Evoluzione del modello di proprietà.

L’altro giorno, ho sentito un ascoltatore alla radio che comunicava con grande enfasi e soddisfazione di aver venduto casa per vivere in affitto e che, dopo aver compiuto quel passo, si sentiva più felice. Sosteneva, tra l’altro, di non credere più nella proprietà privata. Quella semplice dichiarazione mi ha spinto a fare una serie di ricerche e a portare alla luce i ragionamenti che già covavano in me da lungo tempo. Provo a renderli fruibili a tutti, anche se mi rendo conto che l’argomento non è affatto semplice.

Il concetto di proprietà, soprattutto di proprietà immobiliare è sotto attacco da oltre un secolo, cioè da quando la necessità di superare gli squilibri sociali che c’erano tra il ceto popolare ed i ceti nobiliari a cui si aggiungevano i proprietari terrieri e i nuovi ricchi nati dalla continua ascesa delle attività industriali, aveva portato alle rivoluzioni proletarie sospinte dal vento della nascente ideologia comunista.

Eppure il concetto di proprietà, nel mondo occidentate, ha resistito agli assalti del comunismo e la proprietà privata, negli stati ad orientamento comunista, non è mai veramente sparita e oggi è in fase di rinascita pur sotto forme diverse. La continua evoluzione del concetto di proprietà privata o del suo utilizzo, ha ridotto, negli ultimi anni, il forte appeal che questa suscitava nei confronti della cosiddetta fascia media, di quelli che non sono né ricchi ma nemmeno possono considerarsi poveri avendo fonti di reddito dovute al piccolo commercio, piccolo artigianato o dipendenti a reddito fisso.

In questo quadro, è difficile pensare ad una omogenea diffusione della proprietà privata. Non solo dell’immobile, la prima casa, ma anche di beni di consumo di alto valore tipo l’automobile, la moto, gli elettrodomestici, il cellulare ed altri. Per questi prodotti sono sorti i finanziamenti. In origine venivano utilizzati solo per i grossi acquisti e successivamente hanno proliferato nel campo del finanziamento al consumo in quasi tutti i settori commerciali con possibilità diversificate di rateizzazione degli importi e della durata.

Nel campo automobilistico, diventando insostenibili i prestiti, si è fatto un recente ulteriore passo avanti e sono nati i noleggi di lunga durata che consentono, anche ai privati cittadini, l’utilizzo di automobili per un periodo, generalmente di 3 anni, prima di decidere se rendere indietro il mezzo, prenderne un altro nuovo sempre a noleggio o detenere il mezzo continuando a pagare la quota rimanente (in genere tramite altro finanziamento). Se analizziamo bene, siamo già alla rinuncia alla proprietà privata, quantomeno rinuncia all’idea del possesso. Tale rinuncia è sostenuta da alcuni fattori: l’auto viene vista come una spesa “a perdere” poiché si svaluta molto velocemente, inoltre con la formula del noleggio di lunga durata, c’è il vantaggio che la maggior parte dei contratti prevede, nei primi 3 anni, l’azzeraemnto di tutte le spese di manutenzione e assicurazione per cui non si avranno altre spese al di fuori del carburante. Ecco che la rinuncia alla proprietà viene vista come una forma di risparmio.

Precisazione: la situazione enunciata corrisponde al vero solo se l’acquirente era già orientato alla detenzione del mezzo per un periodo compreso tra i 3 ed i 5 anni ed è quindi riferita ad una fascia di reddito medio-superiore. In genere un reddito medio punta ad ammortizzare il costo di acquisto tra i 5 e gli 8 anni. Redditi inferiori tendono ad allungare la vita del proprio automezzo ben oltre il decimo anno.

Nel caso di beni immobili, siano essi terreni, prime case o abitazioni di villeggiatura, è più difficile immettere il pensiero della convenienza dell’affitto perché le leggi del mercato, per decenni, hanno presentato i beni immobiliari come forme di investimento poichè il cosiddetto prezzo del mattone che comprende anche il costo dei terreni edificabili, è stato artificiosamente fatto aumentare, senza alcuna reale corrispondenza al valore sia del terreno e sia della costruzione.

Le abitazioni, invece, hanno un decadimento nel tempo e necessitano di elevati costi di manutenzione. Nonostante tutto, vengono vendute dopo qualche anno di utilizzo, ad un prezzo superiore rispetto a quello del loro primo acquisto. Il metodo utilizzato dalle società di compravendita, per giustificare l’aumento si basa sul prezzo delle nuove abitazioni nella stessa zona residenziale che in genere è ogni anno più alto. E’ un assurdo! E’ come se io provassi a vendere la mia Multipla di 12 anni a 15.000 Euro o più perché quello è il costo minimo di un’auto nuova, incentivi compresi.

Dopo la crisi del 2008, la bolla speculativa sugli immobili ha avuto un leggero ridimensionamento, ancora insufficiente, secondo me, con una discesa costante ma non marcata fino al 2018, quando si è avuta la stabilizzazione dei prezzi ed il ritorno ad una moderata crescita. Perché la crescita è stata meno pronunciata rispetto a quanto si aspettavano ed auspicavano gli addetti del settore?

La frammentarietà e precarietà del mondo del lavoro, non consente alla maggior parte dei lavoratori una serena programmazione degli acquisti di beni di alto valore e soprattutto degli immobili. Le banche, che dovrebbero facilitare queste operazioni, cercano garanzie che solo un dipendente con parecchi anni di servizio, di ditte solide o del settore pubblico, può riuscire a dare. Da questo deriva un primo fattore di rallentamento nell’economia edilizia. Se ne aggiunge un altro. I comuni, nel fare i propri piani regolatori, oggi stanno molto più attenti che in passato a mantenere non edificabili vaste zone del territorio per rallentare il tasso di crescita delle aree cementificate del nostro Paese. Come ultimo ed importante fattore, bisogna considerare i continui interventi legislativi per il recupero del patrimonio edilizio, che a detta di qualcuno servono solo per far emergere i pagamenti in nero, in realtà hanno la funzione di rallentare la richiesta di nuove abitazioni puntando al recupero, all’efficientamento energetico, alla messa in sicurezza nel campo sismico, messa a norma di impianti elettrici, idraulici e del gas di tutte le vecchie abitazioni che, come dicevo prima, dopo qualche decennio dalla loro costruzione hanno necessità di costosi interventi per cui, ribadisco, non se ne capisce la ragione del continuo e galoppante aumento del valore.

Un altro fattore, a mio avviso, sta facendo da freno al settore edilizio. Nelle nostre città, soprattutto in quelle ad elevata densità abitativa, ci sono interi quartieri che andrebbero ridisegnati per rendere più moderne ed efficienti le zone residenziali. Tale operazione richiederebbe l’abbattimento di un gran numero di palazzi degli anni 50-60-70-80, oggi insicuri, insalubri e spesso nati nell’emergenza abitativa dovuta allo spopolamento delle campagne a favore delle città che sono appunto cresciute in maniera disordinata. La poca lungimiranza delle amministrazioni locali, sospinte da tale necessità ed urgenza, ha creato quartieri abitativi, anche in zone centrali, privi di parcheggi e con un crescente anonimato edilizio che allontana l’abitudine al gusto dell’ordine e della bellezza. L’eccessiva vicinanza dei palazzoni ha inesorabilmente ridotto gli spazi per parchi e spazi liberi di gioco all’aperto. A questo si aggiungono interi quartieri che hanno strade strettissime ed abitazioni fatiscenti di età superiore ad uno, due secoli ma non di valore artistico, architettonico o di memoria per modelli costruttivi testimoni di epoche particolari.

Cosa impedisce la razionalizzazione delle nostre città? L’eccesso di parcellizzazione della proprietà. Provate a pensare ad un condominio di 5 piani, con 3 appartamenti per piano, che dovesse presentare problematiche tali da rendere antieconomico qualsiasi tipo di intervento. Chi mai riuscirebe a convincere tutti i 15 proprietari che sarebbe necessario abbandonare la casa che hanno finito di pagare da pochi anni per abbatterla e ricostruirla? E siamo sicuri che tutti e 15 sarebbero invece propensi a mettere mano al portafogli per i necessari interventi?

Eppure non sono pochi i condomini italiani che necessitano di intervento antisismico, di sigillatura da infiltrazioni di acqua da falde sotterranee, di modifiche all’impianto del metano fuori norma, della sostituzione delle vecchie caldaie a gasolio con nuove forme energetiche e conseguente dismissione o inertizzazione delle cisterne. Non parliamo dell’impianto elettrico perchè doveva essere messo a norma già qualche decina di anni fa, anche se non sempre ciò corrisponde al vero.

Molto spesso tali condomini sono posizionati uno di fianco all’altro amplificando le problematiche non solo dell’abitazione in se stessa ma di tutta la vita di quartiere con file interminabili di auto parcheggiate per strada, spesso oggetto di vandalismi, traffico impazzito, mancanza di piste ciclabili e marciapiedi di dimensioni ridotte.

La soluzione più semplice sarebbe l’abbattimento dell’intero gruppo di condomini e successiva ricostruzione secondo moderne caratteristiche architettoniche che comprendano impiantistica efficiente e a norma, adeguato numero di autorimesse e posti auto coperti, spazi aperti per aree verdi ad uso sociale, alberatura delle strade, ridimensionamento delle sedi stradali in base alle reali necessità, piste o strade ciclabili e quanto altro potrebbe essere utile per ridurre la maggior parte dei rischi compreso quello alluvionale.

Ci sono città in cui sono stati tombinati fiumi e canali di deflusso delle acque piovane e i danni sono stati ingenti. Basti ricordare le due alluvioni di Genova del 2011 e 2014, quella di Sarno, quella delle cinque terre con gli ingenti danni a Vernazza, quella di Refrontolo, quelle del Biellese e non proseguo perché riportare alla memoria in poco tempo tutte quelle distruzioni e morti è già molto doloroso. In queste città si dovrebbe rivedere tutta la gestione del territorio e recuperare il dissesto idrogeologico perpetrato per anni. Non di rado, per la riapertura dei canali di gronda o dei fiumi, l’unico sistema sarebbe l’abbattimento di file di condomini.

Per realizzare questa opera di ridisegno delle aree urbane è necessario che un Ente pubblico o privato possa detenere la proprietà degli immobili al fine di condurre l’opera di abbattimento e ricostruzione, secondo criteri innovativi.

E’ questo il punto centrale. La spasmodica ricerca della proprietà ha di fatto parcellizzato il possesso del bene, con l’un unico effetto di rendere impossibile la programmazione ed attuazione dell’ammodernamento delle città per farle crescere in maniera armonica col territorio, con criteri urbanistici moderni e che siano rispettosi sia delle esigenze abitative e di vita quotidiana e sia dell’ambiente.

Il riutilizzo degli spazi già edificati, contribuirebbe alla riduzione dei prezzi dei terreni perché ne ridurrebbe la richiesta, eviterebbe l’aumento della cementificazione nelle aree periferiche delle nostre città e garantirebbe un mercato degli affitti più equo e sostenibile. Lo sviluppo verticale darebbe anche un nuovo impulso all’architettura italiana che per esprimersi deve ricorrere alle grandi commesse straniere, perché in Patria non c’è un mercato edilizio di alta qualità.

L’edilizia di alta qualità è generalmente legata a concetti di bellezza e modernità e porterebbe con sè il gusto del bello, contribuendo alla modificazione di alcuni comportamenti scorretti, seppur pur non sempre consapevoli, degli abitanti di grandi città e piccoli centri in cui la crescita caotica o lo stato di abbandono hanno portato le persone a trascurare l’ordine, la pulizia e la serenità dei quartieri.

Ho tralasciato un fattore importante. Essere proprietari di un’abitazione è spesso un fatto puramente illusorio. La ricerca spasmodica della proprietà ha fatto impiegare enormi risorse economiche delle famiglie italiane che si sono accollate mutui ipotecari della durata di due/tre decenni favorendo solo i costruttori e le banche che sono diventati di fatto i proprietari del risparmio degli italiani.

In definitiva, sia per motivi economici e sia per motivi ecologici sarebbe meglio incentivare questa modificazione del pensiero che ha messo nel possesso della casa di abitazione quasi un punto di arrivo per potersi considerare una famiglia completa e passare al modello di affitti dinamici, quasi un noleggio a lungo termine, con prezzi abitativi più bassi ed il costante riutilizzo dei terreni per il miglioramento qualitativo delle città. Lo Stato risparmierebbe i soldi degli incentivi che potrebbero essere utilizzati per il recupero edilizio di costruzioni importanti dal punto di vista architettonico e testimonianza culturale del nostro passato.

Zona rossa e Didattica a Distanza

Mantenere sempre l’attenzione sul Coronavirus, stanca anche i lettori più agguerriti e soprattutto contribuisce ad aumentare la sensazione di stress da oppressione per l’oggettiva riduzione degli spazi di libertà personale e per la sensazione di rischio permanente.

Non voglio entrare nei meandri delle discussioni filosofiche e politiche sulla correttezza o meno delle soluzioni proposte dai vari Stati che hanno individuato nella riduzione degli spostamenti delle persone, nella chiusura delle attività commerciali e sociali e nel distanziamento di sicurezza, le armi migliori per rallentare la diffusione del virus. Gli argomenti che mi interessa mettere a fuoco riguardano la situazione italiana e sono: 1) la chiusura dell’attività scolastica in presenza in ogni ordine e grado di istruzione nelle cosiddette zone rosse; 2) il diritto alla disconnessione.

Quando dal pomeriggio di venerdì 12 marzo 2021, girava la voce che anche la regione Veneto sarebbe passata in zona rossa dal lunedì successivo, nelle case della maggior parte degli insegnanti sono iniziate le riunioni con i vari sistemi di videochiamata, compreso l’utilizzo delle stesse piattaforme scolastiche. All’inizio erano solo chiamate per mettersi d’accordo su cosa e come strutturare l’eventuale lavoro con gli alunni, dal lunedì. Le linee di indirizzo di Dirigenti e Presidi erano perlopiù nebulose anche se preparate con largo anticipo, per cui gli obiettivi principali erano quelli di vedere cosa, praticamente, si sarebbe potuto fare. Gli insegnanti più vicini ai gruppi dirigenti cercavano di ricevere le prime istruzioni ufficiose. Immagino anche i presidi che avranno sicuramente avuto un intenso scambio di informazioni, tra di loro e con gli uffici scolastici regionali, per uniformare i comportamenti e massimizzare i frutti del lavoro degli insegnati.

Già dal giorno successivo le riunioni virtuali erano diventate più frequenti ed intense occupando quasi l’intera giornata del sabato fino a tarda sera. Io, marito di una maestra, con i miei familiari facciamo da spettatori e non riusciamo ad entrare nel merito delle tante riunioni ma, personalmente, ho colto che c’erano problemi sulla disponibilità delle piattaforme, sul numero di ore massime che si potevano fare in didattica sincrona (in diretta insegnati e alunni contemporaneamente presenti) e asincrona (lezione registrata dall’insegnate, caricata sulla piattaforma informatica e fruita dagli alunni quando ritenuto opportuno), sulle modalità di assistenza agli alunni con difficoltà da quelle meno impattanti a quelle di maggiore disagio, sulla sicurezza informatica e la tutela della privacy per i ragazzi e per gli insegnati. Particolarmente spinoso, l’argomento dell’utilizzo di software di larga diffusione ma non strettamente dedicati alla didattica, per evitare la saturazione delle piattaforme nate per un utilizzo di supporto agli insegnanti sia per la registrazione e rendicontazione dell’attività scolastica e sia per i rapporti con i genitori. Non era prevista la mole di ore di registrazione e di attività on-line per l’insegnamento per le quali sono risultate sottodimensionate, nel numero di accessi, nella larghezza di banda e nei tempi di risposta, rispetto alla reale necessità di utilizzo in caso di DAD.

Non ho seguito tutte le riunioni del venerdì, sabato e domenica che si sono ripetute con interlocutori spesso diversi in cui gli argomenti venivano ripetuti perchè andavano ad affinarsi gli scenari verso cui la scuola stava andando incontro ma l’impressione che ho avuto è stata quella di un gruppo di insegnanti che avvertivano la gravità del lavoro che avrebbero dovuto affrontare e che non volevano farsi trovare impreparati. Sarà amor proprio, sarà attaccamento al dovere, sarà l’interesse nel futuro dei bambini che sono affidati a loro, fatto sta che le ore di lavoro sviluppate e non riconosciute, in questa situazione emergenziale sono state veramente tante. Se da un lato trovo giustificabile spingere sull’acceleratore per superare un ostacolo imprevisto, non si può pensare che l’efficienza dell’apparato scolastico, così come di quello sanitario, possa durare a lungo quando da oltre un anno i ritmi lavorativi sono di molto superiori a quelli normali, senza pause e, tra l’altro, senza alcuna corrispondenza dal punto di vista retributivo. Di fatto la maggior parte delle ore di lavoro possono tranquillamente essere considerate attività di volontariato che non verrà mai riconosciuto e trascritto nemmeno a livello curricolare (importante per gli insegnanti non di ruolo e per quelli che aspirano a trasferire la sede di insegnamento).

Da anni mi batto per il diritto alla disconnessione, cioè per il diritto alla separazione netta tra quella che è l’attività lavorativa con tutto il suo carico di pensieri e attività da svolgere e l’attività familiare o di svago in cui il lavoro non dovrebbe entrare se non in casi di reale urgenza. L’unico riferimento normativo, in Italia, è la legge 81/2017 sul lavoro agile che prevede espressamente che: «nel rispetto degli obiettivi concordati e delle relative modalità di esecuzione del lavoro autorizzate dal medico del lavoro, nonché delle eventuali fasce di reperibilità, il lavoratore ha diritto alla disconnessione dalle strumentazioni tecnologiche e dalle piattaforme informatiche di lavoro senza che questo possa comportare, di per sé, effetti sulla prosecuzione del rapporto di lavoro o sui trattamenti retributivi». Al di là del lavoro agile, ritengo doveroso che un lavoratore non sia costretto a leggere continuamente i messaggi sul cellullare per essere pronto a rispondere a colleghi o superiori in qualsiasi momento della giornata o della settimana.

A maggior ragione ho trovato esagerato il numero di ore passato al telefono, in chat, in videoriunioni e sulle piattaforme digitali, durante quest’ultimo anno scolastico dalle/gli insegnanti.

La DAD non è necessariamente un male, anzi la trovo una grande opportunità per integrare e potenziare l’insegnamento in presenza ma non può costituire la norma.

Gia da settembre scorso, io avrei adottato un approccio diverso per il rientro a scuola e lo avrei mantenuto per tutto l’anno scolastico. La coperta, tra l’esigenza di considerare centrale l’importanza della scuola e della cultura in genere, ed il rischio di trasmissione del contagio nei gruppi classe, era troppo corta. Alla fine dell’estate scorsa, lo scontro tra i politici nazionali, quelli locali, le varie corporazioni lavorative tiravano questa coperta secondo le esigenze di categoria a di partito piuttosto che pensare ad un progetto razionale. Era stato subito chiaro che uno dei problemi della scuola non era la scuola in se stessa ma gli spostamenti per raggiungere le scuole e gli assembramenti all’esterno delle stesse.

Io avevo pensato ad una soluzione che, con le adeguate modifiche alle arcaiche normative in vigore, sarebbe stata utilizzabile a settembre e potrebbe ancora tornare utile per la ripartenza della didattica in presenza subito dopo le vacanze di Pasqua.

Innanzitutto è necessario fare le opportune distinzioni tra le varie tipologie di scuola poiché sono diverse le età di bambini/ragazzi/genitori interessati.

La scuola dell’infanzia (nido e materna) potrebbe essere riattivata senza alcuna limitazione poichè i protocolli anti-covid già presenti sono sufficienti a mantenere un elevato standard di sicurezza anche laddove vengano consumati i pasti. L’unica attenzione dovrebbe essere la sorveglianza ai cancelli per disperdere immediatamente i genitori che hanno le solite 4 parole da scambiarsi per la durata di lunghissimi quarti d’ora.

La scuola primaria, nella maggior parte dei casi, si trova in un raggio di distanza tale da poter essere raggiunta a piedi e quindi all’aria aperta, cosa che consentirebbe di incentivare le iniziative dei piedibus aumentando il numero di linee. I piedibus hanno lo svantaggio che funzionano solo grazie al volontariato di alcuni genitori ed associazioni e non ricevono alcun contributo pubblico o privato. Un pagamento seppur minimo agli accompagnatori dei piedibus potrebbe ridurre se non azzerare sia il traffico veicolare e sia la permanenza dei genitori davanti ai cancelli scolastici. In queste condizioni non ci sarebbe alcuna problematica ad effettuare l’orario scolastico completo anche per questa fascia d’età, mantenendo le attuali limitazioni alle attività laboratoriali.

La scuola secondaria di primo grado porta subito all’attenzione un gravissimo problema che è totalmente indipendente dalla pandemia. Nel nostro passato ci siamo autonomamente e volontariamente complicati la vita creando leggi masochistiche che, pur avendo l’intento di proteggere, arrecano sovente danni maggiori. L’articolo 591 del Codice penale stabilisce la pena della reclusione da 6 mesi a 5 anni per chi abbandona una persona con meno di 14 anni della quale abbia la custodia o debba prendersi cura. Questo vale anche per l’accompagnamento a scuola. I ragazzi delle medie (e del primo superiore) non potrebbero muoversi autonomamente all’interno del proprio quartiere, della propria città e non potrebbero prendere l’autobus o altri mezzi pubblici. Non solo per andare a scuola ma anche per andare a trovare gli amici, per giocare al parco, per frequentare le attività sportive e la parrocchia. Sappiamo tutti che in realtà già dalla 4^, 5^ elementare i ragazzini che abitano nei pressi della suola vanno spesso da soli, a piedi o in bicicletta, lasciando una grave responsabilità ad insegnanti e personale scolastico che hanno il divieto di farli uscire da scuola se non vedono i genitori o personale affidatario con delega. Questa premessa era d’obbligo perchè io proporrei la scuola in presenza solo per quegli alunni in grado di raggiungere autonomamente a piedi o in bicicletta la sede scolastica, servirebbe magari un patto con i genitori che confermino capacità e volontà dei figli di raggiungere la scuola in autonomia. Gli altri alunni dovrebbero obbligatoriamente usufruire del pulmino scolastico, servizio quest’ultimo che deve essere potenziato perchè altrimenti sarebbe necessario creare un’alternanza tra gruppi di alunni in presenza e in DAD. Dovrebbe essere vietato accompagnare i figli in auto.

La soluzione appena espressa presenta innumerevoli vantaggi sia sul piano scolastico perchè garantirebbe alti livelli di presenza, sia sul piano psicologico dei ragazzi perchè svilupperebbero con maggiore consapevolezza i propri processi di autonomia e sia per la riduzione di stress da parte dei genitori perché avrebbero meno problemi di gestione degli orari. Ultimo ma non trascurabile vantaggio, la riduzione di movimentazione di mezzi privati per il trasporto scolastico e quindi meno traffico e meno inquinamento.

La scuola secondaria di secondo grado ha ragazzi di età molto varie e con problematiche specifiche diverse tra loro. In zona rossa ed arancione proporrei la scuola in presenza solo per le classi prime che hanno la necessità di entrare in un nuovo modo di vivere la scuola ed i rapporti sociali tra coetanei e con gli adulti rappresentati dagli insegnanti e dall’altro personale scolastico. Devono maturare la capacità di movimento autonomo in raggi d’azione più ampi, spesso in città diverse dalle proprie e con la necessità di effettuare molti cambi di mezzi pubblici. Per motivazioni totalmente diverse e legate al momento dell’esame di maturità, trovo necessario che gli alunni delle classi quinte effettuino la didattica in presenza durante l’intero anno scolastico. Le rimanenti classi, potrebbero effettuare la didattica in presenza per due giorni la settimana. Chi gestisce l’orario scolastico dovrebbe fare in maniera tale che nei due giorni in presenza gli alunni incontrino il maggior numero dei propri insegnanti. Il vantaggio evidente è che l’impatto sul trasporto pubblico e sulla viabilità ordinaria verrebbe ridotto ai 3/5 di quello abituale e si eviterebbero i bus sovraffollati e gli ingorghi cittadini. Resta sempre necessario che la mobilità pubblica o alternativa, quali le piste e le strade ciclabili vengano notevolmente incrementate e sostenute pubblicamente.

L’Università di per se non avrebbe alcun problema a gestire le proprie attività in modalità mista tra presenza e DAD, con l’obbligo degli esami in presenza. Il problema vero dell’università è che c’è un indotto enorme che vive alle sue spalle, o meglio alle spalle degli studenti e dei loro genitori, che con la didattica a distanza ha vissuto e sta vivendo una crisi epocale. In questa analisi tralascio le problematiche per tutti i locali pubblici, cinema e teatri che senza la presenza giovanile hanno perso enormi possibilità di guadagno ma che hanno problematiche ben più ampie con i coprifuoco e le chiusure forzate. Mi riferisco al mondo degli affitti, poiché i proprietari si trovano nella necessità di fare dei contratti con periodi certi di occupazione ma gli studenti vogliono pagare solo i periodi di reale sfruttamento degli alloggi per cui si arriva ad uno stallo in cui gli alloggi restano vuoti e gli studenti non riescono a trovare locali idonei ad ospitarli per i periodi necessari a seguire le poche lezioni in presenza. L’aumento delle lezioni in presenza metterebbe più ordine anche in questo settore.

Concludo augurando a tutti noi che il periodo pandemico diventi presto un ricordo del passato. Non sono mai stato convinto che alla fine saremmo stati tutti migliori, come si diceva circa un anno fa, però potremmo diventare più consapevoli di cosa siano le difficoltà oggettive e diventare più tolleranti rispetto le contrarietà che incontreremo nelle nostre vite. Anche l’eccesso di retorica che si sente durante i telegiornali e nelle trasmissioni radiofoniche sulle presunte difficoltà cognitive e relazionali che avranno i nostri ragazzi a casua delle mancate relazioni con coetanei, dal mio punto di vista sono solo seghe mentali che ci facciamo noi adulti. I ragazzi sono veloci a superare qualsiasi tipo di problema in maniera più efficace di come faremmo noi.

G20

Ricordate il G8 di Genova? Vuol dire che non siete giovanissimi o che siete stati attratti dalla cronaca di ciò che avvenne a Genova, nelle strade, nelle piazze e purtroppo nella scuola Diaz e nella caserma Bolzaneto in quel famigerato luglio 2001.

Del motivo di tanta protesta e della sua dura repressione, non se ne ricorda quasi nessuno.

Il G8 era l’evoluzione del G7, un gruppo dei 7 paesi più industrializzati al mondo in cui i rappresentanti governativi, sin dal 1975 si riunivano in incontri definiti informali poiché non erano coinvolti direttamente i capi di Stato o di Governo ma erano limitati a concertazioni sulle politiche economiche. La crescita del ruolo di Mosca, ripresasi dalla durissima crisi seguita alla caduta del muro di Berlino, aveva convinto i G7 (Italia, Canada, Stati Uniti, Giappone, Germania Ovest, Francia e Gran Bretagna) a coinvolgere la Federazione Russa, divenendo di fatto il G8 dal 1998.

In tale contesto erano mutati anche i confini dei dialoghi tra Paesi coinvolgendo anche le sfere della politica e della sicurezza pur non creando un alter-ego del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Probabilmente, proprio l'allargamento degli orizzonti di dialogo e la presenza formale dei Capi di Stato ai summit estivi, avrà fatto temere che stesse per nascere una forma antidemocratica di governo del Mondo in mano a pochi grandi Stati o meglio ai loro Governanti, e questo ha prodotto nel 2001 la variopinta protesta sociale contro il G8, purtroppo sfociata nella cieca violenza da parte di gruppi estremisti internazionali e la dura reazione di frange violente della polizia.

Il velocissimo ritmo di crescita dei Paesi in via di sviluppo ha convinto il G8 ad allargare i propri orizzonti dando vita al G20 comprendente i seguenti Paesi: Arabia Saudita, Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Corea del Sud, Francia, Germania, Giappone, India, Indonesia, Italia, Messico, Regno Unito, Russia, Stati Uniti, Sud Africa, Turchia e Unione Europea che si riunisce dal 1999 a livello di ministri dell’Economia e rappresentanti delle banche centrali ma che dal 2008 ha elevato il proprio ruolo coinvolgendo i Capi di Stato e di Governo.

Non sono poche le critiche sulla forte presenza del continente europeo a discapito di altri continenti tra cui l’Africa che risulta sotto-rappresentata

La presidenza viene assegnata a rotazione e quest’anno spetta all’Italia presiedere i lavori del G20 con una agenda di lavori concordata dalla cosiddetta Troika, composta dalla Presidenza in corso, Italia, da quella precedente, Arabia Saudita e da quella dell’anno successivo, Indonesia.

L’agenda per l’anno in corso prende in considerazione le tematiche della ripresa economica e sociale e del libero accesso alle cure, dopo la crisi pandemica ponendo il fuoco su Persone, Pianeta e Prosperità.

Il vertice conclusivo si terrà a Roma nei giorni 30 e 31 ottobre 2021. Mi auguro che le piccole beghe di quartiere tra i nostri politicanti non facciano sfumare la possibilità attuale di avere un Vertice presieduto da una figura di alto livello internazionale e spostino le loro affannose ricerche di gratificazioni personali, tramite il consenso popolare, al 2022.

Aggiornamenti sulla Carte dei Diritti fonadamentali dell’Unione Europea

L’ingresso della primavera ha risvegliato in me la spinta emotiva alla scrittura e quindi mi sono ricordato che avevo alcuni argomenti in sospeso, come se i mesi invernali me li avessero fatti mettere in letargo con l’assopimento dell’interesse. Ed ecco che sono pronto ad aggiornarvi.

Il fronte dei diritti fondamentali per me è un argomento doppiamente importante, per i diritti in se stessi che sono un indice di civilizzazione delle società e per la loro definizione all’interno della Carta Europea che è il frutto del lavoro congiunto dei rappresentanti delle nazioni che compongono la Comunità Europea. Ai miei occhi il lavoro plurale è da sempre la summa delle sensibilità di più persone; quando tali persone rappresentano popolazioni diverse che si ritrovano in indirizzi comuni di convivenza riguardo i diritti di ciascuna persona, il lavoro fatto diventa un patrimonio collettivo. La parte più difficile è quella di tramutare le parole della carta che potrebbero sembrare semplici elencazioni di principi, in mentalità comune. E qua finisce il lavoro dei politici ed inizia quello dei cittadini.

Vi lascio quindi raccomandandovi la rilettura del mio articolo sulla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea con gli aggiornamenti del 21/03 2021 provenienti, come al solito, dal sito de Lo Spiegone.

Statistiche e persone

Siamo persone e non numeri! – E’ quasi impossibilie che capitino queste cose, eppure a me, purtroppo, è successo! – Sognare di vincere la lotteria è da illusi.

Ho messo insieme alcune frasi fatte, che danno il comune modo di sentire rispetto ad eventi improbabili. Mi serve per iniziare a parlare dei casi statisticamente trascurabili, come anticipato nel mio articolo sulla vaccianzione. La cronaca di questi giorni, sempre legata alla vaccinazione contro il Coronavirus, rende ancora più appropriato quanto avevo già intenzione di comunicare.

Nel periodo estivo, mentre boccheggiamo camminando per le strade roventi, ci convinciamo che la temeratura dell’aria fosse sicuramente superiore ai 40° centigradi ed invece i bravi cronisti di radio e televisione ci spiegano con dovizia di particolari che erano solo 35° ma la temperatura percepita era superiore a quella reale per via dell’umidità. La stessa cosa avviene con la percezione dei casi statistici. Se l’evento crea preoccupazione, il dato statistico di 1 morto, su 1 milione di vaccinati, diventa inaccettabile. Se invece siamo abituati a vivere un evento come possibilità remota e frutto di fatalità, come attraversare la strada sulle strisce pedonali, lo facciamo tranquillamente tutti i giorni eppure il tasso di mortalità in Italia è di ben 8,8 su milione. Similarmente guidiamo l’auto che ha addirittura un tasso di mortalità per incidente di 36 su milione. Quindi anche con i casi statistici relativi a medicinale e vaccini, il rischio percepito è superiore a quello reale. Sia chiaro, non voglio dimostrare che il rischio della vaccinazione sia pari a zero. Il rischio zero è una chimera, non esiste.

Eppure tutti sappiamo che il corpo umano è una macchina molto evoluta, in continuo sviluppo, ma non perfetta e soprattuto l’umanità intera non è composta di esemplari tutti uguali. Ci sono piccolissime, impercettibili differenze tra uomo ed uomo che in condizioni di vita normale quasi non si notano. Anche i migliori hanno piccolissime anomalie o funzionamenti non standard di alcuni apparati. Non sempre sono difetti, saltuariamente ci sono cuori super che permettono prestazioni eccezionali agli atleti, riflessi molto reattivi, cervelli velocissimi nell’elaborazione dei dati e viste e olfatti da supereroi. Un farmaco, per quanto possa essere stato testato su un campione considerevole di persone, potrebbe avere effetti indesiderati per persone con caratteristiche particolari e ancora maggiori sono i rischi quando il soggetto utilizzatore del farmaco ha altre patologie, magari a lui sconosciute.

Come non esiste l’uomo perfetto non può esistere il farmaco perfetto, senza controindicazioni e con reazini identiche sull’intera umanità. La domanda che tutti si stanno facendo in questo periodo è relativa alla validità dei vaccini anti Covid data la velocità con la quale questi sono stati realizzati ed il poco tempo di test sui volontari umani. Viene il dubbio che la popolazione mondiale stia facendo da cavia per il proseguo degli esperimenti.

Dovrebbe tranquillizzare il fatto che su questa pandemia, lo sforzo di ricerca è stato portato avanti comunemente dagli scienziati di tutto il mondo sia per identificare meglio le caratteristiche del virus, e sia per arrivare velocemente a cure condivise e ai fatidici vaccini. Dopo la fase di studio, ogni azienda farmaceutica, spesso finanziata dagli Stati, ha proceduto con metodologie diverse e arrivando a vaccini totalmente diversi l’uno dall’altro. Si hanno infatti i vaccini a RNA messaggero, a subunità o a vettori. Non scendo nei dettagli delle tipologie di vaccini, dato che la mia non è una trattazione scientifica. Non taccio invece sul fatto che i vaccini avrebbero dovuto essere brevettati dagli stati e non dalle case farmaceutiche per ridurre il costo di approvvigionamento e produzione a vantaggio di tutte le popolazioni del mondo. Ma torniamo al nostro tema.

Dopo gli annunci delle performance del vaccino russo, lo Sputnik, che era accreditato del 98% di efficacia, la Pfizer ha modificato il suo primo valore di 88% portandolo al 94,5%. A confronto di questi vaccini, la dichiarazione di AstraZeneca di efficacia intorno al 70% appare risibile e già questo primo fatto getta una luce di scarsa affidabilità sul vaccino. L’opinione pubblica viene ulteriormente allarmata dall’eccessivo accento posto sull’argomento dai dibattiti televisivi e radiofonici. In questo contesto, la notizia di morti improvvise, successive alla somministrazione del vaccino AstraZeneca, ha creato immediatamente il panico.

Ora, ipotizzando che le 6 morti accertate in Europa, rispetto alle 6 milioni di dosi somministrate, siano direttamente correlate ad una reazione al vaccino AstraZeneca, questo valore rientrerebbe in quel dato statisticamente trascurabile di 1/1.000.000. I decessi per Coronavirus, a livello mondiale, sono 388 su milione, in Europa il tasso sale a ben 1142. A fronte di questi dati appare sempre più logico procedere comunque con il programma vaccinale.

Questa la teoria, però se sei uno dei familiari del singolo caso su milione, per te non è nè un numero e nemmeno un valore statistico, bensì una persona, un caro, un affetto. Davanti alla perdita di un affetto non esisterà mai giustificazione statistica che tenga.

Ho fatto il vaccino. Aggiornamento 1

Come promesso ieri sera, vi aggiorno su come sta andando il post-vaccinazione.

Intanto, i più attenti nella lettura hanno sicuramente notato che, a causa della stanchezza (oggi potrei dare la colpa al vaccino ma so che non è così), ho commesso molti errori di scrittura nell’articolo di ieri. Stamattina li ho prontamente corretti. Non cambia il senso di quanto scritto ma ho solo reso più fruibile il testo, senza gli errori dovuti all’urgenza di finire l’articolo, prima di andare a tra le braccia di Morfeo.

Stanotte non ho avuto alcun problema a dormire. Nessun dolore o giramento di testa;

Al risveglio ho constatato una maggiore sensibilizzazione nella parte della puntura. Non posso parlare di dolore, però “sento” la parte.

Misurata la temperatura. Sono freddo glaciale come al solito, intorno ai 35°. E’ sempre stata quella la temperatura rilevata con i nuovi termometri a “pistola”.

La sensazione di raffreddore, comprovata da due pacchetti di fazzoletti andati in fumo in poco più di un’ora, è sparita non appena mi sono messo sotto le coperte. Stamattina naso libero.

Per le molte persone preoccupate per i sintomi più gravi, vi tranquillizzo: non mi è passata la fame.

In serata o domani, il prossimo e penso ultimo aggiornamento.

Ho fatto il vaccino

Oggi, 10/03/2021 ho finalmente ricevuto il mio vaccino.

Come tutti sanno, non è facile essere vaccinati. Non ci sono tutte le dosi necessarie e il sistema delle priorità, nonostante sia logico e condiviso dalla maggioranza della popolazione, sta creando forte ansia nelle persone che, desiderando di essere vaccianati, vedono amici e parenti o semplici conoscenti, che si sino già sottoposti a tale pratica. Questo genera un senso di frustrazione simile all’abbandono.

Nel mio posto di lavoro, considerato uno dei servizi oggetto di priorità, è stato proposto a tutti di vaccinarsi. Vediamo allora insieme come sono organizzate le priorità. Si parte con un sistema a 6 fasce di età:

  1. Over 80. Questi costituiscono la prima fascia di popolazione da vaccinare. Assieme a loro e, per essere più precisi, prima di loro, sono stati vaccinati medici, infermieri, personale sanitario e soggetti a rischio per particolari patologie o disabilità. Sono stati definiti soggetti fragili;
  2. Over 75;
  3. Over 70. La seconda e terza fascia sono state distinte solo per agevolare la distribuzione su queste particolari età ritenute maggiormente a rischio, avendo contato circa il 10% di decessi sui contagiati;
  4. I soggetti più a rischio tra i 16 ed i 69 anni. Vengono valutati in base a patologie specifiche;
  5. i soggetti tra i 55 e i 68 anni;
  6. Tra i 18 e i 54 che non siano portatori di altre patologie.

Indipendentemente dalle fasce d’età e dopo tutto il personale sanitario, è stata assegnata una corsia preferenziale agli insegnanti di ogni ordine e grado e agli appartenenti alle forze di polizia e forze armate. Se volessimo essere più precisi, anche in ogni singola categoria di lavoratori sono state assegnte priorità diverse in base alle tipologie di lavoro svolte ma sarebbe lunga e complicata la narrazione e solleverebbe migliaia di domande perchè ognuno di noi avrebbe trovato un metodo diverso e, a proprio dire, migliore per fare un lavoro più capillare e più rapido.

Un paio di giorni fa mi comunicano che oggi avrei ricevuto l’inoculazione del vaccino. Tutti gli esperti virologi con laurea all’università di Facebook hanno pronunciato il loro dotto parere a favore o contro la vaccinazione in generale a partire dal tipo di vaccino che ci sarebbe stato somministrato, l’Astrazeneca, e le specifiche modalità di somministrazione. Tutti abbiamo letto le indicazioni allegate alla scheda per il consenso informato ed è stato un fiorire di ricerche su casi di intolleranze, reazioni gravi e morti legate alle vaccinazioni.

Ho notato che si tende a dare un valore assoluto a fatti statisticamente trascurabili* e ho scoperto mille metodi di prevenzione rischi.

I consigli ricevuti sono stati i più disparati e vanno dal “Conviene prendere una tachipirina la sera prima ed una subito dopo il vaccino”, “bisogna aver sospeso quasiasi farmaco da almeno 24 ore”, “bisogna vaccinarsi a digiuno”, “bisogna vaccianrsi a stomaco pieno”, “bisogna mettere il ghiaccio sul braccio dove ti fanno il vaccino”, “non farti vaccinare sul braccio sinistro perché se ti viene un infarto non rionosci i sintomi” ecc.

Io non mi sono lasciato impressionare e stamattina mi sono presentato al mio appuntamento abbastanza sicuro.

L’inevitabile attesa in sala d’aspetto è stato il momento di maggior tensione. Ripensavo a quanto sentito in mattinata sul dolore al braccio, perché era la voce ricorrente, e sul rischio di passare la notte quasi insonne tra dolori muscolari e mal di testa che, a detta di tutti, domani dovrebbero essere insopportabili e accompagnati da febbre alta.

Mi sono deciso a fare la cronaca di come mi sono sentito dal momento del vaccino fino ad ora e con due piccoli aggiornamenti domani.

  • Puntura sul braccio sinistro. Nessun dolore all’inoculazione. Leggero dolore dopo circa mezz’ora ma passato quasi subito. Sento una maggiore sensibilizzazione sulla parte solo quando sollevo il braccio;
  • Nessuna alterazione di temperatura;
  • Io soffro abitualmente il caldo, anche d’inverno, e oggi mi sembrava di avere più caldo del solito;
  • Buona notizia: il vaccino non fa passare la fame;
  • In serata ho avuto i sintomi del raffreddore che secondo me sono legati al fatto che nel pomeriggio, per il caldo che sentivo, ho passato circa una decina di minuti a torso nudo sul letto;
  • tra gli effetti positivi, la solidarietà di colleghi e amici che mi hanno chiamato per sentire se andava tutto bene;
  • Un collega che è stato vaccinato poco prima di me si lamentava su Facebook che sperava di avere maggiore copertura di campo con il 5G del vaccino ma inceve dovrà aspettare la seconda dose per avere risultati apprezzabili.

Ci sentiamo domani per gli aggiornamenti del caso.

  • “Statisticamente trascurabili” lo metto qua in nota come promemoria più per me che per voi lettori perché è un argomento che merita di essere approfondito, su molti aspetti, con un articolo a parte.

Sanremo 2021

Piccola intromissione nel mondo della musica – di Mauridibe

Quest’anno ho seguito tutte le serate del festival di Sanremo, pur con le immancabili pause di sonnolenza da metà trasmissione in poi. La visione è stata quasi una scelta obbligata, non solo dal piacere di seguire la kermesse alla quale sono legato da anni, da quando con i miei fretelli e genitori facevamo la classifica casalinga, ma anche e soprattutto perché quest’anno eravamo tutti più o meno relegati in casa. Eppure non mancava la concorrenza dei canali tradizionali e delle piattaforme web. Unica critica che muovo all’attuale formula è la durata eccessiva delle serate. Io conterrei la durata di tutte le serate entro la mezzanotte e mezza. Del resto ciò che aumenta la durata sono l’anteprima, gli ospiti e le pubblicità, non l’essenza del concorso canoro. quindi da qualche parte si può riuscire a limare le tempistiche.

Ma veniamo ai vincitori ed ai vinti di Sanremo. La classifica è ormai di dominio pubblico come i testi e le musiche delle canzoni sono entrati nelle orecchie e nelle menti anche dei meno attenti.

Sono felice per la vittoria dei Maneskin, anche se non erano i miei preferiti in assoluto. Hanno presentato un pezzo certamente poco sanremese ma molto carico di energia positiva, un rock tendente al punk e con un tema molto delicato quanto lo è la lotta contro i pregiudizi, qualsiasi tipo di pregiudizio. Un festival che più di un concorso musicale tende ad essere una sfilata di moda, ha giudicato più le apparenze ed il look eccessivamente aggressivo dei 4 giovani vincitori, che non il brano in sè stesso. Solo l’intervento del televoto in cui la componente giovanile ha avuto un peso determinante, ha ribaltato i pronostici che davano per vincitore Ermal Meta. Uno degli aspetti che mi ha colpito positivamente del brano “Zitti e buoni” è stato vedere l’orchestra che si esibiva in virtuosismi che coinvolgevano molto il movimento del corpo, quasi fossero costretti a danzare sulle note che stavano suonando. Questo è già un indice della qualità musicale che andavano ad accompagnare.

Il secondo posto del duo Francesca Michelin e Fedez con Chiamami per nome mi ha sorpreso più della vittoria dei Maneskin. Il vento dei social li ha spinti molto più avanti di dove si trovavano la sera prima. Un brano senza infamia e senza lode, ben cantato ma uno dei tanti, non particolrmente accattivante. L’intesa che hanno creato i due giovani artisti fa presagire nuove future collaborazioni. A furia di tentare, chissà che non venga fuori il pezzo super.

Ermal Meta con Un milione di cose da dirti. Il brano è molto dolce ma assolutamente anonimo dal punto di vista musicale. Oserei dire che nelle votazioni delle prime serate era assolutamente sovrastimato e che il podio è una bella consolazione, la vittoria sarebbe stata un eccesso.

Oltre il podio, ci sono altri interpreti che si sono fatti notare e che secondo me meritano un breve commento personale.

Colapesce e Dimartino hanno portato un pezzo molto orecchiabile, io li avrei visti sul podio se non addirittura vincitori però temo che il mio campanilismo mai sopito, mi spinga ad essere più indulgente verso di loro. Il brano tratta, anche se non direttamente, il tema della necessità di evasione dal nostro tempo pandemico e da tutte le restrizioni fisiche e sociali ed allora ci viene incontro una musica leggera anzi leggerissima per non farci cadere nel buco nero. Un testo quindi apparentemente frivolo ma intensamente legato ai rischi psicologici del periodo che stiamo vivendo. Che il pezzo fosse meritevole di attenzione lo dimostra la vittoria del premio Lucio Dalla assegnato dalla sala stampa.

Willie Peyote è una rivelazione ed ha avuto un ottimo piazzamento con mai dire mai, grazie al tema che ha affrontato, sulla crisi di valori e la tendenza a seguire le varie bandiere e mode senza un ideale concreto. Piacevole il ritornello. Bella l’idea ma difficilmente l’avrei votato.

Max Gazzè, uno dei miei cantanti preferiti mi ha deluso. Belle le performance dal punto di vista dello spettacolo ma il brano, Il farmacista, pur avendo una propria originalità e la solita ironia del cantautore romano, sembra un film già visto. Peccato perché è allegro ed orecchiabile e sarà un sicuro successo commerciale ma non era il massimo per Sanremo.

Mi fermo a questi interpreti anche se su 26, ce ne sono tanti che hanno attirato la mia attenzione per un motivo o per un altro. Tra questi cito solo La rappresentante di lista. Anche in questo caso il look ha avuto un impatto superiore alla performance in se stessa e devo dire che il brano Amare mi è piaciuto di più agli ascolti alla radio che non durante le 4 serate.

Sanremo è sempre Sanremo. Si può amare o odiare ma non restarne indifferenti. Amadeus e Fiorello l’hanno reso meno formale e bacchettone che non in passato. Mi auguro che la corsa al presentatore dell’anno prossimo sia effettuata con mentalità più aperta che non nel recente passato. Si parla molto delle disparità uomini/donne e da molto tempo sostengo che in Italia sarà veramente parità quando vedremo un Sanremo presentato da una donna di elevato spessore artistico. Non ne mancano in Italia. Qualche anno fa avrei visto di buon occhio una presentazione di Raffaella Carrà o di Loretta Goggi, oggi, tra le donne Rai c’è Milly Carlucci ma se fossi io a scegliere, darei carta bianca già da subito ad Adrea Delogu che ha tutte le caratteristiche e le possibilità di dirigere e presentare il più importante evento musicale, di costume e televisivo italiano.

A. B. Sabin, per non dimenticare perché si vaccina. – da nellamentenelcuore.

Ho trovato questo articolo molto illuminante, non per convincere coloro che siano scettici sulla necessità di vaccinarsi. Quella la considero una battaglia persa perché “a lavare la testa all’asino, si perde tempo, acqua e sapone”. È interessante per la decisione di Sabin di non vincolare il vaccino ad un brevetto. Oggi le case farmaceutiche non hanno dimostrato la stessa umanità e lungimiranza. Mauridibe

Albert Bruce Sabin, nato Abram Saperstein (Biatystok 26 agosto 1906 – Washington 3 marzo 1993),è stato un medico e virologo polacco naturalizzato …

A. B. Sabin, per non dimenticare perché si vaccina.

Il diritto al cibo: a che punto è il diritto internazionale? – Lo Spiegone

Nonostante il diritto al cibo possa naturalmente apparire come uno dei più “elementari” diritti umani ascrivibili ai singoli individui, va rilevato …

Il diritto al cibo: a che punto è il diritto internazionale?