteralmente erodendo i monumenti cittadini. Da qui la necessità di coprire quantomeno il centro storico. La soluzione minimalista avrebbe provocato più danni che vantaggi, riducendo veramente la città ad un souvenir invivibile. Bisognava ampliare la protezione e contemporaneamente dare respiro, aria alla città e perché no, anche mantenere una buona visibilità d’insieme, vivendo all’interno dell’involucro. Ma tornando all’unica problematica finora sottoposta all’attenzione del grande pubblico, si doveva principalmente fermare l’acqua alta. Per farlo dovevo isolare il mare. Isolando il mare, ossia creando una barriera continua lungo tutta la linea di costa fatta eccezione per le conche a differente altezza, come nel canale di Panama, per consentire il traffico navale, avrei impedito il libero sbocco verso il mare, delle acque dei fiumi, dei canali e piovane poiché avrebbero trovato uno sbarramento che ne avrebbe impedito il normale deflusso con il rischio di allagamenti per i terreni circostanti, anche fuori dall’area lagunare. A questo problema si aggiungeva quello della libera circolazione dei pesci che da millenni vanno in laguna per la riproduzione ma escono in mare aperto durante la vita normale. E non potevo certo trascurare le esigenze della fauna avicola che sia con le specie stanziali e sia con quelle migratorie aveva la necessità di spazi molto ampi.

Dallo studio fatto in combinazione tra etologi e strutturisti avevo determinato l’altezza massima in 180 metri. Logicamente tale altezza degradava man mano che ci si allontanava dall’arco centrale per finire quasi verticalmente sul mare. Il lato est, quello esposto al mare, sarebbe comunque stato abbastanza imponente con i suoi 50 metri di altezza per lasciare sufficiente mobilità a gabbiani e cormorani. Le problematiche maggiori erano sotto il livello del mare. Per evitare l’innalzamento del livello, il bordo dell’involucro doveva essere saldato sul fondo marino ma per consentire alla laguna di vivere era necessario garantire abbondanti scambi di acqua con relativa flora, fauna e nutrienti. La soluzione era posizionare molti tunnel a profondità variabile e senso di corrente gestito da un apposito centro maree che avrebbe regolato il flusso di acqua in entrata ed uscita col doppio compito di alimentare la laguna e di controllare il livello dell’acqua. Conche di notevoli dimensioni, poste alle foci dei fiumi, avrebbero garantito il normale deflusso dell’acqua fluviale con dispositivi per il trattenimento e smaltimento dei rami e rifiuti vari trasportati a valle e pompe idrovore che avrebbero sollevato l’acqua per farla defluire all’esterno dell’involucro tramite aperture ad un’altezza di circa dieci metri sull’attuale livello del mare, sfruttando ai fini energetici anche l’effetto cascata. Il padrino rimase contento delle molte spiegazioni che gli diedi e mi garantì il suo massimo impegno personale per l’aggiudicazione del progetto.

Come al solito la politica ha tempi molto dilatati e la fase di preparazione del bando richiese due lunghi anni cui seguirono gli studi delle commissioni, le valutazioni di impatto ambientale, blocchi dovuti a ricorsi interminabili. Avevo quasi perso le speranze di vedere realizzato il mio o qualsiasi altro progetto. Come avevo detto all’inizio, salvare Venezia non fu facile. Il livello del mare aumentava vertiginosamente, provocando maree sempre più alte e più durature che nell’ultimo ventennio. Con mia sorpresa, da inizio 2028 vidi arrivare ai miei studi padovani diversi politici regionali, nazionali ed europei, rappresentanti delle organizzazioni produttive di Mestre, rappresentanti sindacali, esercenti, albergatori e gli stessi ambientalisti che solo due anni prima avevano fortemente protestato contro il mio progetto fomentando qualche esagitato che mise una bomba sul retro del capannone provocando danni enormi al deposito attrezzi ed al plastico che preferimmo ricostruire daccapo piuttosto che ripararlo, anche perché gli interventi di modifica fatti nel corso del tempo erano stati essi stessi traumatici per il plastico. Volevano tutti la stessa cosa: cambiare tutto perché alla fine non cambiasse niente, ossia stravolgere Venezia e la laguna pur di rimanere a vivere e lavorare a Venezia. Io dicevo con tono drammatico che qualsiasi progetto minimalista avrebbe messo solo una pezza temporanea ad un processo iniziato molto indietro nel tempo e per il quale non c’era nessuna soluzione. L’unica cosa certa era che se si fosse rimasti inerti ancora qualche anno, Venezia sarebbe sparita sott’acqua, le piazze e i primi piani del centro storico erano destinati ad impantanarsi. Tutte le alternative erano sì interventi traumatici per il territorio ma che avrebbero salvato Venezia come simbolo di civiltà e soprattutto avrebbero consentito agli insediamenti umani di rimanere sul proprio territorio altrimenti tutta la popolazione avrebbe dovuto mettere il proprio fagottino sulle spalle e trasferirsi altrove in Italia, nel resto d’Europa o in Australia come si era fatto per quasi tutto il ventesimo secolo.

MORO

Adesso sono molto vecchio, non riesco più a muovermi autonomamente e devo avvalermi di questo esoscheletro che mi fa camminare quasi senza dolori. La testa fortunatamente funziona ancora abbastanza bene anche se non tanto quanto vorrei per tenere in mano le redini del progetto che si accinge ad arrivare alla sua inaugurazione. Devo piegarmi spesso alle più veloci deduzioni dei nuovi architetti e ingegneri rampanti. Tra le cose che mi rimproverano, quella di non aver mai voluto trovare un nome all’involucro e aver dato modo ai politici di battezzarlo Muraglia Ondulare Regolatrice Oceanografica per trasformarlo nella sigla MORO e far rivivere così il mito del Moro di Venezia mentre i veneziani lo chiamano in maniera simpatica ed affettuosa “ea luganega de vero” per la forma degli involucri che visti dall’alto sembrano proprio tre salsicciotti più o meno omogenei di vetro brillante.

Dentro i salsicciotti la vita è tornata a scorrere naturale. Non si può dire che non si notino, però la loro trasparenza e la cura nella forma architettonica dei supporti all’interno, li rendono facilmente accettabili. Sono stati costruiti venti alberghi a forma di torre, la maggior parte in laguna e raggiungibili solo in barca, cinque sulla terraferma a Sottomarina, Pellestrina, Lido, Sant’Erasmo e Cavallino. Perfettamente rotondi ed alti circa 120 metri che celano al loro interno una robusta anima in acciaio su cui poggiano le travi di sostegno al cosiddetto reticolato minore, quello che supporta la curvatura della volta. Alla fine, anche la popolazione umana si è adeguata, rassegnata, arresa, a seconda del proprio livello di tolleranza e dopo aver superato le ritrosie dovute alla resistenza al cambiamento. Gli uccelli proliferano in questa mega serra lagunare dalla quale possono sempre entrare ed uscire a piacimento attraverso le generose aperture poste su più punti ad altezze diverse. La laguna aveva avuto un contraccolpo iniziale, soprattutto per lo stravolgimento dei lavori in corso ma i pesci e le specie vegetali si sono ambientate più velocemente di quanto non fosse normale pensare. Non era un caso. C’erano stati anni di studi e di impegno di tutto il mio staff in collaborazione con decine di istituzioni pubbliche e private e con le varie associazioni naturalistiche e di volontariato per la protezione ed il ripopolamento dell’ambiente marino.

Nonostante la parziale chiusura dell’involucro, l’aria a Venezia è molto pulita e respirabile. Dall’involucro esterno viene prelevata l’aria più pura, quella in quota, immagazzinata nell’intercapedine, filtrata e trattata con ioni, riscaldata o raffreddata a seconda della stagione attraverso scambiatori di calore ad energia solare e reimmessa in circolo negli strati più bassi riducendo in maniera considerevole le necessità di riscaldamento e condizionamento nelle abitazioni private, nei locali pubblici e negli uffici con enorme risparmio economico ma soprattutto con ridotto impatto ambientale. La pioggia artificiale, tratta dagli strati umidi di aria opportunamente condensata e fatta precipitare uniformemente secondo calendari e orari ben stabiliti per evitare carenza e sovrabbondanza, aiuta gli uomini a pensare di essere in un ambiente naturale e aperto piuttosto che in un ambiente segregato. La struttura a doppio involucro presenta superfici esterne molto inclinate nella parte sommitale per dissipare velocemente eventuali precipitazioni nevose, per avere un angolo di impatto con la grandine molto basso, per scongiurare rotture e per consentire alle superfici vetrate dell’involucro interno di catturare meglio la luce del sole con i pannelli fotovoltaici trasparenti brevettati proprio da un gruppo di studio dell’Università di Venezia da dove ho reclutato il mio team di esperti di materiali fotovoltaici. L’aria non è immobile ma spinta in maniera naturale dalle molteplici aperture per gli uccelli. Sono come dei boccaporti all’interno della struttura. Nel Moro centrale una ventilazione aggiuntiva è garantita dall’apertura molto ampia per i decolli e atterraggi dal Lido.

L’eliminazione dei vaporetti a gasolio sostituiti da quelli a trazione elettrica, e la riduzione di altre fonti di inquinamento da energia fossile, ha contribuito a mantenere ed anzi migliorare la qualità dell’aria. Qualche inconveniente è dato dall’ombra proiettata sulla città e su tutte le zone all’interno dei salsicciotti, dal reticolo metallico per il sostegno delle pesanti e spesse pareti di vetro.

Dall’incrocio degli anelli orizzontali, di uguale altezza, e le travi verticali vengono formati ampi rettangoli a loro volta suddivisi in due triangoli isosceli con la basi affiancate e le punte orientate verso l’alto ed un triangolo capovolto con la base che occupa lo spazio lasciato libero tra le due punte dei triangoli precedenti. I triangoli rettangoli che vengono a formarsi, per completare la figura rettangolare, sono occupati in maniera saltuaria, ma non casuale, dai condizionatori d’aria, dai condensatori di umidità, dagli accumulatori di energia fotovoltaica e statica procurata dallo strofinio del vento, e dalle riserve di acqua.

I tre salsicciotti sono molto simili nella parte vicino al mare e si differenziano parecchio l’uno dall’altro in funzione dell’orografia dell’entroterra. Io li avrei chiamati tranquillamente involucro 1, 2 e 3 ed invece ci sono i tre Mori. Il “Moro di Chioggia” parte dalla foce del Brenta, comprende la spiaggia di Sottomarina e l’isola di Pellestrina. Con i suoi 18 km longitudinali, è il più lungo, ma il più sottile poiché l’unico tratto largo, circa 5,5 KM, è quello per coprire l’intera città di Chioggia, il resto, tranne in qualche punto, si estende per una larghezza massima di poco inferiore al chilometro. Il “Moro di Venezia” comprende il Lido, Venezia, Le Vignole e Murano. Ha una forma vagamente fallica dovendo coprire un’ampiezza di circa 13 km in prossimità della porta Lido per il passaggio delle navi, per poi stringersi a 7,5 km nel tratto sopra Venezia, affinarsi fino alla larghezza di 1,5 km e poi riallargarsi a 3,2 Km per coprire la porta di Malomocco. Il “Moro del Cavallino” lungo 14 Km e largo 8,5 nella sua massima estensione per comprendere le isole di Burano e Trocello, si estende da Punta Sabbioni alle foci del Sile. Sembrava il più semplice da realizzare ma la fragilità del terreno e l’evoluzione dell’erosione marina che aveva invaso molti chilometri di entroterra, aveva reso più difficile stabilire i punti di ancoraggio delle pareti ad ovest e nord.

Finalmente, dopo anni di crisi, i gestori delle spiagge sono tornati a sorridere. Da Sottomarina alla foce del Sile, oltre settantacinque metri di spiaggia con circa trecento metri di mare libero, pulito e con moto ondoso controllato, prima di incontrare le paratie in vetro e metallo che sigillano l’ambiente protetto. Per chi ha voglia di mare aperto basta recarsi in prossimità dei molti canali di uscita ed aspettare il proprio turno entro le paratie. A protezione dalla forza delle onde, in caso di mare molto agitato, per tutta la lunghezza dei salsicciotti, a circa 25 metri di distanza dalle pareti esterne, ci sono larghe muraglie, con frequenti archi per lo scambio delle acque e per il passaggio dei diportisti. Le muraglie sono sfalsate tra di loro per il passaggio di grandi imbarcazioni ed infine presentano aperture più ampie in corrispondenza delle entrate in laguna, per le grandi navi. Le muraglie sono alte più di quindici metri e fanno da base alla fila ordinata di pale eoliche. In alcuni tratti tra le muraglie e l’involucro ci sono strutture simili ai piloni di Isola verde per recuperare l’energia dalle onde e dalle maree.

Temevo che non sarei mai riuscito a vedere questa meraviglia. Ho messo sotto vetro Venezia e con lei Chioggia e quasi un terzo della laguna. A molti non piace, però ho garantito ai posteri la possibilità di vedere la stessa bellezza di cui noi e le generazioni precedenti abbiamo goduto per oltre un millennio. Con mio sommo dolore, non sono riuscito ad includere nel progetto anche la spiaggia di Isola Verde. Mi consolo pensando che al momento ha le sue Rotonde felici (ne sono state realizzate altre quattro negli ultimi anni, non appena fu scoperto che quella spiaggia sarebbe rimasta fuori dagli involucri) e che, se qualcuno vorrà finanziare la chiusura di altri litorali di costa, basterà fare gli studi tecnici dell’ambiente ma il modello della struttura è ampiamente esportabile. Difatti, il mio studio, o meglio lo studio che porta il mio nome ma gestito dalle giovani mani di nuovi architetti emergenti, ha avviato da un paio d’anni la costruzione degli involucri nel golfo di Trieste da Muggia a Monfalcone e anche un tratto della riviera romagnola. Non passeranno molti anni che tutta la costa verrà sigillata. Speriamo che sia sufficiente a salvare città e popolazioni.

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