Coronavirus, aggiornamenti

Eccomi qua con l’aggiornamento promesso nell’articolo del 27 giugno.

La situazione epidemiologica, nel mondo, è arrivata ad un punto cruciale. Oggi, 27 settembre 2020, è stato superato il milione di morti accertati nel mondo. In molti Stati l’epidemia è in forte espansione compresi gli Stati europei in cui sta ritornando in maniera vistosa in quella che giornalisticamente è stata chiamata “Seconda ondata”.

Non voglio essere tacciato di allarmismo per cui preciso subito che c’è un’enorme differenza tra i primi mesi di pandemia in Europa e questa recrudescenza. La maggior parte dei casi positivi sono soggetti che hanno avuto contatti con il virus ma non mostrano segni di malattia, ossia sono sani ma potenzialmente contagiosi. Durante la prima ondata, la prevalenza dei pazienti positivi si presentavano in ospedale già malati. Solo facendo lo screening di parenti ed amici si riuscivano a trovare alcuni casi di positivi privi di sintomi. Oggi gli screening sono a più vasto raggio e per questo si scoprono centinaia di nuovi positivi al giorno e solo pochissimi di questi sono nuovi malati. Fatta questa bella precisazione dobbiamo prendere atto che a fine giugno, in Italia, avevamo circa 40 casi in terapia intensiva, oggi ne abbiamo 254, determinando una situazione non drammatica ma in lento peggioramento. Ne consegue che, senza alcun allarmismo, è senz’altro necessario continuare a mantenere le odierne precauzioni. La diffusione del virus è, infatti, rallentata dalle buone abitudini apprese in questi mesi e dalla maggior produzione industriale di dispositivi di protezione individuale e di igienizzazione. Troviamo disinfettanti alle porte di ogni negozio, usiamo le mascherine quando ci troviamo in presenza di altre persone e applichiamo il distanziamento. Pensate che solo 8 mesi fa erano sparite tutte le confezioni di disinfettante dai supermercati, non c’erano mascherine di nessun tipo, e non avevamo ben compreso cosa volesse dire distanziamento di sicurezza. La massiccia quantità di tamponi, inoltre, permette di intercettare con largo anticipo le persone positive al virus impedendo la rapida diffusione. Ci sono poi tutti i vari sistemi di tracciabilità che vanno dai registri cartacei all’App Immuni o altre simili.

Fatta questa bella premessa, analizziamo i numeri. Come ho più volte sottolineato, i numeri ci danno indicazioni importanti ma bisogna tenere conto che siamo certi della non esattezza dei dati provenienti dalla maggior parte degli Stati africani, per stessa ammissione dei loro governanti, per cui sia contagi e sia decessi sono da considerarsi sottodimensionati. Discorso simile per alcuni stati del sud-est asiatico e del sud America. Per finire, non c’è nessun valore comunicato dalla Korea del nord.

Nel primo dei due grafici, si vede chiaramente che nel mondo siamo arrivati a punte di 300.000 nuovi casi al giorno contro i 40-50 mila quando erano interessate solo la Cina e l’Europa. Per contro, il secondo grafico ci mostra che il numero dei morti, dopo i picchi di aprile, si sono stabilizzati tra i 5 e i 6 mila al giorno con minimi intorno ai 4000. Complessivamente il mese che ha dato più tregua al mondo che però ha forse illuso sulla possibilità di una fine immediata dell’epidemia, è stato giugno.

Dal grafico curato quotidianamente da me con i dati prelevati dal sito Worldometers (dal quale derivano anche i primi due grafici esposti), si possono fare interessanti considerazioni.

  1. La fine del mese di giugno mostra le inversioni di tendenza di quasi tutte le curve. Comincio da un dato interessante: il numero di Stati con zero casi Covid (dopo averne avuto almeno 1) erano 29 nella seconda decade di giugno ed appena 8 ad inizio settembre. Nello stesso periodo, i casi attivi in Nord America sono saliti da poco più di 1,1 a 2,8 milioni; in Europa da poco meno di 800 mila ad oltre i 2 milioni; Asia e America del sud hanno andamenti altalenanti dovuti a molti fattori: la frammentarietà della raccolta dati, l’elevato numero di decessi e il meccanismo dell’automatismo per cui un paziente positivo, se non ha i sintomi della malattia, viene considerato negativo dopo 7, 10 o 14 giorni a seconda degli Stati, senza fare ricorso al secondo tampone di riscontro.
  2. Il numero dei malati critici, nel Mondo, è salito dai 49mila di inizio luglio (la rilevazione l’ho iniziata in quel periodo) ai 63mila dei nostri giorni.
  3. La mortalità media rispetto al numero di contagiati, da giugno ha rallentato il ritmo di diminuzione, proprio in funzione del maggior numero di tamponi. Secondo le mie stime dovrebbe attestarsi, a fine pandemia, intorno al 1,5 %

La fine della pandemia non è così vicina come vorremmo e si guarda al vaccino come soluzione finale. Io spero che oltre al vaccino si arrivi a trovare farmaci in grado di fermare sul nascere questa malattia così da conviverci come facciamo con molte altre.

Non so se continuerò a dare aggiornamenti poiché c’è una parte di me che vorrebbe vedere già conclusa questa conta sulla pandemia e concentrare l’attenzione su altri argomenti ma sento ancora l’esigenza di dare informazioni con uno sguardo di maggiore ampiezza rispetto alle statistiche regionalizzate che, pur essendo approfondite, hanno spesso il difetto dello sguardo miope e non fanno comprendere appieno la portata del fenomeno.

Sono triste

Mi viene difficile parlare della tristezza. Per mia indole, sarei più portato a parlare di felicità o di eventi gioiosi. E anche relativamente alla tristezza troverei più consono parlare di singole vicende particolarmente forti, invasive, con risvolti negativi. Difficilmente mi verrebbe da dire che sono triste.

Recentemente, ho dovuto fare i conti col dolore, quello vero, quello che genera tristezza infinita. E’ capitato un evento che ha fatto da volano ad altri eventi coinvolgendomi profondamente e modificando il mio stato di serenità.

Una persona alla quale ero molto affezionato ha lasciato prematuramente questo mondo. Pur nella certezza, data dalla fede, che lui riceverà una vita nuova, migliore di quella terrena, il dolore del distacco è tangibile. L’ho visto negli occhi delle moltissime persone intervenute al funerale. Sono riuscito a riconoscerlo e distinguerlo, a seconda dei casi, in quello dei semplici costernati da una dipartita così cruenta ed inaspettata ed in quello più radicato nelle persone profondamente segnate dalla ineluttabilità del distacco, dalla consapevolezza di aver toccato con mano il punto di non ritorno nel proprio rapporto di vita con il deceduto.

Già così il dolore aveva modificato in maniera consistente il mio stato d’animo. Si è aggiunto poi il pensiero di questa donna che rientrerà a casa con la consapevolezza di non trovare il marito ad aspettarla o di non dover preparare la cena per lui. Che non potrà raccontargli la sua giornata, chiedergli di portare la macchina dal meccanico o di riparare il rubinetto che perde. Che sa di non potere più pianificare col suo uomo la gita in montagna con i bambini e tutte le scelte che prendevano assieme per la crescita dei loro piccoli. che troverà il letto vuoto, stasera, domani, dopodomani e tutte le altre notti ancora.

Sono intervenuti altri fattori moltiplicatori del dolore e tra questi la constatazione che la disperazione non si limita a far piangere, commossi, l’ingiustificabile perdita ma scava in profondità nell’animo umano portando alla luce tutte le frizioni irrisolte, tutti gli equivoci e le rivalità. Lo vedi, il dolore, che modifica i rapporti tra moglie e suocera, tra fratelli, tra cognati, tra nonni e nipoti. Ogni gesto, ogni frase detta e, ancor di più, ogni frase non detta ma attesa, viene fraintesa, interpretata, gestita come scusa per riversare il proprio dolore sull’altro: Se il dolore non nasce da me, vuol dire che me l’hai creato tu.

Voi direte che sto esagerando, ed è vero, che non sono queste le strade attraverso le quali si ramifica il dolore, ed è falso! Le discussioni col parentado battono sempre sugli stessi argomenti, sugli stessi dubbi e sulla ricerca di una giustificazione al proprio dolore. Provo a spiegare alcune dinamiche.

Il terreno di scontro immediato, quando il dolore è ancora a fior di pelle, soprattutto nei paesi del nostro Sud, è connesso con le spese per le esequie, con la scelta del luogo di inumazione, con la sistemazione finale della tomba tra progetti minimalisti e faraonici, non sempre di buon gusto, che prevedono ad esempio un tempietto a copertura della statua della Madonna, un Gesù disteso sulla pietra e una luce perpetua da vedersi da almeno venti metri di distanza ed infine la divisione delle spese perché, logicamente, tutte le parti in causa cercheranno di evitare l’esoso esborso.

È lì che il dolore entra, scava, dirompe, amplificando all’ennesima potenza ogni piccolo problema e ricercando qualsiasi appiglio per inondare il cuore di ulteriore tristezza. C’è poi la fase in cui il dolore è alla ricerca di risposte che non potranno mai arrivare e si aggrappa a tutti i “se” ed i “ma” che hanno l’unico effetto di aggravare i sensi di colpa sia in chi pone le domande e sia in chi diventa bersaglio di quelle domande che rodono dall’interno l’autostima facendo radicare la tristezza. Le domande, in questi casi, riguardano gli aspetti tipicamente clinici sulla scelta di operare, sul luogo, sui tempi e sulla equipe medica.

Sono tutte decisioni che la povera donna ha dovuto prendere da sola. Qualsiasi scelta avesse fatto, avrebbe avuto uno o più se a cui non si sarebbe potuto dare risposta. Che senso ha rivangare tutti i se, infierire inutilmente sul dolore altrui. Anche quando una persona dovesse essere ben strutturata psicologicamente, lo straziante stato emotivo unito alle insinuazioni, non possono portare ad altro che ad una confusione e sentimenti contrastanti. Le persone alle quali il marito aveva amorevolmente affidato la donna con la quale stava ancora costruendo un futuro e madre dei propri figli, si dimostrano quelle che, accecate anch’esse dal proprio dolore, scardinano dalle fondamenta le poche certezze rimaste. Non resta che abbracciare i figli e non chiedere loro perché non riescono a piangere ma chiedere l’unità familiare e l’amore per costruire insieme un domani che non sarà mai più quello accarezzato come ideale ma sarà quello di una nuova vita quotidiana nella nuova condizione sociale di orfani e vedova.

Sembra che nei nostri contesti sociali le vedove non siano più soggetti deboli, però non è del tutto vero. Le misere pensioni scandalosamente ridotte per gli effetti delle percentuali di reversibilità possono creare seri dubbi sulla sostenibilità familiare. La vedova può diventare preda dei tanti volponi che si propongono con aiuti non del tutto disinteressati perché sperano di entrare nelle sue grazie con l’intenzione di intascare tornaconti sessuali, quando la solitudine si farà per lei più insopportabile.

Io osservo, dialogo e partecipo, per il poco tempo che posso, a questo nuovo ritmo di vita e soffro.

Soffro perché l’unica verità è che non c’è una soluzione, non c’è un reset, non c’è nemmeno il foro per inserire un altro gettone. La corsa dell’uomo è finita e nel suo game-over ha trascinato i dolorosi destini di molte persone. Voi dite che sia poco per dire che sono triste? Questa sensazione mi abbandonerà, prima o poi, però è duro vivere questi giorni in cui la felicità si misura in attimi mentre la tristezza riempie tutti gli antri.

Libri & Jazz

La calura estiva inizia a scemare e qualche comune organizza, con estrema fatica, le attività culturali di questa estate giunta quasi al termine tra l’euforia della fine del periodo acuto dell’emergenza Covid ed il timore di nuovi focolai. Ci vuole la giusta misura tra iniziative inedite ed il contenimento dell’epidemia.

In questo clima e nella cornice dell’elegante parco Pietro d’Abano a Battaglia Terme, sono riuscito a gustare una pregiatissima serata di Jazz accompagnata da letture di Marco Ferraro tratte dal libro “Natura morta con custodia di sax” di Geoff Dyer.

Scoprire pensieri e scorci di vita dei musicisti che hanno fatto la storia della musica hanno reso più orecchiabili e più penetranti i brani jazz, sentiti decine di volte in passato e mirabilmente riprodotti dal CVC Jazz trio, in accompagnamento al sax e clarinetto basso di Salvatore Pennisi.

Ascoltare il Jazz mi dà la conferma che la musica è eterna, perché reale espressione dell’anima del compositore. Ogni nota mi parla di vita. Che sia dolcezza, amore, disperazione, sofferenza o follia, per me il jazz contiene sempre passione ed è questa passione che mi fa sentire attuali le note scritte dai 70 ai quasi cento anni fa.

I jazzisti, quando eseguono i brani dei giganti del passato, sanno che non possono limitarsi a ripetere i suoni e i silenzi ma devono mettere la loro anima nel fiato che attraversa il sax o la tromba, nelle dita che accarezzano i tasti del piano o le corde del contrabbasso e nel movimento dei polsi che muovono le bacchette per picchiare su piatti e tamburi della batteria.

La serata finisce e vado a casa con le vibrazioni del contrabbasso che risuonano nelle viscere mentre il ricordo delle note acute del sax mi regalano quella malinconica eccitazione tipica del jazz, accompagnata dall’allegria della batteria e della chitarra. Sullo sfondo le storie di molte vite travagliate che hanno lasciato un segno indelebile nella storia della musica.

Volare: Un sogno

Ci sono persone in grado di raccontare quotidianamente il sogno della notte precedente con dovizia di particolari e descrizioni dettagliate di volti, di espressioni, di sensazioni e interi scambi di battute. D’altro canto, ci sono anche persone incapaci di ricordare un sogno, qualcuno sostiene di non aver mai sognato.

In tutta questa situazione mi inserisco io che ricordo pochissimi sogni. Tra questi, uno fatto tanti anni fa, mi ritorna spesso in mente. Formidabile la sensazione di felicità che mi aveva pervaso al risveglio, la sorpresa per una scoperta incredibile, il desiderio di testare e mettere in pratica quanto avevo sperimentato nel sogno. Forse per questo, ricordavo e ricordo tuttora vividamente il sogno.

Per aiutarvi a vivere assieme a me quel sogno, devo raccontarvi alcuni antefatti che sono come chiavi che vi aiuteranno ad aprire le porte alle immagini e alle sensazioni del sogno.

Da bambino, andavo spesso a trascorrere il fine settimana con la famiglia a casa dei nonni materni.

La casa era a Carlentini, un paese in provincia di Siracusa, che è poggiato su una collina isolata a circa 30 chilometri di distanza da Catania, la città in cui abitavo. Il centro storico del paese è composto principalmente da palazzine residenziali, quasi tutte disposte su due-tre piani e affiancate tra di loro. Le facciate sono interrotte da vicoli strettissimi per l’accesso ai “ronchi”, piccoli cortili che avevano la funzione di dare l’accesso dal retro alle abitazioni e all’area dei garage che in passato erano state le stalle per asini e muli.

La casa dei nonni era per me un ambiente familiare e sinonimo di festa o vacanza poiché trascorrevo in quella casa le principali festività dell’anno e qualche settimana del periodo estivo. L’abitazione era dei primi anni del Novecento con una parte ristrutturata negli anni Quaranta, in piena Seconda guerra mondiale.

L’interno era incentrato sulla sala da pranzo, abbastanza capiente da contenere agevolmente un tavolo da dodici coperti. L’ampio soffitto a volta era del colore del cielo e prendeva luce dalla cucina confinante e da un lucernaio con finestra a due ante. Per me, che ero bambino, quella stanza sembrava immensa ed il soffitto ancora più alto di quanto non fosse realmente. er aprire gli scuri o le finestre del lucernario, si doveva ricorrere ad una grossa e lunga canna alla cui estremità mio nonno aveva legato un anello per armeggiare agevolmente con i pomelli dei tiretti del lucernaio. Quel lucernario era l’aria condizionata della casa: sfruttando il principio naturale dell’ascesa delle particelle più calde, rinfrescava tutte le stanze. Del resto, per Carlentini non era certo una novità, dato che lì era stata scoperta la cosiddetta casa del vento: prima testimonianza di aria condizionata poiché sfruttava esattamente lo stesso principio pur essendo stata costruita circa due millenni prima.

Una domenica estiva, il lucernaio della sala da pranzo dei nonni era aperto e da lì era entrato un rondinino. Il piccolo rondinino forse non aveva ancora imparato bene a volare oppure era leggermente ferito. Non riusciva a stendere bene le ali o le estendeva per poco tempo. Svolazzava in maniera disordinata, urtando ripetutamente lungo le celesti pareti della volta, alla ricerca di un’uscita. Ricordo le urla eccitate di noi bambini, felici di vedere il volatile e speranzosi che il nonno lo catturasse, mischiate alle urla spaventate di nonna, mamma e zie che volevano che il volatile uscisse subito oppure che fosse abbattuto a colpi di canna. Il nonno aveva invece rivestito la canna con un panno morbido ed aveva fatto poggiare il rondinino ormai esausto perché si riposasse e prendesse fiato. Accostata la canna in prossimità della finestra, il piccolo uccello si era sentito come rigenerato, aveva spiccato il volo, allargando le ali ed aveva planato descrivendo un ampio cerchio intorno al lampadario prima di dirigersi nuovamente verso l’apertura e ritornare a volare libero nel suo cielo azzurro.

La casa si trovava sulla strada di confine tra il paese e la zona delle campagne, o giardini, come si dice in Sicilia. Il vantaggio di trovarsi nella via di confine del paese era quello di poter vedere, dalla sommità della collina, la parte meridionale della pianura di Catania e il declivio del colle di Carlentini coltivato ad agrumeti, orti e frutteti vari, lavorati a terrazzamenti.

Lo spettacolo che si apriva ai miei occhi era meraviglioso: agrumeti sempreverdi che periodicamente si tingevano di arancio o di giallo limone, biondi campi di grano, bruni terreni incolti, marroni mandorleti e oliveti dai colori cangianti. Sullo sfondo il verde smeraldo del biviere di Lentini. L’impressione era quella di poter spingere lo sguardo all’infinito con l’illusione di riuscire a toccare quei luoghi lontanissimi.

La stessa sensazione provavo lungo il tragitto in auto da/per Catania. Lo sguardo si perdeva in un continuo variare di scena tra gli ordinati riquadri colorati dei terreni agricoli della pianura, con le varie tonalità di verde, giallo e marrone, come fossero colori sulla tavolozza di un pittore, il lungo serpentone azzurrognolo del fiume Simeto con le sponde invase da canneti svettanti con i loro ciuffi ambrati, per arrivare alla striscia di sabbia bionda, naturale confine tra la terra ed il mare con cangianti gradazioni di azzurro che si estendono facendo perdere lo sguardo nell’orizzonte.

Quando rientravamo dopo il tramonto, vedevo, dal lunotto posteriore dell’auto, il riflesso sul mare delle mille luci bianche intense di cui erano contornati serbatoi, silos, tubi, costruzioni e ciminiere. Sulle cime di queste ultime si elevavano sinistre fiamme arancioni che terminavano in un maleodorante fumo nero: erano le raffinerie di Priolo, tristemente famose per l’inquinamento e la devastazione di una bellissima area costiera. Procedendo verso nord venivo colpito dalle luci che illuminavano i viali della zona industriale catanese. Sembravano il ricamo, ad ampi riquadri, di un tappetino posto ai piedi della città. Catania era immersa in una luminosa nuvola colorata, sovrastata da nuvolette più piccole raccordate tra loro da stelle filanti: erano i paesi etnei uniti dalle illuminazioni stradali. Quando i paesi divenivano più radi, oltre una certa altezza, spariva ogni luce e si intuiva l’ingombrante presenza del fianco della montagna sulla cui sommità, a seconda del periodo, poteva vedersi il fiammante pennacchio rosso e lingue di fuoco discendere dalle fenditure eruttive dell’Etna.

Le luci, i colori dei campi, le ampie distese, il mare, l’Etna.

Volevo riempire lo sguardo di quelle immagini, gustare il ricordo dell’emozione che mi provocavano e trovare parole che potessero aiutarmi a descriverle. Alternanza tra natura incontaminata, natura trasformata dall’uomo, insediamenti umani, la forza dell’Etna e l’immenso mare.

Immaginavo di riuscire ad abbracciare tutti quei panorami con un unico sguardo, dall’alto. Lentamente nasceva e cresceva in me il desiderio di volare, conservato fino al momento della scelta della scuola superiore.

Mi ero infatti iscritto all’Istituto Tecnico Aeronautico Statale di Catania “A. Ferrarin” dove, finalmente, riuscivo a soddisfare il mio desiderio del volo. Ero estasiato dalla bellezza del volo e per essere riuscito a concretizzare quel desiderio che mi ardeva in petto sin da bambino.

Per una serie di fattori contingenti, dopo il periodo scolastico non ho più volato.

Ho ripensato spesso alla possibilità di volare, ma non dovendo volare per mestiere, mantenere un brevetto di volo vuol dire solo sostenere enormi spese. A malincuore, avevo scelto di percorrere altre strade.

Diventato adulto, sposato, con tre figli, con un buon lavoro, pensavo di non aver più bisogno d’altro. La mia vita scorreva nella sua ordinarietà. I ritmi sempre veloci imposti dagli impegni dei figli, le normali discussioni con la moglie e qualche imprevisto lungo la strada erano quasi necessari per mettere il giusto pepe nella vita regolare.

Ero riuscito pure a trovare tempo e modo per impegnarmi in varie attività di volontariato. Ero contento e proteso a fare sempre meglio in ogni settore per sentirmi utile in famiglia e nella società. Come si dice? Quando c’è la salute, il lavoro, la pace in famiglia, hai tutto. Cos’altro ti serve? Fondamentalmente io mi sentivo arrivato, realizzato!

È in questa situazione che è intervenuto il sogno.

Una mattina vengo svegliato da una forte eccitazione, dalla gioia di aver scoperto un grande segreto. Non sto più nella pelle, racconto a Nadia, mia moglie, il sogno:

Mi trovavo in una grande stanza, aggrappato con le mani allo stipite della finestra. Mi facevano male i polpastrelli e stavo perdendo le forze, non sarei riuscito a rimanere aggrappato a lungo. Guardavo dall’alto il pavimento che sembrava distantissimo, sentivo le vertigini e la paura di cadere. Volevo raggiungere il suolo ma non sapevo come fare perché non c’erano altri appigli lungo la grande parte di colore azzurro mentre vedevo l’abisso del vuoto ai miei piedi. Non c’era nessuno a cui chiedere aiuto. Il tempo trascorreva e la stanchezza aumentava così che alla fine mi ero deciso: con un salto avevo lasciato il mio unico punto di sicurezza pensando a come attutire la caduta. Invece, istintivamente avevo allargato le braccia e, con immensa sorpresa, iniziavo a planare. Prima lungo il perimetro della stanza perdendo poco alla volta quota e poi, battendo velocemente in su e in giù le braccia aperte con i gomiti piegati all’esterno, ero riuscito a riguadagnare altezza. Acquistando nuova sicurezza mi ero avventurato verso il centro di questa enorme stanza. La mia sorpresa non era quella di riuscire a volare ma quella di non essere riuscito prima a scoprire quanto fosse semplice farlo. Bastava staccarsi. Staccarsi dalle false sicurezze, Staccarsi dalla routine. Staccarsi dalle decisioni di altri e decidere con determinazione che dovevi muoverti, ripetere quel movimento, con forza e soprattutto con gioia. La felicità era tanta. Non mi era più sufficiente mettermi in salvo all’interno della stanza, dovevo esplorare il mondo esterno. Uscito dalla finestra, avevo planato gustando la frescura dell’aria che mi scorreva attorno e mi scompigliava i capelli, tirando la pelle della faccia. Che sensazione! Scendevo giù in picchiata con le braccia aderenti al corpo fino quasi a sfiorare le punte degli alberi. Allora tiravo su la testa e allargavo le braccia ritornando ad agitarle velocemente, con forza e riconquistando quota. Andavo su, sempre più su e perdevo costantemente velocità fino a sentire sul corpo le vibrazioni dello stallo ed allora mi rituffavo a testa in giù per cercare un campo di grano o un branco di cavalli da sorvolare. Pian piano mi rendevo conto che non potevo ripetere all’infinito quelle manovre. Le braccia mi facevano male, sentivo i muscoli pulsare impazziti, poiché in effetti avevo solo una piccola parte alata e quindi le mie braccia-ali erano insufficienti a tenermi in volo per lunghi tratti. Potevo solo planare e fare piccoli tratti in volo vero e proprio. Un pizzico di delusione mi aveva colto ma immediatamente accantonata perché in ogni caso volavo!

So che dovrei chiedere a dei professionisti però mi piace azzardare alcune interpretazioni del sogno.

Come si intuisce dalla corposa premessa, c’è un richiamo a scene vissute da bambino e totalmente parcheggiate in aree remote della mia mente che sono andate a sovrapporsi al desiderio del volo, mai sopito, dopo il periodo scolastico.

Entrambe le sensazioni sono l’allegoria di una spinta alla ricerca di qualcosa di nuovo, del non volermi accontentare della tranquillità raggiunta ma farmi mettere in gioco da una sana inquietudine, per tendere sempre al nuovo, alla ricerca del mio limite e non accontentarmi dei primi traguardi raggiunti.

Non so se sia casuale ma è proprio in quel periodo che inizia la mia avventura col rugby attività ludica ma con sfaccettature molto serie sia dal punto di vista organizzativo e sia dal punto di vista della ricerca del proprio limite personale fisico e mentale. Mi rendo, inoltre, disponibile per nuovi incarichi lavorativi in Italia e all’estero, inizio nuove collaborazioni di volontariato ed infine inizio a mettere nero su bianco i miei pensieri e le mie sensazioni per spiegare prima a me e poi agli altri cosa mi spinge nelle scelte e nella ricerca personale del senso della mia vita.

Forse non sono fatto per il volo e allora penso: “La struttura alare del Calabrone, in relazione al suo peso, non è adatta al volo, ma lui non lo sa e vola lo stesso (cit. A. Einstein)”.

Musica live

Mi trovo in un parco. Potrebbe essere uno dei tanti parchi che arricchiscono ed ingentiliscono i nostri paesi e le nostre città ed in questo caso mi trovo nel parco di Battaglia Terme. Sul palco, al centro del viale centrale, immerso tra alberi secolari, un eterogeneo gruppo di strumentisti si sta esibendo. Nulla di anomalo, capita così in molte città virtuose, se non fosse che non tutti i musicisti si conoscono tra loro e stanno suonando i propri strumenti o quelli messi liberamente a disposizione del pubblico.

È penetrante il suono della musica e sento le vibrazioni che mi costringono a muovere le braccia, battere il piede e ondeggiare il fianco. Man mano che aumenta l’attenzione con cui ascolto la musica, mi rendo conto di quali possano essere le emozioni che provano questi artisti, mentre cercano la giusta intesa tra sé stessi e i propri strumenti e con i compagni d’avventura, catturando la nota del basso ed il ritmo della batteria per costruire la loro improvvisazione affinché il proprio contributo sia sinergico nel gruppo, che non sovrasti altri suoni e che faccia parte di un’unica armonia.

Gli strumentisti si alternano, dando spazio anche ai più piccoli che provano questa nuova esperienza di suonare alla pari con gli adulti. Il tutto sotto gli occhi di un pubblico distratto che forse non ha capito appieno la magia che sta avvolgendo il palco dove voci diverse formano un unico coro trovando la giusta intesa sonora.

Quanto mi piacerebbe vedere la stessa intesa tra le persone comuni, in famiglia, per strada, nei luoghi di lavoro e di impegno sociale. Invece, mediamente siamo più attenti a sottolineare le differenze, le opinioni divergenti piuttosto che ricercare la sintonia, l’armonia e la voglia di stare bene assieme, indipendentemente dallo strumento che abbiamo.

La sessione di improvvisazione, finisce, i grilli e le cicale riprendono il loro spazio musicale, oscurato solo per un paio d’ore dalla magia dell’incontro di liberi talenti.

Coronavirus: la folle corsa.

Eccoci arrivati a 10 milioni di casi.

Come avevo già scritto nell’articolo del 20 maggio, i conti relativi alla propagazione di questa pandemia da Coronavirus, non tornano, però è giusto affidarsi agli unici indicatori ufficiali disponibili.

Nel mondo, si è passati dai 5 milioni di contagiati nel lasso di tempo relativamente breve di 120 giorni (dal 22 gennaio al 20 maggio) al raddoppio in appena 39 giorni (dal 21 maggio ad oggi), ossia in un terzo del tempo. La logica di questa accelerazione sta sicuramente nella maggiore diffusione del contagio, trasformatosi da fenomeno regionale a emergenza planetaria. Percorrendo i meandri delle serie numeriche, si notano però alcune discontinuità di comportamento della diffusione rispetto a quanto atteso.

Si è molto discusso, in particolare, della volontà di alcune Nazioni di conteggiare solo le morti accertate a causa del Coronavirus, cioè conteggiare i deceduti “per” ed escludere i deceduti “con” Coronavirus ma che avevano patologie pregresse gravi e che, a parere dei medici, sarebbero comunque morti nel giro di qualche mese/anno. Ma dato che si parla di eventualità ipotetiche sulla durata in vita delle persone affette da tali patologie, mi viene da dire che se non ci fosse stato il Coronavirus, oggi, ad appena 6 mesi dall’inizio della pandemia, qualcuna di quelle persone potrebbe essere ancora viva sebbene non conteggiata nella triste statistica delle morti causate dal virus.

Il diffondersi di questa pratica fa ridurre enormemente il numero dei deceduti rispetto agli infettati (vedere il confronto dei due grafici a barre) portando la percentuale dei decessi rispetto al numero di casi chiusi all’ 8%. Secondo una stima che avevo fatto qualche settimana fa, tale percentuale si sarebbe dovuta ridurre al 4,5-5% al termine della pandemia. Se invece proseguirà l’andamento che stanno assumendo i grafici in questi giorni, alla fine la percentuale sarà intorno al consolatorio ma irreale 2%.

In quest’ultima serie numerica, tratta da una statistica che aggiorno quotidianamente leggendo il sito www.worldometers.info, sono visibili le percentuali di incidenza dei decessi totali sul numero totale dei casi, suddivisi per area geografica e, nell’ultima colonna, quella mondiale.

Nel gruppo colonne “Stop”, il numero di Nazioni che hanno sconfitto il Coronavirus: “green” senza decessi, “grey” con decessi. Tra queste ultime, da ieri rientra finalmente la Repubblica di San Marino che è la Nazione al Mondo col maggior numero di decessi rispetto la popolazione.

Tornando all’argomento, la mia preoccupazione è che questo minor valore percentuale non sia dovuto ad una ridotta virulenza del virus, come decantato da più parti, ma solo effetto del diverso metodo di conteggio.

Torniamo a vedere la distribuzione mondiale e, volendo sorvolare sugli improbabili casi degli unici due Stati con popolazione relativamente alta, Turkmenistan (6M) e Corea del nord (51M) che conteggiano “ZERO” casi, la diffusione appare comunque molto eterogenea.

I complottisti di fazioni avverse sostengono, a seconda di come gira il vento, che i numeri dei casi e dei deceduti in nazioni come Italia, Spagna, USA, Brasile, ecc. siano volontariamente gonfiati al solo scopo di terrorizzare l’opinione pubblica per far guadagnare le case farmaceutiche con la vendita di vaccini o cure inutili perché “è solo una normale influenza”, oppure, sul versante opposto, necessità politico-economico-militari impongano di nascondere la reale gravità della situazione per non mostrarsi deboli agli occhi delle potenze avversarie. Tra queste ultime possiamo contare, oltre alle citate Turkmenistan e Corea del Nord, nazioni come Cina, Mongolia, Russia, Libia, Siria, Yemen e molti stati africani, in cui i contagiati da virus, rapportati alla popolazione o i deceduti rapportati ai contagiati, appaiono irrisori.

Ci sono situazioni in molte Nazioni del Mondo che sfuggono alla nostra conoscenza perché non salgono alla cronaca dei giornali in quanto lontane ma soprattutto perché prive di interesse economico-mediatico per gli italiani, ma nelle “vicine” Libia, Siria e Yemen la pandemia è un problema minore rispetto alle guerre in corso che causano molti più decessi a causa di bombe, fame e torture. Di conseguenza i numeri del Coronavirus in questi Stati sono indubbiamente non attendibili. Aggiungerei che quelle guerre sono indiretta causa di parte del maggior numero di decessi in Lombardia dove non potevano essere fermate le produzioni in aziende strategiche per la nostra nazione: la vendita di armi agli stati in guerra.

Altra possibilità, come è verificabile dall’esiguo numero di tamponi effettuati, è il mancato conteggio dei casi effettivi in quasi tutto il continente africano e gran parte dell’America Latina e dell’Asia.

Leggendo il numero di casi in rapporto alla popolazione le analisi lascerebbero pochi dubbi sul fatto che non ci sia omogeneità nel metodo di conteggio sia dei contagiati, sia del numero di morti e sia del numero di guariti che in qualche Nazione hanno un andamento eccessivamente rapido.

So che la lettura di numeri per molti sia tediosa ma dai numeri si leggono molte realtà collettive e fanno capire come si evolve non solo la pandemia da Coronavirus ma la complessa mentalità di questo nostro Mondo.

Il prossimo aggiornamento non lo farò al raggiungimento dei 20 milioni di casi, sarebbe a meno di un paio di mesi da oggi, ma al raggiungimento del primo milione di decessi.

Storie e personaggi: L’ Amico di facebook (epilogo)

Segue da: L’Amico di facebook (parte seconda)

Fabio e Giulia (1)

Avevo costruito tanti personaggi, non solo quelli che alla fine avevano portato ad un risultato ma anche quelli che avevano fallito il loro scopo. I motivi principali dei fallimenti erano dovuti al fatto che mi era mancato l’aggancio giusto oppure perché non ero riuscito a superare la naturale diffidenza ed infine, i più odiosi, perché mi ero fatto scoprire dalle dirette interessate o dai loro parenti curiosi che controllavano sempre i nuovi amici degli anziani congiunti. Farsi i fatti propri, no?

Durante quei mesi “creativi” e di studio, anche la mia “identità principale” di Facebook, ossia IO, Fabio, aveva mantenuto la sua vivace attività. Avevo nuovi amici in FB provenienti quasi tutti dal mondo scolastico, sportivo o dalla gente che conoscevo a Montegrotto.

Gli ex amici del lavoro li avevo cancellati: non mi meritavano.

Ogni nuovo amico portava al seguito nuove proposte di amicizia “persone che potresti conoscere” con un tot di amici in comune e amici di amici che mi chiedevano l’amicizia. Io, che ero ormai un mago delle truffe su FB, stavo molto attento ad accettare nuove amicizie che non conoscevo personalmente.

Quando avevo accettato la richiesta di amicizia di Giulia l’avevo fatto perché l’avevo trovata carina. Una bella bionda alla quale piaceva stare in mezzo alle persone e divertirsi. Avevamo molti amici in comune nell’area di Montegrotto-Abano e la sua pagina era “viva” nel senso che c’erano variegate interazioni, foto, like, commenti, riscontri da commenti di terze persone, anche di gente che conoscevo. Frequentava Villa Barbieri, partecipava alle serate con musica dal vivo al Re di Mezzo e commentava i film che vedeva al Cineplex.

Un venerdì, aveva scritto un post: “Chi viene stasera ad Abano? Con le mie amiche andiamo a prendere un gelato in centro.” Le avevo messo un like. Non perché volessi uscire con lei, quella sera non potevo, avevo i miei “compiti” da fare perché stavo seguendo l’ennesima preda. Le avevo messo il like per farle sapere che io c’ero, che esistevo così prima o poi le avrei mandato un messaggio per conoscerla. Invece, era stata lei a scrivermi in Messenger, chiedendomi come mai mi limitassi ad un like se poi non le facevo capire se fossi andato o meno. “Non vorrai lasciare tre ragazze sole in centro ad Abano a mangiare il gelato.” Il corteggiamento era iniziato, solo che mi sembrava strano non essere io a lanciare la palla per primo. Effetto dei tempi moderni, avevo pensato.

Giuliana

Un mesetto prima, il mio alter ego Carlo, il filatelico di Belluno, aveva stretto amicizia con una donna che frequentava gli stessi gruppi che lui stava seguendo col proposito di conoscere meglio Franca. Si chiamava Giuliana ed era una ex dirigente scolastico in pensione, sulla settantina. Abitava a Desenzano, in una villa sulla riva del Garda. Poche foto, tutte sulla filatelia e numismatica e interazioni mirate quasi esclusivamente ad eventi di compravendita. Era stata lei a farmi una delle offerte più generose per la mia collezione di francobolli dell’Austria imperiale.

Avevo scoperto che da oltre una settimana stava facendo le cure termali in uno dei migliori alberghi di Abano, il Grand Hotel. Le avevo detto che conoscevo bene l’albergo perché ero stato suo ospite diverse volte. Io adoravo la camera la 308 con una splendida visuale sul viale da dove vedevo il viavai dei turisti. Lei invece mi aveva detto che dalla sua camera, la 415 vedeva solo il parcheggio. Non era il massimo, benché immerso in un bel parco di magnolie. Di solito i cicli termali durano 14 giorni e si concludono di sabato, per cui era necessario stringere i tempi per non farsi scappare la preda. Le avevo chiesto di farmi un’ultima ma ragionevole offerta per i 370 francobolli ed io le avrei portato personalmente la collezione completa lì ad Abano. Le avevo detto che adoravo la località termale e facevo volentieri una passeggiata, quando potevo. Evidentemente ero stato abbastanza convincente perché mi aveva fatto la sua super offerta: 5000 euro in contanti. Ci eravamo accordati per vederci venerdì sera, dopo cena. La mia speranza era che, andando a cena, lasciasse il contante in camera così avrei potuto prenderlo sia che fosse in giro da qualche parte e sia che fosse nella cassaforte. Le casseforti degli alberghi funzionavano quasi tutte allo stesso modo e non era difficile aprirle con un piccolo congegno elettronico comprato tempo fa nel deep-web. Il mio problema era solo trovare lo stratagemma per non farmi vedere dagli inservienti mentre andavo nelle camere. Ero sicuro che dalle cucine avrei trovato la via per intrufolandomi nell’albergo senza problemi.

Giulio

Un uomo di nome Giulio era invece diventato, di recente, amico del mio alter ego Armando attraverso la comune amica Delia. Giulio faceva una corte spudorata a Delia e scambiava con lei messaggi molto espliciti nei commenti ai post pubblici. Aveva consolato Delia per la sua disavventura di essere stata derubata in casa da estranei e le aveva proposto un indennizzo se fosse andata a vivere con lui.

Da quanto scriveva, sembrava che questo Giulio navigasse nell’oro. Era spesso a cena nei migliori ristoranti di Padova, aveva pubblicato foto di sé in viaggi nei paesi dell’est asiatico, aveva partecipato a manifestazioni con auto d’epoca e condivideva spesso post di associazioni filantropiche. Lui era un attempato e distinto signore sempre sorridente.

Giulio, però, mi aveva insospettito perché sembrava fosse un truffatore pure lui. Per me era esagerata la corte che stava facendo a Delia. Da quanto avevo letto, nemmeno loro due si erano mai incontrati prima e lui le prometteva regali costosissimi. Quando mi aveva chiesto l’amicizia, o meglio quando l’aveva chiesta ad Armando, l’aveva fatto perché aveva notato che anche io ero un alpino appassionato di auto per cui avevamo molte cose in comune.

In un messaggio privato mi aveva scritto che con Delia le cose stavano andando bene. Finalmente si erano incontrati ed era scoccata la scintilla. Adesso voleva farle la proposta di matrimonio. Aveva prenotato al ristorante Aubergine ad Abano quel venerdì sera. Era un locale che a lei piaceva molto.

Giulio voleva che fosse tutto perfetto. Intanto sarebbe andato a prenderla con la sua Lancia Aurelia cabrio del ‘57 color blu notte e poi le avrebbe fatto la proposta proponendole un anello con diamante. Aveva detto che gli era costato oltre 10.000 euro ma per Delia avrebbe fatto questo ed altro.

Fabio e Giulia (2)

Che coincidenza. Si stavano concentrando tre eventi totalmente diversi l’uno dall’altro e tutti di venerdì sera ad Abano. La fortuna cominciava a girare dalla mia parte.

Avevo già studiato un bel piano. Il difficile era incastrare gli orari.

Prima di cena mi sarei intrufolato dalle cucine al Grand Hotel e sarei salito al quarto piano aspettando l’uscita di Giuliana dalla stanza. Avrei aperto la porta con la mia tessera multicodice (essere un mago dell’informatica può avere i suoi vantaggi) e mi sarei diretto alla cassaforte.

Poi sarei andato all’appuntamento con Giulia e le sue amiche. Avrei preferito che le sue amiche mi avessero lasciato solo con Giulia ma ero disposto ad offrire la cena a tutte pur di entrare all’Aubergine per vedere bene questo Giulio così da prendere più informazioni su di lui. Era una miniera d’oro.

Volendo avrei potuto tentare i trucchi da borseggiatore e togliere dalle tasche di Giulio l’anello con diamanti ma non ne valeva la pena. Sapevo come entrare a casa di Delia.

Intanto mi trovavo al cospetto dei miei monitor, ognuno collegato a FB con un profilo diverso: Fabio era collegato con Giulia, la bella bionda trentenne, Carl con Giuliana o, come la chiamavo io, la pratica “Desenzano”. Infine, c’era Armando che stava ricevendo un assedio di domande da parte di Giulio. L’aveva detto pure lui che forse stava esagerando ma era in tensione per l’incontro e la proposta da fare a Delia. Mi aveva eletto a confidente.

Per proteggere le varie identità che assumevo c’erano altri due terminali che mi mostravano il corretto funzionamento di tutte le impostazioni di sicurezza dei firewall e delle VPN.

Mi sarei dovuto preparare per uscire e controllare l’apriporta e il congegno per la cassaforte ma non ne avevo il tempo. Ero impegnato a rispondere a tutti i messaggi che arrivavano. Sapevo che ce la potevo fare. Sapevo di essere superiore a tutti gli altri. Sapevo di essere una macchina da guerra. Sapevo che non mi poteva fermare nessuno.

Quello che non sapevo era che Giulia stava seguendo la mia pista digitale, cioè stava percorrendo a ritroso il segnale che arrivata al suo device fino a raggiungere il mio. Similarmente non sapevo che, con identità diverse, sempre lei era entrata nelle amicizie di Carlo, attraverso uno dei gruppi che lui seguiva in comune con Franca e sempre lei era Giuliano.

Non sapevo nemmeno che con lei c’erano altri agenti della polizia postale di Mestre che stavano controllando i miei messaggi per risalire fino al punto di origine aggirando tutti i miei trucchetti.

L’idea di Giulia (almeno il nome era vero, ho scoperto in seguito) era stata quella di distrarmi con le tante domande, impormi un ritmo elevato riducendo la mia capacità organizzativa e spingendomi a fare confusione tra i 3 diversi personaggi e scenari che mi aveva presentato. Era riuscita nel suo intento perché non avevo colto i segnali che pure mi arrivavano dalle notifiche di alert sul monitor del VPN e dai log del firewall. Li avevo davanti a me, sarebbe bastato solo leggerli.

In passato non avrei perso tempo con distrazioni tipo Giulia. Invece, lei era riuscita non solo a vincere la diffidenza ma a stimolare l’ingordigia. Mi aveva messo due “lavori” che seguivo da diverse settimane, nella stessa zona e negli stessi orari, aggiungendo lo zuccherino finale: l’incontro con una bella biondona che mi aveva fatto dei piccoli ammiccamenti.

C’ero cascato come un pollo. Caduto nello stesso tipo di trappola che avevo preparato per gli altri durante i miei lunghi mesi di attività.

Quando ero arrivato al Grand Hotel, tutto si era svolto come previsto. Mi ero chiuso nello stanzino delle scope, in attesa di veder uscire la “pratica Desenzano”. Era vestita molto elegantemente e si era diretta all’ascensore passandomi davanti e spargendo in tutto il corridoio una raffinata fragranza di profumo. Aveva evidentemente esagerato come fanno di solito le persone anziane. Aveva con sé una borsetta molto piccola per cui ipotizzavo che non avesse portato con sé i soldi che avrei trovato in camera, come speravo.

Non appena avevo sentito partire l’ascensore, ero uscito dal mio nascondiglio e mi ero diretto alla porta della stanza 415. Avevo inserito la mia carta ed avviato il code-scanner. Dopo qualche istante, il clack dell’elettro-serratura mi apriva la porta al giusto guadagno per le mie fatiche. La luce nella stanza si era accesa in automatico. Avevo richiuso la porta alle mie spalle e guardavo con attenzione per scoprire dove si trovava la cassaforte. Nelle camere piccole di solito la si trovava vicino all’ingresso ma questo era un bell’appartamentino con tanto di salotto per cui forse avrei dovuto cercare in camera da letto. Fatti i pochi passi che mi separavano dalla porta della camera, mi ero fermato per ascoltare meglio. Qualcosa non quadrava. Si sentivano scricchiolii provenienti dal bagno. Non avevo avuto nemmeno il tempo di girarmi che, in contemporanea, si era accesa luce della stanza mostrandomi due poliziotti con le armi in pugno e la porta del bagno si era aperta con un terzo poliziotto, donna, che mi bloccava l’uscita. In quel momento mi ero reso conto che ero finito in trappola. Avevo la sensazione di conoscere quella poliziotta. “Ciao Fabio, sapevo che eri impaziente di uscire con me per cui ho anticipato il nostro incontro. Sono Giulia.”

Mentre Giulia parlava e io realizzavo quanto fossi stato stupido, mi ero già ritrovato con entrambe le braccia dietro la schiena e le manette ai polsi. A terra c’era il mio code-scanner. L’unico stupido pensiero era stato “Speriamo non si sia rotto.”

Epilogo amaro

“Sono Fabio e ho 32 anni”.

Stavo raccontando la mia storia e mi rendevo conto che nessuna delle mie conoscenze nel campo informatico, in quel momento mi avrebbe potuto aiutare. La stanza degli interrogatori della Polizia Postale di Mestre era angusta e disadorna. C’era una sola finestra ma troppo in alto e con le sbarre. Sul tavolone alcuni album per francobolli, qualche stampa di contratti on-line per le carte di credito italiane, francesi e spagnole. Le stampe di alcune foto che avevo scattato col telefonino, la trascrizione delle chat tra i miei alter ego e le vittime. Si, loro le chiamavano così: vittime. Nessun eufemismo. Giulia aveva un sorriso canzonatorio. Sapeva di essere stata più brava di me e lo faceva pesare, in ogni occasione. Non era entrata nei particolari dell’operazione ma aveva evidenziato che i due operatori seduti all’altro capo del tavolo erano sulle mie tracce da diversi mesi.

La sua unità controllava molti nuovi utenti dei social network e verificava se quegli utenti uscivano dal nulla o corrispondevano a persone vere. Avevano notato subito molte stranezze e avevano sottoposto il caso a Giulia. Era di Giulia la responsabilità del settore frodi informatiche via social. Mi avrebbero potuto fermare subito, chiudendo i miei account e me la sarei cavata con una denuncia, rischiando fino ad un anno di detenzione. La complessità del sistema che avevo montato, li aveva invece convinti che avessi una grossa organizzazione alle spalle e volevano prendere il cosiddetto pesce grosso. Si erano resi conto in pochi giorni che lavoravo da solo e che il mio obiettivo non erano solo le truffe.

Dopo il furto a casa di Delia, Giulia aveva giurato di farmela pagare ed aveva lavorato per tessere la sua trappola attorno a me. Il primo tassello era stato costruire il personaggio di Giuliana. Voleva giocare al gatto col topo per un paio di settimane, raccogliere quante più prove possibile e poi arrestarmi. Quando si è accorta che stavo architettando una truffa complessa con le carte di credito, mi aveva lasciato fare solo perché le serviva scoprire le lacune dei sistemi informatici delle banche. In compenso mi aveva gettato un altro amo, tramite Giuliano. La scelta dei nomi l’aveva fatta al solo scopo di prendermi in giro nonostante le proteste dei suoi colleghi. Temevano che mi accorgessi dell’omonimia. Invece non ci avevo proprio fatto caso. Giulio e Giuliana per me erano due nomi totalmente diversi. Mi sarei dovuto accorgere della trappola quando avevo ricevuto la richiesta di amicizia da Giulia ma non c’era nessun nesso con gli altri account e soprattutto Giulia era un personaggio ben costruito ed io ero caduto nel trucco più vecchio del mondo: mi ero fidato della provocante immagine della bella biondona.

Mentre i suoi colleghi conducevano l’interrogatorio, Giulia interveniva solo per segnalarmi ogni errore che avevo fatto, ogni traccia lasciata sul web.

Chissà quanto si era divertita ad utilizzare contro di me i miei stessi trucchi, come si stava divertendo ad annunciarmi gli anni di galera che corrispondevano ad ogni singolo reato commesso.

Avevo davanti ai miei occhi il sorriso dell’amica di Facebook, la Giulia che avevo sognato di conquistare. Lei Sorrideva ma non come avevo sperato. Era un sorriso beffardo che gongolava di soddisfazione. Il bel finale di serata era andato in fumo assieme a tutti i sogni della mia vita.

Storie e personaggi: L’ Amico di facebook (parte seconda)

Segue da: L’Amico di facebook (parte prima)

Bruno ed Elena

Elena era la proprietaria di uno storico negozio di generi alimentari a Montegrotto Terme. Dicevano tutti che Elena fosse piena di soldi come un uovo. Viaggiava molto, aveva un buon carattere ed era molto ben disposta ad aiutare le persone.

Per Elena mi ero trasformato in Bruno Pagani, un figlio di italiani emigrati in Francia negli anni ’50. Ero un ultrasessantenne con la voglia di viaggiare. Mi piaceva la musica classica, casualmente come ad Elena, e mi ero da poco separato dalla moglie con la quale gestivamo un negozio di abbigliamento a Parigi. Il negozio e la casa erano suoi. Lei mi aveva licenziato e in poco tempo io mi ero ritrovato solo, senza casa e con il sussidio di disoccupazione che copriva a stento l’affitto della vecchia topaia in cui vivevo. Fortunatamente ero riuscito a farmi restituire dall’ex moglie tutti i miei dischi di musica classica e tutte le copie del National Geographic col quale preparavo i miei viaggi. Attualmente sognavo di andare a visitare parte dell’Africa e dell’Asia.

La pagina FB di Bruno Pagani era sommersa di fotografie di posti esotici e commenti del tipo “Ricordo i bellissimi tramonti da questa spiaggia” oppure “Che soddisfazione raggiungere la cima, ma avevo venti anni di meno” o anche “Il viaggio nel deserto è un’esperienza che mi manca ma per quest’anno, grazie a mia moglie, mi dovrò accontentare di visitare i Campi Elisi”. Logicamente quasi tutti gli articoli condivisi erano in francese mentre i commenti erano in entrambe le lingue. Non era stato facile lavorare col traduttore di Google. All’inizio facevo tantissimi errori, poi un poco alla volta mi ero specializzato nella traduzione in francese. Avevo imparato a fare la contro traduzione dal francese all’italiano per ridurre gli errori e ogni tanto provavo con un passaggio dall’inglese per vedere se c’erano sfumature diverse nei significati.

Avevo postato decine di collegamenti a Youtube con eventi dei grandi Maestri che dirigevano le loro orchestre durante memorabili concerti. Qualche commento qua e là (copiato da altre bacheche perché in realtà non sapevo nulla di musica classica) per far vedere che apprezzavo o criticavo qualche esecuzione.

I trucchi erano sempre gli stessi: creare un personaggio credibile, avere uno o più punti di affinità con l’oggetto delle mie attenzioni (non mi piaceva chiamarla vittima) ed essere in una situazione che potesse suscitare tenerezza ed empatia. Le affinità, in questo caso, erano il negozio, i viaggi e la musica, la storia strappalacrime veniva costruita sulla separazione e la sopravvenuta ed ingiusta indigenza economica.

Con Elena aveva funzionato alla grande anche se lei aveva insistito per vedere delle mie foto. Avevo fatto un azzardo ma ero riuscito a produrre delle buone foto ricorrendo a vari software di invecchiamento, non prima di aver modificato manualmente con photoshop alcuni dettagli del viso, tipo il naso a patata e gli occhi rotondi invece che ellittici. Gli sfondi li avevo presi da foto o video di località francesi.

Elena si era lasciata intenerire subito dalla mia storia e man mano che diventavamo più intimi si sentiva sempre più attratta fino a diventare intraprendente. Mi diceva che era un peccato che vivessi così lontano perché le sarebbe piaciuto conoscermi e frequentarmi. Si era proposta di pagare per me il viaggio in aereo, data la mia precaria situazione economica. Che fare? accettare e portare a casa un migliaio di euro o rischiare e tentare l’aggancio per un bottino più grosso? Avevo scelto la seconda possibilità. Sentivo che avrei potuto mettere a punto una buona strategia.

Le avevo fatto capire che ero colpito dalla sua proposta e le avevo confidato che lei mi piaceva molto, tanto da fare qualsiasi follia assieme a lei. Però non potevo muovermi da Parigi. Oltre agli affetti familiari, cui mi sentivo ancora legato, avevo bisogno di risollevarmi economicamente.

Dopo che mi sarei assestato, mi sarebbe piaciuto fare qualche viaggio assieme a lei, andare in giro come esploratori e goderci la bellezza tutto intorno a noi. Per il momento non era il caso che venissi in Italia perché non conoscevo più nessuno mentre nel campo del commercio, a Parigi, potevo fare leva sulla serietà e professionalità per le quali ero noto. Grazie ad esse mi stavo buttando in un nuovo progetto: aprire un negozio di intimo di una nota linea italiana in franchising. L’unico ostacolo erano le banche che non mi concedevano il prestito di cui avevo bisogno. Ero riuscito ad ottenere 80.000 euro che sarebbero bastati per la concessione del marchio e le prime spese ma avevo bisogno di ulteriori 30.000 euro per la caparra del negozio e per completare l’allestimento. Forse avrei dovuto rinunciare al mio sogno!

Era stata Elena stessa a proporre che mi desse lei quei soldi. Voleva però alcune garanzie. Io avevo avanzato l’ipotesi di una co-intestazione dell’attività ma lei aveva rifiutato. Piuttosto voleva che andassi io stesso a prendere i soldi: mi avrebbe pagato lei il viaggio. Dopo aver fatto finta di pensarci, perché non volevo che lei rischiasse il suo capitale se fossero andati male gli affari, avevo accettato promettendole che sarei arrivato in pochi giorni. Il giorno successivo le avevo mandato una copia del biglietto del treno, più economico dell’aereo (e più facile per me da riprodurre) e le avevo detto che ero immensamente felice di poterla conoscere presto di persona. Anche se, di fatto, era come se la conoscessi da sempre.

Il giorno prima della fittizia partenza, le avevo mandato la foto da un letto d’ospedale con una gamba ingessata ed in trazione. “Che brutto incidente. Non ci voleva! Proprio ora che stavo venendo a conoscerti… La settimana prossima devo andare a firmare il contratto d’affitto. Senza quei 30.000 euro sono rovinato. Non è che puoi venire tu?” Sapevo già che lei non poteva lasciare il negozio e senza pensarci due volte, mi aveva chiesto un IBAN per mandarmi i soldi. Avevo già previsto questa eventualità ed ero pronto con una carta di credito virtuale francese.

Appena verificato l’arrivo del denaro, avevo fatto l’acquisto di alcuni costosissimi componenti per i miei server, su Amazon, e li avevo fatti consegnare presso un supermercato a Padova dove speravo di non essere riconosciuto. Con la rimanenza avevo eseguito due bonifici su due diverse carte virtuali spagnole e da quelle, suddividendo ulteriormente il capitale, avevo mandato i soldi su 4 carte italiane utilizzate poi per prelevare il tutto nei 4 giorni successivi.

Una volta completati i prelievi, Bruno Pagani, anzi Paganì alla francese, come scriveva Elena, era sparito da FB e con lui i 30.000 euro. Elena era distrutta per la perdita dei soldi ma ancora di più per essere stata illusa, delusa ed abbandonata da una persona di cui si fidava, che le sembrava la sua anima gemella e alla quale si era affezionata come se l’avesse avuta sempre davanti ai suoi occhi. Si rimproverava di essere cascata in quel banale trucco. Quello che non aveva capito era che i soldi non erano distanti, infatti Il suo Bruno aveva la metà degli anni dichiarati e abitava solo a due vie di distanza dalla sua.

Carlo e Franca

Avevo notato Franca, un’arzilla anziana, all’ufficio postale di Montegrotto Terme. Chiedeva spesso informazioni filateliche ma non ricordavo di averla vista altre volte in giro. Nemmeno su facebook avevo trovato qualcuno di Montegrotto che le somigliasse. Secondo me era troppo anziana per avere una pagina FB e siccome mi sembrava che avesse un portamento aristocratico e non lesinava di far mostra di bracciali e collane d’oro, stavo già valutando quale stratagemma utilizzare per avvicinarla.

Si presentava come un caso difficile da seguire. Non sapevo nulla di lei, però ero stato capace di cogliere un’occasione al volo. L’avevo vista tra la folla che si apprestava ad assistere ad una rappresentazione di teatro dialettale. Ero entrato anche io al Palaturismo ed avevo scovato un posto proprio dietro di lei. Prima che iniziasse lo spettacolo, mi ero messo ad origliare quello che diceva l’anziana signora col suo portamento elegante, alla sua amica, distinta anche lei ma non all’altezza della prima. Era importante starle vicino per attingere quante più informazioni possibili. Ed ecco che la vedo estrarre il suo cellulare, controllare la pagina FB e scrivere qualcosa. Col mio smartphone, facendo finta di messaggiare, riuscivo, dopo vari tentativi, ad avere una foto perfetta del suo schermo. Tramite la sua immagine profilo ed i nomi degli amici che vedevo l’avrei sicuramente rintracciata. Comunque, la situazione non si presentava facile da gestire. Mi ero fatto l’idea che fosse una donna colta ed intelligente quindi, in teoria, difficile da plagiare. Io mi ero creato una mia teoria, quasi un principio filosofico o un assunto matematico derivante da alcune idee sentite durante un corso fatto anni prima sulla sicurezza informatica:

I non nativi digitali, pur avendo tutta l’intelligenza del mondo, non hanno, nel proprio bagaglio culturale quelle accortezze che per istinto o per induzione, hanno i ragazzini.

Secondo tale teoria, si salvano solo gli addetti del mestiere perché per la propria attività lavorativa sono a conoscenza dei rischi della rete. Tutti gli altri, pur utilizzando al meglio gli strumenti non ne conoscono i segreti. Per capirci è come un bravissimo guidatore di automezzi che ritrovandosi con l’auto in panne non sa minimamente dove mettere le mani mentre un guidatore, magari maldestro, che durante l’infanzia si è divertito a smontare e rimontare motorini, moto od auto, riuscirà a ripartire per la propria destinazione o quantomeno per la prima autofficina. I nativi digitali non sono solo più svegli degli adulti ma, oltre le esperienze dirette che acquisiscono, vengono educati nelle scuole ai rischi della rete.

Dopo centinaia di tentativi ero riuscito a trovare la donna misteriosa. Non viveva a Montegrotto bensì ad Albignasego, ed aveva un nome di contatto bizzarro: “Franonna aponense”. Il suo vero nome era Franca Contin. Parlava spesso degli studi sulle presenze romaniche nella zona termale, della storia di “San Pietro in Montagnon”, vecchio nome di Montegrotto, della storia dei paleoveneti, della dominazione austriaca nel Veneto, di cui sembrava quasi nostalgica, dello sfruttamento termale nel periodo romano e medievale e soprattutto di quello del periodo recente con l’eccesso di cementificazione che ne era seguito. Aveva una predilezione per le passeggiate sui colli euganei ma si arrabbiava ogni volta che vedeva una cava di trachite, perché turbava il panorama naturale.

Scavando nei suoi interessi ero finalmente riuscito a trovare il mio cavallo di Troia: i francobolli. Era una collezionista incallita. Partecipava a diversi gruppi filatelici su FB, alcuni pubblici ma molti privati: si vedeva solo il nome del gruppo e molti gruppi avevano nomi per me illeggibili. Probabilmente in quei gruppi avvenivano gli scambi dei francobolli.

Per riuscire a far breccia su di lei mi ero dovuto mettere nel mio ufficio-sala server-scrittoio-ecc, per ore ed ore a studiare i francobolli più famosi, le collane storiche e gli annulli filatelici più importanti. Lei metteva tanti like alle serie complete italiane e austriache e agli annulli degli eventi commemorativi mentre sembrava poco interessata agli annulli degli eventi contemporanei, delle squadre sportive, delle manifestazioni popolari od altro.

Per Franca avevo deciso di diventare Carlo Serafini. Un ottantenne di madre austriaca che mi aveva sempre chiamato Karl. Abitavo in provincia di Belluno. Ero entrato in alcuni dei gruppi che seguiva Franca. Quelli che avevano il nome illeggibile erano austriaci. Avevo postato molti commenti a francobolli rari (sempre copiati da altri commenti in altri gruppi) e lo facevo sia in italiano e sia in tedesco sui gruppi austriaci.

Dopo un paio di settimane le avevo chiesto l’amicizia in FB. Lei, intelligentemente, mi aveva chiesto se ci conoscessimo. Io le avevo risposto candidamente di no ma che era tra le persone che avevo visto nei gruppi che frequentavo. Le avevo detto di essere nuovo in FB. Io ero solo, senza figli e nipoti. Dopo la morte di mia sorella, i francobolli erano rimasti la mia unica compagnia. Da quando un mio amico mi aveva convinto ad entrare in FB, qualche mese prima, ero più felice perché avevo trovato persone con cui parlare la stessa lingua, soprattutto nei gruppi filatelici.

Non mi aveva dato subito, l’amicizia. O non l’avevo convinta oppure stava cercando ulteriori conferme sulla mia identità. Avevo lavorato molto sulla mia figura in FB. Tanti “Grazie per avermi accolto nel gruppo”, “Grazie per la tua preziosa amicizia” e qualche condivisione di commenti per depressi da isolamento (basta cercare, ne trovi tanti. Sembrano frasi positive ma evidenziano lo stato di solitudine di chi le condivide o di chi vi appone i propri like).

Finalmente, dopo che avevo messo il commento ad un post sul programma di un’asta filatelica a Vienna, precedentemente commentato da Franca, era arrivata la conferma alla mia richiesta di amicizia. Non potevo dire che ormai ce l’avevo fatta ma adesso mi sentivo più ottimista. Il bacino di utenza della filatelia era comunque da non trascurare. Se Franca non mi avesse concesso la sua amicizia entro qualche settimana, avrei cercato altri bersagli.

Avevo evitato di essere immediatamente aggressivo nei suoi confronti, nel senso che c’ero andato piano con i commenti ed i like ai suoi post. Mi era sembrata più avveduta di molte altre persone, anche più giovani di lei.

Un giorno avevo messo un annuncio nella bacheca di un gruppo filatelico dicendo che vendevo tutta la mia collezione di 370 francobolli austriaci del periodo imperiale. Unica condizione: non dividere la collezione. Solo per interessati, no perditempo. Trattativa privata.

Tra le tante risposte, non avrei mai immaginato tutto questo successo, era arrivata anche quella di Franca, con un messaggio essenzialista ma deciso: “Perchè?” Le avevo risposto via Messenger che non stavo attraversando un buon periodo: il costo dei miei medicinali assorbivano gran parte della mia pensione da professore di matematica. Sapevo che ormai non avevo moltissimi anni davanti ed ero senza eredi. Inutile conservare le mie collezioni per parenti lontanissimi che nemmeno conoscevo e che magari non avrebbero saputo dare il giusto valore alle cose. Con calma, perché non avevo nessuna premura di disfarmi di tutte le mie collezioni, però avrei venduto solo a veri intenditori una collezione all’anno. Iniziavo con quella austriaca perché era la più imponente, assieme a quella italiana. E stavo dando via un gruppo di francobolli preziosissimi ed antichi. Avrei chiesto 4500 euro.

All’inizio Franca mi aveva detto che ero matto: nessuno avrebbe speso così tanto in un colpo solo. Poi, man mano che le mandavo foto di alcuni francobolli (presi da internet e modificati in piccoli particolari) mi aveva detto che erano pezzi rarissimi e che forse chiedevo anche poco.

“A lei interessano?” le chiesi (con Franca non ero mai entrato in intimità, mi ero sempre mantenuto sul rapporto formale). Franca mi rispose che quei francobolli le piacevano perché legati ad un periodo storico che adorava, però non avrebbe potuto spendere così tanto al momento. Io le venni subito incontro dicendole che poteva pagarmele un poco alla volta. Una prima rata da 1500 ed il resto anche rate da 500 euro al mese. Lei mi aveva risposto che ci doveva pensare ed io le avevo detto che ci pensasse liberamente ma nel frattempo se avessi ricevuto un’offerta con pagamento immediato, l’avrei accetta perché, come le avevo accennato, mi trovavo in una situazione in cui avevo assoluta necessità di quei soldi.

Il giorno dopo mi disse che avrebbe preso l’intera collezione ma che non le piacevano i brodi lunghi per cui avrebbe pagato in due rate di 2250 euro l’una. Le chiesi l’indirizzo di casa per spedirle la collezione e le diedi l’IBAN di un’ennesima carta di credito virtuale. Lei aveva fatto subito il bonifico, io le mandi il giorno seguente la foto di una ricevuta di spedizione da Alleghe (BL) ad Albignasego (PD) con tanto di indicazione “Assicurata”. Questo mi dava il tempo di circa due giorni, quelli che mi servivano per incassare i soldi.

Nei pressi del piazzale della torre ad Albignasego, era parcheggiata una vecchia Kangoo con qualche graffio sulle portiere. La gente, passandogli accanto, vedeva uno stempiato trentenne seduto al posto di guida mentre mangiava con calma ed aria indifferente la sua pizza al taglio. Io ero relativamente tranquillo perché non ricordavo di avere amici o conoscenti in quella località.

Quando avevo visto Franca uscire da casa ed entrare nella sua Ypsilon nuova e ben curata per dirigersi all’ennesimo evento culturale a Montegrotto, avevo bevuto il mio ultimo sorso di birra, avevo acceso il motore del Kangoo e mi ero diretto al parcheggio dietro l’abitazione. La porta era blindata ma le finestre erano facilmente accessibili. Dentro casa avevo trovato abbastanza oro, nascosto come al solito nei cassetti e dentro l’armadio. Molti anelli, collane e bracciali erano tranquillamente esposti sul comò. Avevo prelevato anche un paio di oggetti di valore, un televisore portatile e tutte le collezioni di francobolli. Da quella notte, di Carlo Serafini non c’era più traccia in FB.

Continua…

Storie e personaggi: L’ Amico di facebook (parte prima)

Mi chiamo Fabio ed ho 32 anni.

Due anni fa sono stato licenziato dalla Web&IT, la ditta in cui lavoravo a Padova. Quegli stronzi dei miei colleghi mi avevano messo nei guai. Secondo me, solo per invidia. Ero più bravo di loro. Riuscivo a scrivere un intero programma in pochi giorni. Certo, da aggiustare qua e là ma la struttura principale era pronta in meno di una settimana mentre nello stesso tempo, Elvio e Pietro riuscivano a stento a capire quale layout grafico fosse più intuitivo in base alle richieste del cliente. Poi ci volevano un paio di mesi per vedere la prima beta-version del programma.

Io mi ero specializzato nelle comunicazioni e conoscevo tutti i segreti degli indirizzi IP, del routing, del natting, dei DNS e dei Proxy. Pietro, in particolare, veniva da me quando aveva problemi per i suoi programmi; venivano tutti da me ma lui di più. Alla fine, si era accorto che durante le ore di lavoro producevo e vendevo chiavette USB con programmi per la visione gratuita dei canali digitali a pagamento. Usavo le strutture informatiche della ditta per aggiornare e fare gli upload ai clienti degli indirizzi IP dei server che trasmettevano in streaming soprattutto gli eventi sportivi in chiaro. Era un lavoro continuo perché le polizie postali di tutto il mondo si divertivano a chiudere un paio di siti al giorno. Avevo un sacco di richieste. Guadagnavo 30 € a chiavetta ma era necessario essere veloci e assidui e proteggere sempre meglio i programmi dagli assalti degli sbirri.

Pietro aveva confidato ad Elvio quello che facevo ed Elvio era corso subito dal titolare. Appena l’ho saputo, sono entrato nell’ufficio di Pietro e l’ho aggredito urlando che era un ingrato e uno stronzo. Le urla avevano attirato Elvio che era entrato con aria di sfida dicendomi di prendermela con lui se avevo coraggio. Non gli avevo dato nemmeno il tempo di finire la frase che l’avevo afferrato con i pugni stretti sul suo maglione da nerd a scacchi neri e rossi e l’avevo scaraventato addosso alla parete di cartongesso che si era rotta fragorosamente.

Un’ora dopo avevo già finito di raccogliere tutte le mie cose dall’ufficio con la lettera di licenziamento immediato in tasca.

Da allora mi ero dovuto arrangiare con lavoretti di vario genere. Nessuno nel campo dell’informatica. La Web&IT aveva fatto terra bruciata attorno a me. Ho fatto il cameriere qua e là, però avevo trovato una nuova fonte di guadagno, molto più remunerativa delle USB per lo streaming.

Avevo notato che alcune persone scrivevano in continuazione su Facebook tutto di tutto su di loro. Molti erano anziani e soprattutto donne. Ne avevo trovate tante, comprese delle nonnine che conoscevo di vista perché abitavano anche loro a Montegrotto Terme. Avevo iniziato a seguirle su FB con molta discrezione e anche nel mondo reale. Sapevo dove andavano a fare la spesa e cosa compravano. Conoscevo i loro familiari e qualche loro abitudine. Da FB riuscivo a sapere tutto il resto, anche i loro pensieri più intimi.

Armando e Delia

La signora Delia era rimasta vedova circa 4 anni prima. Non era molto anziana ed era ancora sinceramente legata al marito Luciano. Facendo alcune ricerche avevo scoperto che Luciano aveva fatto il militare negli Alpini e mi è bastata questa informazione per mettere a punto la mia strategia di aggancio. Per l’occasione avevo aperto un nuovo account a nome di Armando Piccolin. Il nome era vero, l’avevo trovato nell’elenco del contingente di Luciano e sapevo che era morto anche lui. Abitava a Thiene, abbastanza distante per sperare che non si fossero più né visti e né sentiti, dopo la leva militare.

Avevo iniziato a scrivere a Delia facendo finta di cercare informazioni sui componenti della nostra compagnia perché dovevamo organizzare la cena per festeggiare il 50° anno dal congedo. Mi ero presentato su Messenger dicendole di sapere che fosse la moglie di Luciano ma che non riuscivo a trovare lui in FB. Mi rispose piccata dicendomi che Luciano era morto ed era impossibile che io non lo sapessi perché lui era sempre stato in contatto con l’Associazione Nazionale Alpini. Le avevo detto che non lo sapevo affatto e che la cosa mi lasciava molto addolorato perché avevo passato delle giornate veramente intense con Luciano. Dopo il primo momento di imbarazzo e sospetto, ero riuscito a fare breccia nella sua diffidenza parlandole spesso delle belle avventure che come Alpini avevamo vissuto.

Qualche giorno dopo era stata lei a chiedermi l’amicizia in FB. Era il primo passo per piazzare la trappola che le stavo tendendo. Per me era un lavoro lunghissimo e faticoso. Dovevo concentrarmi per pensare come se fossi realmente Armando e immaginare gli ipotetici discorsi fatti con Luciano. Mi ero costruito un passato rispettabile mettendo tantissime foto prese dai raduni degli alpini, condividendo pagine su pagine che con foto di militari, di guerra e di motori. Luciano ed io eravamo grandi appassionati di auto sportive. Commentavo, inoltre, qualsiasi articolo in cui Delia metteva un like. Ad ogni suo saluto del mattino le mettevo un commento carino, ad ogni risposta da parte dei suoi amici o parenti, mi segnavo quanto frequentemente interagissero e disegnavo la rete dei suoi affetti, per sapere da chi guardarmi e chi adulare per ottenere un suo indiretto sostegno. A Delia piacevano le poesie e io cercavo ogni giorno una poesia da condividere. Non era facile per me che non ne conoscevo nemmeno una, però mi facevo ispirare dai post di una mia amica.

Ogni volta che volevo accedere a FB con l’account di Armando lanciavo un programma di VPN che avevo fatto io stesso. Sarebbe stato un bel prodotto da vendere se non fosse che usavo tecniche di protezione e mascheratura di indirizzo, illegali in Italia. Il localizzatore dell’indirizzo IP diceva che io ero connesso da un server di Thiene. In realtà i miei dati viaggiavano dall’Italia al sudest asiatico utilizzando il free wi-fi di un centro commerciale malese per “pulire” la traccia e inoltrarla nuovamente in Italia dove le facevo fare ulteriori passaggi per ottenere il risultato che desideravo.

Usavo inoltre un altro account di controllo per entrare nelle pagine FB dei parenti di Delia. In questi casi la foto di una bella biondona russa funzionava bene sia con gli uomini che si tuffavano come le api sul polline e sia con le donne che si sentivano subito in empatia con un esponente del proprio sesso sebbene sembrasse al di fuori della normale cerchia di amici. Anche da parte della biondona qualche like ogni tanto e un paio di commenti simpatici. Assolutamente vietato trattare o mettere like su qualsiasi argomento che richiamasse faziosità tipo politica, tifo sportivo, religione e argomenti filosofici.

Delia aveva trovato in Armando un appiglio per riportare alla mente il suo povero marito e smaltire quella rabbia interiore per il fatto che lui, morendo, l’aveva lasciata sola. Sentire parlare di Luciano la rendeva felice e meno sola. Era normale che non volesse sbottonarsi completamente con me però ero sicuro di essere riuscito ad indurle il pensiero che la mia attenzione nei suoi confronti si stesse trasformando in interesse passionale.

Un poco alla volta avevamo iniziato a parlare di pensioni e dei rischi di tenere tutto il denaro a casa. Io le avevo detto che mi ero fatto il bancomat, lei invece preferiva ritirare tutto e tenere i soldi a casa. Era l’informazione che mi serviva. Ormai sapevo quando andava in posta a ritirare la pensione. Mi aveva confidato che teneva la chiave di scorta dentro la cassetta del contatore dell’acqua. Mi era stato facile sapere quando avrei avuto la casa libera per un paio d’ore. Era bastato chiederle quando sarebbe andata dalla parrucchiera, il che avveniva sempre entro un paio di giorni dal ritiro della pensione.

Mi ero introdotto in casa di Delia con molta circospezione. Non mi ero reso conto che fare lavoretti sporchi a Montegrotto, dove vivevo e dove mi conoscevano quasi tutti, era una grossa imprudenza. La mia presenza lì non era per niente giustificata. Fortunatamente il retro della sua casa dava su un vicolo quasi invisibile. Avevo posizionato là il mio Kangoo, una macchina da 4 soldi ma comodissima per svaligiare una casa.

Mi ero diretto subito nella camera da letto di Delia e avevo aperto il cassettino della toletta che aveva un fermo da sbloccare per estrarre completamente il contenitore e accedere al vano segreto. C’era il contante accuratamente conservato in una busta di carte e alcuni gioielli nelle loro scatolette. Non valeva la pena mettere a soqquadro la casa. Se tutto fosse andato bene, Delia si sarebbe accorta del furto solo dopo un paio di giorni rendendo più difficile l’individuazione del momento esatto dell’effrazione. Mi restava da fare solo un’ultima cosa: prelevare un vecchio fucile di cui mi aveva parlato. Quello da solo valeva circa 200€, più di quello che mi avrebbero dato per tutto l’oro trovato.

Adesso ero ad un bivio. Continuare a scrivere a Delia come se non fosse successo niente o dileguarmi immediatamente, togliendole l’amicizia ed eliminando l’account. Ero rimasto a guardare cosa capitasse. Se Delia non avesse sospettato di me, casa sua sarebbe stata sicuramente una tappa da riproporre saltuariamente nei mesi successivi.

Continua…

Strage di Capaci

Come siciliano, mi porto dappresso due diverse etichette affibbiate con una certa leggerezza dalle persone che incontro nella mia quotidianità. La prima è terrone che ha sicuramente origini dispregiative ma che nel corso degli anni si è evoluta in significato meno offensivo fino ad arrivare ad un epiteto di tipo goliardico, non per questo meno fastidioso. La seconda è mafioso. Questo termine non può essere ricevuto con la stessa leggerezza del primo. Bisogna aver visto cosa è la mafia, bisogna aver vissuto le aberrazioni a cui conduce un tessuto sociale pervaso dalla mafia per capire che non può esserci ironia nell’etichettare una persona come mafiosa e meno ancora se lo si fa esclusivamente per le sue origini. Significando quindi che tutti i siciliani sarebbero mafiosi.

Per i siciliani onesti, e non sono pochi anzi sono una significativa maggioranza, è un’offesa grandissima definirli mafiosi. Si offende la dignità personale, la dignità sociale e storico-culturale di un’intera popolazione e la dignità di tutti coloro che ogni giorno lottano per modificare il modo di pensare contaminato dalla mafia.

Vivevo in Veneto già da qualche anno quando la notizia della strage, il pomeriggio di quel fatidico 23 maggio 1992, è arrivata dirompendo la vita quotidiana di tutti, pure a queste latitudini. Ci si era reso conto che l’attacco ricevuto dallo Stato era stato diretto, forte e fatto apposta per coinvolgere l’intera Nazione.

Da quel momento la mafia non era più un problema dei soli siciliani. Tutti si aspettavano un attentato a Falcone ma nessuno avrebbe immaginato l’attacco in pieno stile terroristico con un forte impatto emotivo sull’intera popolazione italiana. La meticolosa preparazione di tipo militare, studiata nei dettagli e destinata a creare il maggior danno possibile era sproporzionata al solo scopo di eliminare il magistrato. Serviva per mettere lo Stato con le spalle al muro.

“Tu Stato, pensi di essere forte ma io posso essere più forte di te. Tu Stato, ti fidi della lealtà dei tuoi uomini, ma io riesco a ricattarli, a costringerli a tradire il giuramento prestato. Tu Stato, pensi di riuscire a proteggere quel rompiscatole di Giudice e la sua famiglia, imprigionandolo in quell’isolotto lontano ma io so che prima o poi deve tornare in Sicilia e so anche quando lo farà, me lo dicono i Tuoi uomini. Tu Stato pensi che sia difficile sparargli un solo colpo di pistola in testa? ma a me serve farti capire che io sono più forte di Te, devo umiliarti davanti al Mondo. Devo farti sentire un verme perchè non sei in grado di proteggere un tuo uomo, la sua famiglia, e la sua scorta. Io aggiungo disperazione al dolore, umiliazione all’indignazione e Ti farò sentire nudo ed inerme come un bambino.”

Immagino così il ragionamento fatto dal/i mandante/i e immagino che anche a Roma più di qualche politico si sia sentito sollevato dall’eliminazione di un problema. Dalla definitiva sparizione di chi si era messo in testa di voler conoscere tutti gli intrecci di relazioni tra mafiosi e politici.

Recentemente sono passato da Capaci e ho visto quelle grandi stele rosse, una per carreggiata, erette per ricordare Giovanni Falcone, Francesca Servillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Sono ingombranti, sono assolutamente fuori contesto nel panorama complessivo, tanto che qualcuno dice che siano brutte ma sono state fatte apposta così perchè ingombrante era Falcone ed il suo pool di magistrati antimafia mentre brutta e distorsiva della bellezza e della storia della Sicilia è la mafia.

Le condizioni sociali in Sicilia non sono certamente ideali. Il popolo vive nella consapevolezza che c’è sempre un “signorotto” che pretende gli venga chiesto per favore ciò che dovrebbe spettare di diritto ad ogni cittadino: lavoro, sicurezza, giustizia, salute e istruzione. Mentre qualcuno si piega a queste pretese, molti combattono la loro battaglia privata, spesso soli ma più frequentemente con le istituzioni oppure tramite una delle tante associazioni antimafia. Per combattere la mafia non servono tante armi, è sufficiente sottrarre giovani all’ignoranza, all’incuria e alla disoccupazione, creare spazi di aggregazione organizzata ed insegnare il rispetto per il proprio territorio, l’ambiente, lo Stato e le leggi. E molti siciliani sono seriamente impegnati in questa guerra senza quartiere e ottengono più risultati di quanto non venga comunemente mostrato.

Non dite mai ad un siciliano che è un mafioso. I siciliani veri odiano la mafia.

DM