Aiutare gli altri per aiutare se stessi. Gli aspetti psicologici del volontariato. — ilpensierononlineare

Ripubblico questo articolo su gli aspetti psicologici del volontariato. L’ho trovato pienamente aderente alla mia esperienza. Tante volte sento dire, a persone scettiche sul volontariato, che chi dedica il proprio tempo ed energie al volontariato lo fa per un ritorno personale, alludendo a finalità economiche. A costoro rispondo sempre che è vero che i volontari hanno un grande ritorno personale ma semplicemnte di gioia, soddisfazione e condivisione. Mauridibe.

Avete mai fatto attività di volontariato? Sapete che la maggior parte delle attività di volontariato, se ben centrate sulla persona che vi partecipa, possono portare grandi benefici? Sono infatti numerose le ricerche che dimostrano che le attività di volontariato oltre ad essere utili alla società, possono anche migliorare la soddisfazione e la salute di chi […]

Aiutare gli altri per aiutare se stessi. Gli aspetti psicologici del volontariato. — ilpensierononlineare

Quanto sono davvero pericolose le nuove varianti del coronavirus? – Oggiscienza

Leggere informazioni scientifiche relative al virus, con la dovuta e dettagliata precisione, senza i toni allarmistici di alcuni giornali, ti dà la possibilità di capire meglio cosa stai leggendo e quindi riuscire ad affrontare la pandemia col giusto grado di consapevolezza per non essere spregiudicato ma nemmeno terrorizzato. Mauridibe

Tutti i virus accumulano mutazioni e SARS-CoV-2 non fa eccezione. Due mutazioni nucleotidiche al mese, stimano gli esperti, da quando il coronavirus …

Quanto sono davvero pericolose le nuove varianti del coronavirus?

Emigrare dall’Italia: la mia scelta obbligata — Lo Spiegone

Nel 1949, 254 mila persone lasciarono l’Italia. Di queste, circa 144 mila partirono per le Americhe — 98 mila in Argentina. Tra loro, c’erano mia zia e suo marito. 1.400 altre parole

Emigrare dall’Italia: la mia scelta obbligata — Lo Spiegone

27 Gennaio – Giornata della memoria

La giornata della memoria è nata in tempi molto recenti. Non che prima non si ricordassero le atrocità delle discriminazioni razziali, delle segregazioni, delle deportazioni, dei campi di concentramento e dei campi di sterminio. Però, lentamente stavano scomparendo i protagonisti, carnefici e vittime, di quel triste periodo della storia mondiale e se non fosse stato fatto uno sforzo collettivo per far conoscere ed attualizzare quanto avvenuto nella prima metà del secolo scorso, tutto sarebbe finito nell’oblio.

A cosa serve ricordare? Non sarebbe meglio celare, tacere tutto quel dolore? perché farlo conoscere ai bambini, ai giovani e agli adulti che per loro fortuna hanno vissuto nell’era del boom economico, nel periodo delle traformazini sociali, nell’illusione del mondo virtuale, della superconnessione, delle relazioni facili?

La risposta tipica è che serve per evitare che possa ripersi in futuro quanto successo in Europa nel periodo cha va dagli anni precedenti la seconda guerra mondiale, fino alla fine del conflitto. Per questa nobile causa si sono scomodati i rapprensentanti delle Nazioni Unite che il 1° novembre 2005 stabilirono che il giorno della memoria sarebbe stato celebrato ogni anno in tutte le nazioni il 27 gennaio, anniversario dell’entrata dei carri armati sovietici nel campo di sterminio di Auschwitz, che simbilicamente segna l’inizio della fine del 3° Reich e del sogno imperialista di Hitler.

Anche io partecipo attivamente a queste celebrazioni e mi commuovo al ricordo delle famiglie divise con violenza e crudeltà, illuse che tutto potesse essere un brutto sogno e destinato a finire da un momento all’altro e che tornassero pace e serenità. Invece non vedevano tornare a casa mogli, mariti, madri, figli, nonni, bambini ignorando fino all’ultimo quale fosse stata la loro fine orrenda. Penso al coraggio e alla resistenza di chi doveva celare ogni propria debolezza fisica e mentale per riuscire a sopravvivere, nonostante le vessazioni, le umiliazioni, il lavoro forzato, la mancanza di cibo e di igiene, le malattie intestinali, le vesciche ai piedi, le ossa indolenzite e chissà quante altre problematiche inimmaginabili per la nostra pingue società. Ma nonostante tutto questo, continuo a chiedermi se abbia senso celebrare questa giornata.

Nel mio immaginario, questa giornata dovrebbe servire a sensibilizzare gli animi contro qualsiasi forma di prevaricazione, di violenza, di sopruso e di discriminazione ed invece ha una funzione più specifica, più selettiva, più ritagliata sull’esperienza del popolo ebraico, in quella che loro stessi chiamarono la Shoah, l’olocauso o sterminio. Perchè di questo si era trattato di uno sterminio sistematico di un’intera popolazione. Anche su questa definizione ho dei dubbi. Se da un lato è vero che gli ebrei formano il cosiddetto popolo di Dio, è anche vero che gli ebrei, cioè uomini e donne di religione ebraica, erano e sono diffusi in tutta Europa, anzi in tutto il mondo e vivono appieno nelle nazioni che li ospitano diventando parte integrante del popolo di ciascuna Nazione, per cui, con lo sterminio degli ebrei, si sterminava anche una parte della propria popolazione. Quindi, era comunque una cosa priva di qualsiasi senso logico.

Ma torniamo al senso di questa giornata dell memoria. La volontà, ampiamente condivisa, di celebrare il ricordo di quanto avvenne ai danni degli ebrei, limita e mortifica il senso stesso della memoria. Dal punto di vista ebraico è naturale cercre di puntualizzare e separare qualsiasi altro giorno della memoria da quello dedicato a loro perché era di loro che il Fuhrer voleva sbarazzarsi, era sulla loro pelle che filosofi e intellettuali tessevano i propri racconti per condizionare il pensiero europeo contro il periocolo ebraico e quindi spingere alla necessità della loro sistematica e definitiva eliminazione.

Però io sottolineo la necessità di fare un passo avanti e togliere ogni rivendicazine sociale, partitica o etnologica a questi fenomeni di inaudita ferocia da parte di falangi di un qualsiasi popolo contro altre persone, quando vengono bollate come diverse, come invasori, come indesiderabili, come pericolose per motivi economici. E’ successo subito dopo la seconda guerra mondiale, in piena pace, ai nostri connazionali in Istria e Dalmazia, è successo nei balcani, durante la guerra nella ex jugoslavia, è successo in Argentina con i desaparecidos, è successo in Ruanda con il genocidio dei Tutsi, sta accadendo in questi anni, con la pulizia etnica praticata dai turchi nei confronti del popolo curdo, avviene in Somalia, in Yemen e decine di altri stati, a tutte le latitudini e longitudini.

Da anni continua ad accadere un fenomeno che ha molte similitudini con la deportazione e lo sterminio sistematico. E’ il fenomeno della migrazione. Ai confini dell’Europa, decine di migliaia di persone vengono lasciate morire nelle tendopoli, in mare, nei campi di tortura libici, perfino nelle nostre città mostrando un atteggiamento popolare poco empatico e di rifiuto, perpetuando così quella subdola violenza nei confronti del più debole e svantaggiato.

Io continuo a celebrare, il 27 gennaio, la giornata della memoria ma con il pensiero, celebro la ferma condanna a qualsiasi forma di discriminazione, di violenza, di prevaricazione, nella segreta speranza che l’uomo riesca a ricordare che la vita di ogni individuo è sacra e come tale va rispettata.

Coronavirus e politica italiana

Nella giornata di oggi, 15 gennaio 2021 è stato sfondato il muro psicologico dei 2 Milioni di morti nel mondo a causa della pandemia da Coronavirus. Due milioni di morti dichiarati* in poco meno di un anno dal conteggio ufficiale che parte il 23 gennaio 2020 in Cina.

* Il numero complessivo dei morti è sicuramente maggiore di quanto dichiarato poiché, come spiegato nell’articolo Coronavirus, aggiornamenti, molti stati non hanno la possibilità di rilevare i contagiati e i deceduti, altri stati non vogliono dichiarare la reale situazione epidemiolgica del Paese. Da recenti studi, inoltre, l’inizio dell’epidemia potrebbe essere datato tra agosto e novembre del 2019

In Italia la triste conta dei contagiati parte il 16 febbraio 2020 con 3 turisti cinesi. La Nazione si rende conto della reale gravità del contagio con il primo caso riscontrato ad un cittadino italiano il 20 febbraio. Da lì in poi è la cronaca di un pluri-dramma. Dramma per i contagiati, dramma per le vittime, dramma per i familiari, dramma per dottori, infermieri, ambulanzieri, volontari che operano nella sanità e all’assistenza agli anziani, dramma per le residenze sanitarie assistenziali, dramma per moltissime categorie imprenditoriali, per i piccoli negozi, per i servizi alla persona, per bar, hotel e ristoranti, dramma per gli operatori scolastici e per gli studenti, dramma nella cultura per cinema, teatri, mostre, dramma nello sport, nelle palestre e nelle piscine, dramma nel turismo e nei trasporti, dramma delle solitudini, dramma per le convivenze obbligatorie tra coniugi o famiglie in crisi con disastroso aumento delle violenze domestiche. Dramma per un complessivo impoverimento della popolazione italiana con enormi cambiamenti nelle abitudini sociali.

C’è stato un momento, durante l’estate, in cui ci si era illusi di aver messo il virus alle spalle e la vita era tornata ad un livello di quasi normalità e poi di nuovo l’angoscia ed il rischio di dover tornare a chiudersi a casa con le fobie da isolamento ed il terrore dell’insostenibilità economica di ulteriori restrizioni per chi lavora in proprio. Ho rivisto in questa estate illusoria una certa somiglianza con il film “Risvegli” con l’indimenticabile Robin Williams. Dopo l’euforica riapertura estiva il ritorno al conteggio delle vittime. I numeri aumentano non solo in Italia ma anche nel resto d’Europa e nelle americhe dove contagio e vittime sembrano dilagare.

E per dare sicurezza alla popolazione italiana, in questo periodo di grande insicurezza sanitaria, sociale ed economica, cosa serviva? Una sferzata di normalità! Una bella crisi politica per riportarci alle vecchie abitudini. Ai governi che cambiano colori e composizioni, alle agitazioni nelle aule parlamentari per setacciare, tra deputati e senatori, gli indesiderabili e far riaffiorare i fedeli a cui aggiungere quache saltatore con l’asta da una parte all’altra dell’emiciclo.

Quando posso, evito di parlare di politica, però oggi sono molto arrabbiato per quanto sta succedendo perché ritengo poco responsabile il comportamento del senatore Renzi. Voglio sgomberare il campo da qualsiasi dubbio. Per me non c’è preclusione a qualsiasi soluzione, nemmeno alle elezioni, che possono svolgersi anche nel bel mezzo di una pandemia: basta dare regole certe e farle rispettare a tutti. In questa maniera si può fare campagna elettorale e si possono allestire i seggi. Il problema è un altro. Non è necessario inasprire i toni, aggiungere pensieri angoscianti, derivanti dall’insicurezza politica, a chi ha già notevoli problemi ad andare avanti con il rischio di vedere andare in fumo in pochi mesi il frutto di anni di lavoro. Le problematiche sollevate da Renzi mi sono sembrate molto pretestuose poiché tutto ciò che non è stato discusso con lui, è stato discusso in Consiglio dei Ministri dove c’erano due sue ministre. Quando Renzi ha fatto delle proposte di miglioramento è stato ascoltato dal Primo Ministro Conte. Se questa volta non è stato ascoltato, vuol dire che la sua proposta non era concreta o non era percorribile.

Ultimo pensiero lo rivolgo a tutte le donne impegnate in politica. Io credo molto nel valore aggiunto che le donne possono dare alla politica, grazie alla loro sensibilità riguardo le problematiche di vita concreta, oltre alla ferrea determinazione di cui dispongono quando sono convinte di essere nel giusto. Vedere le due ministre Bellanova e Bonetti in assoluto silenzio e quasi ingessate, a fianco di Renzi, in conferenza stampa, mi ha dato un grande senso di tristezza per tutto il mondo femminile e per le belle parole che vengono profuse quando è il momento di inserirle nelle liste elettorali solo per soddisfare un’unica esigenza: rinetrare nelle quote rosa. C’è tanta strada da fare anche su questo versante.

Quando un’attività chiude

Non è la prima attività commerciale a chiudere in paese e non sarà nemmeno l’ultima. Nei circa 30 anni che abito a Battaglia Terme, ho visto chiudere negozi di articoli sportivi, di abbigliamento, di giocattoli, di intimo, ortotrutta, macellai, panettieri, parrucchieri, salumerie, alberghi, ristoranti, e molte altre ancora. E’ normale, fa parte del normale avvicendamento lavorativo, dei tempi che cambiano, della diversa composizione di domanda e offerta. Ogni attività commerciale ha fatto parte del tessuto sociale, ha contraddistinto in qualche maniera lo stile di vita delle persone del paese.

L’ultimo giorno di questo travagliato 2020 segnerà la chiusura di un’altra attività e anche questa volta ho provato quella sensazione di svuotamento che mi prende quando penso che dal giorno successivo quella saracinesca non si alzerà più o si alzerà dopo qualche mese con nuove iniziative commerciali o nuovi servizi e soprattutto con nuove persone.

Per me, la chiusura dello studio fotografico sarà un duro colpo sia perché è stato il primo negozio in cui io sia entrato a Battaglia, quindi una specie di battesimo di cittadinanza e sia per il cordiale rapporto umano instaurato con i due fotografi.

Ricordo di essere entrato per la prima volta nel Fotostudio 23 poco prima di sposarmi. Era il 1989, io non conoscevo quasi nessuno in paese. Dovendo cercare un fotografo per l’imminente matrimonio, mia suocera disse: “Vai dai tosi“, i ragazzi. Si, eravamo tutti ragazzi 30 anni fa. Entrando nel piccolo locale al n° 23 (origine del nome del fotostudio) di via Traversa Terme ho respirato aria di serenità e professionalità un buon mix che mi ha subito colpito e che è stato mantenuto nel tempo. I due tosi erano i fotografi Claudio e Roberto di circa una decina d’anni più anziani di me ma comunque giovani. Non ho potuto fare a meno di pensare che per aprire un’attività commerciale o imprenditoriale ci vuole sempre una buona dose di coraggio o di inconscienza, farlo in società con altri è una scommessa contro il destino. All’inizio è sicuramente divertente e rassicurante non essere da soli, ma col passare del tempo può diventare stancante o rischioso. Claudio e Roberto avranno sperimentato periodi difficili ed il loro rapporto umano non sarà sempre stato idilliaco ma i tosi hanno vinto la scommessa ed il sodalizio instaurato da giovani è rimasto saldo fino al naturale completamento del lungo percorso lavorativo.

Nel corso degli anni ho imparato a conoscere bene questi tosi. Li ho visti anche impegnati nel sociale con il fondamentale supporto tecnico ed umano che davano alle iniziative della vecchia proloco e ad altre attività culturali, folkloristiche ed associative. Ho imparato a riconoscere lo stile dei manifesti o libretti pubblicitari preparati da loro per le iniziative comunali. Anche io ho fatto ricorso alla loro professionalità per alcuni lavori grafici e sono sempre rimasto contento del risultato e del trattamento.

Il negozio non era solo un’attività commerciale ma era anche un diario collettivo. Passavi davanti alla vetrina e c’erano le foto in formato gigante degli ultimi matrimoni, battesimi, cresime, foto scolastiche o eventi mondani di vario genere. Non avevo fatto subito caso a questa particolarità. Un mio collega, venendo in passeggiata a Battaglia Terme, aveva notato la foto di me e Nadia ritratti al parco INPS che giocavamo a schizzarci addosso l’acqua bagnando i nostri abiti da sposi e me l’aveva raccontato con entusiasmo. Da allora ho sempre guardato con interesse quella vetrina.

Dopo il trasferimento nella nuova e più ampia sede, sono aumentati anche i servizi offerti. Le novità di un digitale sempre più evoluto e alla portata di tutti, di un mercato saturato dai grandi centri commerciali e dalle vendite online hanno reso più difficile rimanere a galla ma proprio là si è resa evidente la differenza tra il fotografo o video maker improvvisato ed il professionista. Infatti la nuova vetrina è testimone della scelta fatta da intere generazioni di ragazzi che hanno preferito la professionalità dello studio fotografico per fissare il ricordo del proprio salto alla nuova condizione di sposi. Da quelle vetrine, per anni e fino all’ultimo giorno di quest’anno si è dipanato il racconto grafico di immagini ed immaginario della storia di Battaglia Terme.

Mancherà al paese questo diario collettivo, la gentilezza e professionalità di questi tosi, in attesa che qualcuno riesca a mettere in gioco il proprio coraggio e determinazione per iniziare una nuova avventura e chissà… per continuare la stesura del diario.

Ammonimento accorato

Mi ero ripromesso di non scrivere più notizie sul Coronavirus fino a quando non sarebbe stato possibile dare l’unica vera bella notizia: non ci sono più malati!

Purtroppo non sembra essere possibile vivere facendo finta che l’invisibile ed innominabile particella non sia presente attorno a noi in ogni momento delle nostre giornate. Oggi ho ricevuto un messaggio da un amico che mi ha fatto riflettere molto e non potevo non condividere con i miei lettori i pensieri assordanti che mi stanno ronzando in testa.

La chat con i colleghi che non vedo da molti anni, ogni tanto si anima in maniera improvvisa, quando c’è un compleanno, quando due o più riescono ad incontrarsi negli angoli più disparati del mondo o se ci sono eventi lieti da condividere. Oggi, quando è apparso il nome della chat nella parte alta dello schermo, sono stato assalito dalla solita gioia per il momento di incontro virtuale con le persone con le quali ho condiviso un periodo importante della mia vita lavorativa.

L’inizio è il solito, quasi formale “Ragazzi buongiorno”, poi invece la doccia fredda. Non è una notizia funerea ma comunque dura da digerire “Mia moglie ricoverata con polmonite da covid è con l’ossigeno”. Però non è questo che mi spinge a parlare oggi ma il suo appello accorato che ha aggiunto al messaggio. Mi ha raggiunto come un pungolo impedendomi di restare fermo e zitto. Devo raggiungere quanta più gente possibile, amici, conoscenti, estranei che casualmente verranno catturati da queste righe, chiunque possa fare da eco alle parole forti che sono racchiuse nel breve ma forte messaggio del mio amico.

“Chiudete in casa le vostre famiglie” è la prima sferzata. Ho pensato a quanti temono che poteri forti, ignoti supermanipolatori, tiranni ed oligarchi vogliano ridurci a miseri sudditi, lavoratori terrorizzati da emergenze sanitarie. Qualora costoro venissero investiti in prima persona dal problema del virus, non avrebbero più nessuna voglia di andare dietro alle teorie complottiste. Non chiederebbero chi ha mai visto un malato di covid e non proclamerebbero il proprio credo o il proprio disaccordo con l’utilizzo di mascherine e distanze di sicurezza.

“Siate cattivi se necessario”. E’ mai possibile che un genitore di figli adulti debba esercitare la propria autorità sino al rischiio di sembrare cattivo pur di proteggere il bene più prezioso per le persone più care? Mi sembra di vivere in un incubo, eppure è così. Se vuoi salvare i figli, la moglie, i parenti anziani che hai intorno ed infine te stesso, devi essere fermo e deciso nel sottolineare il rischio di contrarre il contagio in situazioni di vicinanza, promiscuità, condensazione degli spazi e… utilizzando male o per niente la mascherina!

“Nonostante le precauzioni maniacali ci ha preso in pieno” Quando abbassiamo le difese? quando ci sentiamo più a nostro agio? Quando siamo all’interno del nostro nucleo familiare oppure a tavola con amici o colleghi di lavoro, nei luoghi dove ci conosciamo tutti, come se il fatto di conoscerci sia un antidoto al contagio. Come se per rischiare dovresti trovarti davanti ad una persona in piena crisi polmonare. No, il virus è presente, anche se latente, dentro molti di noi. Non è il virus che si è indebolito ma trova resistenze endogene in alcuni soggetti mente in altri riesce a replicarsi in maniera vantaggiosa per lui.

“Siate pure stronzi ma non vi fate fregare da questo virus di merda!” In questa doppia esortazione finale c’è la ripetizione della necessità di fermezza con noi stessi per primi e con i nostri familiari. I figli spesso non ci ascoltano ma noi dobbiamo essere più duri di loro. Non soffriranno per una cena in meno o per la rinuncia ad una serata di socialità. La seconda parte dell’esortazione mette l’accento su chi è il vero nemico: non siamo noi nei confronti dei figli, non sono i figli, non sono i loro amici, non sono i parenti, non sono i colleghi, gli anziani a passeggio, i giovani allo spritz in piazza, le famiglie a passeggio sui colli. Il nemico è il virus, un virus subdolo, odioso, tanto malvagio da meritarsi l’ultimo epiteto “di merda”.

Ma perchè tanta durezza in tale messaggio? Perchè c’è quella particolare condizione di non essere il soggetto malato ma di essere quello che vuole bene e che vorrebbe prendersi cura della persona amata ma “Non posso starle vicino. Esperienza allucinante” . Anche questo è il virus. E’ l’impossibilità di tenere la mano alla moglie malata, di poterla accarezzare mentre le racconti com’è andata la giornata a casa, che senza di lei non sei riuscito a fare la spesa, che non sai come usare la lavatrice, che ti mancano le sue urla perché è sera e non hai ancora portato fuori la spazzatura. E’ allucinante ed è un’esperienza che possiamo limitare, facendo tutti la nostra parte. Siate stronzi ma non vi fate fregare da questo virus di merda.

Giovinezza con sottofondo pucciniano

Oggi guardavo un gruppo di giovani, tra i 20 ed i 30 anni circa, forse qualcosa in più. Erano seduti al bar a sorbirsi il loro aperitivo, tutti apparentemente felici e ben vestiti. Ho provato ad origliare i discorsi, non per morbosa curiosità di farmi gli affari loro quanto per capire quale fosse il tema centrale degli interessi giovanili. Seguivo il flusso delle parole che rimbalzavano da un tavolo all’altro attraversando lo spazio in cui mi trovavo.

Ho scoperto che gli argomenti erano variegati e diversificati in base al genere. I ragazzi parlavano di sport, di calcio in particolare, ma non solo. Descrivevano le auto o le moto che avevano visto o che sognavano di acquistare. Non mancavano i commenti per la ragazza in minigonna seduta al tavolo in fondo alla sala mentre con l’occhio vispo scrutavano il fondo-schiena della cameriera che attraversava il plateatico con passo veloce. Nei gruppi misti erano frequenti i discorsi sulle serie televisive più in voga con commenti su personaggi ed attori. Chi era uscito da poco dal lavoro aveva sempre qualcosa da ridire sul dispotismo del proprio capo o sull’incapacità del collega. Nei tavoli di sole ragazze c’era sempre un cuore spezzato da consolare, un’amica che aveva tradito la fiducia o un nuovo vestito da descrivere a cui abbinare le scarpe giuste. Immancabile, tra un discorso e l’altro, il commento sul taglio di capelli particolarmente riuscito o decisamente non indovinato da quell’imbranata della parrucchiera.

Mi ha fatto piacere vedere quella spensieratezza e constatare la leggerezza di ogni singolo argomento trattato anche se , devo essere sincero, mi aspettavo anche qualcosa di più profondo, legato a temi attuali, alla politica, alla difesa del territorio, all’impegno sociale, alla cultura o chissà a quali altri temi. L’impressione che ne ho ricavato è stata quella dell’inconsapevolezza.

Quei giovani, nel loro pieno diritto di avere un momento libero e di svago, mi sono sembrati del tutto ignari dell’ effetto che potrebbero avere le loro azioni se mosse da uno scopo ben preciso. Potrebbero addirittura cambiare il mondo o lasciare un segno nella storia. L’enorme potenziale giovanile inconsapevolmente tenuto a freno dalla mondanità.

Io immagino (o forse ricordo) l’animo giovanile in preda a due diverse spinte, due spiriti con caratteri diversi sebbene non necessariamente contrastanti. Vi è lo spirito di leggerezza, sempre alla ricerca della gaiezza o della superficialità per non affannarsi sui problemi e galleggiare nella quotidianità del compito assegnato a tutti noi dalla società moderna: lavorare e consumare. Da questo spirito nasce e si afferma la voglia di divertimento che rende i giovani protagonisti dei pomeriggi con forte aggregazione nei centri cittadini e delle notti brave. Poi c’è lo spirito di indomita lotta contro chi vuole governare le scelte dei giovani, chi li vuole costringere a seguire la massa imponendo loro regole che gli vanno strette. E allora partono le proteste, le contestazioni e i progetti di cambiamento. Una testimonianza, ad esempio, le iniziative di “Friday for future”.

Cercavo uno spunto per riuscire a descrivere questi due diversi spiriti giovanili e non riuscivo a trovarlo fino a quando ho chiamato in mio aiuto sia il grande Maestro Giacomo Puccini con le sue opere Tosca e La Bohème e sia il maestro di comicità Roberto Benigni con il suo monologo televisivo al festival di Sanremo 2011.

Benigni, facendo l’esegesi sull’Inno di Mameli parla del fermento giovanile che ha caratterizzato il periodo risorgimentale. I giovani furono i principali interpreti della ribellione allo straniero, invasore del suolo italico, e sognavano per l’Italia un nuovo futuro non ancora ben delineato tra unitario o federale, tra repubblicano, monarchico o sotto l’egida papale. C’era un solo imperativo: ribellarsi!

Quando Benigni parla di quel gruppo di “giovani, intrisi di gioventù” sicuramente usa un espediente lessicale per far sorridere il pubblico televisivo ma dipinge in maniera forte cosa vuol dire essere giovani. Vuol dire essere intrisi di leggerezza, di ardore, di coraggio, di speranza, di goliardia, di innovazione sociale e molti altri sentimenti tumultuosamente presenti nei cuori giovanili.

Nell’odierno mondo giovanile, limitando il ragionamento all’Italia e qualche altro stato europeo ed escludendo dal ragionamento le lotte di fede politica che hanno più il gusto del tifo calcistico piuttosto che quello di reale movimento di ribellione o protesta avverso mondi politici oppressivi, le spinte idealiste sono relegate ai temi dell’equità sociale, dell’ecologismo, della difesa del pianeta o del superamento della logica del profitto. Di conseguenza sono viste come distanti dalla vita quotidiana e ad appannaggio dei pochi coraggiosi che sfidano i conformismi per sollecitare lo spirito critico nei loro coetanei ma soprattutto nel mondo adulto che gestisce soldi e potere.

Questo potrebbe essere uno dei motivi per cui i giovani odierni, nonostante mediamente abbiano un livello culturale superiore rispetto a quello dei loro coetanei di uno, due secoli prima, appaiono più superficiali rispetto a questi ultimi e apparentemente tesi solo al divertimento. Non sembrerà quindi irriverente un accostamento allo stile di vita degli artisti in cerca di affermazione nella Parigi dell’800, in cui i giovani poeti, pittori, filosofi, non avevano la consapevolezza di essere protagonisti del cambiamento culturale in atto e, nell’attesa del successo, passavano le serate riempiendo strade e locande di spensierata e spesso irriverente allegria. Si era così creata nell’immaginario collettivo, l’idea di Bohème.

Puccini, con la sua famosissima opera “La Bohème”, ci fa entrare nella quotidianità della vita dei bohémiens che simbolicamente rappresentano tutta la gioventù europea dell’epoca, non solo quella degli artisti. Assieme ai personaggi dell’opera viviamo le multicolori esperienze che vanno dalla difficoltà nel pagare l’affitto da parte dei 4 artisti, al corteggiamento di Rodolfo verso la delicata Mimì, passando dal tarlo della gelosia, sia quello provocato dalla civettuola Musetta e sia sia quello immotivato subito da Mimì e lo spontaneo altruismo che spinge Musetta a privarsi dei suoi preziosi orecchini pur di pagare un medico ed un manicotto per le gelide mani di Mimì. Ed infine la forza dirompente del dolore, sottolineata dai 3 assoli di ottoni che precedono il pieno orchestrale nella straziante chiusura del melodramma.

Puccini con “La Bohème” colloca la tragedia nella vita di questi giovani. Emerge comunque in maniera decisa il carattere primario dei giovani bohémiens e su questo volevo puntare la mia attenzione. E’ lo stesso spirito presente nei discorsi catturati tra i tavoli del bar. Voglia di divertirsi, qualche problema di cuore, attenzione alla mondanità e all’esteriorità.

Nell’altro dramma pucciniano citato, vediamo invece la storia di amore e gelosia tra la cantante Tosca ed il pittore Mario, inserita negli eventi storici del 17 giugno 1800 in cui le alterne sorti della battaglia di Marengo finiscono per pesare nel destino dei due giovani. Tosca è coinvolta, suo malgrado, nei progetti di sovversione e resistenza che alcuni giovani romani stavano intraprendendo per assecondare l’avanzata francese convinti che Napoleone li avrebbe aiutati a sconfiggere gli usurpatori austriaci e a togliere il potere al papato. A contrastare i loro sogni di affrancamento dallo straniero e di libertà per ricostituire la fallita Repubblica Romana, c’è il perfido rappresentante della polizia papalina, Scarpia.

In Tosca vediamo i giovani disposti ad ogni sacrificio per il loro ideale di libertà. Il coraggio e l’ardore che portano all”eroismo, all’audacia, alla lealtà e alla difesa degli ideali, non sono caratteristiche innate, o deliberatamente scelte dai protagonisti ma si presentano come occasioni, attimi in cui la decisione di farsi carico di un problema fa la differenza. Mario non era direttamente coinvolto con la rivolta ma non esita a nascondere il suo amico Cesare, fuggiasco dalle prigioni papali diventando di fatto complice dei rivoltosi. La stessa Tosca, prima di essere travolta dall’occasione propizia che la trasforma in omicida, stava per sacrificare se stessa, pur di far cessare le torture sul suo Mario e per ottenergli il riscatto dalla condanna a morte per fucilazione emessa da Scarpia.

Dal secondo dopoguerra ad oggi, la nostra nazione non ha avuto la necessità di affrontare guerre aperte se non quelle contro la mafia ed il terrorismo, per cui giovani e meno giovani non sono stati costretti ad armarsi e partire contro nessun nemico. Ci sono state le lotte salariali, le lotte per alcuni diritti civili, ma niente di paragonabile al disastro di situazioni belliche o di lotta per la propria libertà ed indipendenza.

Ai giovani raccomando di continuare a vivere la propria gioventù sia con la leggerezza dei bohémiens (aggiungerei con la necessaria passione negli studi e professioni che affrontano) e sia con l’impegno sociale per ciò in cui credono, augurando loro che la nostra società non richieda più quei sacrifici di vite umane che si sono rese necessarie per la conquista dell’indipendenza da stati stranieri e per la liberazione dal nazi-fascismo.

La guerra tra Armenia e Azerbaigian — PAROLE LIBERE

Dal blog https://www.pressenza.com/ 09.10.2020 – Sistema Critico Avete mai sentito parlare del Nagorno-Karabakh? Probabilmente quasi tutti ne hanno sempre ignorato l’esistenza. È roba da specialisti della geopolitica, di quei pezzi di terra che scopriamo casualmente girovagando su Wikipedia. In questo piccolo lembo di superficie a cavallo tra la Turchia, la Russia e soprattutto l’Armenia e […]

La guerra tra Armenia e Azerbaigian — PAROLE LIBERE