Strage di Capaci

Come siciliano, mi porto dappresso due diverse etichette affibbiate con una certa leggerezza dalle persone che incontro nella mia quotidianità. La prima è terrone che ha sicuramente origini dispregiative ma che nel corso degli anni si è evoluta in significato meno offensivo fino ad arrivare ad un epiteto di tipo goliardico, non per questo meno fastidioso. La seconda è mafioso. Questo termine non può essere ricevuto con la stessa leggerezza del primo. Bisogna aver visto cosa è la mafia, bisogna aver vissuto le aberrazioni a cui conduce un tessuto sociale pervaso dalla mafia per capire che non può esserci ironia nell’etichettare una persona come mafiosa e meno ancora se lo si fa esclusivamente per le sue origini. Significando quindi che tutti i siciliani sarebbero mafiosi.

Per i siciliani onesti, e non sono pochi anzi sono una significativa maggioranza, è un’offesa grandissima definirli mafiosi. Si offende la dignità personale, la dignità sociale e storico-culturale di un’intera popolazione e la dignità di tutti coloro che ogni giorno lottano per modificare il modo di pensare contaminato dalla mafia.

Vivevo in Veneto già da qualche anno quando la notizia della strage, il pomeriggio di quel fatidico 23 maggio 1992, è arrivata dirompendo la vita quotidiana di tutti, pure a queste latitudini. Ci si era reso conto che l’attacco ricevuto dallo Stato era stato diretto, forte e fatto apposta per coinvolgere l’intera Nazione.

Da quel momento la mafia non era più un problema dei soli siciliani. Tutti si aspettavano un attentato a Falcone ma nessuno avrebbe immaginato l’attacco in pieno stile terroristico con un forte impatto emotivo sull’intera popolazione italiana. La meticolosa preparazione di tipo militare, studiata nei dettagli e destinata a creare il maggior danno possibile era sproporzionata al solo scopo di eliminare il magistrato. Serviva per mettere lo Stato con le spalle al muro.

“Tu Stato, pensi di essere forte ma io posso essere più forte di te. Tu Stato, ti fidi della lealtà dei tuoi uomini, ma io riesco a ricattarli, a costringerli a tradire il giuramento prestato. Tu Stato, pensi di riuscire a proteggere quel rompiscatole di Giudice e la sua famiglia, imprigionandolo in quell’isolotto lontano ma io so che prima o poi deve tornare in Sicilia e so anche quando lo farà, me lo dicono i Tuoi uomini. Tu Stato pensi che sia difficile sparargli un solo colpo di pistola in testa? ma a me serve farti capire che io sono più forte di Te, devo umiliarti davanti al Mondo. Devo farti sentire un verme perchè non sei in grado di proteggere un tuo uomo, la sua famiglia, e la sua scorta. Io aggiungo disperazione al dolore, umiliazione all’indignazione e Ti farò sentire nudo ed inerme come un bambino.”

Immagino così il ragionamento fatto dal/i mandante/i e immagino che anche a Roma più di qualche politico si sia sentito sollevato dall’eliminazione di un problema. Dalla definitiva sparizione di chi si era messo in testa di voler conoscere tutti gli intrecci di relazioni tra mafiosi e politici.

Recentemente sono passato da Capaci e ho visto quelle grandi stele rosse, una per carreggiata, erette per ricordare Giovanni Falcone, Francesca Servillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Sono ingombranti, sono assolutamente fuori contesto nel panorama complessivo, tanto che qualcuno dice che siano brutte ma sono state fatte apposta così perchè ingombrante era Falcone ed il suo pool di magistrati antimafia mentre brutta e distorsiva della bellezza e della storia della Sicilia è la mafia.

Le condizioni sociali in Sicilia non sono certamente ideali. Il popolo vive nella consapevolezza che c’è sempre un “signorotto” che pretende gli venga chiesto per favore ciò che dovrebbe spettare di diritto ad ogni cittadino: lavoro, sicurezza, giustizia, salute e istruzione. Mentre qualcuno si piega a queste pretese, molti combattono la loro battaglia privata, spesso soli ma più frequentemente con le istituzioni oppure tramite una delle tante associazioni antimafia. Per combattere la mafia non servono tante armi, è sufficiente sottrarre giovani all’ignoranza, all’incuria e alla disoccupazione, creare spazi di aggregazione organizzata ed insegnare il rispetto per il proprio territorio, l’ambiente, lo Stato e le leggi. E molti siciliani sono seriamente impegnati in questa guerra senza quartiere e ottengono più risultati di quanto non venga comunemente mostrato.

Non dite mai ad un siciliano che è un mafioso. I siciliani veri odiano la mafia.

DM