Eravamo 4 amici al bar (immagine generata con AI)

Stamattina ho ascoltato per l’ennesima volta questa stupenda canzone di Gino Paoli. Il ritornello mi risuona nella testa e mi viene, come va sempre, voglia di piangere.

Questa meravigliosa poesia musicale ha almeno due piani interpretativi e io avevo sempre privilegiato quello del distacco tra il gruppo di amici ma stamattina ho portato a galla quel piano sommerso, nella mia esperienza di vita, ma che è quello che accomuna la maggior parte dei giovani e degli ex giovani che ascoltano questa canzone.

Ricordo che quasi 40 anni fa scrivevo una lettera (a quel tempo si usava. Non c’erano messaggi, non esisteva internet. Ci si scriveva e si aspettava per giorni anche settimane, una risposta). Ero sveglio durante la notte di un turno di guardia. Erano passati diversi mesi, credo 16, da quando avevo lasciato la mia famiglia, il mio gruppo di amici e le mie abitudini perché avevo vinto un concorso. Adesso ero sergente dell’Aeronautica Militare a oltre 1000 chilometri di distanza dal mio ambiente familiare, da quel gruppo di ragazzi che era cresciuto assieme a me sul sagrato della parrocchia di Monserrato a Catania. Ragazzi di età diverse che si erano ritrovati a diventare amici, a condividere gioie e sofferenze, a giocare a carte, a briscola in 5, nascosti nel laboratorio di una falegnameria ogni domenica pomeriggio per ascoltare le radiocronache delle partite di calcio. Ognuno aveva la propria squadra, non eravamo allineati su un unico pensiero se non per la nostra fede ed il nostro impegno sociale. A quel tempi sognavamo di sconfiggere la thalassemia organizzando gruppi di donatori di sangue. Quando il cronista, l’indimenticato Sandro Ciotti, annunciava “tafferugli sugli spalti” facevamo finta di fare a botte. Era la nostra evasione domenicale durante la quale avevamo un momento intenso di gioco a carte che altro non era che la scusa per parlare di amore, di fede e di politica. Ognuno tifava per la propria squadra di calcio, il proprio partito politico, la propria idea sull’amore e sulla vita. Però ci volevamo bene e questo era sufficiente.

Quando Gino Paoli mi ha sferzato addosso quelle parole che hanno svelato la mia realtà e mi ha detto che eravamo 4 amici al bar ma uno si è impiegato in banca, mi sono reso conto di essere io quello che aveva rotto l’equilibrio del gruppo. Era questo il messaggio che stavo scrivendo ai miei amici durante quella lunga notte di guardia. Mi mancavano i momenti spensierati, i nostri giochi e i nostri sogni di un mondo più giusto e più equo. Ero partito per la mia avventura di lavoro che speravo fosse solo temporaneamente lontano da casa ma che in poco tempo mi ha fatto realizzare che la mia casa era lì nella campagna veneta dove avrei costruito la mia nuova esistenza con la famiglia che stavo formando.

Nel frattempo il gruppo originario di amici si era ulteriormente ristretto. Roberto si era trasferito a Siracusa, non distante quanto me ma sufficientemente lontano per non riuscire più a ricreare i 4 amici che si ritrovano ogni domenica pomeriggio, non al bar ma nella falegnameria. Non erano più il solito gruppo di amici, non c’era il numero giusto per giocare assieme. Un altro si era poi fidanzato e non aveva più tempo di stare con i pochi superstiti del gruppo di briscola in 5.

Nelle mie giornate padovane mi è capitato spesso di guardare i ragazzi spensierati che si trovano al bar e che scherzano tra di loro e allora mi vedevoo nella veste dell’unico amico rimasto solo, pur essendo stato io il primo a rompere il gruppo.

Dicevo dei due piani interpretativi. L’altro, forse il più facile da intuire ma il più difficile da comprendere a fondo, è proprio quello del famoso motto: si nasce tutti incendiari e si muore tutti pompieri.

Da ragazzi si hanno mille idee e talvolta la velocità con le quali le si vorrebbe realizzare portano i giovani ad azioni violente, forse imprudenti, per sovvertire lo status quo che altro non è che il modo di vivere stabilito dalla generazione che li ha preceduti. Quel modo di vivere è passato a sua volta da una rivoluzione ma spesso i compromessi per raggiungere un relativo stato di quiete, appiattiscono i sogni politici soprattutto di equità e liberta.

E vengo adesso ai nostri giorni. Ascoltando stamattina la canzone di Gino Paoli ho pensato alle migliaia di ragazzi scesi in strada nei giorni scorsi per nobilissimi ideali che hanno discusso al bar virtuale delle chat il loro programma di lavoro. Vogliono più risorse per la scuola, meno risorse per le guerre, più attenzione alla sanità pubblica invece che privata, un impegno politico per la riduzione dei prezzi che stanno soffocando le famiglie con reddito medio-basso. Insomma più equità sociale.

Giovani e migliaia di meno giovani, compresi sessantenni e settantenni sono scesi pacificamente in strada a gridare le loro rivendicazioni. Nel variegato gruppo di manifestanti c’erano frange più violente, ragazzi che non sono abituati ad accettare un diniego perché non l’hanno mai riceduto dai propri genitori, che hanno cercato di forzare i posti di blocco per manifestare davanti ai centri del potere e non solo nelle strade periferiche alle quali erano stati relegati dal potere costituito. E qui il potere ha mostrato la propria incapacità comunicativa. Le persone che gestiscono il potere hanno dimenticato che loro stesse hanno fatto parte dei tavolini al bar in cui a gruppetti discutevano del modo migliore di governare il mondo. Non tutti allineati sulla stessa idea ma tutti con lo stesso sogno, migliorare lo stile di vita. Qualcuno con idee più vicine alle persone meno abbienti e altri col pensiero di migliorare la vita solo delle persone più in vista e più ricche perché se loro stanno bene possono passare le briciole ai meno abbienti. Quelle persone sono l’obiettivo sociale a cui tutti tendono ma che solo pochissimi potranno raggiungere e nel patinato mondo dei social questa illusione aumenta il senso di insoddisfazione e di disagio personale.

Tutti nasciamo incendiari e tutti moriamo pompieri. Questo mantra mi risuona nella testa ogni volta che ascolto “eravamo quattro amici al bar”. L’età porta sempre a nuovi metodi per ottenere i risultati e spesso gli obiettivi finali sono molto più edulcorati rispetto alle idee giovanili ma il problema vero è che alcuni ex-giovani vedano i ragazzi come un problema, un nemico da abbattere, invece che idee da ascoltare e sostenere, mortificando il ragazzino al bar che sta dentro ciascuno di noi.

Qualcuno mi dirà: e i disordini? le vetrine spaccate?

Ma esiste una sola persona in Italia che pensi realmente che le due cose coincidano? Quello è un altro genere di problema. Non è secondario ma è profondamente più leggero e contemporaneamente più assoluto rispetto alle reali rivendicazioni dei giovani avvenute nei giorni scorsi.

Quella delle vetrine spaccate è delinquenza “fluida”, non organizzata ma realmente presente negli ambiente periferici, con regole proprie avulse da quelle della maggioranza. Forse qualcuno/a che viene dalle borgate capisce di cosa sto parlando, anche se nei discorsi pubblici fa finta di non conoscere queste realtà. Non mancano le regole ma quelle imposte dalla Società non vengono né accettate e né condivise . Nelle periferie urbane, indipendentemente dalla nazionalità di origine dei soggetti, si respira l’aria dell’abbandono da parte dello Stato, dello sfruttamento lavorativo senza alcuna protezione, della necessità di farsi giustizia da soli perché l’opinione pubblica, e spesso lo Stato, ti ha già giudicato in funzione della tua marginalità sociale, quale un pericolo costante, incapace di superare il proprio stato di indigenza, non idoneo a reclamare alcun diritto perché meno partecipe al PIL statale. E, per reazione, il ragionamento di fondo è: se lo Stato non mi vuole io mi rivolto contro il mio Stato.

Mi rendo conto che l’ultimo pensiero sembra esulare dal resto ma volevo solo sottolineare i movimenti realmente organizzati che chiedono miglioramenti delle condizioni di vita, chiedono pace, chiedono prosperità, chiedono possibilità di vivere e lavorare in Italia che sono stati sommersi dalla melma informativa che li ha accomunati ad altri soggetti che in ogni caso stavano manifestando un malessere ma le cui regole non sono corrispondenti al vivere quotidiano della moltitudine di italiani o perlomeno dalla moltitudine rappresentata dai sistemi di informazione.

Giovinezza con sottofondo pucciniano

Oggi guardavo un gruppo di giovani, tra i 20 ed i 30 anni circa, forse qualcosa in più. Erano seduti al bar a sorbirsi il loro aperitivo, tutti apparentemente felici e ben vestiti. Ho provato ad origliare i discorsi, non per morbosa curiosità di farmi gli affari loro quanto per capire quale fosse il tema centrale degli interessi giovanili. Seguivo il flusso delle parole che rimbalzavano da un tavolo all’altro attraversando lo spazio in cui mi trovavo.

Ho scoperto che gli argomenti erano variegati e diversificati in base al genere. I ragazzi parlavano di sport, di calcio in particolare, ma non solo. Descrivevano le auto o le moto che avevano visto o che sognavano di acquistare. Non mancavano i commenti per la ragazza in minigonna seduta al tavolo in fondo alla sala mentre con l’occhio vispo scrutavano il fondo-schiena della cameriera che attraversava il plateatico con passo veloce. Nei gruppi misti erano frequenti i discorsi sulle serie televisive più in voga con commenti su personaggi ed attori. Chi era uscito da poco dal lavoro aveva sempre qualcosa da ridire sul dispotismo del proprio capo o sull’incapacità del collega. Nei tavoli di sole ragazze c’era sempre un cuore spezzato da consolare, un’amica che aveva tradito la fiducia o un nuovo vestito da descrivere a cui abbinare le scarpe giuste. Immancabile, tra un discorso e l’altro, il commento sul taglio di capelli particolarmente riuscito o decisamente non indovinato da quell’imbranata della parrucchiera.

Mi ha fatto piacere vedere quella spensieratezza e constatare la leggerezza di ogni singolo argomento trattato anche se , devo essere sincero, mi aspettavo anche qualcosa di più profondo, legato a temi attuali, alla politica, alla difesa del territorio, all’impegno sociale, alla cultura o chissà a quali altri temi. L’impressione che ne ho ricavato è stata quella dell’inconsapevolezza.

Quei giovani, nel loro pieno diritto di avere un momento libero e di svago, mi sono sembrati del tutto ignari dell’ effetto che potrebbero avere le loro azioni se mosse da uno scopo ben preciso. Potrebbero addirittura cambiare il mondo o lasciare un segno nella storia. L’enorme potenziale giovanile inconsapevolmente tenuto a freno dalla mondanità.

Io immagino (o forse ricordo) l’animo giovanile in preda a due diverse spinte, due spiriti con caratteri diversi sebbene non necessariamente contrastanti. Vi è lo spirito di leggerezza, sempre alla ricerca della gaiezza o della superficialità per non affannarsi sui problemi e galleggiare nella quotidianità del compito assegnato a tutti noi dalla società moderna: lavorare e consumare. Da questo spirito nasce e si afferma la voglia di divertimento che rende i giovani protagonisti dei pomeriggi con forte aggregazione nei centri cittadini e delle notti brave. Poi c’è lo spirito di indomita lotta contro chi vuole governare le scelte dei giovani, chi li vuole costringere a seguire la massa imponendo loro regole che gli vanno strette. E allora partono le proteste, le contestazioni e i progetti di cambiamento. Una testimonianza, ad esempio, le iniziative di “Friday for future”.

Cercavo uno spunto per riuscire a descrivere questi due diversi spiriti giovanili e non riuscivo a trovarlo fino a quando ho chiamato in mio aiuto sia il grande Maestro Giacomo Puccini con le sue opere Tosca e La Bohème e sia il maestro di comicità Roberto Benigni con il suo monologo televisivo al festival di Sanremo 2011.

Benigni, facendo l’esegesi sull’Inno di Mameli parla del fermento giovanile che ha caratterizzato il periodo risorgimentale. I giovani furono i principali interpreti della ribellione allo straniero, invasore del suolo italico, e sognavano per l’Italia un nuovo futuro non ancora ben delineato tra unitario o federale, tra repubblicano, monarchico o sotto l’egida papale. C’era un solo imperativo: ribellarsi!

Quando Benigni parla di quel gruppo di “giovani, intrisi di gioventù” sicuramente usa un espediente lessicale per far sorridere il pubblico televisivo ma dipinge in maniera forte cosa vuol dire essere giovani. Vuol dire essere intrisi di leggerezza, di ardore, di coraggio, di speranza, di goliardia, di innovazione sociale e molti altri sentimenti tumultuosamente presenti nei cuori giovanili.

Nell’odierno mondo giovanile, limitando il ragionamento all’Italia e qualche altro stato europeo ed escludendo dal ragionamento le lotte di fede politica che hanno più il gusto del tifo calcistico piuttosto che quello di reale movimento di ribellione o protesta avverso mondi politici oppressivi, le spinte idealiste sono relegate ai temi dell’equità sociale, dell’ecologismo, della difesa del pianeta o del superamento della logica del profitto. Di conseguenza sono viste come distanti dalla vita quotidiana e ad appannaggio dei pochi coraggiosi che sfidano i conformismi per sollecitare lo spirito critico nei loro coetanei ma soprattutto nel mondo adulto che gestisce soldi e potere.

Questo potrebbe essere uno dei motivi per cui i giovani odierni, nonostante mediamente abbiano un livello culturale superiore rispetto a quello dei loro coetanei di uno, due secoli prima, appaiono più superficiali rispetto a questi ultimi e apparentemente tesi solo al divertimento. Non sembrerà quindi irriverente un accostamento allo stile di vita degli artisti in cerca di affermazione nella Parigi dell’800, in cui i giovani poeti, pittori, filosofi, non avevano la consapevolezza di essere protagonisti del cambiamento culturale in atto e, nell’attesa del successo, passavano le serate riempiendo strade e locande di spensierata e spesso irriverente allegria. Si era così creata nell’immaginario collettivo, l’idea di Bohème.

Puccini, con la sua famosissima opera “La Bohème”, ci fa entrare nella quotidianità della vita dei bohémiens che simbolicamente rappresentano tutta la gioventù europea dell’epoca, non solo quella degli artisti. Assieme ai personaggi dell’opera viviamo le multicolori esperienze che vanno dalla difficoltà nel pagare l’affitto da parte dei 4 artisti, al corteggiamento di Rodolfo verso la delicata Mimì, passando dal tarlo della gelosia, sia quello provocato dalla civettuola Musetta e sia sia quello immotivato subito da Mimì e lo spontaneo altruismo che spinge Musetta a privarsi dei suoi preziosi orecchini pur di pagare un medico ed un manicotto per le gelide mani di Mimì. Ed infine la forza dirompente del dolore, sottolineata dai 3 assoli di ottoni che precedono il pieno orchestrale nella straziante chiusura del melodramma.

Puccini con “La Bohème” colloca la tragedia nella vita di questi giovani. Emerge comunque in maniera decisa il carattere primario dei giovani bohémiens e su questo volevo puntare la mia attenzione. E’ lo stesso spirito presente nei discorsi catturati tra i tavoli del bar. Voglia di divertirsi, qualche problema di cuore, attenzione alla mondanità e all’esteriorità.

Nell’altro dramma pucciniano citato, vediamo invece la storia di amore e gelosia tra la cantante Tosca ed il pittore Mario, inserita negli eventi storici del 17 giugno 1800 in cui le alterne sorti della battaglia di Marengo finiscono per pesare nel destino dei due giovani. Tosca è coinvolta, suo malgrado, nei progetti di sovversione e resistenza che alcuni giovani romani stavano intraprendendo per assecondare l’avanzata francese convinti che Napoleone li avrebbe aiutati a sconfiggere gli usurpatori austriaci e a togliere il potere al papato. A contrastare i loro sogni di affrancamento dallo straniero e di libertà per ricostituire la fallita Repubblica Romana, c’è il perfido rappresentante della polizia papalina, Scarpia.

In Tosca vediamo i giovani disposti ad ogni sacrificio per il loro ideale di libertà. Il coraggio e l’ardore che portano all”eroismo, all’audacia, alla lealtà e alla difesa degli ideali, non sono caratteristiche innate, o deliberatamente scelte dai protagonisti ma si presentano come occasioni, attimi in cui la decisione di farsi carico di un problema fa la differenza. Mario non era direttamente coinvolto con la rivolta ma non esita a nascondere il suo amico Cesare, fuggiasco dalle prigioni papali diventando di fatto complice dei rivoltosi. La stessa Tosca, prima di essere travolta dall’occasione propizia che la trasforma in omicida, stava per sacrificare se stessa, pur di far cessare le torture sul suo Mario e per ottenergli il riscatto dalla condanna a morte per fucilazione emessa da Scarpia.

Dal secondo dopoguerra ad oggi, la nostra nazione non ha avuto la necessità di affrontare guerre aperte se non quelle contro la mafia ed il terrorismo, per cui giovani e meno giovani non sono stati costretti ad armarsi e partire contro nessun nemico. Ci sono state le lotte salariali, le lotte per alcuni diritti civili, ma niente di paragonabile al disastro di situazioni belliche o di lotta per la propria libertà ed indipendenza.

Ai giovani raccomando di continuare a vivere la propria gioventù sia con la leggerezza dei bohémiens (aggiungerei con la necessaria passione negli studi e professioni che affrontano) e sia con l’impegno sociale per ciò in cui credono, augurando loro che la nostra società non richieda più quei sacrifici di vite umane che si sono rese necessarie per la conquista dell’indipendenza da stati stranieri e per la liberazione dal nazi-fascismo.