Eravamo 4 amici al bar (immagine generata con AI)

Stamattina ho ascoltato per l’ennesima volta questa stupenda canzone di Gino Paoli. Il ritornello mi risuona nella testa e mi viene, come sempre, voglia di piangere.

Questa meravigliosa poesia musicale ha almeno due piani interpretativi e io avevo sempre privilegiato quello del distacco tra il gruppo di amici ma stamattina ho portato a galla quel piano sommerso, nella mia esperienza di vita, ma che è quello che accomuna la maggior parte dei giovani e degli ex giovani che ascoltano questa canzone.

Ricordo che quasi 40 anni fa scrivevo una lettera (a quel tempo si usava. Non c’erano messaggi, non esisteva internet. Ci si scriveva e si aspettava per giorni anche settimane, una risposta). Ero sveglio durante la notte di un turno di guardia. Erano passati diversi mesi, credo 16, da quando avevo lasciato la mia famiglia, il mio gruppo di amici e le mie abitudini perché avevo vinto un concorso. Adesso ero sergente dell’Aeronautica Militare a oltre 1000 chilometri di distanza dal mio ambiente familiare, da quel gruppo di ragazzi che era cresciuto assieme a me sul sagrato della parrocchia di Monserrato a Catania. Ragazzi di età diverse che si erano ritrovati a diventare amici, a condividere gioie e sofferenze, a giocare a carte, a briscola in 5, nascosti nel laboratorio di una falegnameria ogni domenica pomeriggio per ascoltare le radiocronache delle partite di calcio. Ognuno aveva la propria squadra, non eravamo allineati su un unico pensiero se non per la nostra fede ed il nostro impegno sociale. A quel tempi sognavamo di sconfiggere la thalassemia organizzando gruppi di donatori di sangue. Quando il cronista, l’indimenticato Sandro Ciotti, annunciava “tafferugli sugli spalti” facevamo finta di fare a botte. Era la nostra evasione domenicale durante la quale avevamo un momento intenso di gioco a carte che altro non era che la scusa per parlare di amore, di fede e di politica. Ognuno tifava per la propria squadra di calcio, il proprio partito politico, la propria idea sull’amore e sulla vita. Però ci volevamo bene e questo era sufficiente.

Quando Gino Paoli mi ha sferzato addosso quelle parole che hanno svelato la mia realtà e mi ha detto che eravamo 4 amici al bar ma uno si è impiegato in banca, mi sono reso conto di essere io quello che aveva rotto l’equilibrio del gruppo. Era questo il messaggio che stavo scrivendo ai miei amici durante quella lunga notte di guardia. Mi mancavano i momenti spensierati, i nostri giochi e i nostri sogni di un mondo più giusto e più equo. Ero partito per la mia avventura di lavoro che speravo fosse solo temporaneamente lontano da casa ma che in poco tempo mi ha fatto realizzare che la mia casa era lì nella campagna veneta dove avrei costruito la mia nuova esistenza con la famiglia che stavo formando.

Nel frattempo il gruppo originario di amici si era ulteriormente ristretto. Roberto si era trasferito a Siracusa, non distante quanto me ma sufficientemente lontano per non riuscire più a ricreare i 4 amici che si ritrovano ogni domenica pomeriggio, non al bar ma nella falegnameria. Non erano più il solito gruppo di amici, non c’era il numero giusto per giocare assieme. Un altro si era poi fidanzato e non aveva più avuto il tempo di stare con i pochi superstiti del gruppo di briscola in 5.

Nelle mie giornate padovane mi è capitato spesso di guardare i ragazzi spensierati che si trovavano al bar e che scherzavano tra di loro e allora mi vedevo nella veste dell’unico amico rimasto solo, pur essendo stato io il primo a rompere il gruppo.

Dicevo dei due piani interpretativi. L’altro, forse il più facile da intuire ma il più difficile da comprendere a fondo, è proprio quello del famoso motto: si nasce tutti incendiari e si muore tutti pompieri.

Da ragazzi si hanno mille idee e talvolta la velocità con le quali le si vorrebbe realizzare portano i giovani ad azioni violente, forse imprudenti, per sovvertire lo status quo che altro non è che il modo di vivere stabilito dalla generazione che li ha preceduti. Quel modo di vivere è passato a sua volta da una rivoluzione ma spesso i compromessi per raggiungere un relativo stato di quiete, appiattiscono i sogni politici soprattutto di equità e liberta.

E vengo adesso ai nostri giorni. Ascoltando stamattina la canzone di Gino Paoli ho pensato alle migliaia di ragazzi scesi in strada nei giorni scorsi per nobilissimi ideali che hanno discusso al bar virtuale delle chat il loro programma di lavoro. Vogliono più risorse per la scuola, meno risorse per le guerre, più attenzione alla sanità pubblica invece che privata, un impegno politico per la riduzione dei prezzi che stanno soffocando le famiglie con reddito medio-basso. Insomma più equità sociale.

Giovani e migliaia di meno giovani, compresi sessantenni e settantenni sono scesi pacificamente in strada a gridare le loro rivendicazioni. Nel variegato gruppo di manifestanti c’erano frange più violente, ragazzi che non sono abituati ad accettare un diniego perché non l’hanno mai ricevuto dai propri genitori, che hanno cercato di forzare i posti di blocco per manifestare davanti ai centri del potere e non solo nelle strade periferiche alle quali erano stati relegati dal potere costituito. E qui il potere ha mostrato la propria incapacità comunicativa. Le persone che gestiscono il potere hanno dimenticato che loro stesse hanno fatto parte dei tavolini al bar in cui a gruppetti discutevano del modo migliore di governare il mondo. Non tutti allineati sulla stessa idea ma tutti con lo stesso sogno, migliorare lo stile di vita. Qualcuno con idee più vicine alle persone meno abbienti e altri col pensiero di migliorare la vita solo delle persone più in vista e più ricche perché se loro stanno bene possono passare le briciole ai meno abbienti. Diventare persone ricche è l’obiettivo sociale a cui tutti tendono ma che solo pochissimi potranno raggiungere e nel patinato mondo dei social questa illusione aumenta il senso di insoddisfazione e di disagio personale.

Tutti nasciamo incendiari e tutti moriamo pompieri. Questo mantra mi risuona nella testa ogni volta che ascolto “eravamo quattro amici al bar”. L’età porta sempre a nuovi metodi per ottenere i risultati e spesso gli obiettivi finali sono molto più edulcorati rispetto alle idee giovanili ma il problema vero è che alcuni ex-giovani vedano i ragazzi come un problema, un nemico da abbattere, invece che idee da ascoltare e sostenere, mortificando il ragazzino al bar che sta dentro ciascuno di noi.

Qualcuno mi dirà: e i disordini? le vetrine spaccate?

Ma esiste una sola persona in Italia che pensi realmente che le due cose coincidano? Quello è un altro genere di problema. Non è secondario ma è profondamente più leggero e contemporaneamente più assoluto rispetto alle reali rivendicazioni dei giovani avvenute nei giorni scorsi.

Quella delle vetrine spaccate è delinquenza “fluida”, non organizzata ma realmente presente negli ambiente periferici, con regole proprie avulse da quelle della maggioranza. Forse qualcuno/a che viene dalle borgate capisce di cosa sto parlando, anche se nei discorsi pubblici fa finta di non conoscere queste realtà. Non mancano le regole ma quelle imposte dalla Società non vengono né accettate e né condivise. Nelle periferie urbane, indipendentemente dalla nazionalità di origine dei soggetti, si respira l’aria dell’abbandono da parte dello Stato, dello sfruttamento lavorativo senza alcuna protezione, della necessità di farsi giustizia da soli perché l’opinione pubblica, e spesso lo Stato, ti ha già giudicato in funzione della tua marginalità sociale, quale un pericolo costante, incapace di superare il proprio stato di indigenza, non idoneo a reclamare alcun diritto perché meno partecipe al PIL statale. E, per reazione, il ragionamento di fondo è: se lo Stato non mi vuole io mi rivolto contro il mio Stato.

Mi rendo conto che l’ultimo pensiero sembra esulare dal resto ma volevo solo sottolineare i movimenti realmente organizzati che chiedono miglioramenti delle condizioni di vita, chiedono pace, chiedono prosperità, chiedono possibilità di vivere e lavorare in Italia che sono stati sommersi dalla melma informativa che li ha accomunati ad altri soggetti che in ogni caso stavano manifestando un malessere ma le cui regole non sono corrispondenti al vivere quotidiano della moltitudine di italiani o perlomeno dalla moltitudine rappresentata dai sistemi di informazione.

Incontri culturali: due storie diverse con alcuni punti in comune. Paolo Valandro e Giovanni Ponchio

Tenere il passo con gli incontri del venerdì organizzati dal gruppo culturale Lucia Boaretto non mi è sempre possibile però li trovo interessanti e per questo, quando posso, continuo a scrivere anche solo poche righe per volta per descrivere le emozioni che mi suscitano gli argomenti trattati. Lo devo a me stesso per tenere fede ad un proposito che mi ero fatto ad inizio stagione e lo devo alle persone che leggono volentieri i miei scritti e che sono rimaste senza alcun commento da più di 15 giorni facendo temere in un mio stop comunicativo.

Nel frattempo al centro Bachelet si sono alternati due relatori molto diversi tra loro con tematiche decisamente differenti ma con alcune caratteristiche in comune. Ci hanno parlato entrambi di ambienti vicini a noi: dell’abbazia di Santo Stefano di Carrara, a Due Carrare cioè a pochi chilometri da Battaglia Terme e della città di Padova così come l’ha descritta Dante nella sua Commedia. Per farlo hanno parlato entrambi del medioevo e delle trasformazioni che lo hanno attraversato.

Durante il primo incontro Paolo Valandro, un appassionato di cultura locale ed in particolare del periodo medievale che ha al suo attivo diversi articoli, conferenze, saggi e libri, ha esposto il frutto delle proprie ricerche sull’Abbazia, prossima a festeggiare il primo millennio dalla sua fondazione. Valandro ha infatti intensificato i propri studi per conoscere meglio e diffondere la conoscenza della storia di un importante pezzo di vita sociale e culturale che ha contribuito a creare quello che siamo noi oggi.

L’altro incontro vede un grande ritorno per gli incontri culturali di Battaglia Terme. Si tratta del professore Giovanni Ponchio che, nel presentare il proprio nuovo lavoro letterario: Dante e Padova. Come olio sull’acqua, avvicina il pubblico al pensiero del sommo poeta Dante Alighieri che non ha una buona opinione dei padovani e, pur non nominandoli mai direttamente li dipinge come falsi, fraudolenti e traditori.

Entrambi gli incontri sottolineano l’influenza della famiglia dei Carraresi. Nel primo incontro perché sono stati fondamentali per la nascita dell’Abbazia nel 1027 e per la sua successiva rovina per i contrasti prima con il vescovado di Padova, poi con il tiranno Ezzelino da Romano e quindi con la caduta dei Carraresi per opera dei veneziani ed il conseguente saccheggio a partire dal 1405. Nel secondo incontro perché durante il periodo di influenza dei carraresi a Padova era in atto una grande trasformazione tra una mentalità retrograda e conservatrice e l’innovazione del nuovo metodo scientifico che stava nascendo e sviluppandosi proprio nella città veneta.

L’importanza delle celebrazioni per festeggiare il millesimo anno dell’Abbazia è risultata subito evidente per la presenza dell’assessore alla cultura del comune di Due Carrare, Susanna Minchio, che ha presentato in maniera concisa il programma del prossimo anno invitando i cittadini di Battaglia Terme a partecipare agli eventi che verranno organizzati. Anche il parroco don Francesco Greco, pur non essendo presente, ha mandato un proprio messaggio di saluto.

Valandro ci fa sapere che prima ancora della nascita dell’Abbazia esisteva una chiesa semi-ipogea facente parte di un preesistente monastero benedettino e del quale alcuni fabbricati e forse la stessa chiesa divennero parte integrante dell’Abbazia che crebbe in dimensioni ed estensione dei possedimenti. Molti componenti della dinastia dei carraresi scelsero di essere seppelliti nel chiostro, in tombe a terra, in chiesa, in alcuni mausolei e lungo le mura del complesso architettonico che comprendeva la chiesa abaziale, il chiostro, la casa canonica, il cimitero, campi e fabbriche racchiusi da un muro alternato ad un fossato medievale. All’interno della chiesa sono presenti ancora oggi alcuni favolosi mosaici realizzati con pietre provenienti da tutto il mondo all’epoca conosciuto e realizzati in uno stile simile a quelli di Aquileia. Sono altresì presenti mausolei pregevolmente scolpiti e opere d’arte quali dipinti, fregi e reliquiari che fanno pensare alla presenza di rinomati artisti della corte carrarese.

La presidente del gruppo culturale, Michela Bottaro ha concluso la prima di queste due serate dicendo che adesso, conoscendo la storia dell’Abbazia, ogni volta che si passerà davanti la chiesa di Santo Stefano non si vedrà solo un edificio ma 1000 anni di storia e memoria.

Tornando invece alla Commedia più famosa d’Italia, nelle visione che ne ha dato il professore Ponchio, mirabilmente intervistato da Maurizia Rosada che viene ancora considerata la nostra bibliotecaria sebbene da un paio di anni abbia lasciato la biblioteca cittadina, sono state affrontate molte sfaccettature di quel periodo di cambiamento. Dante non aveva diretti motivi di scontro con la città di Padova o con i suoi cittadini se non per il fatto che la presenza in città di figure di alto spessore dell’umanesimo quali Albertino Mussato e di eminenti professori universitari quali Pietro d’Abano che stavano rivoluzionando gli studi scientifici. Proprio questo movimento culturale che si contrapponeva alla dominante cultura medievale di cui lui stesso era tra i maggiori rappresentanti e potrebbe essere stata la causa dell’astio del poeta. Dante suggerisce che la mentalità fraudolenta padovana si debba al suo fondatore Antenore che con il suggerimento di restituire Elena, stava di fatto istigando al tradimento della propria nazione.

Tra le molte cose esposte dal professore Ponchio mi ha colpito l’informazione che Pietro d’Abano era l’unico professore universitario della città di Padova ad essere padovano perché all’epoca tutti i professori dovevano essere forestieri per evitare il fenomeno del nepotismo. Un fenomeno conosciuto e combattuto con successo 700 anni fa e che oggi invece infesta le università italiane impedendo che il merito premi i giovani professori realmente meritevoli.

Due incontri tanto diversi tra loro e tanto simili che riportano al centro il modo di vivere ai tempi del medioevo e due meravigliose occasioni per per stare insieme e parlare di cultura e di storia locale.

La Fiera delle Parole

A Padova si è tenuta la ventesima edizione della Fiera delle parole dal 30 settembre al 4 ottobre 2026, un insieme di incontri dove le parole, scritte, parlate, sussurrate, erano le protagoniste e dove sono stati presentati decine di libri ma non solo. Nei vari luoghi di questa fiera diffusa, tra il padiglione 11 di Padova Fiere, Palazzo Moroni, Centro Culturale Altinate San Gaetano, Facoltà Teologica del Triveneto, Centro Universitario Padovano, Biblioteca Civica di Padova, Galleria Civica Cavour, varie Librerie pubbliche, Sala Studio teologico, Caffè Pedrocchi, Teatro Verdi, Museo Eremitani, Circolo Culturale Sardo, Chiesa di Santa Caterina, Palazzo Zacco, sono stati organizzati anche laboratori per le scuole con scrittori, musicisti, artisti e giornalisti, offrendo un ampio spettro di approfondimenti adatti a tutte le età, a tutti i ceti sociali e a tutti i livelli culturali.

La prima considerazione che mi sento di fare è che il pubblico della Fiera delle parole, sembrava un corpo unico, non c’erano corse per accaparrarsi i posti, non c’era gente con muso lungo o con parlare aggressivo o arrogante. Le code al firmacopie erano occasioni per commentare positivamente quanto gustato nei minuti precedenti e già dalla seconda conferenza sembrava di conoscere tutti gli ascoltatori. Le pause per un tramezzino o un aperitivo venivano vissute serenamente con il piacere dell’incontro tra persone diverse ma con un interesse comune. Si è creato nei giorni di Fiera un clima fraterno, oserei dire di pace. Quale alchimia può avere provocato quel risultato? Sicuramente la predisposizione all’ascolto e poi il sentimento di gratitudine per le parole ascoltate, ma anche nei confronti di chi ha pensato e organizzato la Fiera reclutando un validissimo e partecipe gruppo di volontari che era sempre vigile e attento alle esigenze di informazioni da parte del pubblico. Ma le protagoniste erano proprio le parole che hanno avuto un effetto di pacificazione col mondo, anche quando queste hanno parlato di resistenza e ribellione.

Io ho seguito solo alcuni eventi, del resto per seguirli tutti sarebbe stato utile il dono della ubiquità, e ho trovato un filo conduttore comune ma soprattutto uno stile caratteristico che ha privilegiato la delicatezza della comunicazione e l’ironia in contrapposizione allo stile urlato dei talk show televisivi e del mondo social. Non sono mancati gli argomenti forti, gli incitamenti a responsabilizzarsi come popolo, alla ribellione contro le ingiustizie e contro l’inerzia del potere politico.

Mi ha sorpreso che molti relatori abbiano fatto riferimento alla loro esperienza scolastica, in particolare del periodo delle elementari e dei rapporti con le insegnanti che erano stati fortemente significativi per loro così come lo erano stati per molti loro compagni di classe e che hanno segnato le fasi di crescita successive degli alunni. Ho trovato molto delicato questo pensiero del ricordo dell’insegnante elementare ma soprattutto sono emersi i due sentimenti fondamentali da parte di questi ex alunni: rispetto e riconoscenza. Non è possibile sapere quale sarà la considerazione che gli adulti di domani avranno delle insegnanti di oggi ma, secondo me, è probabile che le relazioni significative siano ridotte ad una risicata minoranza. Attenzione parlo di relazioni significative non di capacità delle insegnanti o capacità di ascolto dei bambini ma relazioni difficili da creare e mantenere anche, a mio parere, per una eccessiva ingerenza dei genitori. Ma questo è un altro argomento.

Ascoltando gli interventi dei relatori ho finalmente trovato una risposta positiva ad alcuni quesiti che mi ponevo da anni. Dove sono finiti gli intellettuali? perché non si sentono voci al di fuori del coro? In questo periodo di comunicazioni urlate, dibattiti televisivi che somigliano più ad incontri di boxe che a dialettica mi sembrava che mancasse del tutto la categoria degli intellettuali, cioè di coloro che indirizzano il pensiero del popolo con lucide spiegazioni su come vanno le cose, come si interpretano i segnali politici, economici, relazionali e come affrontare con la giusta ironia anche i problemi più seri. L’idea che mi sono fatto è che gli intellettuali non fossero mai spariti ma semplicemente, destituiti dalla loro funzione per mezzo di etichettature denigratorie, erano rimasti inascoltati e abbandonati a se stessi, ridicolizzati e sminuiti, definiti radical-chic, comunisti col rolex, magistratura rossa, e via dicendo. Queste etichette hanno realmente creato un distacco tra popolo e intellettuali perché il pensiero doveva essere relegato a piccoli slogan imparati a memoria. Meglio indottrinare pochi concetti da ripetere come automi che preparare il popolo a fare ragionamenti autonomi. Per questo anche solo parlare di intellettuali suscitava sorriso o imbarazzo

Alla Fiera delle Parole posso dire di aver ritrovato gli intellettuali perché ho sentito e visto pensieri diversi su argomenti molto diversi ma con la capacità di parlare al cuore delle persone, di illuminare la strada sulla via del ritorno a pensieri di pace, di progresso sociale, di giustizia, di equità economica e di conoscenza del funzionamento del nostro corpo e della nostra psiche.

Non farò certo un riassunto di quanto ascoltato ma cercherò una sottolineatura in ciascun argomento:

La prima serata a cui ho partecipato ho avuto una partenza con argomenti abbastanza duri, del resto si parlava di resistenze: guerra, potere e memoria. Ciascuno dei 3 relatori ha parlato del proprio modo di vedere la resistenza. Ha iniziato Jacques Charmelot che attraverso il suo libro “La guerra è merda” ha sintetizzato il destino dei soldati nelle prime linee e dei civili nelle zone di guerra. Micki Gruber ha portato la propria esperienza di coaching nel campo della valorizzazione delle carriere femminili, un diverso campo di guerra ma non meno cruento. Infine Cathy La Torre ha parlato dei diritti violati delle donne. Onestamente devo dire che non era facile seguire il loro filo logico perché gli argomenti li riprendevano più volte, li integravano e si passavano il testimone citando parte dei loro lavori o le motivazioni che li hanno portati a scrivere quei testi. Una cosa però l’ho capita bisogna ritrovare la forza di resistere a chi vuole condannare l’esistenza alla violenza e alla bruttura.

Nella stessa serata ho ascoltato l’economista Carlo Cottarelli che ha parlato di economia facile con il suo libro “Senza giri di parole”. A distanza di tempo sembra difficile fare sintesi di quanto detto dall’economista però la sensazione che anche l’economia di uno Stato possa essere spiegata in maniera da renderla comprensibile alla maggior parte del popolo, mi è rimasta, che i metodi di tassazione già previsti nel passato sono attuabili ancora oggi e infine la mancanza di chiarezza sulla fine che fanno i soldi dei cittadini e che renderebbe più sopportabile il peso della tasse.

La conclusione della serata è stata a dir poco fantastica. La professoressa Antonella Viola ha affrontato il tema dell’amore ma spiegandolo dal punto di vista biochimico. Ci ha fatto visualizzare con l’immaginazione quello che avviene nel nostro corpo quando ci si innamora e quello che serve per mantenere alto il numero di endorfine che sono il motore dell’amore. La sua spiegazione, già affascinante, è stata intervallata da brani scelti ed eseguiti in maniera magistrale dalla cantante Simona Bondanza accompagnata al piano dal Maestro Roberto Gorgazzini rendendo indimenticabile ed emozionante il suo racconto che di fatto altro non era che una lezione universitaria resa ad un pubblico culturalmente eterogeneo. Indimenticabile.

Il giorno successivo era in programma un incontro al quale avrei voluto partecipare ma impegni familiari non me lo hanno consentito. L’argomento è presente nella mia famiglia con diversi cugini e nipoti che lavorano in varie parti d’Europa e io stesso che benché non abbia modificato la nazione ho dovuto migrare dalla Sicilia al Veneto. La giornalista Tiziana Ferrario ha parlato de “La voglia di andarsene” che sta depauperando il futuro dell’Italia. Giovani che studiano e si laureano in Italia ma che fanno le proprie esperienze di ricerca e lavorative all’estero perché il mondo del lavoro in Italia invece di formare le nuove generazioni le sfrutta con stage sottopagati o non pagati e non è certamente uno stimolo a rimanere.

L’evento serale è stato un discorso serissimo ma trattato come se fosse uno spettacolo di cabaret con due giuristi di elevatissimo livello che hanno parlato della giustizia italiana. I due ex magistrati Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo si sono divertiti a schernirsi a vicenda ma hanno illustrato i pregi e i difetti del nostro sistema giudiziario con una semplicità sorprendente. Viene da dire che, adesso che non ci sono finalità politiche legate alla decisione popolare sulla giustizia, la giustizia è stata spiegata meglio e con più dovizia di particolari invece che ripetere le frasi slogan che le due fazioni ci fornivano prima del referendum.

Passa un altro giorno, e aspettare la sera per andare ad ascoltare parole edificanti diventa sempre più arduo. Gli incontri serali portano nuovi linguaggi e nuovi modi di vedere il mondo ed è per questo che la giornata viene vissuta in attesa che venga sera. Mario Calabresi parte da lontano, da quando era un bambino e viveva nella sua Milano e nella sua classe, nella scuola di quartiere c’erano sia il figlio del ciabattino e sia il figlio del notaio che stavano seduti banco a banco e sono cresciuti, hanno fatto le proprie scelte e si sono affermati perché la scuola alla quale si accedeva in base alla residenza faceva crescere tutti in maniera uniforme mentre la scuola di oggi che viene scelta dai genitori a seconda dell’offerta formativa, o meglio in base a quello che puoi spendere, è frammentata e nello stesso quartiere c’è la scuola pubblica e quelle private: quella internazionale, quella confessionale, quella esclusiva. In pratica si sono create barriere tra i bambini e quindi tra le famiglie impedendo quello che è stato per anni l’ascensore sociale.

Tra il pubblico che fa lo spuntino serale al bar in attesa dell’inizio dell’incontro con Gianrico Carofiglio il dibattito è già acceso: Accendere fuochi è un’accezione positiva o negativa? La risposta non si fa attendere perché l’autore precisa che il fuoco della passione fa vedere le persone, dispone all’ascolto e alla fine dei conti è il primo atto per il cambiamento.

Deve ancora iniziare l’ultima serata e già la nostalgia di questo angolo di mondo e delle sue parole si fa sentire. Da domani le parole buone dovremo trovarle noi ma intanto godiamoci gli ultimi momenti. Lo scrittore Ascanio Celestini rispolvera la figura di Pasolini. Un personaggio scomodo che ha combattuto contro il fascismo ma da qualcuno è stato considerato fascista, è stato espulso dal partito comunista ma lui era e si sentiva pienamente comunista, ha descritto un’Italia che usciva dalla povertà e si avviava al boom economico che voleva ammodernarsi ma restava bigotta e stereotipata. Di lui dice Celestini che ha avuto due vite, quella sua, quella che ha vissuto e quella che raccontano gli altri da dopo la sua morte.

Quale chiusura più degna poteva esserci per questa rassegna? Una bella chiacchierata anzi un bel monologo di Massimo Gramellini che ha spostato l’accento sugli eroi. Non quelli dei film, delle guerre ma gli eroi di tutti i giorni, quelli che con le loro decisioni, le loro azioni, cambiano la storia, la rendono più piacevole da vivere. Un libro che racconta brevi episodi di vita reale nei quali una persona decide di cambiare il corso degli eventi decidendo di non restare a guardare, di agire per il bene degli altri ma anche per il proprio bene, perché fare del bene fa stare bene.

E adesso che la Fiera delle parole è finita non mi resta che provare a rendere attuali le parole ascoltate e tramutarle in azione.

Incontro culturale: Gli egizi. Di Paolo Castellani

Gli incontri del Venerdì organizzati dal gruppo culturale “Lucia Boaretto” continuano a stupire con le novità proposte. Dopo la positiva esperienza fatta lo scorso anno con la storia del medioevo presentata dal dott. Franco Giacometti, quest’anno a fianco di professionisti della scrittura e della divulgazione culturale, viene proposta la scoperta dei talenti di comuni cittadini, appassionati di specifiche materie, che si offrono di mettere a servizio della comunità culturale le proprie conoscenze.

Venerdì scorso è stato il momento di Paolo Castellani, un pensionato con la passione del popolo egizio.

Castellani ha iniziato la propria esposizione puntualizzando che lui è un dilettante e spiegando la doppia accezione del termine in quanto lui si interessa alla storia e alla cultura egiziana per proprio diletto, senza velleità promozionali di se stesso quale esperto o profondo conoscitore della materia; lui ha semplicemente visitato i luoghi e ne è rimasto affascinato tanto da fargli nascere il desiderio di studiare, documentarsi e raccogliere immagini riguardanti il popolo egizio. La seconda accezione di dilettante è quella che comunemente viene vista in maniera negativa e contrapposta al professionista. Anche questa secondo me è invece un pregio perché la personale ricerca storico-geografica-culturale viene messa a disposizione delle persone con umiltà, senza sagacia e nella consapevolezza di non essere esaustivo o di non poter rispondere a tutte le eventuali domande che dovessero venire dal pubblico, e nonostante questo, mettersi in gioco, al solo scopo di condividere con gli altri il frutto del proprio studio e delle proprie conoscenze.

Questa premessa di Castellani è stata utile per perdonare le sue carenze comunicative dovute all’emozione, alla limitata tecnica microfonica (cosa che lo accomuna a molti altri divulgatori ben più navigati), il non perfetto allineamento tra gli argomenti trattati e le immagini proposte tramite videoproiettore e la carente gestione del tempo che lo ha costretto a fare salti espositivi e tagli verticali quando si era reso conto che aveva sforato rispetto alla finestra oraria assegnata.

Ma sembra che io voglia parlare solo delle cose che non sono andate bene, invece è proprio il contrario. Voglio evidenziare come dalle parole e dalle immagini proposte, molte delle quali riprese personalmente da Castellani in terra egiziana, un cosiddetto dilettante sia riuscito a far immergere gli ascoltatori nel mondo di un popolo ancora parzialmente misterioso che aveva nel culto della morte e della rinascita gran parte del proprio credo religioso.

Durante questa immersione abbiamo scoperto alcuni metodi di lettura dei geroglifici, abbiamo conosciuto parte del loro alfabeto e le similitudini con caratteri e parole di altre civiltà antiche dell’area della mesopotania facendoci intuire l’ampiezza degli scambi economici e culturali già presenti in epoche molto remote e inimmaginabili con i mezzi di trasporto e le tecnologie del tempo.

Abbiamo ripassato le conoscenze scolastiche riguardanti la geografia dell’antico Egitto, del corso del Nilo e ricordato che le benefiche inondazioni fertilizzavano il rigoglioso delta del principale fiume africano. Abbiamo visto le piramidi ossia le opere architettoniche che da secoli affascinano l’umanità con la loro imponente maestosità. Abbiamo scoperto, o forse solo ricontestualizzato una verità scomoda, che la ricchezza di reperti nei musei pubblici e privati europei e mondiali non sono frutto di accordi ma in massima parte sono il risultato di un furto continuo e prolungato perpetrato dai ricercatori e collezionisti privati che hanno depredato l’Egitto della propria ricchezza archeologica.

Molte altre informazioni stavano per essere fornite da Castellani ma lo scorrere del tempo ha imposto un necessario taglio da parte di Michela Bottaro, curatrice della rassegna e presidente del gruppo culturale.

Partecipare a questi incontri è un rifornirsi ogni volta di boccate di ossigeno per rivitalizzare il pensiero, spingere alla curiosità e stimolare il dialogo costruttivo tra gli spettatori. Ma anche far emergere importanti conoscenze che altrimenti resterebbero solo nell’ambito privato o della ristretta cerchia di amicizie, come ha fatto per il suo e per il nostro diletto Paolo Castellani.

Emergenza editoria

Ieri ho sistemato le librerie di casa mia e mi sono accorto che il mondo dell’editoria ha una grandissima emergenza con evidente vuoto legislativo.

Tutti a pensare alle lobby politiche, alle pressioni dei potenti della terra, alla distorsione delle notizie per creare allarmismi, paure e per distogliere l’attenzione dai fatti importanti con inutili gossip. No, non mi riferisco a queste faccende che ci sono state, ci sono e ci saranno sempre. Mi riferisco ad un problema ben più grave e che crea immensi problemi a milioni di italiani: la giungla delle dimensioni dei libri, soprattutto per quelli dei bambini e quelli di divulgazione geografica, storica e perfino per quelli dedicati alla scuola.

I libri dovrebbero avere formati standard con tolleranze di pochi millimetri .

Non un unico formato per tutto, ma ben quattro formati: piccolo, medio, grande, maxi

Perché è giusto che per i bambini ci siamo formati più piccoli e formati maxi ma le forme e le misure devono essere standardizzate. Molti editori giustificano i formati paradossali con esigenze editoriali.

Ma se è vero che c’è una specifica esigenza editoriale è giusto che l’editore si accolli il rischio di immettere sul mercato una siffatta edizione pagando per tutto l’anno successivo una maggiorazione del 2% sulle tasse. Non solo su quel libro, altrimenti farebbe ricadere il costo sul consumatore, ma su tutto il suo fatturato. Se è una vera esigenza sarà ben disposto a subirne il costo.

Attualmente il formato medio è quello utilizzato per i libri di maggiore successo e nel quale si registra il maggior numero di similitudini di forma però anche in questo formato ci sono ingiustificate spinte ad allungare l’altezza o la larghezza della pagina di più centimetri compromettendo la possibilità di fare ordine nelle scaffalature domestiche.i

I testi scolastici sono un mondo a parte: elementari (per i puristi primarie di primo grado, ecc.) con formati grandi, medie con formati che non rispondono a nessuno degli standard proposti, superiori con alcuni formati medi, alcuni grandi e alcuni fuori standard, università regno delle fotocopie con libri (qua si chiamano rigorosamente testi universitari altrimenti i professori si offendono) che hanno prezzi stratosferici. Nei libri scolastici ed universitari esiste poi un altro doppio problema: l’edizione di quest’anno fra sei mesi sarà vetusta e non accettata in classe dagli insegnanti per cui sparisce quasi del tutto il mondo dell’acquisto di seconda mano. In compenso per garantire una maggiore durata ai libri si usano carte lucide che durano di più nel tempo (a che scopo se poi non vale più questa edizione?) però pesano di più e influiscono negativamente sul peso trasportato dagli alunni. Inoltre la carta lucida riflette la luce creando difficoltà nella lettura. Un ritorno alla carta comune che ha costi più contenuti sarà sicuramente benvenuto e se gli editori non vogliono modificare autonomamente è bene che vengano costretti a farlo per legge.

L’intervento del legislatore risulta quindi necessario per riportare alla normalità questo settore in cui è mancato per anni un poco di buonsenso.

Un ‘ultima norma dovrebbe essere inserita in questa fantomatica legge sull’editoria. Se per lo scostamento dal formato standard per esigenze editoriali, può essere sufficiente un aumento della tassazione, per chi decide di scrivere il titolo sul dorso del libro nel senso inverso rispetto allo standard dovrebbe essere prevista la galera, senza sconto di pena e senza detenzione alternativa.

Incontro culturale: Fulvio Ervas – L’insalvabile

Ricominciano gli incontri culturali del venerdì a Battaglia Terme con il Gruppo culturale “Lucia Boaretto”. E si inizia alla grande.

Ho ascoltato il professore e autore Fulvio Ervas con molta attenzione ma a fine presentazione ero basito, folgorato e demoralizzato dai suoi ragionamenti sul clima, sull’inquinamento della laguna, sulle opere costose e già non più utili quali il MOSE e l’inerzia di istituzioni e dei singoli cittadini che aspettano che il peggio passi, perché pensano che prima o poi dovrà passare e non si sentono parte del problema mentre potrebbero essere addirittura parte attiva della soluzione contribuendo a creare il pensiero collettivo che abbia il fine di modificare le azioni dei governi, della ricerca scientifica e delle multinazionali. La descrizione della situazione fatta con competenza e passione, partendo dalla vera protagonista del racconto che è Venezia, mi ha spiazzato e mi ha fatto dimenticare le domande che avevo sul libro. Domande che erano nate dal fatto di scoprire che con questo libro debutta un nuovo personaggio l’ispettrice Laura Bertelli che sostituisce la figura dell’ispettore Stucky, ormai di casa nei canali televisivi Rai.

Nel presentare l’ispettrice, Ervas ha sottolineato un aspetto che mi ha piacevolmente colpito perché l’autore ha scelto per i suoi romanzi ispettori e non commissari. Gli ispettori sono gli operai, i manovali dell’indagine, quelli che si sporcano le mani, che suonano ai campanelli delle case, che si scontrano con le persone mentre i commissari sono i titolari, i capi che hanno la responsabilità ma lavorano più in ufficio che sul campo. Mi è piaciuto perché la società di oggi esalta il capo e non dà voce al popolo mentre Ervas ribalta la situazione rendendo i personaggi più veritieri e vicini al lettore.

La domanda che avrei voluto porre riguardava proprio il personaggio femminile; lui aveva già detto che è più complicato mettersi nei panni di una donna, cercare di ragionare come una donna, farle fare lo stesso mestiere di un uomo, che fino a qualche decennio fa era precluso alle donne, e tenere presente il femminino che non lascia libera la mente nemmeno un istante dagli impegni della propria casa, dall’attenzione verso i figli, e che fa fare i conti con la propria sensibilità e con una umanità più empatica rispetto a quella maschile e che ogni tanto deve essere dolorosamente contrastata per metterle un freno.

La domanda era proprio in questi termini: mettersi nei panni di una donna e ragionare e agire da donna può essere difficile ma non impossibile. Quello che credo sia impossibile è riuscire ad imbastire tutto il romanzo come se fosse pensato e visto da una donna. Secondo me, la voce narrante sarà inequivocabilmente maschile nel romanzo scritto da un uomo. Secondo lei professore è necessaria questa armonizzazione tra protagonista femminile e sguardo femminile dell’intera narrazione o per il pubblico è totalmente trasparente, non percepita, per cui non necessaria?

Verrò ad ascoltare la risposta alle sue future presentazioni.

Domenica 9/6

Stamattina ho indossato i sandali, pantaloncino sportivo e t-shirt per andare al mare nonostante la caligine rendesse il cielo grigio.

Ho preparato il necessario per la mia giornata in spiaggia con asciugamani, creme solari e alcuni stuzzichini per placare gli immancabili morsi della fame.

A parte, uno zainetto con indumenti di ricambio: pantalone elegante, camicia e scarpe chiuse. Perché portare anche quel materiale?

Per andare a votare.

A votare ci si va quando si vuole, quando si può ma ci si va con l’atteggiamento di chi è conscio che sta partecipando ad un atto contemporaneamente personale e comunitario di assoluta importanza.

Ci si veste bene, ci si prepara, perché è un gesto che esprime uno dei momenti di più alta libertà. La scelta.

Non è vero che non cambia mai nulla, cambia sensibilmente il modo di governare se i governanti sanno che saranno soggetti al giudizio del popolo.

Non lasciamo che le decisioni siano prese come se fosse una contesa tra loro, tra gli occupanti del palazzo, che possano decidere in base solo ai propri umori, gelosie, invidie ed interessi personali o di partito.

Loro, i governanti e gli amministratori dei paesi, delle città, delle regioni, devono sapere che il popolo li segue, li guarda, li controlla e decide se tenerli o cestinarli tramite un gesto semplicissimo ma di massima importanza: il voto.

Nel recente film di Paola Cortellesi è stato mostrato quanto sia stato desiderato il voto, come atto rivoluzionario e di autodeterminazione. Nella pellicola viene evidenziata la prima opportunità di voto per le donne, che già di per sé è stata una novità assoluta ma solo pochi anni prima votavano solo i ricchi, non c’era il suffragio universale. E per un lungo ventennio non era stato possibile esprimere il proprio dissenso rispetto alle decisioni del governante-dittatore di turno.

Vogliamo veramente autoeliminarci questo diritto disertando il voto? No!!

Non sprechiamo questa opportunità ed esprimiamo il nostro pensiero con il gesto semplicissimo ma di immenso valore: un segno con la matita sul foglio elettorale.

Il parlamento europeo viene visto come una cosa distante dai cittadini ma influisce in moltissime decisioni del nostro quotidiano. Sentiamoci più europei e decidiamo chi e come ci deve rappresentare.

Mettiamoci il vestito buono, quello della domenica e andiamo a votare

Buona elezione a tutti.

Demis Caccin – Gli specchi di Dionisio

Opera prima di questo novello autore che sicuramente riuscirà a catturare l’attenzione di molti lettori, Gli specchi di Dionisio è una racolta di racconti che ad una prima lettura lasciano disarmati. Da un lato lo stile letterario ben costruito, con una raffinata ricerca del lessico, che danno l’impressione di leggere un testo di autori classici, dall’altro gli argomenti trattati che non sono di immediata comprensione e che attingono molto da un mondo onirico in cui la realtà non è perfettamente distinguibile dalla fantasia del sogno o delle proiezioni create dalle personali paure.

I racconti, seppure separati ed indipendenti l’uno dall’altro, sono diligentemente raccolti in una cronologia che va dal periodo preistorico in cui i protagonisti vivono nelle caverne, ai giorni nostri in cui l’uomo è immerso nelle continue contraddizioni della nostra modernità. Se vogliamo trovare un comune filo conduttore nei diversi racconti possiamo dire che questo sia la ricerca della conoscenza. Conoscenza del sè, delle reali potenzialità della mente umana, della taumaturgia e dello sciamanismo col fine ultimo della cura.

In nessuno dei racconti la conoscenza o l’erudizione nasce da sè, improvvisamente, ma necessita del ricorso all’ascolto di maestri, saggi, alchimisti, sacerdoti di dottrine religiose o dottrine sociali elevate a dogmi dalla fede dei proseliti. Ai maestri non è possibile trasgredire, pena l’isolamento o la morte. Solo chi ha la pazienza di ascoltare e mettere in pratica a lungo gli insegnamenti può verificare il proprio stato di illunìminazione attraverso alcune prove di iniziazione che portano a diventare a propria volta maestri o semplicemente prendere atto della propria maturità per vivere in maniera cosciente, lenire i dolori del fisico e della psiche a vantaggio delle persone non illuminate del proprio villaggio o cerchia sociale. Si può arrivare a insinuare il dubbio in persone che vivono da anni seguendo la propria prassi religiosa forse non sorretta da una adeguata fede, anche se il costo è quello della propria vita, persa senza rimpianti perché con la convinzione di seguire la propria giusta via.

Credo che l’autore voglia spingere il lettore ad elevare il proprio pensiero e la propria curiosità consigliandogli di non soffermarsi solo sulle cose oggettive, materiali ma di chiedersi se ci sia una dimensione più spirituale da scandagliare. Non dà soluzioni, non suggerisce una religione piuttosto che un’altra ma richiama fortemente l’attenzione alla dimensione trascendentale che da sempre è stata presente nella nostra umanità ma che la materialità del nostro secolo ha fatto passare non solo in secondo piano ma addirittura additata come risibile.

Non è una lettura facile, non è per chi vuole dilettarsi con qualcosa di leggero o che dia sicurezze, bensì è una lettura che attraverso racconti simili a favole gotiche stimola e spinge alla ricerca. Buona ricerca a chi avrà il piacere di incontrare questo libro sul proprio cammino.

Divorzi da VIP e libertà di decisione

La grande storia d’amore tra il il Pupone di Roma e la conduttrice Ilary Blasi è giunta al termine.

Personalmente a me non ne frega assolutamente nulla perchè ritengano siano affari strettamente personali della coppia che in un momento di particolare tensione emotiva deve decidere il meglio per se stessi e per il futuro dei loro figli.

Quello su cui volevo soffermarmi è sugli innumerevoli rapporti coniugali del “popolino” che non si trovano sotto i riflettori dei rotocalchi.

Quante situazioni di crisi matrimoniale sono state affrontate dai coniugi con la libertà di decidere come risolvere la crepa nel vaso del proprio matrimonio?

Quel vaso creato per essere perfetto ed eterno in realtà ha tantissime crepe, piccole o grandi e per essere sempre bello e splendente necessita di continue e pazienti riparazioni. Entrambi i coniugi contribuiscono a creare le fessure del vaso ed entrambi, nella maggior parte dei casi, contribuiscono alla sua riparazione con le colle adesive della pazienza, del perdono ed anche delle rinunce riparando e lucidando il vaso per riportarlo a come era all’origine della vita di coppia e come entrambi avevano sognato di vederlo ininterrottamente fino alla fine dei loro giorni.

Anche fuori dai riflettori però il vaso può rompersi irrimediabilmente e far giungere alla separazione e al divorzio. Succede quando le rinunce, il perdono e la pazienza vengono richieste a senso unico da una delle due parti e l’egocentrismo non consente di vedere l’altro/a impedendosi di tendere al partner il ponte della ricostruzione.

I tradimenti non sono l’unico motivo di separazione ma spesso sono il colpo decisivo al vaso coniugale. Nessuna coppia reagisce con neutralità ad un tradimento. Si crea tensione, rabbia, mancanza di fiducia e persino disprezzo però ci sono coppie che riescono a superare anche queste problematiche. Ogni coppia per motivi e con modalità diverse riesce con pazienza, autonomamente o con l’aiuto di professionisti, a ricostruire il proprio vaso coniugale.

Cosa sta avvenendo alla coppia più famosa d’Italia? Affari loro! Però Francesco i Ilary non hanno la libertà di vivere e risolvere il problema all’interno delle proprie mura domestiche. Alle prime notizie di aria di crisi è partita l’affannosa ricerca da parte dei reporter e paparazzi per documentare al mondo intero le frequentazioni dei due coniugi con altri partner/amanti senza dare alla coppia la possibilità di valutare, digerire e superare questa fase di vita. Il vaso pieno di crepe, viene violentemente martellato dai gestori dei media.

Per la mentalità comune, per gli stereotipi che ci portiamo dietro nel DNA del nostro assetto sociale, i tradimenti non possono essere superati. E su questo, i social media cavalcano la notizia spingendo i due protagonisti a decisioni che esulano dalle lore reali volontà.

Lui non può perdonare lei perché verrebbe meno all’idea del maschio padrone della vita della propria donna. Se Totti accettasse di continuare la relazione con la moglie, sarebbe immancabilmente tacciato di essere “cornuto e contento” con la conseguente derisione sociale. Un grande calciatore, un uomo virile, un combattente come “er pupo de Roma” non può accettare una tale vergogna, meglio la separazione, che tanto lo fanno tutti ed è socialmente più accettabile delle corna sopportate in silenzio.

Lei non può perdonare lui, perchè deve tutelare l’immagine della donna emancipata. Se Ilary accettasse di prolungare la relazione col marito, sarebbe immancabilmente tacciata di aver “tradito l’autodeterminazione femminile” perché si sottometterebbe all’idea che le marachelle degli uomini devono essere sopportate dalle donne per il bene della famiglia. Le donne sarebbero sempre relegate al ruolo di coloro che devono sopportare tutto soffrendo in silenzio. Meglio la separazione, socialmente un dato di fatto. L’immagine di showgirl e donna emancipata ne trarrebbe maggiori benefici.

Infine, la mia convinzione è che la problematica della coppia più romantica e famosa d’Italia, dovrebbe essere vissuta solo all’interno della loro famiglia e non sui rotocalchi. Le reciproche frequentazioni con altri partner, devono avere il peso che loro decideranno di dargli, non quello stabilito dai direttori dei giornali. Tanto anche la scappatella temporanea è una cosa socialmente accettabile, oggi.

Quello che non è accettabile è che si spinga una coppia famosa all’infelicità solo per rendere il fallimento nella custodia del vaso coniugale di milioni di altre coppie, socialmente più accettabile.

I La rappresentante di Lista ed il loro Ciao Ciao

Questo gruppo musicale ha un qualcosa di strano, di anomalo. Sfugge a qualsiasi definizione e non è nemmeno semplice capire se piacciono o non piacciono, di sicuro attirano, catalizzano l’attenzione ma soprattutto comunicano. Comunicano con l’esperienza acquisita attraverso il loro trascorso teatrale che conferisce la capacità di stare in scena proponendo stranezze in musica, parole ed immagini.

La prima stranezza sta nel singolare del nome del gruppo, pur trattandosi di un gruppo e quindi di un plurale. Colpisce pure che venga messo l’accento sul femminile. Allora molti si pongono la domanda se non sia più corretto parlare di una cantante, Veronica Lucchesi, con il tastierista al seguito, Dario Mangiaracina, piuttosto che di un duo musicale. Invece lo spessore musicale e l’esperienza artisitica appartiene ad entrambi e la confusione sul genere è propedeutica per sorvolare sull’importanza attribuita genere per soffermarsi piuttosto sulla sostanza artistica.

La seconda stranezza è che non si tratta solo di un duo ma altri artisti ruotano attorno a loro come accompagnatori e coadiuvatori nella scrittura di testi e musica. Ho avuto l’impressione di trovarmi di fronte ad una accademia artistica che coinvolge nei propri progetti i performer che riescono a mettersi in sintonia con loro e che danno il contributo per reciproca crescita professionale ed artistica.

La terza stranezza è che durante tutta la loro carriera hanno rifuggito qualsiasi classificazione specifica definendosi come gruppo queer-pop dove l’aggettivo queer trascende dalla sua origine ed è inteso proprio come eccentrico, strambo ed appunto sfuggevole, con l’intento di cambiare continuamente.

La quarta stranezza riguarda il fatto che un gruppo così ironico ed autoironico sia altrettanto concreto sulle problematiche sociali come testimonia il libro scritto a quattro mani da Veronica e Dario, Maimamma e dal quale è indirettamente tratto il loro ultimo successo musicale.

Tralasciando tutto il percoso artistico che ha portato il duo sul palco di Sanremo nel 2022, per il secondo anno consecutivo, mi soffermo sul brano Ciao, ciao che a sua volta è un condensato di contraddizioni e stranezze.

Il pezzo è trainato dalla musicalità a metà tra i ballabili degli anni 70 e le sonorità urbans e tribali dei giorni nostri. La ripetitività delle parole lo rende facile da memorizzare, con un destino da tormentone ed infatti lo cantiamo tutti. Ma qualcuno ha ascoltato veramente le parole? Mentre cantiamo il ritornello a cosa stiamo veramente dicendo ciao? Diciamo ciao alla nostra Terra che è sull’orlo di una catastrofe e per la quale non sappiamo cosa salvare per prima, a chi dare la nostra priorità. Vedendo il nostro destino segnato sulla terrra che sparirà l’unica cosa che ci resta è quella di scambiarci il saluto con tutto il nostro corpo. Uno scambio di fisicità dove è l’amore tra le entità umane che emerge (che paradosso: lo scambio fisico salva l’umanità mentre per salvarci dal virus abbiamo ripudiato gli abbracci come se fossero essi stessi la causa della pandemia).

Tutto è destinato a finire per sempre però c’è una speranza e siamo noi, noi che possiamo tentare di opporci alla fine del mondo diventando protagonisti e riprendendoci la capacità di fare le scelte più opportune contro il cambiamento climatico e soprattutto ritornando ad amarci come genere umano con tutto il corpo ciao, ciao.

Invece, proprio nell’approssimarsi della fine, l’egoismo fa peggiorare la situazione accentuando la crisi attraverso l’esasperazione dei conflitti fino ad arrivare alla guerra mondiale. E in questo caso c’è veramente poco da fare solo dirsi un ultimo ciao ciao velato di tristezza e di rammarico per tutto ciò che poteva essere e non sarà più.

Ecco svelato il messaggio: con le mani, con i piedi, con tutto il corpo diciamo ciao ciao. Cantiamo, balliamo, ridiamo, scherziamo, amiamo ma dobbiamo restare concentrati sulle cose che possono salvare la vita sulla terra.

Un tempo si diceva “sono solo canzonette” ed invece sono inni pregni di messaggi, basta saperli ascoltare. Ciao, ciao.