A Padova si è tenuta la ventesima edizione della Fiera delle parole dal 30 settembre al 4 ottobre 2026, un insieme di incontri dove le parole, scritte, parlate, sussurrate, erano le protagoniste e dove sono stati presentati decine di libri ma non solo. Nei vari luoghi di questa fiera diffusa, tra il padiglione 11 di Padova Fiere, Palazzo Moroni, Centro Culturale Altinate San Gaetano, Facoltà Teologica del Triveneto, Centro Universitario Padovano, Biblioteca Civica di Padova, Galleria Civica Cavour, varie Librerie pubbliche, Sala Studio teologico, Caffè Pedrocchi, Teatro Verdi, Museo Eremitani, Circolo Culturale Sardo, Chiesa di Santa Caterina, Palazzo Zacco, sono stati organizzati anche laboratori per le scuole con scrittori, musicisti, artisti e giornalisti, offrendo un ampio spettro di approfondimenti adatti a tutte le età, a tutti i ceti sociali e a tutti i livelli culturali.
La prima considerazione che mi sento di fare è che il pubblico della Fiera delle parole, sembrava un corpo unico, non c’erano corse per accaparrarsi i posti, non c’era gente con muso lungo o con parlare aggressivo o arrogante. Le code al firmacopie erano occasioni per commentare positivamente quanto gustato nei minuti precedenti e già dalla seconda conferenza sembrava di conoscere tutti gli ascoltatori. Le pause per un tramezzino o un aperitivo venivano vissute serenamente con il piacere dell’incontro tra persone diverse ma con un interesse comune. Si è creato nei giorni di Fiera un clima fraterno, oserei dire di pace. Quale alchimia può avere provocato quel risultato? Sicuramente la predisposizione all’ascolto e poi il sentimento di gratitudine per le parole ascoltate, ma anche nei confronti di chi ha pensato e organizzato la Fiera reclutando un validissimo e partecipe gruppo di volontari che era sempre vigile e attento alle esigenze di informazioni da parte del pubblico. Ma le protagoniste erano proprio le parole che hanno avuto un effetto di pacificazione col mondo, anche quando queste hanno parlato di resistenza e ribellione.
Io ho seguito solo alcuni eventi, del resto per seguirli tutti sarebbe stato utile il dono della ubiquità, e ho trovato un filo conduttore comune ma soprattutto uno stile caratteristico che ha privilegiato la delicatezza della comunicazione e l’ironia in contrapposizione allo stile urlato dei talk show televisivi e del mondo social. Non sono mancati gli argomenti forti, gli incitamenti a responsabilizzarsi come popolo, alla ribellione contro le ingiustizie e contro l’inerzia del potere politico.
Mi ha sorpreso che molti relatori abbiano fatto riferimento alla loro esperienza scolastica, in particolare del periodo delle elementari e dei rapporti con le insegnanti che erano stati fortemente significativi per loro così come lo erano stati per molti loro compagni di classe e che hanno segnato le fasi di crescita successive degli alunni. Ho trovato molto delicato questo pensiero del ricordo dell’insegnante elementare ma soprattutto sono emersi i due sentimenti fondamentali da parte di questi ex alunni: rispetto e riconoscenza. Non è possibile sapere quale sarà la considerazione che gli adulti di domani avranno delle insegnanti di oggi ma, secondo me, è probabile che le relazioni significative siano ridotte ad una risicata minoranza. Attenzione parlo di relazioni significative non di capacità delle insegnanti o capacità di ascolto dei bambini ma relazioni difficili da creare e mantenere anche, a mio parere, per una eccessiva ingerenza dei genitori. Ma questo è un altro argomento.
Ascoltando gli interventi dei relatori ho finalmente trovato una risposta positiva ad alcuni quesiti che mi ponevo da anni. Dove sono finiti gli intellettuali? perché non si sentono voci al di fuori del coro? In questo periodo di comunicazioni urlate, dibattiti televisivi che somigliano più ad incontri di boxe che a dialettica mi sembrava che mancasse del tutto la categoria degli intellettuali, cioè di coloro che indirizzano il pensiero del popolo con lucide spiegazioni su come vanno le cose, come si interpretano i segnali politici, economici, relazionali e come affrontare con la giusta ironia anche i problemi più seri. L’idea che mi sono fatto è che gli intellettuali non fossero mai spariti ma semplicemente, destituiti dalla loro funzione per mezzo di etichettature denigratorie, erano rimasti inascoltati e abbandonati a se stessi, ridicolizzati e sminuiti, definiti radical-chic, comunisti col rolex, magistratura rossa, e via dicendo. Queste etichette hanno realmente creato un distacco tra popolo e intellettuali perché il pensiero doveva essere relegato a piccoli slogan imparati a memoria. Meglio indottrinare pochi concetti da ripetere come automi che preparare il popolo a fare ragionamenti autonomi. Per questo anche solo parlare di intellettuali suscitava sorriso o imbarazzo
Alla Fiera delle Parole posso dire di aver ritrovato gli intellettuali perché ho sentito e visto pensieri diversi su argomenti molto diversi ma con la capacità di parlare al cuore delle persone, di illuminare la strada sulla via del ritorno a pensieri di pace, di progresso sociale, di giustizia, di equità economica e di conoscenza del funzionamento del nostro corpo e della nostra psiche.
Non farò certo un riassunto di quanto ascoltato ma cercherò una sottolineatura in ciascun argomento:
La prima serata a cui ho partecipato ho avuto una partenza con argomenti abbastanza duri, del resto si parlava di resistenze: guerra, potere e memoria. Ciascuno dei 3 relatori ha parlato del proprio modo di vedere la resistenza. Ha iniziato Jacques Charmelot che attraverso il suo libro “La guerra è merda” ha sintetizzato il destino dei soldati nelle prime linee e dei civili nelle zone di guerra. Micki Gruber ha portato la propria esperienza di coaching nel campo della valorizzazione delle carriere femminili, un diverso campo di guerra ma non meno cruento. Infine Cathy La Torre ha parlato dei diritti violati delle donne. Onestamente devo dire che non era facile seguire il loro filo logico perché gli argomenti li riprendevano più volte, li integravano e si passavano il testimone citando parte dei loro lavori o le motivazioni che li hanno portati a scrivere quei testi. Una cosa però l’ho capita bisogna ritrovare la forza di resistere a chi vuole condannare l’esistenza alla violenza e alla bruttura.
Nella stessa serata ho ascoltato l’economista Carlo Cottarelli che ha parlato di economia facile con il suo libro “Senza giri di parole”. A distanza di tempo sembra difficile fare sintesi di quanto detto dall’economista però la sensazione che anche l’economia di uno Stato possa essere spiegata in maniera da renderla comprensibile alla maggior parte del popolo, mi è rimasta, che i metodi di tassazione già previsti nel passato sono attuabili ancora oggi e infine la mancanza di chiarezza sulla fine che fanno i soldi dei cittadini e che renderebbe più sopportabile il peso della tasse.
La conclusione della serata è stata a dir poco fantastica. La professoressa Antonella Viola ha affrontato il tema dell’amore ma spiegandolo dal punto di vista biochimico. Ci ha fatto visualizzare con l’immaginazione quello che avviene nel nostro corpo quando ci si innamora e quello che serve per mantenere alto il numero di endorfine che sono il motore dell’amore. La sua spiegazione, già affascinante, è stata intervallata da brani scelti ed eseguiti in maniera magistrale dalla cantante Simona Bondanza accompagnata al piano dal Maestro Roberto Gorgazzini rendendo indimenticabile ed emozionante il suo racconto che di fatto altro non era che una lezione universitaria resa ad un pubblico culturalmente eterogeneo. Indimenticabile.
Il giorno successivo era in programma un incontro al quale avrei voluto partecipare ma impegni familiari non me lo hanno consentito. L’argomento è presente nella mia famiglia con diversi cugini e nipoti che lavorano in varie parti d’Europa e io stesso che benché non abbia modificato la nazione ho dovuto migrare dalla Sicilia al Veneto. La giornalista Tiziana Ferrario ha parlato de “La voglia di andarsene” che sta depauperando il futuro dell’Italia. Giovani che studiano e si laureano in Italia ma che fanno le proprie esperienze di ricerca e lavorative all’estero perché il mondo del lavoro in Italia invece di formare le nuove generazioni le sfrutta con stage sottopagati o non pagati e non è certamente uno stimolo a rimanere.
L’evento serale è stato un discorso serissimo ma trattato come se fosse uno spettacolo di cabaret con due giuristi di elevatissimo livello che hanno parlato della giustizia italiana. I due ex magistrati Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo si sono divertiti a schernirsi a vicenda ma hanno illustrato i pregi e i difetti del nostro sistema giudiziario con una semplicità sorprendente. Viene da dire che, adesso che non ci sono finalità politiche legate alla decisione popolare sulla giustizia, la giustizia è stata spiegata meglio e con più dovizia di particolari invece che ripetere le frasi slogan che le due fazioni ci fornivano prima del referendum.
Passa un altro giorno, e aspettare la sera per andare ad ascoltare parole edificanti diventa sempre più arduo. Gli incontri serali portano nuovi linguaggi e nuovi modi di vedere il mondo ed è per questo che la giornata viene vissuta in attesa che venga sera. Mario Calabresi parte da lontano, da quando era un bambino e viveva nella sua Milano e nella sua classe, nella scuola di quartiere c’erano sia il figlio del ciabattino e sia il figlio del notaio che stavano seduti banco a banco e sono cresciuti, hanno fatto le proprie scelte e si sono affermati perché la scuola alla quale si accedeva in base alla residenza faceva crescere tutti in maniera uniforme mentre la scuola di oggi che viene scelta dai genitori a seconda dell’offerta formativa, o meglio in base a quello che puoi spendere, è frammentata e nello stesso quartiere c’è la scuola pubblica e quelle private: quella internazionale, quella confessionale, quella esclusiva. In pratica si sono create barriere tra i bambini e quindi tra le famiglie impedendo quello che è stato per anni l’ascensore sociale.
Tra il pubblico che fa lo spuntino serale al bar in attesa dell’inizio dell’incontro con Gianrico Carofiglio il dibattito è già acceso: Accendere fuochi è un’accezione positiva o negativa? La risposta non si fa attendere perché l’autore precisa che il fuoco della passione fa vedere le persone, dispone all’ascolto e alla fine dei conti è il primo atto per il cambiamento.
Deve ancora iniziare l’ultima serata e già la nostalgia di questo angolo di mondo e delle sue parole si fa sentire. Da domani le parole buone dovremo trovarle noi ma intanto godiamoci gli ultimi momenti. Lo scrittore Ascanio Celestini rispolvera la figura di Pasolini. Un personaggio scomodo che ha combattuto contro il fascismo ma da qualcuno è stato considerato fascista, è stato espulso dal partito comunista ma lui era e si sentiva pienamente comunista, ha descritto un’Italia che usciva dalla povertà e si avviava al boom economico che voleva ammodernarsi ma restava bigotta e stereotipata. Di lui dice Celestini che ha avuto due vite, quella sua, quella che ha vissuto e quella che raccontano gli altri da dopo la sua morte.
Quale chiusura più degna poteva esserci per questa rassegna? Una bella chiacchierata anzi un bel monologo di Massimo Gramellini che ha spostato l’accento sugli eroi. Non quelli dei film, delle guerre ma gli eroi di tutti i giorni, quelli che con le loro decisioni, le loro azioni, cambiano la storia, la rendono più piacevole da vivere. Un libro che racconta brevi episodi di vita reale nei quali una persona decide di cambiare il corso degli eventi decidendo di non restare a guardare, di agire per il bene degli altri ma anche per il proprio bene, perché fare del bene fa stare bene.
E adesso che la Fiera delle parole è finita non mi resta che provare a rendere attuali le parole ascoltate e tramutarle in azione.
