Salvare Venezia. Racconto – Cap. 2 di 5

CONTATTO

Una mattina di luglio del 2025, ero disteso a prendere il sole. La zona attorno la “rotonda sul mare” di Isola Verde era uno dei pochi tratti di costa veneta in cui era rimasta della sabbia, e non per mera casualità.

Frequentavo quel lido da inizio millennio, quando tutto il litorale era sabbioso. Nel secolo precedente la spiaggia era larga oltre 50 metri, dai primi anni del XXI secolo si era ridotta a poche decine di metri ed in alcuni tratti era quasi completamente sparita. Quel piccolo tratto di mare aveva mantenuto la spiaggia sabbiosa grazie a me.

Io sono un affermato architetto e sono stato sempre considerato un visionario per la grandezza e raffinatezza dei miei progetti. Nonostante la loro maestosità, i prodotti finali sono risultati più economici di quanto non sembrasse ad un occhio distratto, grazie alla sostenibilità energetica ed ambientale che ripagava in poco tempo una porzione dei costi di costruzione e all’attrattiva che l’opera in sé riusciva a suscitare, attraendo turisti.

Una decina di anni prima, al termine di una delle giornate più calde e ventose della stagione, stavo chiacchierando con Mario, il proprietario del lido, raccontandogli, tra uno spritz ed un prosecco, i lavori più sorprendenti che mi erano stati commissionati in varie aree del mondo. Mario, abitualmente, si divertiva ad ascoltare i racconti di come avevo realizzato un mega hotel nel deserto arabico o un centro commerciale sottomarino in Giappone, quel giorno, invece, Mario aveva manifestato la sua preoccupazione per il fatto che ogni anno il mare mangiasse metri di spiaggia e le dighe messe ai lati e di fronte alla costa non fossero state sufficienti ad arginare l’erosione. Mentre lui parlava, avevo iniziato a fare uno schizzo sulla tovaglietta del bar. Vedendo il mio disegno buttato là come per gioco, quell’uomo aveva capito che era necessario tentare il tutto per tutto, se avesse voluto continuare a gestire un lido balneare. L’anno successivo nacque la Rotonda.

Con un’azione di crowdfunding, il gestore della spiaggia era riuscito a convincere i proprietari del residence confinante ad investire nel progetto. Io avevo portato in dote una lista di sponsor con i quali lavoravo da anni e che credevano in me. Il risultato era stato l’innalzamento di un piccolo tratto della spiaggia, facendolo poi proseguire fin dentro il mare attraverso una larga lingua di roccia che si estendeva per circa 70 metri verso il mare aperto. Più larga e più lunga delle dighe fatte negli anni precedenti nel vano tentativo di trattenere la sabbia, la lingua aveva due diramazioni per lato leggermente inclinate verso la linea di costa. Nella parte interna di ciascuna diramazione erano stati realizzati dei terrazzamenti riempiti di sabbia per formare delle piccole spiaggette o solarium sopraelevati. L’ultima terrazza digradava fino al pelo dell’acqua. L’altezza originaria era di oltre cinque metri ma già mezzo metro abbondante era sparito sotto il crescente livello del mare. La lingua si chiudeva con un maestoso piazzale rotondo dal generoso diametro di 30 metri con bar ristorante a semicerchio, tutto vetri. A protezione del manufatto in mezzo al mare, una diga semicircolare posta a circa 15 metri dalla rotonda. Formava un arco di 180 gradi che dalle estremità si prolungava parallelamente alla lingua per 45 metri verso la costa. I prolungamenti avevano il compito di frangere le onde prima che investissero la lingua e i bracci laterali, mentre l’arco aveva anche il compito di essere la base per quattro pale eoliche.

La Rotonda non era solo la sede del bar con annesso solarium, della pista da ballo e del ristorante con i tavolini vista mare protetti dalle vetrate antivento, era un complesso sistema produttivo. La maggior parte di energia veniva generata dal sapiente sfruttamento del continuo movimento delle correnti e delle maree, attraverso turbine montate nei piloni di sostegno alla struttura. Alcuni piloni avevano anche la funzione di trattenere e separare i detriti che arrivavano copiosi dai fiumi, differenziandoli per tipologia. Tutto il tetto del ristorante era costituito da pannelli solari come gran parte delle pareti e dei rivestimenti delle passerelle. La corrente complessiva generata dalla rotonda era sufficiente per le esigenze del lido, del ristorante e parte del complesso residenziale.

Dopo il successo di quella rotonda, era stato richiesto il mio intervento per la costruzione di rotonde simili a Bibione, Jesolo, Sottomarina ed altre famose spiagge rimaste quasi completamente senza sabbia. L’unica che mi rifiutati di effettuare fu quella di Caorle perché la situazione era già troppo compromessa e difatti l’acqua invadeva già quotidianamente le strade sollevando un terribile puzzo di fognature e rendendo inutilizzabili la maggior parte delle piscine di cui erano ricche i condomini di Duna Verde. Era un vero disastro dal punto di vista ambientale ma finora erano tutti preoccupati per il solo impatto economico subito dai proprietari degli immobili che rischiavano di perdere l’intero valore del proprio investimento.

Mentre mi godevo il sole sulla pelle, disteso sul mio lettino, leggendo l’ennesimo libro giallo, in quella che ormai era diventata una spiaggia d’élite, fui avvicinato da un omone alto e robusto, dal viso rosso paonazzo. Inizialmente pensai che fosse accaldato a causa del suo abbigliamento con giacca sopra la camicia bianca e cravatta che poco si addiceva all’afa di quei giorni ma successivamente mi resi conto che lo strano uomo dai capelli ricci rossi ed il viso lentigginoso era in evidente stato di agitazione, sudava da tutte le parti stringendo al petto una borsa di pelle ormai consumata dal tempo. Dopo essersi accertato che fossi la persona giusta, mi chiese di ascoltarlo su un argomento delicatissimo. Mentre parlava si girava da tutte le parti, guardando in lontananza, quasi avesse paura di essere visto o ascoltato di nascosto. Pensai che fosse paranoico.

Mi aveva detto di essere un dipendente del Provveditorato interregionale per le opere pubbliche del Veneto, l’ex magistrato delle acque di Venezia. Mentre era a lavoro e stava archiviando in digitale una marea di documenti relativi ai progetti per la realizzazione del Mose, si era imbattuto sul mio carteggio ed aveva autonomamente approfondito le documentazioni sui rischi di innalzamento delle acque che avevo allegato. Era arrivato alle mie stesse conclusioni con la differenza che nel 2025 si vedevano concretamente i primi effetti di quanto io avevo previsto oltre 30 anni prima. Aveva sottoposto l’argomento all’attenzione di alcuni funzionari in Regione e due giorni dopo aveva ricevuto lettere anonime con minacce di morte oltre ad un richiamo formale dal Provveditore per aver divulgato materiale d’ufficio.

Successivamente, era riuscito ad entrare in contatto con un influente uomo politico che stava lavorando in Commissione Europea alla stesura di bandi per la protezione degli ambienti costieri. Non mi volle rilevare il nome del politico e nemmeno il proprio. Mi disse di chiamare lui Marte, come il messaggero degli dèi e di attendere per il nome del politico poiché questi non voleva compromettersi entrando in contatto con impresari interessati ai lavori. Io ascoltati con pazienza ed attenzione ma soprattutto con molta diffidenza quell’uomo e alla fine gli dissi che il progetto, così come l’avevo pensato 30 anni prima, non sarebbe più stato realizzabile perché i danni provocati alla costa dall’innalzamento del livello del mare comportavano un completo ridisegno della struttura e temevo che ormai sarebbe stato difficile decidere le priorità di cosa salvare e come. Non gli dissi, ma lo tenni come appunto mentale per me, che i materiali e le tecnologie odierne avrebbero abbassato il costo complessivo dell’opera aumentando l’efficienza e la sostenibilità dell’intero sistema. Sottolineai invece, che nessuno a Venezia sembrava realmente interessato a mettere in discussione la validità del Mose, e non lo avrei fatto nemmeno io.

Ritenevo che il Mose fosse stato utile e poteva continuare ad esserlo per qualche anno ancora, ma era largamente insufficiente per una protezione globale della città. Avevo spiegato i miei dubbi sul Mose nella documentazione tecnica inviata più volte in regione, alla Presidenza del Consiglio, al Ministero per i lavori pubblici, al Magistrato per le acque ed infine esposta in un documentario realizzato una decina di anni prima per una TV straniera per la quale avevo preparato un modello in rendering video 3D con gli effetti dell’innalzamento delle acque e la diminuzione di efficacia del Mose entro un paio di decenni. Spiegai a Marte, mi ero rassegnato a chiamarlo con quello strano nomignolo, che evidenziare in quel momento i limiti del Mose ad appena cinque anni dalla sua inaugurazione e dopo due decenni di dibattiti tra favorevoli e contrari, ingenti spese e lavori interminabili, era logico ma assolutamente improponibile.

Marte mi disse che i veneziani stavano cominciando a comprendere che l’illusione del Mose aveva perso ormai il suo fascino e soprattutto, non appena si sarebbe saputo che sarebbe stata l’Europa a mettere i soldi per il salvataggio di Venezia, sarebbero stati tutti d’accordo per nuove rivoluzionarie idee. Marte era inoltre sicuro che il politico col quale aveva parlato, avrebbe appoggiato il mio progetto perché ne era rimasto affascinato.

Io risposi che ormai avevo finito di fare progetti e che mi stavo godendo il mio meritato riposo. Non avrei mai potuto metter in cantiere un lavoro che avrebbe richiesto non meno di 10-15 anni di realizzazione privandomi probabilmente del gusto di vederlo finito. Stavo bluffando. L’offerta mi aveva lusingato moltissimo ed ero già a conoscenza di quel bando europeo in procinto di essere lanciato per salvare molte delle città costiere di tutta Europa che stavano lentamente scomparendo, con gravi danni dal punto di vista ecologico, economico e infine sociale per il pericoloso movimento migratorio dalla costa alle zone più interne delle nazioni e sempre più spesso anche con movimenti transnazionali. Gli europei che migrano? Sembrava la barzelletta del secolo, invece era triste realtà. Marte apparve deluso dalla mia risposta però non demorse, mi chiese se fossi in spiaggia da solo o in compagnia e se avesse potuto offrirmi il pranzo per approfondire alcuni dettagli prima della mia risposta definitiva. Accettai di pranzare con lui a patto che fosse stato mio ospite. Tramite la app del cellulare prenotai al ristorante della Rotonda un tavolo per due.

A tavola parlammo di alcuni dati tecnici relativi alla reale situazione ambientale della laguna e dell’area costiera veneta. Purtroppo, questi dati sulle maree, sulla salinità, sulla penetrazione delle falde salate nell’entroterra, non apparivano sui giornali e i dati pubblicati sui siti ufficiali del Ministero, del Provveditorato e delle Capitanerie di Porto, erano corretti al ribasso per non allarmare eccessivamente la popolazione. Marte continuava a guardarsi intorno ossessionato dal timore di essere spiato, abbassando il volume della voce fino a farlo diventare un sussurro quando faceva le rivelazioni più importanti o scandalose. Per mia indole, avevo nervi saldi e molto autocontrollo ma la sua apprensione era stata contagiosa ed iniziai anche io a esaminare con circospezione tutte le persone vicine a noi anche se non notavo nulla di anormale. Ci lasciammo con l’impegno di risentirci entro un paio di giorni.

Salvare Venezia. Racconto – cap. 1 di 5

PROLOGO

Mi hanno contattato in ritardo, eccessivo ritardo. Io li avevo messi in guardia più di 45 anni fa che le misure che stavano adottando sarebbero state insufficienti. Erano tutti convinti che il Mose avrebbe salvato Venezia. Certo è stato utile, all’inizio. Ha evitato che l’acqua alta raggiungesse spesso piazza San Marco e devastasse monumenti, case e attività commerciali aiutando la più grande fonte di reddito della città: il turismo.

Quello che non avevano capito, all’inizio, era che stavano perdendo tempo. Le maree di 100-110 centimetri erano state una curiosità interessante, quasi un vezzo, sia per i veneziani e sia per i turisti. Per combatterle era sufficiente difendere il centro storico con semplici paratie e passerelle ed andò avanti per anni perchè le sequenze storiche di maree eccezionali si mantenevano rare e venivano benevolmente sopportate dalla popolazione.

L’alluvione del 1966 aveva fatto capire che era necessario un intervento decisivo per la salvaguardia della storica città. Negli anni ’70 vennero messi in atto interventi legislativi per sovvenzionare seri studi ambientali e cercare soluzioni compatibili con il complesso e delicato ambiente lagunare.

Quando, negli anni ‘80 le maree arrivarono a superare pericolosamente i 140 centimetri due, tre volte l’anno, i veneziani iniziarono ad avere paura e chiedere maggiore velocità alla politica per salvaguardare la parte storica della città che soffriva e stava rapidamente svuotandosi di cittadini in trasferimento sulla terraferma. Il futuro di Venezia, non solo come opera d’arte unica nel suo genere, ma come idea di città viva e da vivere stava progressivamente scomparendo.

L’agitato mare di grandi imprese edilizie aveva subodorato che sarebbe stato mosso un notevole quantitativo di denaro per salvare Venezia. Schiere di imprenditori iniziarono a fare visite frequenti ai sindaci, ai presidenti di regione e persino ai patriarchi. Ogni volta erano accompagnati da esperti veri o millantati, del settore delle maree, botanici, etologi, climatologi e decine di ingegneri. L’obiettivo era convincere che non c’era tempo da perdere e che dovevano iniziare subito le opere colossali per evitare l’inconveniente dell’acqua alta a Venezia. Il rischio era perdere turisti e con loro il fiorente settore alberghiero di lusso, della ristorazione e dell’oggettistica, compresi i vetri di Murano ed i centrini di Burano.

Anche io ero andato nel 1995 a proporre un mio progetto che fu scartato immediatamente perché ritenuto eccessivamente costoso, tecnicamente irrealizzabile e orrendo alla vista. Ero preparato ad una simile risposta e per questo non rimasi per niente scoraggiato, convinto della bontà del progetto, della sua economicità nel tempo e della sua sostenibilità ambientale. Semplicemente, la città ed il mondo non erano pronti per quel tipo di progetti e la paura dell’innovazione fece sventolare bandiere di falso interesse di protezione dell’ambiente lagunare arrivando persino a mettere in discussione le basi scientifiche su cui si basava lo studio dell’innalzamento della temperatura terrestre ed il conseguente innalzamento dei mari. Mi sforzai di spiegare, nei lunghi dibattiti che vennero organizzati in quegli anni, che le temperature sarebbero aumentate ad un ritmo due, tre volte superiore alla rosea previsione degli anni 50 e non c’era tempo da perdere con soluzioni tampone, tipo quella del Mose, che non avrebbero risolto il problema. Gli interventi dovevano essere radicali e decisivi. Nonostante le mie argomentazioni, i pareri negativi sull’impatto ambientale raccolti da tutti i progetti, Mose compreso, erano un chiaro segno che la strada per salvare Venezia, i veneziani e l’ambiente floro-faunistico, sarebbe stata lunga e tortuosa.

Nella peggiore delle tradizioni italiane, tanto più lunga e tortuosa era la strada, tanto più remunerativa sarebbe stata l’impresa per chi creava ostacoli burocratici al solo fine di rimuoverli dietro laute ricompense.

E così, dopo il lungo periodo di gestazione delle fasi progettuali, di verifiche ai fini della coesistenza con le specie animali e vegetali della laguna, dopo le proteste dei pescatori e dopo una pioggia torrenziale di euro che aveva riempito le tasche di politici, ingegneri ed esperti vari e dopo aver fatto tacere, anche con minacce, qualsiasi voce contraria, nacque il Mose. Ultimato nel 2020, venne utilizzato con grande successo subito dopo il suo completamento. C’era da affinare la parte operativa per determinare in maniera univoca chi dovesse decidere se e quando innalzare il Mose, su quali fonti di previsione basarsi e in che tempi compiere l’intera operazione. Però la bella notizia era che, dopo anni di polemiche, il Mose funzionava!

Quello che molti non sapevano era che un comitato scientifico, già da cinque anni prima di quell’evento inaugurale, stava valutando il parametro che non era stato tenuto in debita considerazione nella stesura di quasi tutti i progetti, tranne che nel mio. La temperatura della superficie terrestre stava impennandosi raggiungendo valori impensabili solo 30 anni innanzi.

Le ipotesi che circolavano a quel tempo e comunicate al popolo attraverso la divulgazione scientifica di massa, prospettavano un incremento contenuto entro 2 gradi e, per mezzo di decisive modifiche agli stili produttivi e di vita, figlie dell’accordo di Parigi, di fatto inadempiuti, veniva auspicato di rimanere vicini ai 1,5 gradi, alla fine del 2100. Che illusi!

Alcune ricerche sui ghiacciai dell’Antartide, mi avevano illuminato e mi ero tanto appassionato all’argomento che avevo messo assieme i risultati di molte altre ricerche sugli effetti dei gas serra e sulla produzione di CO2, generando, con l’aiuto di climatologi di fama mondiale, un diagramma di previsione dell’innalzamento della temperatura terrestre.

l punto di non ritorno, secondo i miei studi, sarebbe stato intorno al 2050 con un incremento della temperatura di circa 2,5 gradi e la prospettiva di ulteriori aumenti fino a 6 gradi entro il 2100.

Secondo la mia triste previsione, con l’innalzamento delle temperature di circa 2,5 gradi, rispetto al 1900, il livello di scioglimento dei ghiacciai sarebbe stato catastrofico causando l’elevazione del livello medio del mare fino a 5 metri con l’effetto di far sparire enormi tratti di costa. Il Mediterraneo aveva il vantaggio di essere un mare chiuso per cui era destinato ad essere uno degli ultimi mari a risentire del problema dell’innalzamento del livello medio del mare, ma non ne era esente. Certo una bella notizia ma non per tutti. La fragilità di Venezia non le avrebbe consentito di tollerare innalzamenti superiori ai 60 centimetri, mentre la previsione più rosea dava un valore superiore al metro entro il 2050.

Joel Dicker – L’enigma della camera 622

Ho sempre odiato i libri molto lunghi perché spesso celano ripetizioni e inutili divagazioni sul tema pur di “allungare il brodo” ed arrivare ad una struttura da “libro di peso”.

L’enigma della camera 622 invece è un libro ben scritto, molto scorrevole, interessante dall’inizio alla fine. Pur nascondendo la verità fino all’ultima pagina, la particolarità del libro non è quella di essere un vero e proprio giallo ma di essere un libro d’amore. Dove l’amore è declinato in svariate forme andando oltre il tradizionale uomo-donna o padre-figlio. Uno degli aspetti più belli da scoprire riguarda proprio queste forme d’amore che si sviluppano attraverso la vicenda narrata.

Le divagazioni, in questo testo, sono giustificate dalla voglia dell’autore di affrontare il tema del dolore che si prova a causa di un lutto. Dicker parla in prima persona, è presente nel libro con il proprio carico di emozioni e il proprio dolore. Il dolore per la morte dell’anziano editore impregna tutto il romanzo dalla prima all’ulltima pagina. Lui era sinceramente affezionato a Bernard non solo per averlo portato al primo successo, per averne curato lo stile, per averlo fato crescere come uomo ma soprattutto per avergli voluto quel bene che è difficile da dimenticare e viene restituito nel testo che traspare amore sincero per questo anziano e saggio uomo di cultura.

Altro tema importante è la distinzione di classe sociale e i disperati tentativi dei protagonisti di fare il salto da una classe all’altra e nella stessa classe sociale, il tentativo di approdare a ruoli di comando per arrivare a controllare la vita delle persone. Oserei dire che il controllo è la parola giusta. Il controllo economico della banca di famiglia, il controllo sulle figlie, il controllo dei dipendenti e dei clienti dell’albergo, il controllo sulla vita delle altre persone. C’è nell’autore un forte desiderio di controllo, forse perchè si rende conto di non riuscire a controllare la propria voglia di scrivere che gli causa la perdita della donna amata.

Non voglio svelare ulteriori dettagli importanti che farebbero perdere interesse al lettore ma posso assicurare che l’enigma rimane tale quasi fino alla fine ma, a parere personale, non è questo a tenere alta l’attenzione del lettore, mentre lo sono i continui cambi di scena ed i salti temporali, ben calibrati per non creare al lettore quel disturbo da disorientamento che si avverte normalmente in questi casi. Invece, resta alta la curiosità di verificare come si concatenino gli eventi passati con quelli seguenti fino ad arrivare al tempo presente.

La trama potrebbe essere stata molto semplice ma Dicker ci svela un segreto (suo o di Bernard de Fallois?) Se c’è una spiegazione razionale immediata[..] allora la trama si esaurisce e non nasce nessun romanzo. È a questo punto che lo scrittore entra in azione: affinché un romanzo esista, l’autore deve superare le barriere della razionalità, sbarazzarsi della realtà e, soprattutto, creare una posta in gioco laddove non ce n’è nessuna.

Coronavirus e politica italiana

Nella giornata di oggi, 15 gennaio 2021 è stato sfondato il muro psicologico dei 2 Milioni di morti nel mondo a causa della pandemia da Coronavirus. Due milioni di morti dichiarati* in poco meno di un anno dal conteggio ufficiale che parte il 23 gennaio 2020 in Cina.

* Il numero complessivo dei morti è sicuramente maggiore di quanto dichiarato poiché, come spiegato nell’articolo Coronavirus, aggiornamenti, molti stati non hanno la possibilità di rilevare i contagiati e i deceduti, altri stati non vogliono dichiarare la reale situazione epidemiolgica del Paese. Da recenti studi, inoltre, l’inizio dell’epidemia potrebbe essere datato tra agosto e novembre del 2019

In Italia la triste conta dei contagiati parte il 16 febbraio 2020 con 3 turisti cinesi. La Nazione si rende conto della reale gravità del contagio con il primo caso riscontrato ad un cittadino italiano il 20 febbraio. Da lì in poi è la cronaca di un pluri-dramma. Dramma per i contagiati, dramma per le vittime, dramma per i familiari, dramma per dottori, infermieri, ambulanzieri, volontari che operano nella sanità e all’assistenza agli anziani, dramma per le residenze sanitarie assistenziali, dramma per moltissime categorie imprenditoriali, per i piccoli negozi, per i servizi alla persona, per bar, hotel e ristoranti, dramma per gli operatori scolastici e per gli studenti, dramma nella cultura per cinema, teatri, mostre, dramma nello sport, nelle palestre e nelle piscine, dramma nel turismo e nei trasporti, dramma delle solitudini, dramma per le convivenze obbligatorie tra coniugi o famiglie in crisi con disastroso aumento delle violenze domestiche. Dramma per un complessivo impoverimento della popolazione italiana con enormi cambiamenti nelle abitudini sociali.

C’è stato un momento, durante l’estate, in cui ci si era illusi di aver messo il virus alle spalle e la vita era tornata ad un livello di quasi normalità e poi di nuovo l’angoscia ed il rischio di dover tornare a chiudersi a casa con le fobie da isolamento ed il terrore dell’insostenibilità economica di ulteriori restrizioni per chi lavora in proprio. Ho rivisto in questa estate illusoria una certa somiglianza con il film “Risvegli” con l’indimenticabile Robin Williams. Dopo l’euforica riapertura estiva il ritorno al conteggio delle vittime. I numeri aumentano non solo in Italia ma anche nel resto d’Europa e nelle americhe dove contagio e vittime sembrano dilagare.

E per dare sicurezza alla popolazione italiana, in questo periodo di grande insicurezza sanitaria, sociale ed economica, cosa serviva? Una sferzata di normalità! Una bella crisi politica per riportarci alle vecchie abitudini. Ai governi che cambiano colori e composizioni, alle agitazioni nelle aule parlamentari per setacciare, tra deputati e senatori, gli indesiderabili e far riaffiorare i fedeli a cui aggiungere quache saltatore con l’asta da una parte all’altra dell’emiciclo.

Quando posso, evito di parlare di politica, però oggi sono molto arrabbiato per quanto sta succedendo perché ritengo poco responsabile il comportamento del senatore Renzi. Voglio sgomberare il campo da qualsiasi dubbio. Per me non c’è preclusione a qualsiasi soluzione, nemmeno alle elezioni, che possono svolgersi anche nel bel mezzo di una pandemia: basta dare regole certe e farle rispettare a tutti. In questa maniera si può fare campagna elettorale e si possono allestire i seggi. Il problema è un altro. Non è necessario inasprire i toni, aggiungere pensieri angoscianti, derivanti dall’insicurezza politica, a chi ha già notevoli problemi ad andare avanti con il rischio di vedere andare in fumo in pochi mesi il frutto di anni di lavoro. Le problematiche sollevate da Renzi mi sono sembrate molto pretestuose poiché tutto ciò che non è stato discusso con lui, è stato discusso in Consiglio dei Ministri dove c’erano due sue ministre. Quando Renzi ha fatto delle proposte di miglioramento è stato ascoltato dal Primo Ministro Conte. Se questa volta non è stato ascoltato, vuol dire che la sua proposta non era concreta o non era percorribile.

Ultimo pensiero lo rivolgo a tutte le donne impegnate in politica. Io credo molto nel valore aggiunto che le donne possono dare alla politica, grazie alla loro sensibilità riguardo le problematiche di vita concreta, oltre alla ferrea determinazione di cui dispongono quando sono convinte di essere nel giusto. Vedere le due ministre Bellanova e Bonetti in assoluto silenzio e quasi ingessate, a fianco di Renzi, in conferenza stampa, mi ha dato un grande senso di tristezza per tutto il mondo femminile e per le belle parole che vengono profuse quando è il momento di inserirle nelle liste elettorali solo per soddisfare un’unica esigenza: rinetrare nelle quote rosa. C’è tanta strada da fare anche su questo versante.

Quando un’attività chiude

Non è la prima attività commerciale a chiudere in paese e non sarà nemmeno l’ultima. Nei circa 30 anni che abito a Battaglia Terme, ho visto chiudere negozi di articoli sportivi, di abbigliamento, di giocattoli, di intimo, ortotrutta, macellai, panettieri, parrucchieri, salumerie, alberghi, ristoranti, e molte altre ancora. E’ normale, fa parte del normale avvicendamento lavorativo, dei tempi che cambiano, della diversa composizione di domanda e offerta. Ogni attività commerciale ha fatto parte del tessuto sociale, ha contraddistinto in qualche maniera lo stile di vita delle persone del paese.

L’ultimo giorno di questo travagliato 2020 segnerà la chiusura di un’altra attività e anche questa volta ho provato quella sensazione di svuotamento che mi prende quando penso che dal giorno successivo quella saracinesca non si alzerà più o si alzerà dopo qualche mese con nuove iniziative commerciali o nuovi servizi e soprattutto con nuove persone.

Per me, la chiusura dello studio fotografico sarà un duro colpo sia perché è stato il primo negozio in cui io sia entrato a Battaglia, quindi una specie di battesimo di cittadinanza e sia per il cordiale rapporto umano instaurato con i due fotografi.

Ricordo di essere entrato per la prima volta nel Fotostudio 23 poco prima di sposarmi. Era il 1989, io non conoscevo quasi nessuno in paese. Dovendo cercare un fotografo per l’imminente matrimonio, mia suocera disse: “Vai dai tosi“, i ragazzi. Si, eravamo tutti ragazzi 30 anni fa. Entrando nel piccolo locale al n° 23 (origine del nome del fotostudio) di via Traversa Terme ho respirato aria di serenità e professionalità un buon mix che mi ha subito colpito e che è stato mantenuto nel tempo. I due tosi erano i fotografi Claudio e Roberto di circa una decina d’anni più anziani di me ma comunque giovani. Non ho potuto fare a meno di pensare che per aprire un’attività commerciale o imprenditoriale ci vuole sempre una buona dose di coraggio o di inconscienza, farlo in società con altri è una scommessa contro il destino. All’inizio è sicuramente divertente e rassicurante non essere da soli, ma col passare del tempo può diventare stancante o rischioso. Claudio e Roberto avranno sperimentato periodi difficili ed il loro rapporto umano non sarà sempre stato idilliaco ma i tosi hanno vinto la scommessa ed il sodalizio instaurato da giovani è rimasto saldo fino al naturale completamento del lungo percorso lavorativo.

Nel corso degli anni ho imparato a conoscere bene questi tosi. Li ho visti anche impegnati nel sociale con il fondamentale supporto tecnico ed umano che davano alle iniziative della vecchia proloco e ad altre attività culturali, folkloristiche ed associative. Ho imparato a riconoscere lo stile dei manifesti o libretti pubblicitari preparati da loro per le iniziative comunali. Anche io ho fatto ricorso alla loro professionalità per alcuni lavori grafici e sono sempre rimasto contento del risultato e del trattamento.

Il negozio non era solo un’attività commerciale ma era anche un diario collettivo. Passavi davanti alla vetrina e c’erano le foto in formato gigante degli ultimi matrimoni, battesimi, cresime, foto scolastiche o eventi mondani di vario genere. Non avevo fatto subito caso a questa particolarità. Un mio collega, venendo in passeggiata a Battaglia Terme, aveva notato la foto di me e Nadia ritratti al parco INPS che giocavamo a schizzarci addosso l’acqua bagnando i nostri abiti da sposi e me l’aveva raccontato con entusiasmo. Da allora ho sempre guardato con interesse quella vetrina.

Dopo il trasferimento nella nuova e più ampia sede, sono aumentati anche i servizi offerti. Le novità di un digitale sempre più evoluto e alla portata di tutti, di un mercato saturato dai grandi centri commerciali e dalle vendite online hanno reso più difficile rimanere a galla ma proprio là si è resa evidente la differenza tra il fotografo o video maker improvvisato ed il professionista. Infatti la nuova vetrina è testimone della scelta fatta da intere generazioni di ragazzi che hanno preferito la professionalità dello studio fotografico per fissare il ricordo del proprio salto alla nuova condizione di sposi. Da quelle vetrine, per anni e fino all’ultimo giorno di quest’anno si è dipanato il racconto grafico di immagini ed immaginario della storia di Battaglia Terme.

Mancherà al paese questo diario collettivo, la gentilezza e professionalità di questi tosi, in attesa che qualcuno riesca a mettere in gioco il proprio coraggio e determinazione per iniziare una nuova avventura e chissà… per continuare la stesura del diario.

Super Carletto Bros

Ci sono persone attorno a noi che non passano inosservate. Hanno qualcosa di particolare, di speciale, che le rendono uniche, pur se apparentemente comuni. Anche nel mio piccolo paesetto ci sono alcuni di questi personaggi e un poco alla volta proverò a descriverli. Non così come sono ma come li immagino, utilizzando fantasia e luoghi comuni per giocare assieme a loro.

Il personaggio di cui vi parlerò oggi è un super eroe. Non di quelli speciali con super poteri ma è super perché fa cose super. Come tutti i super eroi è molto conosciuto, amato per la sua disponibilità e venerato per tutto ciò che non è ma che i suoi idolatri vorrebbero che fosse. Ha un amico inseparabile, quasi un fratello, Richy e alcuni acerrimi nemici da battere.

Lui è Carletto. La sua missione? Difendere gli ammalati e gli anziani. Non è un gioco ma i cellulari, come potentissime consolles da gioco, chiamano SuperCarletto e lo spingono da una parte all’altra del paese. Lui corre in aiuto del popolo dei debilitati per sconfiggere l’assalto degli spossanti dolori reumatici, ipertensioni, astenie, gotte e svariati crudeli virus e batteri approfittatori della povera gente.

Il pericolo è il suo mestiere e sa che non potrà portare nessuno con sè a condividere le fantastiche e rocambolesche avventure che vive quotidianamente. Nei momenti del bisogno, quando si sente stremato dall’arsura che il calore adrenalinico della perigliosa azione gli procura, arriva in suo soccorso il fratellino Ricky che lo rinfresca e rigenera con fortissime pozioni magiche a base di antiche ed amare erbe aromatiche, servite con abbondante ghiaccio e un canestrino di bagigi1 superfortificanti.

Nei giorni tranquilli, soprattutto dopo i tumultuosi fine settimana, Ricky porta il fratellino in palestra. Lo costringe a continue ripetizioni di addominali, piegamenti e sollevamenti accompagnati da lunghe e veloci corse su tappeti rotanti per mantenerlo tonificato, pronto e reattivo nella nuova settimana piena di interventi tesi a contrastare qualsiasi emergenza.

Non è facile la vita del super eroe. Anche loro hanno momenti bui, di sconforto. Mi è capitato di vedere SuperCarletto ritornare alla sua base segreta (l’ufficio in viale Colli Euganei) col volto tirato per la stanchezza dopo aver combattuto contro l’infame nemico Parkinson che si era intrufolato furtivamente nel corpo di un ignaro anziano allo scopo di impossessarsene e generare pericolose onde tremanti capaci di devastare la serenità delle famiglie. SuperCarletto era riuscito, con la sua spada ad iniezione, a debellare i tremori e far tornare il sorriso all’intero nucleo familiare.

Tutto risolto, tutto ok, direte voi. No, non è così semplice. Il morbo dell’influenza era entrato di soppiatto nell’abitazione di un’anziana signora costretta a letto e senza nessuno che se ne prendesse cura. Quando la figlia era tornata a casa l’aveva trovata con la temperatura alle stelle. Bisognava fare subito qualcosa. Chi chiamare in questi casi? Il centro medico era chiuso per la pausa pranzo, al pronto soccorso non avevano tempo da perdere e la guardia medica era impegnata in un intervento dalla parte opposta dell’ULS. L’unico uomo che avrebbe potuto prendere in mano la situazione e risolvere il problema era lui: SuperCarletto.

E’ così, mentre SuperCarletto si accingeva ad aprire la porta della sua base, l’infernale telecomando squillava e lo indirizzava verso l’ennesima nuova avventura. Leggo chiaramente dal suo volto la stanchezza ed il desiderio di una super pozione di Ricky ma lui sa che ha poco tempo e deve raccogliere le residue energie per salvare anche questa persona in difficoltà. Il volto diventa nuovamente fiero e determinato, accantonando stanchezza e stress e conservando per il paziente che riceverà il conforto della sua visita, il sorriso più radioso e rassicurante. SuperCarletto prende il pesante fardello del borsone medico, dal quale fuoriescono porzioni dei suoi superstrumenti: si intravedono le forcelle dello stetoscopio ed il collo del bottiglione di disinfettante. Porta la tracolla del borsone sulla spalla mentre attraversa la strada per raggiungere la Carletto’s-mobile. E’ quello l’attimo in cui i nostri sguardi si incrociano. SuperCarletto intuisce che io sono a conoscenza della sua identità segreta da super-eroe e mi rivolge quelle toccanti parole che non dimenticherò mai: “Maurizio non preoccuparti, salverò anche questa vita”. Vedo la vettura partire decisa e il mio cuore si gonfia di gioia perché so che c’è un’unica certezza in questa parte di mondo: con SuperCarletto gli anziani, i malati e le persone deboli non saranno mai sole.

Note: 1. Arachidi.

William Shakespeare. Commedie per ricordare la giornata mondiale contro la violenza sulle donne

Ho finalmente completato la lettura di una raccolta di commedie dell’eclettico drammaturgo inglese. La prima impressione che ne ho ricavato è stata relativa allo scrittore. Per me Shakespeare era un uomo al quale piaceva divertirsi. Inseriva infatti, anche nelle storie più tristi un aspetto grottesco se non brillante. Immagino l’autore nel suo studio che pensa alle battute da scrivere per i suoi personaggi e nel frattempo gli viene un lampo di genio e inserisce una frasetta spiritosa, la costruzione di un equivoco o i giri di parole per creare una truffa.

Successivamente non ho potuto fare a meno di constatare che la sua scrittura è principalmente diretta ad una fascia sociale ben determinata. In effetti siamo ancora nel periodo in cui l’arte era a totale appannaggio dei benestanti che potevano pagare il biglietto del teatro. Mi viene da pensare che però il nostro William deve aver avuto un contatto molto ravvicinato con la parte popolare perché in ogni sua commedia, l’azione, pur essendo imperniata su personaggi di alto lignaggio, molto spesso coinvolge in maniera diretta o indiretta un popolano. Ed è sul palcoscenico che popolàno e signore assumono la medesima visibilità, parlano entrambi con la stessa voce autorevole al pubblico.

Shakespeare utilizza in maniera innovativa i monologhi facendo uscire pensieri, considerazioni e psiche dei suoi personaggi e ci aiuta a capirli ed analizzarli nel profondo.

Altro aspetto che mi ha sempre incuriosito è quello dell’ambientazione. Non si hanno notizie di viaggi in mete europee, però le commedie e i drammi di Shakespeare sono ambientati oltre che in Inghilterra in molti altri stati europei, compresa l’Italia e per la quale cito a solo titolo di esempio Verona (Romeo e Giulietta), Venezia (il mercante di Venezia), Padova (La bisbetica domata) e Messina (Molto strepito per nulla). Se ne deduce che, sebbene non vi sia certezza che abbia compiuto studi accademici, evidentemente aveva una cultura storica e geografica ben strutturata, forse autodidatta.

Infine, facendo il parallelo tra i vari testi scopro in Shakespeare un atteggiamento di profondo rispetto e stima nei confronti delle donne. Non solo le ama per la loro bellezza, le stima e ci restituisce di loro un’immagine quanto mai attuale. Non le vede sottomesse agli uomini, pur essendo pienamente in armonia con le consuetudini dei tempi narrati. Sembra che egli le immagini più intelligenti e determinate degli uomini. Sono le donne le cause che generano l’azione e spesso sono loro che ne determinano l’epilogo. Gli uomini, anche quando hanno un elevato numero di battute, sono poco più che comparse se confrontate alle poche ma determinanti battute delle donne. E non si tratta si semplice galanteria ma di vero rispetto. Siamo lontani dalle considerazioni egalitarie dei giorni nostri ma siamo anche distanti dalle mancanze di rispetto e considerazione delle donne alle quali abbiamo assistito nel corso della storia umana e che continuiamo a vedere ancora adesso. Pur essendo vissuto nel tardo 1500, l’atteggiamento di Shakespeare nei confronti delle donne appare essere decisamente moderno.

Credo sia questo il segreto per cui Shakespeare è sempre stato così tanto amato dal pubblico. Non solo perché le sue storie sono romantiche o ironiche o drammatiche ma perché scava nel cuore e nella mente dei protagonisti e ci parla di rispetto.

Ammonimento accorato

Mi ero ripromesso di non scrivere più notizie sul Coronavirus fino a quando non sarebbe stato possibile dare l’unica vera bella notizia: non ci sono più malati!

Purtroppo non sembra essere possibile vivere facendo finta che l’invisibile ed innominabile particella non sia presente attorno a noi in ogni momento delle nostre giornate. Oggi ho ricevuto un messaggio da un amico che mi ha fatto riflettere molto e non potevo non condividere con i miei lettori i pensieri assordanti che mi stanno ronzando in testa.

La chat con i colleghi che non vedo da molti anni, ogni tanto si anima in maniera improvvisa, quando c’è un compleanno, quando due o più riescono ad incontrarsi negli angoli più disparati del mondo o se ci sono eventi lieti da condividere. Oggi, quando è apparso il nome della chat nella parte alta dello schermo, sono stato assalito dalla solita gioia per il momento di incontro virtuale con le persone con le quali ho condiviso un periodo importante della mia vita lavorativa.

L’inizio è il solito, quasi formale “Ragazzi buongiorno”, poi invece la doccia fredda. Non è una notizia funerea ma comunque dura da digerire “Mia moglie ricoverata con polmonite da covid è con l’ossigeno”. Però non è questo che mi spinge a parlare oggi ma il suo appello accorato che ha aggiunto al messaggio. Mi ha raggiunto come un pungolo impedendomi di restare fermo e zitto. Devo raggiungere quanta più gente possibile, amici, conoscenti, estranei che casualmente verranno catturati da queste righe, chiunque possa fare da eco alle parole forti che sono racchiuse nel breve ma forte messaggio del mio amico.

“Chiudete in casa le vostre famiglie” è la prima sferzata. Ho pensato a quanti temono che poteri forti, ignoti supermanipolatori, tiranni ed oligarchi vogliano ridurci a miseri sudditi, lavoratori terrorizzati da emergenze sanitarie. Qualora costoro venissero investiti in prima persona dal problema del virus, non avrebbero più nessuna voglia di andare dietro alle teorie complottiste. Non chiederebbero chi ha mai visto un malato di covid e non proclamerebbero il proprio credo o il proprio disaccordo con l’utilizzo di mascherine e distanze di sicurezza.

“Siate cattivi se necessario”. E’ mai possibile che un genitore di figli adulti debba esercitare la propria autorità sino al rischiio di sembrare cattivo pur di proteggere il bene più prezioso per le persone più care? Mi sembra di vivere in un incubo, eppure è così. Se vuoi salvare i figli, la moglie, i parenti anziani che hai intorno ed infine te stesso, devi essere fermo e deciso nel sottolineare il rischio di contrarre il contagio in situazioni di vicinanza, promiscuità, condensazione degli spazi e… utilizzando male o per niente la mascherina!

“Nonostante le precauzioni maniacali ci ha preso in pieno” Quando abbassiamo le difese? quando ci sentiamo più a nostro agio? Quando siamo all’interno del nostro nucleo familiare oppure a tavola con amici o colleghi di lavoro, nei luoghi dove ci conosciamo tutti, come se il fatto di conoscerci sia un antidoto al contagio. Come se per rischiare dovresti trovarti davanti ad una persona in piena crisi polmonare. No, il virus è presente, anche se latente, dentro molti di noi. Non è il virus che si è indebolito ma trova resistenze endogene in alcuni soggetti mente in altri riesce a replicarsi in maniera vantaggiosa per lui.

“Siate pure stronzi ma non vi fate fregare da questo virus di merda!” In questa doppia esortazione finale c’è la ripetizione della necessità di fermezza con noi stessi per primi e con i nostri familiari. I figli spesso non ci ascoltano ma noi dobbiamo essere più duri di loro. Non soffriranno per una cena in meno o per la rinuncia ad una serata di socialità. La seconda parte dell’esortazione mette l’accento su chi è il vero nemico: non siamo noi nei confronti dei figli, non sono i figli, non sono i loro amici, non sono i parenti, non sono i colleghi, gli anziani a passeggio, i giovani allo spritz in piazza, le famiglie a passeggio sui colli. Il nemico è il virus, un virus subdolo, odioso, tanto malvagio da meritarsi l’ultimo epiteto “di merda”.

Ma perchè tanta durezza in tale messaggio? Perchè c’è quella particolare condizione di non essere il soggetto malato ma di essere quello che vuole bene e che vorrebbe prendersi cura della persona amata ma “Non posso starle vicino. Esperienza allucinante” . Anche questo è il virus. E’ l’impossibilità di tenere la mano alla moglie malata, di poterla accarezzare mentre le racconti com’è andata la giornata a casa, che senza di lei non sei riuscito a fare la spesa, che non sai come usare la lavatrice, che ti mancano le sue urla perché è sera e non hai ancora portato fuori la spazzatura. E’ allucinante ed è un’esperienza che possiamo limitare, facendo tutti la nostra parte. Siate stronzi ma non vi fate fregare da questo virus di merda.

Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea e Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU)

Avendo pubblicato da poco un articolo proveniente dal sito lo Spiegone, sulla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, ho avuto l’esigenza di conoscere meglio sia la Carta e sia alcuni concetti sui quali mi ero reso conto di avere una certa confusione. Con questa occasione ho finalmente compreso la differenza tra la Carta e la Convenzione. Spero allora di fare cosa gradita a quanti, interessati alla conoscenza della nostra Europa, avranno la compiacenza di leggere queste piccole delucidazioni.

  • L’Unione Europea è una entità diversa dal Consiglio d’Europa. Mentre abbiamo oggi una sufficiente conoscenza della prima, quantomeno perché andiamo ad eleggere con cadenza quinquennale i parlamentari che compongono il Parlamento Europeo, organo legislativo dell’Unione Europea, il secondo è invece spesso confuso con il Consiglio europeo.
  • Consiglio europeo definisce le priorità e gli orientamenti politici generali dell’UE ed è composto dai Capi di Stato o di governo dei 27 paesi membri dell’Unione.
  • Il Consiglio d’Europa (CdE) è un’organizzazione internazionale nata nel 1947 a Londra, il cui scopo è promuovere la democrazia, i diritti umani, l’identità culturale europea e la ricerca di soluzioni ai problemi sociali in Europa. Conta oggi 47 stati membri e la sua sede istituzionale è a Strasburgo.

Nel 1950, a Roma i rappresentanti del Consiglio d’Europa firmarono la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU) che ha un carattere sussidiario alla legislazione dei singoli stati introducendo una soglia minima di tutela comune. Cioè, laddove non fossero normate le tutele dei diritti minimi dalle legislazioni nazionali, si sarebbero adottate le tutele previste dalla Convenzione.

Spero di fare cosa gradita aggiungendo il testo della Convenzione, per quanti fossero interessati ad approfondirne la conoscenza.

La Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea è di molto successiva alla Convenzione, essendo stata firmata a Nizza nel 2000 e successivamente riadattata nel 2007. Per le istituzioni europee e per gli Stati membri, la Carta è vincolante poiché giuridicamente equiparata ai trattati.

La Carta si compone di 54 articoli che racchiudono i diritti fondamentali discendenti dalle tradizioni costituzionali comuni agli stati membri. I diritti possono essere suddivisi in 4 categorie:

  • tutele delle libertà fondamentali, presenti nelle costituzioni degli stati membri;
  • diritti politici e diplomatici riservati ai cittadini dell’Unione;
  • diritti economici, sociali e del lavoro;
  • diritti recenti quali la tutela dei dati personali, divieto di discriminazioni e divieto di selezione genetica sulla razza.

Consultando il testo della Carta, si scopre che non si tratta di una vera legislazione quanto piuttosto di una elencazione dei valori fondamentali ai quali gli stati membri si ispirano:

  • Dignità
  • Vita
  • Libertà
  • Uguaglianza
  • Solidarietà
  • Cittadinanza
  • Giustizia

La Carta avrebbe dovuto far parte della “Costituzione Europea” che in realtà non ha mai visto la luce e definitivamente naufragata, dopo vari tentativi di mediazione tra gli stati, per la mancata ratifica.

Vi saluto, segnalandovi il primo approfondimento sulla Carta, tratto dal sito www.lospiegone.com, che tratta il primo dei valori fondamentali: la Dignità.

28/10/2020 – Linkerò di seguito, eventuali aggiornamenti sul tema, sempre provenienti dal sito de “Lo Spiegone”.

Aggiornamento del 14/11/2020 – Secondo valore fondamentale: la Vita

Aggiornamento del 10/01/2021 – Terzo valore fondamentale: l’Integrità

Aggiornamento del 28/01/2021 – Quarto valore fondamentale: Trattamento umano

Aggiornamento del 21/03/2021 – Quinto valore fondamentale: Nessuno sfruttamento umano

Aggiornamento del 21/03/2021 – Sesto valore fondamentale: Libertà e sicurezza

Buona Europa a tutti

Prosper Mérimée. Lettere ad una sconosciuta

Questo libro era divenuto un best seller a pochi giorni dalla sua pubblicazione, 3 anni dopo la morte dell’autore avvenuta nel settembre 1870 . Il pubblico dell’epoca era più interessato a trovare il giusto pettegolezzo sugli ambienti nobiliari e culturali della corte francese, tentando di smascherare l’anonima corrispondente dell’autore che ad apprezzare le pur valenti capacità artistiche di quest’ultimo.

In effetti la corrispondenza con la donna di cui non viene mai rivelato il nome aveva suscitato lo stesso interesse che oggi hanno alcuni articoli delle riviste scandalistiche e fecero partire l’affannosa ricerca per dare un nome ed un volto alla destinataria di tali missive. Solo dopo lunghe indagini, la misteriosa donna viene identificata come Jeanne-Francoise Dacquin, conosciuta probabilmente dall’autore di Carmen, in occasione di una richiesta d’autografo.

Vengono percorsi quasi 30 anni di storia e cultura europee con testimonianze delle ambizioni dell’autore, della vita mondana negli ambienti aristocratici parigini, della politica, delle guerre e rivoluzioni e soprattutto del rapporto sentimentale altalenante in cui emerge il carattere spigoloso ed egocentrico di Mérimée che cerca nella giovane donna sia il conforto di una sincera amicizia e sia lo scambio carnale che oggi chiameremmo di scopamici.

Le lettere non pretendono di essere di elevato valore artistico, trattandosi spesso di sole poche righe che sovente contengono sfoghi di collera contro la donna, contro l’élite culturale francese che non gli attribuiva sufficiente stima, contro il mondo o contro sé stesso, lamentando continue sofferenze che oggi attribuiremmo ad un carattere ipocondriaco. Eppure le missive sono ricche di richiami culturali alti e frasi in varie lingue, spesso tratte da opere famose, che condiscono le conversazioni epistolari tra i due amici.

Emergono a tratti sia l’ironia e sia l’indispettita arroganza con la quale apostrofava la sua corrispondente nelle occasioni in cui non rimaneva soddisfatto dalle risposte epistolari o dagli incontri furtivi finiti in maniera diversa da quanto da lui bramato.

Sembra impossibile che entrambi i protagonisti dello scambio epistolare abbiano viaggiato in molte parti d’Europa e del mondo trattenendosi per periodi prolungati e riuscendo comunque a raggiungersi tramite fermo posta. Alcune lettere sono poco più lunghe dei nostri messaggi su WhatsApp e ricevevano risposta entro uno, due giorni al massimo se i corrispondenti si trovavano nella stessa città ma sovente le risposte arrivavano a distanza di qualche decina di giorni. Per la cultura dell’immediato che abbiamo oggi è inimmaginabile quanto avveniva in passato. Oggi si nota la disperazione nel volto di chi attende il doppio baffetto blu che conferma l’avvenuta lettura del messaggio e prelude ad una risposta immediata oppure ad una lunga serie di stizziti improperi se la persona alla quale abbiamo scritto non risponde nel tempo che noi riteniamo opportuno.

Chissà con quali sentimenti ci si preparava all’attesa di giorni per scoprire l’effetto sortito dalla propria lettera. E nel caso documentato nel libro di Mérimée non c’era nemmeno la certezza che la posta arrivasse in tempo prima che il destinatario partisse per altra località.

Anche il trattenere le lettere, testimonianze di tutte le relazioni, siano esse d’affari o di cuore sembra un ingombro insostenibile ai giorni nostri eppure nelle chat dei nostri cellulari ci saranno enciclopedie di parole, spiegazioni, immagini e riferimenti che però hanno la caducità dell’effimero mentre le lettere venivano conservate gelosamente e rilette all’occorrenza perché custodivano pensieri e sentimenti. Un particolare non da poco: se non si tratteneva una minuta, si aveva contezza delle sole risposte rischiando di dimenticare quanto scritto. Sui cellulari abbiamo invece l’intera sequenza di battute scambiate.

Un aspetto che mi ha fatto molto riflettere, leggendo “Lettere ad una sconosciuta” è quello della necessità che l’autore aveva di comunicare i propri pensieri. Oltre al desiderio di sedurre la propria interlocutrice, ho colto una sincera voglia di relazione alla pari, senza l’invidia e l’ipocrisia dell’Accademia di Francia, senza i sottili intrighi della politica internazionale ma con la possibilità di depositare anche le proprie frustrazioni nelle mani di una persona che era in grado di comprendere, di assecondare e quando necessario, di rimproverare.

Ho provato a pensare se pure io abbia una persona con la quale poter avere la stessa libertà di espressione. Ho cercato innanzi tutto nella famiglia, nel mondo del lavoro, dello sport, del volontariato dividendo anche in base al genere e notando le differenze di rapporto con gli amici uomini o con le amiche donne. Mi sono accorto che forse l’unico specchio al quale riesco ad esprimere parte di me stesso è lo sfondo bianco del programma di scrittura, sul mio monitor. Eppure non mi risultava di essere così taciturno o riservato. Ho riflettuto nuovamente considerando i gruppi di persone con cui non ho più un rapporto diretto ma, a causa della distanza, solo comunicazioni di tipo neo-epistolare cioè tramite messaggi. Con questi ultimi la lunghezza e i contenuti dei messaggi sono più “alti” rispetto a quelli delle chat ad uso coordinamento utilizzate per la famiglia, lavoro, sport o altro. Gli amici con i quali ho uno scambio più profondo sono in effetti i più lontani e le comunicazioni più rade per cui dedico loro maggior tempo e cura nella scrittura. Ho un’unica eccezione, una persona che ritengo amica seppure non ci frequentiamo assiduamente e con la quale ho la sensazione di riuscire a comunicare con più facilità alcuni aspetti emozionali e dalla quale mi sembra di aver ricevuto medesimo trattamento. E’ uno di quei casi in cui si instaura un rapporto di ascolto reciproco che non vuol dire essere l’uno il muro d’appoggio dell’altro per qualsiasi cosa venga in mente ma essere quella risorsa estrema dalla quale attingere energia per rimettersi in piedi, dopo averle provate tutte.

Ultimo aspetto che ho colto nel libro è la seduzione continua che esercitava l’autore sulla donna e che subiva a sua volta. Un corteggiamento reciproco durato circa 30 anni. Oggi ci sono matrimoni che durano molto meno.

Non pensavo che un libro del genere riuscisse ad attirarmi così tanto. Non c’è una trama, non c’è un fine, eppure c’è tutta una vita.