Salvare Venezia. Racconto – cap. 1 di 5

PROLOGO

Mi hanno contattato in ritardo, eccessivo ritardo. Io li avevo messi in guardia più di 45 anni fa che le misure che stavano adottando sarebbero state insufficienti. Erano tutti convinti che il Mose avrebbe salvato Venezia. Certo è stato utile, all’inizio. Ha evitato che l’acqua alta raggiungesse spesso piazza San Marco e devastasse monumenti, case e attività commerciali aiutando la più grande fonte di reddito della città: il turismo.

Quello che non avevano capito, all’inizio, era che stavano perdendo tempo. Le maree di 100-110 centimetri erano state una curiosità interessante, quasi un vezzo, sia per i veneziani e sia per i turisti. Per combatterle era sufficiente difendere il centro storico con semplici paratie e passerelle ed andò avanti per anni perchè le sequenze storiche di maree eccezionali si mantenevano rare e venivano benevolmente sopportate dalla popolazione.

L’alluvione del 1966 aveva fatto capire che era necessario un intervento decisivo per la salvaguardia della storica città. Negli anni ’70 vennero messi in atto interventi legislativi per sovvenzionare seri studi ambientali e cercare soluzioni compatibili con il complesso e delicato ambiente lagunare.

Quando, negli anni ‘80 le maree arrivarono a superare pericolosamente i 140 centimetri due, tre volte l’anno, i veneziani iniziarono ad avere paura e chiedere maggiore velocità alla politica per salvaguardare la parte storica della città che soffriva e stava rapidamente svuotandosi di cittadini in trasferimento sulla terraferma. Il futuro di Venezia, non solo come opera d’arte unica nel suo genere, ma come idea di città viva e da vivere stava progressivamente scomparendo.

L’agitato mare di grandi imprese edilizie aveva subodorato che sarebbe stato mosso un notevole quantitativo di denaro per salvare Venezia. Schiere di imprenditori iniziarono a fare visite frequenti ai sindaci, ai presidenti di regione e persino ai patriarchi. Ogni volta erano accompagnati da esperti veri o millantati, del settore delle maree, botanici, etologi, climatologi e decine di ingegneri. L’obiettivo era convincere che non c’era tempo da perdere e che dovevano iniziare subito le opere colossali per evitare l’inconveniente dell’acqua alta a Venezia. Il rischio era perdere turisti e con loro il fiorente settore alberghiero di lusso, della ristorazione e dell’oggettistica, compresi i vetri di Murano ed i centrini di Burano.

Anche io ero andato nel 1995 a proporre un mio progetto che fu scartato immediatamente perché ritenuto eccessivamente costoso, tecnicamente irrealizzabile e orrendo alla vista. Ero preparato ad una simile risposta e per questo non rimasi per niente scoraggiato, convinto della bontà del progetto, della sua economicità nel tempo e della sua sostenibilità ambientale. Semplicemente, la città ed il mondo non erano pronti per quel tipo di progetti e la paura dell’innovazione fece sventolare bandiere di falso interesse di protezione dell’ambiente lagunare arrivando persino a mettere in discussione le basi scientifiche su cui si basava lo studio dell’innalzamento della temperatura terrestre ed il conseguente innalzamento dei mari. Mi sforzai di spiegare, nei lunghi dibattiti che vennero organizzati in quegli anni, che le temperature sarebbero aumentate ad un ritmo due, tre volte superiore alla rosea previsione degli anni 50 e non c’era tempo da perdere con soluzioni tampone, tipo quella del Mose, che non avrebbero risolto il problema. Gli interventi dovevano essere radicali e decisivi. Nonostante le mie argomentazioni, i pareri negativi sull’impatto ambientale raccolti da tutti i progetti, Mose compreso, erano un chiaro segno che la strada per salvare Venezia, i veneziani e l’ambiente floro-faunistico, sarebbe stata lunga e tortuosa.

Nella peggiore delle tradizioni italiane, tanto più lunga e tortuosa era la strada, tanto più remunerativa sarebbe stata l’impresa per chi creava ostacoli burocratici al solo fine di rimuoverli dietro laute ricompense.

E così, dopo il lungo periodo di gestazione delle fasi progettuali, di verifiche ai fini della coesistenza con le specie animali e vegetali della laguna, dopo le proteste dei pescatori e dopo una pioggia torrenziale di euro che aveva riempito le tasche di politici, ingegneri ed esperti vari e dopo aver fatto tacere, anche con minacce, qualsiasi voce contraria, nacque il Mose. Ultimato nel 2020, venne utilizzato con grande successo subito dopo il suo completamento. C’era da affinare la parte operativa per determinare in maniera univoca chi dovesse decidere se e quando innalzare il Mose, su quali fonti di previsione basarsi e in che tempi compiere l’intera operazione. Però la bella notizia era che, dopo anni di polemiche, il Mose funzionava!

Quello che molti non sapevano era che un comitato scientifico, già da cinque anni prima di quell’evento inaugurale, stava valutando il parametro che non era stato tenuto in debita considerazione nella stesura di quasi tutti i progetti, tranne che nel mio. La temperatura della superficie terrestre stava impennandosi raggiungendo valori impensabili solo 30 anni innanzi.

Le ipotesi che circolavano a quel tempo e comunicate al popolo attraverso la divulgazione scientifica di massa, prospettavano un incremento contenuto entro 2 gradi e, per mezzo di decisive modifiche agli stili produttivi e di vita, figlie dell’accordo di Parigi, di fatto inadempiuti, veniva auspicato di rimanere vicini ai 1,5 gradi, alla fine del 2100. Che illusi!

Alcune ricerche sui ghiacciai dell’Antartide, mi avevano illuminato e mi ero tanto appassionato all’argomento che avevo messo assieme i risultati di molte altre ricerche sugli effetti dei gas serra e sulla produzione di CO2, generando, con l’aiuto di climatologi di fama mondiale, un diagramma di previsione dell’innalzamento della temperatura terrestre.

l punto di non ritorno, secondo i miei studi, sarebbe stato intorno al 2050 con un incremento della temperatura di circa 2,5 gradi e la prospettiva di ulteriori aumenti fino a 6 gradi entro il 2100.

Secondo la mia triste previsione, con l’innalzamento delle temperature di circa 2,5 gradi, rispetto al 1900, il livello di scioglimento dei ghiacciai sarebbe stato catastrofico causando l’elevazione del livello medio del mare fino a 5 metri con l’effetto di far sparire enormi tratti di costa. Il Mediterraneo aveva il vantaggio di essere un mare chiuso per cui era destinato ad essere uno degli ultimi mari a risentire del problema dell’innalzamento del livello medio del mare, ma non ne era esente. Certo una bella notizia ma non per tutti. La fragilità di Venezia non le avrebbe consentito di tollerare innalzamenti superiori ai 60 centimetri, mentre la previsione più rosea dava un valore superiore al metro entro il 2050.

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