Coronavirus ed i conti che non tornano

Oggi abbiamo superato la quota di 5 milioni di contagiati nel mondo, secondo le stime ufficiali.

A me il conteggio delle stime ufficiali non convince. Io leggo quotidianamente le statistiche offerte da http://www.worldometers.info/coronavirus e ritengo largamente sottostimate le quantità di contagiati e di morti. Nel corso di questo articolo utilizzerò i dati riferiti a ieri 19/05/2020 perché, a fianco del totale di contagiati e di deceduti è visibile per entrambe le categorie l’incremento giornaliero definitivo di ogni singolo Stato.

Prendiamo in considerazione la Cina. I suoi 82.960 casi accertati rispetto ad una Nazione la cui popolazione si attesta oltre il miliardo e 400 milioni di persone, mi sembra risibile se confrontato con i primi 8 paesi dell’elenco che hanno in totale meno di 1miliardo di abitanti ma registrano oltre 3 milioni e 240 mila positivi. Di sicuro non ha aiutato a creare chiarezza la mancanza di certificazione del numero di tamponi effettuati.

Analizziamo la sola Asia e consideriamo i primi 3 Stati colpiti da contagio, oggi in fase di azzeramento sia dei nuovi contagi e sia dei casi attivi. Si evidenzia che Cina, Korea del sud e Hong Kong hanno avuto un numero di contagi bassissimo e proporzionalmente pochissimi decessi: rispettivamente 5%, 2% e 0,4% dei contagiati.

Se si può immaginare un clima di facile gestione dell’emergenza ad Hong Kong che è stata immediatamente chiusa al mondo esterno e il cui lockdown è ancora parzialmente in atto, la Korea (e similarmente del Giappone) che non ha applicato i parametri di chiusura con la stessa rigidità, ha sicuramente un ammontare dei contagiati sottostimato. A maggior ragione, il dato cinese mi sembra invece volutamente non veritiero e sottodimensionato da 20 a 100 volte, vale a dire in una forbice compresa tra 1,6 e 8 milioni di contagiati con un’incidenza dei morti da 40 a 200mila

Sul fronte europeo, sebbene i governi di ciascuno Stato possano aver fatto benissimo o malissimo il proprio compito a tutela della popolazione, vi è una certa analogia tra i dati disponibili

Guardando i valori dalla Spagna alla Germania il numero dei contagi, anche in rapporto alla popolazione, resta in parametri paragonabili e giustificabili con le diverse politiche adottate dai vari Paesi. Certo che stride il confronto proprio tra Spagna e Germania per una differenza di contagi superiore alle 100mila unità a danno della Spagna, pur avendo quest’ultima appenda il 55% del numero di abitanti rispetto la Germania.

Il Belgio, evidenziato in giallo, ha vissuto una situazione anomala rispetto a tutti gli altri Stati europei portando il numero di decessi per milione di abitanti a 786 unità. Valore decisamente alto e maggiore di circa il 30% rispetto al secondo più alto (Spagna). Nei miei conteggi non prendo in considerazione gli stati troppo piccoli poiché anche un solo caso assumerebbe un peso proporzionale elevatissimo vanificando il confronto per disomogeneità dei dati.

Pur ammettendo che lo sviluppo del contagio possa dipendere dalla capacità organizzativa degli Stati, il numero dei guariti dovrebbe seguire una percentuale di discesa omogenea a meno che uno Stato non abbia trovato la cura e se la tenga solo per sé. Alla luce di ciò non riesco a spiegarmi la differenza di casi attivi tra Italia e Germania. La Germania ha iniziato ad avere i contagi quasi due settimane dopo dell’Italia ed il suo picco una settimana dopo. Non è spiegabile nemmeno col minor numero di casi Tedeschi rispetto a quelli italiani registrati subito dopo i rispettivi picchi. L’impressione è che il criterio per definire guarito un paziente sia diverso tra l’Italia (come la maggioranza degli altri stati europei) e la Germania.

Maggiormente evidente, vedi lo schema precedente, è la minor quantità di morti tedeschi rispetto alla media dei Paesi europei. Il numero di morti su milione di abitanti è circa 1/5 rispetto a quello di altri paesi. I morti in rapporto ai contagiati, in Italia è attualmente del 14%, in Germania del 4%. In Russia tale rapporto scende addirittura allo 0,9%. A difesa della Russia il fatto che il picco sembra sia stato raggiunto proprio in questi giorni, per cui ci vorrà qualche settimana per avere un numero più omogeneo, però temo che la tendenza, anche in questo caso, sia di tenere i numeri volutamente bassi. Probabilmente nè Germania e nè Russia conteggiano come morti Covid, pazienti deceduti per altre patologie pregresse ma aggravate dal Covid.

In questi giorni Asia meridionale, Sud America ed Africa stanno vedendo notevoli incrementi sul numero di contagi (le tabelle sono ordinate per numero di contagi aggiunti ieri) e ancora una volta, nei paesi di maggior densità abitativa si riscontra un minor controllo dei potenziali contagiati, registrando un numero di tamponi irrisorio. Mi domando come verrà giustificata la morte di un elevato numero di persone in India, Pakistan, Indonesia, Bangladesh dato che non stanno registrando il numero di contagiati che ci si aspetterebbe da paesi così popolosi. Anche l’America latina sembra che abbia sia sottovalutato il problema e sia nascosto un elevato numero di decessi. L’Africa è un discorso totalmente diverso. Un intero continente in cui solo alcuni stati nell’area del Maghreb più Sudafrica, Gibuti e Mauritius hanno effettuato uno screening del contagio sulla popolazione. La situazione, guardando i numeri sembrerebbe sotto controllo ma temo che il continente possa lamentare entro la fine dell’anno almeno un milione di morti.

Mi auguro che le mie convinzioni siano false, di essermi clamorosamente sbagliato perché se dovessero rivelarsi anche minimamente vicine alla realtà, oggi saremmo a circa 30 milioni di contagiati con circa 1-3 milioni di morti. E la fine della pandemia è ancora lontana.

Personaggi: Dommy – (Festa in diga)

Era stata una giornata molto calda e stancante ma l’eccitazione era alle stelle. Avevamo organizzato la tanto agognata rimpatriata tra compagni di scuola ormai cinquantenni. Una mega festa in cui eravamo presenti un centinaio di diplomati nell’88 al Liceo Scientifico Fermi di Padova. La zona della Diga di Chioggia, col grande parcheggio e l’immenso spazio sulla spiaggia, era stata individuata come la location migliore per una festa privata in grande stile. Eravamo 500 persone, forse di più. Ogni diplomato era venuto con il proprio partner, marito o moglie che fosse, qualcuno con l’amante e molti amici.

Era scioccante constatare le trasformazioni che tutti noi avevamo subito nel corso degli anni. In qualcuno mi era stato difficile rivedere il volto che avevo memorizzato oltre 30 anni prima. Nè il ragazzino con le prime pelurie e l’atteggiamento da uomo per nascondere l’insicurezza e nemmeno i volti snelli delle ragazze lentigginose. C’erano persone che mi salutavano come se ci fossimo visti il giorno prima ma a me sembravano perfetti sconosciuti. Altri non avevano cambiato un capello, più rotondetti e occhi scavati dalla frenesia quotidiana ma erano gli stessi di trent’anni prima.

Man mano che incontravo i miei vecchi compagni di scuola mi rendevo sempre più conto che stavo osservando il variegato spaccato della nostra società. C’era chi occupava i gradini più alti della scala sociale avendo conseguito le migliori specializzazioni nei rispettivi corsi di studio e di ricerca o essendosi buttato a capofitto nell’attività lavorativa presso l’azienda di famiglia o in quella creata autonomamente dal nulla nell’effervescente campo imprenditoriale della provincia patavina. Assieme a loro c’erano, invece, coloro che avevano clamorosamente fallito le aspettative proprie e delle famiglie, fiduciose che un diploma al Liceo scientifico potesse aprire mille porte, da quelle delle università più prestigiose, agli impieghi pubblici fino ad incarichi dirigenziali nelle grosse aziende.

Bruno era alto, riccioluto e scarno. Mi aveva confessato che dopo il diploma si era perso, aveva sprecato qualche buona occasione come DJ radiofonico e si era buttato in un giro di droga dal quale ne era uscito malconcio e solo dopo la trentina. Aveva dormito in strada, quando i suoi lo avevano buttato fuori di casa perché era diventato violento ed un peso emotivo troppo forte per sostenerlo in famiglia. Un prete lo aveva portato a lavorare in una cooperativa sociale. Lì lo avevano assunto per fare il manutentore. Aveva dovuto imparare a fare l’idraulico, il falegname, l’elettricista ed il giardiniere e lentamente si era disintossicato. Non era stato facile. – La felicità non è gratis e nemmeno immediata. – mi aveva detto. Bruno è stato importantissimo per la festa. Si è dimostrato instancabile come lavoratore nei due giorni di allestimento finale, anche se aveva bisogno di essere guidato. Evidentemente non era mai stato abituato a decidere autonomamente cosa fare ma a dipendere dagli ordini altrui.

Cinzia, invece era un portento. Organizzata al massimo, dava a ciascuno di noi il nostro compito. Lei non aveva fatto parte del cosiddetto nocciolo duro, quelli che avevamo avuto l’idea della festa e che avevamo cercato i primi contatti attraverso i numeri o indirizzi che ricordavamo. L’aveva voluta Paolo nel team perché se la ricordava bene, era molto carina ed era dai tempi della scuola che sperava di scoparsela ma poi si erano persi di vista. Quella poteva essere la sua occasione. Invece Cinzia si era dimostrata subito molto determinata lasciando poco spazio a Paolo per flirtare. Aveva recuperato gli elenchi scolastici e aveva dato a ciascuno di noi un incarico ben preciso per rintracciare tramite elenco telefonico, Facebook, e vecchi indirizzi, circa 20 persone a testa. Aveva deciso che Paolo avrebbe dovuto interessarsi dei contatti con tutti i fornitori esclusa la location e i DJ per i quali aveva incaricato me. Cinzia, subito dopo il diploma, si era iscritta a medicina ma a causa della sua passione per lo spritz, le serate al bar o in discoteca fino a tardi, in due anni aveva dato solo tre esami e il papà le aveva dato l’out-out. O si fosse messa a studiare seriamente laureandosi nei tempi previsti o sarebbe andata a lavorare, cosa che avrebbe dovuto fare comunque se ci teneva a continuare quello stile di vita dispendioso. Un’amica che era stata licenziata dal suo capo perché era rimasta incinta, le aveva proposto di prendere il suo posto di segretaria. Non era uno stipendio da favola ma pagava regolarmente, cosa da non sottovalutare. Cinzia era rimasta in quello studio solo quattro mesi. Aveva capito che l’avvocato era uno sfruttatore ed un viscido approfittatore sessuale. Più di qualche volta le aveva toccato le tette o dato qualche schiaffetto sul culo. Il carattere forte di Cinzia aveva evitato che ci provasse più spesso ma comunque era troppo per lei. Non riusciva a sopportare quella situazione per cui alla prima occasione se ne sarebbe andata. Un cliente, in attesa di essere ricevuto dall’avvocato, le aveva confidato che era disperato per la recente morte della moglie. Tra l’altro, senza di lei non riusciva più a gestire l’ufficio commerciale della propria ditta di componenti elettromeccanici. Solo la sua povera moglie era così brava e sarebbe stato difficile sostituirla. Cinzia non ci pensò due volte, gli disse che lei sapeva come gestire un ufficio e parlava bene l’inglese e lo spagnolo per cui avrebbe potuto essere all’altezza della situazione. Lavorava ancora in quell’azienda.

Simone si era Laureato in ingegneria ed era stato assunto da un’azienda che costruiva alberghi di lusso. Durante una trasferta in Australia si era innamorato del posto ed era rimasto a Perth per aprire una serie di locali: aveva cominciato con un circolo al porto turistico e poi ci aveva preso gusto aprendo bar, discoteche e ristoranti sul lungomare. Di fatto lui non faceva nulla. Apriva i locali e li affidava a gestori. In pratica viveva di rendita. Dopo 20 anni, aveva deciso di rientrare a Padova perché i suoi genitori non stavano più bene e necessitavano di cure continue. All’inizio mandava soldi per la badante ma non bastava più. Serviva una presenza costante. Non si era mai sposato pur essendo molto ricercato dalle donne e pieno di soldi ma il suo interesse era diverso ed orientato ad un altro genere. Finalmente si era liberato del senso di vergogna e consapevole della propria maturità fisica e psicologica aveva deciso di mostrarsi come era realmente. Alla festa era venuto con il suo nuovo compagno, un tunisino di venti anni più giovane di lui, molto eccentrico.

Angela sembrava una star di Hollywood e aveva gli occhi di tutti puntati su di lei: alta, capelli castano chiari, volto asciutto che sottolineava la forma della mandibola e faceva risaltare gli zigomi perfetti, leggermente tondeggianti che facevano pendant con il naso sottile leggermente all’insù. Molti dicevano che erano stati rifatti ma a me piaceva pensare che fosse solo l’invidia per quel fisico statuario. Il suo foulard leggero, svolazzante intorno al collo lungo, le copriva parzialmente le spalle perfettamente abbronzate. Un malizioso top le metteva in evidenza il seno pieno, tondeggiante e apparentemente sodo. – Quando si hanno i soldi è facile rimanere belle -, questo il commento di molti tra i presenti, e non solo da parte delle donne, giustificate dalla meritata invidia, ma anche dagli uomini che comunque non rinunciavano ad avvicinarla, sornioni, con un drink in mano. Era come vedere le api ronzare attorno ad un bel fiore ricco di polline. Eppure, Angela non era una persona così volubile come poteva sembrare alla prima occhiata. Lei si era affermata prima come ricercatrice e poi come dottoressa nel reparto oncologico di Padova. Nonostante fosse impegnatissima col suo lavoro riusciva a vivere un bellissimo rapporto familiare con il marito, dottore anch’egli e i loro due figli.

Vivevano in centro a Padova, vicino al Prato della Valle in uno stabile antico ma completamente ristrutturato. La facciata uniforme nascondeva, dietro l’elegante portone automatico, un cortile con un tiglio secolare al centro e quattro platani di recente piantumazione, posizionati sul fondo. Ai lati le sei unità alloggiative di alto prestigio.

Difficile trovare operai o impiegati comunali tra i residenti in quei caseggiati. Le auto parcheggiate sotto la tettoia in legno lo dimostravano senza alcuna ombra di dubbio.

Alessandra non aveva avuto la stessa fortuna di Angela. Pure lei aveva svolto un dottorato di ricerca e come Angela era stata assunta all’Ospedale Civile di Padova. Il suo carattere, non certo disponibile e una certa insofferenza nei confronti delle persone e dei loro problemi, l’avevano resa subito antipatica alla maggior parte dei colleghi facendola entrare in una forma di isolamento. Le cose erano peggiorate dopo la separazione da Fabio, ex compagno di scuola, quindi anche lui presente alla festa. Fabio era rinato dopo la separazione. La nuova compagna di Fabio faceva la parrucchiera. Questa era una cosa che feriva Angela. Si era convinta di essere stata tradita e mollata per una persona che valeva meno di lei. – Per fare le parrucchiere cosa ci vuole? basta non aver voglia studiare e non andare all’università. – La sua disperazione si era tramutata in depressione ed inevitabilmente riversata sull’aspetto fisico: capelli trasandati grigio-neri, faccia arrotondata dal gonfiore generato dai farmaci con le guance pendenti che le facevano mostrare qualche anno in più dei 50 effettivi. Quando l’avevo vista arrivare alla festa con il rossetto troppo pesante sul trucco chiaro, la pelle bianca come se non avesse mai preso il sole, un vestito che le cadeva addosso come un sacco e gli stivaletti bassi che non davano nemmeno un poco di slancio alla sua già bassa statura, avevo pensato che fosse una strega. Le mancava solo il cappello a punta.

Il tipo più strano, conosciuto in quell’occasione sebbene del Fermi pure lui, era Domenico Misano. Lo chiamavano tutti Dommy.

Dommy aveva collaborato con noi soprattutto negli ultimi giorni di organizzazione della festa. Era un tipo diffcile da definire. Libero professionista, non si era mai sposato, credo per una precisa scelta di libertà non perché gli fosse mancata l’occasione. Dommy aveva tante idee e sarebbe stato capace di svolgere molti lavori in contemporanea. Rideva e ci raccontava le sue avventure mentre lavoravamo. Parlava soprattutto di donne e di calcio. Lui era dirigente di una squadra amatoriale ad Abano. Mentre tutti gli argomenti erano per lui risibili, pure la politica, quando si parlava di calcio diventava quasi intransigente. Allora prendeva tutto sul serio soprattutto se si parlava del settore giovanile, quello che seguiva direttamente.

Nei 2-3 giorni che eravamo stati quasi costantemente alla diga di Chioggia per allestire i chioschi, i punti di ingresso, le consolles per i DJ, i mega cubi per le ballerine, lo avevo visto arrivare con la sua Guzzi V7 cafè racer o con la smart nera. Erano entrambe troppo piccole per lui che era alto oltre il metro e ottantacinque ma evidentemente il suo unico scopo era fare il figo. E, nonostante la sproporzione, funzionava.

Era così in tutto, usava pantaloncini o jeans e maglie o camicie di marca, spesso molto vistose ma con qualcosa che non ci azzeccava, quasi un disordine voluto, che faceva scena e attirava l’attenzione. In effetti era un tipo che non passava mai inosservato. Piacevole d’aspetto, più giovanile della sua reale età, indossava occhiali dalle forme e colori più strani, barba brizzolata e capelli sempre imbizzarriti che non davano la sgradevole sensazione di essere sporchi o disordinati ma semplicemente in movimento continuo. Ogni volta che arrivava lui, si aprivano 4 o 5 birre e spuntava subito del pan biscotto e salame. Finito il piccolo break tornavamo a lavorare ma passavano poche manciate di minuti e lo rivedevi con la sua bottiglia in mano mentre si fermava a parlare con qualcuno, anche con i curiosi che venivano a chiedere cosa stessimo preparando. Di fatto Dommy era il nostro addetto alle Public Relations, parlava e beveva tanto senza dare l’impressione che lavorasse poco. Man mano che aumentavano le birre bevute, la voce già gutturale, diventava greve e le parole biascicate. In quelle occasioni non era raro vedere la sua mano destra sollevarsi per toccarsi i capelli sulla nuca, quasi per controllare di avere ancora una testa sul collo. Anche gli occhi diventavano fessure sottili che accompagnavano il sorriso coinvolgente da bontempone. Stava bene con tutti purché ci fosse una birra a portata di mano. La sera della festa non era arrivato in compagnia di una donna ma ne erano state registrate tre nell’elenco degli ospiti a suo nome. Colleghe di lavoro, diceva. Alla maliziosa domanda di Angela se Dommy fosse accompagnato, scherzando le avevo risposto di sì perché non l’avevo mai visto senza una bionda in mano. Iniziavo a pensare che fosse tutta scena ed in realtà non bevesse ma tenesse sempre lo stesso bicchiere. Dopo averlo seguito con gli occhi per qualche minuto, mi ero invece reso conto che beveva, lentamente ma beveva un bicchiere dopo l’altro. Mi ero avvicinato a lui mentre stava parlando con Cinzia ed altre due donne che non conoscevo, una rossa con una scollatura da capogiro e una biondissima riccia che illuminava tutta la scena. Era un buon posto per provare a buttare qualche amo. Non era infatti da escludere un finale in dolce compagnia. Dommy rideva continuamente e ad ogni bicchiere, il suo eloquio diventava meno comprensibile. Si era aggiunto al nostro gruppo Roberto, un altro ex della nostra scuola, il classico bravino, quello che sapeva tutto e che non faceva mai copiare. Era vestito da prima comunione e la sua aria snob si vedeva anche dal fatto che era arrivato con un cocktail in mano invece della birra o del prosecco come la maggior parte di noi. Non si era avvicinato neanche lui per caso ma per uno scopo ben preciso. Dommy era il dirigente della squadra dove giocava suo figlio e voleva informazioni su alcuni cambiamenti che lo lasciavano perplesso. Era evidente che Dommy cercava di evitare quella tematica, privilegiando gli argomenti e i sorrisi delle dame, soprattutto della rossa che ad ogni battuta gli si strusciava sul braccio mentre rideva. Ad un certo punto Roberto stava insistendo sulla modifica regolamentare che la Società voleva applicare da subito. Fino a quel momento, Dommy doveva aver vissuto la presenza di Roberto solo come un fastidio sopportabile ma mettere in dubbio quello che stava facendo la sua Società ed in particolare le modifiche regolamentari che erano frutto del suo lavoro con i responsabili nazionali delle giovanili della FIGC doveva avergli dato la sveglia. Dalla posizione leggermente stravaccata sullo sgabello, Dommy si era erto, si era schiarito la voce diventata nuovamente regolare e gli occhi avevano recuperato la normale rotondità. Anche i capelli e la barba si erano automaticamente riordinati come l’ampia camicia di flanella bianca. Non avrei mai immaginato di sentirgli fare dei ragionamenti seri, documentati, con tutti i numeri delle delibere pronunciati senza esitazione; Sembrava un avvocato durante un’arringa. Mi ha così sorpreso che, benché totalmente estraneo a quegli argomenti sono rimasto ammirato ad ascoltarlo e ad osservare la sua straordinaria metamorfosi. Erano rimaste invece totalmente estranee e disinteressate agli argomenti, con una punta di noia, Cinzia, la rossa e la bionda riccia che, bicchieri in mano, hanno raggiunto altri amici parlando e ballando con loro. Al termine del momento di lucidità, Dommy aveva mandato a cagare Roberto dicendogli che non capiva nulla.

Dommy aveva ripreso il suo format normale con occhi a fessura, voce impastata e portamento dinoccolato e rendendosi conto che, a causa di Roberto, eravamo rimasti con un pugno di mosche in mano, mi offrì di spostarci all’altro punto bar.

Ridevamo come ragazzini, prelevando alcuni assaggi a base di pesce dai vassoi disposti sul buffet, parlando dei tempi della scuola e di come eravamo cambiati nel corso degli anni. Entrambi, tenevamo stretto nelle nostre mani il bicchiere con un’altra birra.

Omaggio al Teatro

14 maggio 1947, nasceva il Piccolo Teatro di Milano per volontà di Giorgio Strehler, Paolo Grassi e Nina Vinchi.

Ricordare oggi il Teatro, non solo il Piccolo ma tutti i teatri e di tutti i generi, ha una valenza enorme per un settore duramente colpito dall’emergenza Coronavirus e per il quale la data di ripresa è molto incerta e sicuramente andrà oltre il termine di quest’anno solare (per gli scaramantici, che abbondano nell’ambito teatrale, ricordo che questo è un anno bisestile). Attori, registi, maestranze, orchestre, cantanti e tutte le persone che orbitano nel variegato mondo dello spettacolo si trovano ad affrontare una durissima crisi che inciderà anche dopo la riapertura dei teatri.

Il Piccolo, di cui oggi si festeggia il 73° anno dalla fondazione, fu il primo teatro pubblico italiano, di quelli poi detti “stabili” per distinguerli dai teatri itineranti. Nel suo programma c’era l’intenzione di essere un teatro d’arte, cioè di non inseguire solo l’immediato successo del pubblico ma di privilegiare un teatro artistico, pur meno remunerativo, e di orientarsi a tutto il pubblico anche dei ceti medi, con una politica di prezzi bassi. Grassi sosteneva infatti che la massa non andava a teatro per motivi economici e non per mancanza di desiderio o di cultura.

Senza entrare nelle varie peripezie storiche ed artistiche del Piccolo, legate agli eventi sociali attraversati dall’Italia, vale la pena ricordare che il Piccolo ha moltiplicato le sue sedi fino alle attuali 3: Teatro Grassi in via Rovello (prima e storica sede nel palazzo Carmagnola), Teatro Studio in via Rivoli e Teatro Strehler in largo Greppi. Negli anni ’60 il Piccolo aveva raggiunto le periferie portando le rappresentazioni in un teatro tenda.

La definizione di Teatro d’Europa viene data al Piccolo nel 1991 per la sua profonda vocazione europeista ma solo nel 2017 viene confermata ufficialmente tramite DM 332 del 27 luglio.

L’interesse del Piccolo a creare e diffondere cultura teatrale si manifesta anche con la nascita, nel 1987 di una Scuola di Teatro, intitolata a Ronconi, che ha formato decine di grandi artisti.

Io sono legato al Teatro per varie motivazioni. Ho seguito un corso teatrale con l’associazione “Adesso viene il Bello” di Beatrice Bello e nei 5 anni di corso ho capito quanto il teatro sia un messaggero di cultura, di formazione umana e sociale e quanto sia in grado di far lavorare la parte emotiva del nostro cervello. Nella foto, il saggio di fine corso 2016 con una delle mie migliori interpretazioni.

Da ragazzo seguivo con molto interesse l’Opera Lirica nell’imponente Teatro Massimo Bellini di Catania. La lirica aggiunge alla tipica rappresentazione teatrale la magia della musica e la difficoltà del canto lirico. L’emozione che riesce a trasmettere è enorme.

Qualunque sia il tipo, evviva sempre il Teatro che vive di passione e trasmette passione. Non lasciamolo morire.

Commento profano

Non sono un critico d’arte e men che meno lo sono delle arti visive, dato che con una matita in mano non so disegnare nemmeno il contorno delle mie dita, però ritengo di avere un certo tipo di sensibilità artistica che mi fa emozionare alla vista di una bella foto, di un quadro, di un’opera architettonica e perché no? di un’auto disegnata con stile.

Perché tale premessa? Perché durante il periodo di quarantena forzata per tutti, nel mio Comune hanno presentato un’interessante iniziativa denominata #2020battagliatermescrive e per ogni scritto era associata la riproduzione di un quadro. Per il mio avevo suggerito un quadro di Guttuso raffigurante i tetti di Bagheria perchè richiama in me i ricordi di bambino, di quando salivo sul tetto della casa di mia nonna per guardare dall’alto i tetti rosso mattone delle altre abitazioni e le strade deserte dei pomeriggi estivi mentre stavo disteso sulle tegole ruvide a guardare il volo delle rondini in cielo.

C’era un altro quadro di Guttuso che mi era sempre piaciuto ma che trovavo ingombrante, non nelle dimensioni, benché certamente generose, quanto per la ricchezza di particolari e di sensazioni capace di suscitare. Sempre nella stessa rubrica, qualche giorno dopo il mio articolo è apparso un altro testo accompagnato dall’immagine de “La vucciria”. Non so quanti di voi hanno presente l’istinto di isolarsi immediatamente dal mondo per trovarsi davanti al proprio portatile, per l’urgenza di scrivere la serie di pensieri che temi si perdano se non li fermi immediatamente. Ecco mi è successo così. Di seguito, il racconto di cosa ho visto io in quel magnifico quadro del Maestro Guttuso.

La prima volta che ho visto questo quadro maestoso ne ho ricavato un’impressione di estrema confusione. Le tinte forti che richiamano il naif e la descrizione particolareggiata degli elementi, tipica del realismo ne facevano per me un quadro eccessivo. Era troppo, di difficile lettura. Riguardandolo in età più matura ne ho colto un’estrema passionalità. Il quadro si concentra nella donna vista di spalle in veste chiara che ravviva ed illumina tutta la scena. Nello stesso tempo, paralizza la scena; la sua bellezza lascia sbalorditi e stupefatti il pescivendolo, il venditore di formaggi e l’uomo che le viene incontro. Tutti si ammutoliscono. Infatti  dal quadro non sembra provenire nessuno dei suoni tipici dei mercati rionali. Gli avventori non parlano tra di loro, i venditori non urlano le qualità delle loro merci, la freschezza delle verdure, il colore rosato del pescespada, il profumo dei formaggi freschi. Anche l’aria sembra essere ferma e le luci delle tre grosse lampade si concentrano ad illuminare il cammino di colei che sembra l’unica protagonista del quadro. Le bancarelle appaiono ben curate e floride così come immagino sia la donna che traspare la sensualità mediterranea richiamata dalla flessuosità delle gambe e dal movimento ancheggiante sottolineato dall’abito bianco corto e con la vita stretta. Pure il macellaio, nel suo gesto quotidiano del taglio della carne inscena la passionalità  carnale ispirata dalla donna misteriosa. Lo spazio rastremato tra le bancarelle sembra essere insufficiente per farla passare nel gioco prospettico in cui la frutta e verdura nella parte alta del quadro paiono chiudere la strada e che invece si dilaterà magicamente al passaggio della donna.

DM

EUROPA

Oggi viene ufficialmente ricordato il 70° anniversario della lettura a Parigi della “dichiarazione Schuman”. Era il 09 maggio 1950, alle ore 16.00 quando l’allora ministro degli esteri del governo francese, Robert Schuman, leggeva la dichiarazione politica, in cui per la prima volta compariva il concetto di Europa quale unione economica e piedistallo per la futura integrazione politica dei maggiori Stati europei.

Dire che l’Europa sia nata in questa data è forse azzardato ma si sa, noi genere umano abbiamo bisogno di segnali, di eventi per ricordare, per dare senso e continuità a progetti e tradizioni.

L’idea dell’unione Europea era già stata considerata ma era stata vista come egemonia politica di uno Stato su tutti gli altri. Senza scomodare gli antichi romani, pensiamo all’impero austriaco, all’impero di Napoleone per finire nel folle progetto hitleriano. La grossa novità sta nel considerare l’Europa come unione di popoli con interessi comuni, primo tra tutti quello della prosperità economica attraverso una pace duratura tra gli Stati e la cooperazione per ridurre gli ostacoli agli scambi commerciali.

E’ innegabile che il traguardo finale di un processo di integrazione dovrebbe essere l’unione politica, quindi l’eliminazione dei confini tra gli Stati e della stessa idea di Nazione così come la conosciamo noi. Gli stati avrebbero autonomia amministrativa e legislativa per temi di interesse locale lasciando allo Stato unitario la gestione della politica monetaria, della politica Estera e della Difesa.

Questo scenario evoca da un lato l’immagine di uno Stato forte nello scacchiere internazionale dove i maggiori competitori sono gli USA, la Cina, la Russia e l’India ed in cui sbracciano per aver un posto al sole Stati molto popolosi e militarmente sviluppati, più che economicamente: Pakistan, Iran, Giappone, Korea del nord e Turchia. Dall’altro il rischio di perdita di adesione morale al senso dello Stato per mancanza di identificazione nel nuovo soggetto e riduzione ad un affetto campanilistico per i vecchi stati nazionali. In particolare, quest’ultima preoccupazione è il maggior freno al processo di integrazione e motore per la rinascita di vecchie velleità nazionalistiche.

Eppure la moderna idea di Europa nasce proprio in uno dei momenti più bui per la storia europea: durante la seconda guerra mondiale nell’esilio forzato al confino sull’isola di Ventotene di personaggi scomodi perché considerati comunisti, anarchici o socialisti. In quel contesto, gli intellettuali Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi diedero origine al Manifesto diviso in 3 capitoli (dopo la riedizione a cura di Eugenio Coloni) in cui si esponeva la crisi della civiltà moderna (cap. 1) i compiti per il dopoguerra: l’unità europea (cap. 2) e la riforma della società (cap. 3).

Probabilmente oggi avremmo bisogno di rivedere le motivazioni che hanno portato alla realizzazione di parte del progetto europeista. Avremmo bisogno di intellettuali che ci parlino di Europa, visto che i politici non ne sono capaci. Abbiamo la necessità di dare nuovo vigore alla spinta europeista e completare la fase di unione economica quale predisposizione necessaria per realizzare l’unione politica.

Un giorno alla radio

A me piace ascoltare la radio. L’ascolto soprattutto in auto col volume sostenuto per coprire i rumori del motore e della strada. A farmi compagna nei miei viaggi, Radio 2. La musica mi distrae da pensieri noiosi e il palinsesto è gioioso. Mi sembra di conoscere personalmente tutti i DJ e gli speaker come fossero compagni di vita. Riesco a capire quando celano le proprie preoccupazioni con l’ilarità insicura e quando invece si divertono davvero a fare il loro mestiere.

Ieri, mentre tornavo a casa da lavoro, mi è capitato di sentire “la versione delle due” e ho provato a intervenire telefonicamente in trasmissione perchè sollecitato dalla richiesta di raccontare un proprio incidente catastrofico e buffo. Ho telefonato allo 063131 che tra l’altro ha per me un fascino particolare perché legato alla storia dei primi incontri tra il pubblico e il nuovo mezzo di comunicazione: la radio (non so se ricordate il famoso slogan “chiamate Roma 31 31”). Temevo la solita lunga attesa, invece ho preso la linea immediatamente. ho parlato con l’autore che ha selezionato il mio racconto per andare quasi subito in diretta. Mi ha raccomandato di parcheggiare l’auto e togliere vivavoce ed auricolare per rendere il mio messaggio più comprensibile al pubblico radiofonico. Dopo qualche secondo ho sentito la voce di Andrea Delogu e Silvia Boschiero che ricordavano il tema proposto. Il battito del mio cuore aumentava fino al quando hanno detto: “Al telefono Maurizio da Padova”.

Il mio intervento a “La versione delle due” del 07/05/2020

In centinaia contattano le radio per i motivi più disparati. Parlare in radio non cambia la vita, ma quell’attimo di notorietà, quel momento in cui hai potuto raccontare la tua storia, un frammento della tua storia, ti fa sentire bene. C’eri; eri tu e l’Italia della radio ti stava ascoltando. Adesso il racconto del mio vissuto si è arricchito di un “cameo” che non aggiunge e non toglie niente al film complessivo della mia vita ma ne conferma le caratteristiche principali .

Cronache da Coronavirus

Articolo pubblicato su Facebook nella pagina culturale del Comune di Battaglia Terme: “2020 Battaglia Terme scrive

Oggi, 01 aprile 2020 ho deciso di fare un punto della situazione su come ho vissuto finora questa emergenza del “Coronavirus”.

Perché ho messo la data, se ho già detto oggi? Essenzialmente perché tutte le giornate sembrerebbero uguali a sé stesse, non uscendo quasi mai da casa, se non facessi uno sforzo per enumerarle e tenerle presenti nella mia mente. Lo faccio, inoltre, per misurare il tempo passato da quando tutto questo è iniziato. Si, ma quando è iniziato? Le statistiche dicono che il fenomeno è diventato significativo dal 100simo caso di contagio accertato in poi, cioè dal 22-23 febbraio, però già da un paio di settimane se ne parlava. La prima data di contagio presente in Italia risale addirittura al 29 gennaio e non stupisce che le misure di emergenza fossero state pubblicate in Gazzetta Ufficiale il 31 gennaio, spinti dalla preoccupazione per la propagazione dei contagi in Cina.

Ma se guardassimo bene nei nostri ricordi forse ci verrebbe in mente l’annuncio “visionario” di uno strano virus in Cina pubblicato da qualche giornale on-line sin dall’inizio dell’anno.

Questo vuol dire che sentiamo parlare di virus da quasi 3 mesi.

All’inizio era solo una curiosità, col dubbio sull’autenticità, ma soprattutto era un problema di altri, dei cinesi che sono lontani e tanti.

Poi sono arrivate le cronache più puntuali dalla Cina ed abbiamo appreso che in quell’immenso Stato ci sono città enormi ed ultramoderne con milioni di persone; “Ed io che pensavo fosse tutta campagna!” Non moriva la povera gente di periferia o delle zone depresse ma la classe media nella grande città: abbiamo capito che non era uno scherzo! Però, “finché sta là… non è un problema mio”.

I nostri ricercatori, sebbene precari e malpagati sono i migliori al mondo. Noi lo freghiamo questo virus. Pensa che una ragazza ha isolato la variante italiane del virus. Siamo proprio avanti!

E’ diventato un problema nostro quando abbiamo scoperto che il vicino di casa, l’amico che vediamo ogni settimana in palestra, il compagno di squadra con cui condividiamo lo shampoo e il tipo che vediamo sempre al bar, proprio quello che sputacchia in giro quando ride, vanno spesso in Cina per motivi di lavoro; Pure lo smart-watch che abbiamo al polso viene prodotto proprio là dove stanno avendo tutti questi problemi, così come il pannello solare che è montato sul tetto e persino alcuni capi d’abbigliamento di marca che teniamo nel nostro armadio sono prodotti in Hubei. Allora i problemi non sono più solo loro, solo dei cinesi. I problemi li abbiamo anche noi. In casa.

20/02    Primo caso di coronavirus per paziente italiano. Non ha avuto contatti con la Cina o con cinesi. Non si sa nemmeno come abbia contratto il virus. E’ avvenuto a Codogno, nel Lodigiano.

Non ricordavo nemmeno che esistesse una provincia di nome Lodi. Le nuove provincie sono nate come funghi, anzi si sono moltiplicate come i virus e non sono più le stesse imparate a scuola. Ma tanto è in Lombardia, vedrai che qui in Veneto non ci arriva ‘sto virus.

21/02   Era questo lo stato d’animo generale quando ho scoperto che una persona di Vo’, paese non vicinissimo a Battaglia Terme ma ad uno sputo di distanza in linea d’aria, ha il Coronavirus ed è stato ricoverato a Schiavonia. “Ma come Schiavonia; ci sono stato ieri! Sono in pericolo pure io?”

22/02   Così sono partite le prime segregazioni in Veneto, a cominciare da Vo’, Mira e pure tutto il personale medico ed infermieristico di Schiavonia e migliaia di persone che sono state a contatto con luoghi e persone di quei luoghi.

23/02   Si dà la caccia al paziente 0. Ma è davvero importante sapere chi è il paziente 0?

24/02   I bambini sono felici perché in pausa scolastica per il carnevale e sentono dire che forse non rientreranno in classe mercoledì 26. “Che bello prosegue la festa! Torneremo a scuola lunedì 29.”

25/02   In patronato si sentono le risate e le urla dei ragazzi che in questo periodo popolano il campo di calcetto, di basket e corrono avanti e indietro dal bar del patronato.

26/02   Vietati i raggruppamenti di persone, anche per motivi religiosi. Salta il Mercoledì delle Ceneri. Non era mai successo. (faccina sorpresa).

Non ci sono direttive veramente chiare ma sembra sia vietato stare a contatto. Come fare per gli allenamenti di rugby? Li facciamo ma senza placcaggi, solo corsa e gioco al “tocco” e alle spalle. Che palle!

27/02   Impariamo un’altra parola: droplets. Sono le goccioline emesse durante la respirazione e mentre si parla. Restare a distanza di un metro dagli altri ci salverà la vita.

28/02   Sembra che il mondo intero sia passato da Codogno e da quella piazza si partita la contaminazione in gran parte della Lombardia, dell’Europa, dell’Australia e degli Stati Uniti.

29/02   Una nostra concittadina che vive da 4 anni ad Hong Kong ci aggiorna su come stanno vivendo in quella megalopoli al tempo del Coronavirus e scopriamo che la cosa più importante è non finire le scorte di carta igienica, sapone, alcool e altri tipi di prodotti. Le scuole da loro sono chiuse da diverse settimane. Ma da noi non succederà. Siamo più bravi noi.

Arriva la conferma che la scuola non riaprirà prima di giorno 3 marzo.

01/03   Niente Messa. Non era mai successo. Nemmeno ai tempi delle persecuzioni dei Cristiani. A quei tempi celebravano la messa di nascosto, non la saltavano. Adesso non ci sono nemici che impediscono la celebrazione ma è il trovarsi assieme come Comunità che diventa il pericolo!

Gli anziani che frequentano il patronato decidono che è meglio per la loro salute annullare tutti gli incontri di gioco a carte.

02/03   Giornata complicata non si capisce bene cosa sia consentito fare e cosa no. Intanto la chiusura della scuola è prorogata fino al giorno 07/03

E’ vietato ogni assembramento di persone. Nemmeno all’aperto. Chiude il patronato e i ragazzi sono costretti a rimanere a casa. A mia memoria, non era mai successo. Anche quando erano stati fatti lavori di ammodernamento e messa in sicurezza, il bar era chiuso ma i campi erano sempre stati pieni di ragazzi che giocavano. Adesso il silenzio è quasi assordante.

03/03   Le zone rosse diventano più grandi. Si è passati dai comuni alle provincie e l’apprensione popolare aumenta.

04/03   Scuole chiuse fino al 15/03. Campionato di calcio a porte chiuse. Salta il primo allenamento di rugby (faccina con lacrima pendente dall’occhio).

07/03   Saltano le partite del 6 nazioni di rugby

08/03   La situazione peggiora. Nonostante tutte le misure prese, i numeri cominciano ad aumentare. Si chiudono diverse regioni del Nord. Chiusi bar e ristoranti. Si assiste alla fuga verso il Sud ritenuto più sicuro ma si rivela un boomerang.

La scuola è chiusa fino al 03/04.

Da questa data ogni giorno per me è diventato uguale agli altri. Non rientro al lavoro. In molti luoghi di lavoro si cominciano a mettere seriamente in atto politiche di riduzione del personale. Il settore della ristorazione per primo e subito dopo il turistico avvertono immediatamente la crisi e fioccano licenziamenti, iniziati già da metà febbraio. Altri settori produttivi segnalano problemi. I supermercati non ricevono dei veri e propri assalti ma alcuni prodotti non si trovano più sugli scaffali.

Siamo tutti a casa. Sono molte le case che si trasformano in uffici. Non tutti sono attrezzati per farlo. Non ci sono sufficienti numeri di scrittoi o tavoli, stanze isolate dagli altri componenti della famiglia per poter lavorare e studiare in 3, 4 o anche più nella stessa casa. Io e mio figlio condividiamo la stessa scrivania: entrambi con pc, cellulare e cuffiette per le telefonate. Bisogna stare attenti a non intralciarci e finora ci siamo riusciti. Mia figlia alterna il tempo tra lo studio, la pittura e la cucina. Mia moglie ha scoperto il nuovo mondo dell’insegnamento on-line senza nessuna preparazione specifica, nessuna piattaforma informatica collaudata e condivisa per il lavoro in gruppo e con le limitazioni dovute alla mancanza di strumenti informatici equamente distribuiti ad insegnati ed alunni oltre a problematiche di privacy.

Adesso tutta l’Italia è zona rossa. Sono vietati baci, abbracci e strette di mano. Non ci si può muovere nemmeno da un comune all’altro se non per comprovati motivi che diventano ogni giorno di meno, dato che sempre più attività produttive vengono inserite tra quelle “non essenziali”.

Uscire per fare la spesa ormai è l’unico lusso che riesco a permettermi. Trovo assurdo incontrare gente al supermercato e salutarla distrattamente con un cenno del capo come se non ci conoscessimo bene, senza iniziare discorsi, senza avvicinarmi. Faccio anche fatica a riconoscere le persone nascoste dietro le mascherine protettive.

Per me che sono allergico alla competizione politica, il Coronavirus porta una buona notizia. Alcuni personaggi sia della maggioranza e sia dell’opposizione sono eclissati dal Premier, e hanno smesso di far parlare di loro. Lui occupa lo schermo televisivo ormai quasi tutte le sere. Ci sono ancora alcuni lupi solitari che fanno la crociata personale contro taluna o talaltra persona ma tutti sanno che non si sta giocando più. Adesso c’è l’emergenza, quella vera non quella millantata per tenere il popolo in preda alla paura. Adesso mettersi al timone della Nazione c’è veramente il rischio di fare danni se si sbaglia, meglio lasciar fare agli altri. A cose fatte si può sempre dire che io avrei fatto meglio, e così scema il livello del dibattito politico, ci si può concentrare sui problemi veri, anche quelli economici e si avverte una timida ripresa della collaborazione tra le parti. Non c’eravamo più abituati e non ci sembra vero.

Infatti, dura poco. Per verificare la solidità delle scelte centrali Si utilizzano personaggi secondari, seppur di rilievo a livello regionale. Loro, indipendentemente dal colore politico, hanno il compito di andare contro tutto quello che viene fatto dal Governo. Sono le teste d’ariete per scalfire la solidità di ogni decisione presa. Se non ci riescono, rischiano di bruciarsi politicamente solo loro, salvaguardando i grossi nomi politici che possono giocare dalla seconda linea per ritornare protagonisti quando la situazione rientrerà nella normalità.

Cosa resterà di questo periodo in cui tutto sembra freezzato?

Non c’è la scuola, con ci sono gite, non si fanno le passeggiate al parco o sui colli, non ci si incontra, non si va a messa, allo stadio, al bar, al ristorante, al cinema, dal barbiere, dal parrucchiere, dall’estetista. Nessun tipo di allenamento se non quello domestico. Non si possono nemmeno andare a trovare gli anziani. E’ per il loro bene, viene detto. Ma questa è la ferita più dolorosa: lasciare gli anziani soli. Come se non si sentissero già abbandonati.

L’unica cosa che sembra essersi rinvigorita è la cooperazione tra le persone, sia tra i singoli e sia tramite le associazioni di volontariato, Protezione Civile in testa.

Quando tutto sarà finito, mi auguro che riusciremo a ricordarci che ci sono cose più importanti del correre continuo, a cominciare dalla solidarietà. Bisognerà evitare la diaspora civile in cui tutti torneremo a pensare a noi stessi, ai nostri piccoli tornaconti, dimenticando il bene comune.

Auguro infine all’Italia e all’Europa che i toni della politica restino quelli della comunicazione civile sperimentati in questi giorni, abbandonando definitivamente il linguaggio degli insulti e della provocazione.

Ho smesso di contare i giorni ma non voglio abituarmi all’idea di vivere nell’emergenza virus. Prima o poi sconfiggeremo questo piccolo essere che sta provocando danni enormi.

Mi presento

Mi chiamo Maurizio, ho 54 anni e sono nato in una clinica che si affaccia direttamente su uno degli angoli più belli della scogliera catanese.

Mare, vento e temperature estive sono gli elementi che mi hanno dato il benvenuto e modificato il mio modo di essere e di pensare. L’idea del viaggio, del volo e dell’estate hanno accompagnato tutta la mia vita.

Francamente speravo di viaggiare molto di più di quanto abbia realmente fatto però mi sento sempre con la valigia in mano e pronto a partire per affrontare qualsiasi nuova avventura. Di fatto mi sono sempre sentito cittadino del mondo.

Da ragazzo ho inseguito il desiderio del volo sognando di riuscire ad innalzarmi per vedere dall’alto la mia città con le sue strade nere che si intersecano e fanno da confine a file di alti palazzi dai tetti colorati, la pianura catanese con le forme regolari dei campi agricoli con varie tonalità di verde o marrone del terreno argilloso, la spiaggia dorata che separa la terra dal mare azzurro con lo sguardo verso la maestosità dell’Etna.

Il desiderio del volo si è concretizzato frequentando l’ITAer “A. Ferrarin” che mi ha consentito di volare durante il corso di pilotaggio. Alla scuola devo anche l’incontro con il mondo del mare. Un corso di vela mi ha consentito di fare alcune esperienze da marinaio amplificando il desiderio del viaggio. Non vacanza ma viaggio. Io viaggerei sempre, non importa dove e per fare cosa ma viaggerei.

Le esigenze della vita hanno scelto per me un’esistenza abbastanza stanziale però la ricchezza delle esperienze fatte e la libertà che solo la fantasia può regalare sono stati gli ingredienti che mi hanno consentito di continuare a viaggiare con la mente e immaginare avventure ogni giorno diverse.

La voglia di condividere le mie avventure sono uno dei motivi per cui ho deciso di prendere carta e penna, o meglio mouse e tastiera, per descrivere a quante più persone i miei viaggi immaginari e condividere le mie emozioni.

Perché scrivo su un blog?

  • Il blog mi serve per fermare alcuni spunti tratti dai miei viaggi immaginari che potrebbero diventare storie più articolate e addirittura trasformarsi in libri.
  • Per sentire le opinioni dei miei lettori e comprendere cosa veramente piace loro di quello che scrivo.
  • Per parlare delle mie idee di società, socialità e progresso (in una parola si potrebbe dire politica però a me non piace perché spesso travisata in competizione mentre io la intendo come servizio al popolo)
  • Mi piacerebbe avere con i miei lettori degli scambi di opinioni, franchi e sereni anche nella totale contrapposizione ideologica.

In passato, ho avuto una pagina privata ma senza lo stimolo di dover consegnare con puntualità idee al pubblico, perdo lo slancio e smetto di scrivere. Il blog pubblico mi costringe ad essere più regolare.

Gli argomenti saranno i più disparati e partiranno da mie osservazioni sulla quotidianità più alcune pennellate per descrivere nuovi personaggi per le mie storie e tracce di nuove avventure da raccontare.

Mi piacerebbe connettermi con persone curiose e capaci di dialogare in maniera franca ma priva di toni aspri. So che la vita non è sempre dolce ma credo che si possa evitare di renderla amara quando non è necessario.

Lo scopo finale è quello di raggiungere una discreta visibilità attraverso il blog per fare da volano, assieme alle mie pagine social, ai libri che intendo completare e pubblicare a breve.