Sanremo 2021

Piccola intromissione nel mondo della musica – di Mauridibe

Quest’anno ho seguito tutte le serate del festival di Sanremo, pur con le immancabili pause di sonnolenza da metà trasmissione in poi. La visione è stata quasi una scelta obbligata, non solo dal piacere di seguire la kermesse alla quale sono legato da anni, da quando con i miei fretelli e genitori facevamo la classifica casalinga, ma anche e soprattutto perché quest’anno eravamo tutti più o meno relegati in casa. Eppure non mancava la concorrenza dei canali tradizionali e delle piattaforme web. Unica critica che muovo all’attuale formula è la durata eccessiva delle serate. Io conterrei la durata di tutte le serate entro la mezzanotte e mezza. Del resto ciò che aumenta la durata sono l’anteprima, gli ospiti e le pubblicità, non l’essenza del concorso canoro. quindi da qualche parte si può riuscire a limare le tempistiche.

Ma veniamo ai vincitori ed ai vinti di Sanremo. La classifica è ormai di dominio pubblico come i testi e le musiche delle canzoni sono entrati nelle orecchie e nelle menti anche dei meno attenti.

Sono felice per la vittoria dei Maneskin, anche se non erano i miei preferiti in assoluto. Hanno presentato un pezzo certamente poco sanremese ma molto carico di energia positiva, un rock tendente al punk e con un tema molto delicato quanto lo è la lotta contro i pregiudizi, qualsiasi tipo di pregiudizio. Un festival che più di un concorso musicale tende ad essere una sfilata di moda, ha giudicato più le apparenze ed il look eccessivamente aggressivo dei 4 giovani vincitori, che non il brano in sè stesso. Solo l’intervento del televoto in cui la componente giovanile ha avuto un peso determinante, ha ribaltato i pronostici che davano per vincitore Ermal Meta. Uno degli aspetti che mi ha colpito positivamente del brano “Zitti e buoni” è stato vedere l’orchestra che si esibiva in virtuosismi che coinvolgevano molto il movimento del corpo, quasi fossero costretti a danzare sulle note che stavano suonando. Questo è già un indice della qualità musicale che andavano ad accompagnare.

Il secondo posto del duo Francesca Michelin e Fedez con Chiamami per nome mi ha sorpreso più della vittoria dei Maneskin. Il vento dei social li ha spinti molto più avanti di dove si trovavano la sera prima. Un brano senza infamia e senza lode, ben cantato ma uno dei tanti, non particolrmente accattivante. L’intesa che hanno creato i due giovani artisti fa presagire nuove future collaborazioni. A furia di tentare, chissà che non venga fuori il pezzo super.

Ermal Meta con Un milione di cose da dirti. Il brano è molto dolce ma assolutamente anonimo dal punto di vista musicale. Oserei dire che nelle votazioni delle prime serate era assolutamente sovrastimato e che il podio è una bella consolazione, la vittoria sarebbe stata un eccesso.

Oltre il podio, ci sono altri interpreti che si sono fatti notare e che secondo me meritano un breve commento personale.

Colapesce e Dimartino hanno portato un pezzo molto orecchiabile, io li avrei visti sul podio se non addirittura vincitori però temo che il mio campanilismo mai sopito, mi spinga ad essere più indulgente verso di loro. Il brano tratta, anche se non direttamente, il tema della necessità di evasione dal nostro tempo pandemico e da tutte le restrizioni fisiche e sociali ed allora ci viene incontro una musica leggera anzi leggerissima per non farci cadere nel buco nero. Un testo quindi apparentemente frivolo ma intensamente legato ai rischi psicologici del periodo che stiamo vivendo. Che il pezzo fosse meritevole di attenzione lo dimostra la vittoria del premio Lucio Dalla assegnato dalla sala stampa.

Willie Peyote è una rivelazione ed ha avuto un ottimo piazzamento con mai dire mai, grazie al tema che ha affrontato, sulla crisi di valori e la tendenza a seguire le varie bandiere e mode senza un ideale concreto. Piacevole il ritornello. Bella l’idea ma difficilmente l’avrei votato.

Max Gazzè, uno dei miei cantanti preferiti mi ha deluso. Belle le performance dal punto di vista dello spettacolo ma il brano, Il farmacista, pur avendo una propria originalità e la solita ironia del cantautore romano, sembra un film già visto. Peccato perché è allegro ed orecchiabile e sarà un sicuro successo commerciale ma non era il massimo per Sanremo.

Mi fermo a questi interpreti anche se su 26, ce ne sono tanti che hanno attirato la mia attenzione per un motivo o per un altro. Tra questi cito solo La rappresentante di lista. Anche in questo caso il look ha avuto un impatto superiore alla performance in se stessa e devo dire che il brano Amare mi è piaciuto di più agli ascolti alla radio che non durante le 4 serate.

Sanremo è sempre Sanremo. Si può amare o odiare ma non restarne indifferenti. Amadeus e Fiorello l’hanno reso meno formale e bacchettone che non in passato. Mi auguro che la corsa al presentatore dell’anno prossimo sia effettuata con mentalità più aperta che non nel recente passato. Si parla molto delle disparità uomini/donne e da molto tempo sostengo che in Italia sarà veramente parità quando vedremo un Sanremo presentato da una donna di elevato spessore artistico. Non ne mancano in Italia. Qualche anno fa avrei visto di buon occhio una presentazione di Raffaella Carrà o di Loretta Goggi, oggi, tra le donne Rai c’è Milly Carlucci ma se fossi io a scegliere, darei carta bianca già da subito ad Adrea Delogu che ha tutte le caratteristiche e le possibilità di dirigere e presentare il più importante evento musicale, di costume e televisivo italiano.

Libri & Jazz

La calura estiva inizia a scemare e qualche comune organizza, con estrema fatica, le attività culturali di questa estate giunta quasi al termine tra l’euforia della fine del periodo acuto dell’emergenza Covid ed il timore di nuovi focolai. Ci vuole la giusta misura tra iniziative inedite ed il contenimento dell’epidemia.

In questo clima e nella cornice dell’elegante parco Pietro d’Abano a Battaglia Terme, sono riuscito a gustare una pregiatissima serata di Jazz accompagnata da letture di Marco Ferraro tratte dal libro “Natura morta con custodia di sax” di Geoff Dyer.

Scoprire pensieri e scorci di vita dei musicisti che hanno fatto la storia della musica hanno reso più orecchiabili e più penetranti i brani jazz, sentiti decine di volte in passato e mirabilmente riprodotti dal CVC Jazz trio, in accompagnamento al sax e clarinetto basso di Salvatore Pennisi.

Ascoltare il Jazz mi dà la conferma che la musica è eterna, perché reale espressione dell’anima del compositore. Ogni nota mi parla di vita. Che sia dolcezza, amore, disperazione, sofferenza o follia, per me il jazz contiene sempre passione ed è questa passione che mi fa sentire attuali le note scritte dai 70 ai quasi cento anni fa.

I jazzisti, quando eseguono i brani dei giganti del passato, sanno che non possono limitarsi a ripetere i suoni e i silenzi ma devono mettere la loro anima nel fiato che attraversa il sax o la tromba, nelle dita che accarezzano i tasti del piano o le corde del contrabbasso e nel movimento dei polsi che muovono le bacchette per picchiare su piatti e tamburi della batteria.

La serata finisce e vado a casa con le vibrazioni del contrabbasso che risuonano nelle viscere mentre il ricordo delle note acute del sax mi regalano quella malinconica eccitazione tipica del jazz, accompagnata dall’allegria della batteria e della chitarra. Sullo sfondo le storie di molte vite travagliate che hanno lasciato un segno indelebile nella storia della musica.

Bird, 100 anni fa (e volando per sempre) — La Bottega del Barbieri

tre tappe per conoscere o ritrovare Charlie Parker Qui in “bottega” volevamo ospitare una ricca, succulenta scor-data per il centenario della nascita di Charlie Parker, scrivendo noi qualcosa ma soprattutto rubacchiando qua e là. 28 altre parole

Bird, 100 anni fa (e volando per sempre) — La Bottega del Barbieri

Musica live

Mi trovo in un parco. Potrebbe essere uno dei tanti parchi che arricchiscono ed ingentiliscono i nostri paesi e le nostre città ed in questo caso mi trovo nel parco di Battaglia Terme. Sul palco, al centro del viale centrale, immerso tra alberi secolari, un eterogeneo gruppo di strumentisti si sta esibendo. Nulla di anomalo, capita così in molte città virtuose, se non fosse che non tutti i musicisti si conoscono tra loro e stanno suonando i propri strumenti o quelli messi liberamente a disposizione del pubblico.

È penetrante il suono della musica e sento le vibrazioni che mi costringono a muovere le braccia, battere il piede e ondeggiare il fianco. Man mano che aumenta l’attenzione con cui ascolto la musica, mi rendo conto di quali possano essere le emozioni che provano questi artisti, mentre cercano la giusta intesa tra sé stessi e i propri strumenti e con i compagni d’avventura, catturando la nota del basso ed il ritmo della batteria per costruire la loro improvvisazione affinché il proprio contributo sia sinergico nel gruppo, che non sovrasti altri suoni e che faccia parte di un’unica armonia.

Gli strumentisti si alternano, dando spazio anche ai più piccoli che provano questa nuova esperienza di suonare alla pari con gli adulti. Il tutto sotto gli occhi di un pubblico distratto che forse non ha capito appieno la magia che sta avvolgendo il palco dove voci diverse formano un unico coro trovando la giusta intesa sonora.

Quanto mi piacerebbe vedere la stessa intesa tra le persone comuni, in famiglia, per strada, nei luoghi di lavoro e di impegno sociale. Invece, mediamente siamo più attenti a sottolineare le differenze, le opinioni divergenti piuttosto che ricercare la sintonia, l’armonia e la voglia di stare bene assieme, indipendentemente dallo strumento che abbiamo.

La sessione di improvvisazione, finisce, i grilli e le cicale riprendono il loro spazio musicale, oscurato solo per un paio d’ore dalla magia dell’incontro di liberi talenti.