Sono triste

Mi viene difficile parlare della tristezza. Per mia indole, sarei più portato a parlare di felicità o di eventi gioiosi. E anche relativamente alla tristezza troverei più consono parlare di singole vicende particolarmente forti, invasive, con risvolti negativi. Difficilmente mi verrebbe da dire che sono triste.

Recentemente, ho dovuto fare i conti col dolore, quello vero, quello che genera tristezza infinita. E’ capitato un evento che ha fatto da volano ad altri eventi coinvolgendomi profondamente e modificando il mio stato di serenità.

Una persona alla quale ero molto affezionato ha lasciato prematuramente questo mondo. Pur nella certezza, data dalla fede, che lui riceverà una vita nuova, migliore di quella terrena, il dolore del distacco è tangibile. L’ho visto negli occhi delle moltissime persone intervenute al funerale. Sono riuscito a riconoscerlo e distinguerlo, a seconda dei casi, in quello dei semplici costernati da una dipartita così cruenta ed inaspettata ed in quello più radicato nelle persone profondamente segnate dalla ineluttabilità del distacco, dalla consapevolezza di aver toccato con mano il punto di non ritorno nel proprio rapporto di vita con il deceduto.

Già così il dolore aveva modificato in maniera consistente il mio stato d’animo. Si è aggiunto poi il pensiero di questa donna che rientrerà a casa con la consapevolezza di non trovare il marito ad aspettarla o di non dover preparare la cena per lui. Che non potrà raccontargli la sua giornata, chiedergli di portare la macchina dal meccanico o di riparare il rubinetto che perde. Che sa di non potere più pianificare col suo uomo la gita in montagna con i bambini e tutte le scelte che prendevano assieme per la crescita dei loro piccoli. che troverà il letto vuoto, stasera, domani, dopodomani e tutte le altre notti ancora.

Sono intervenuti altri fattori moltiplicatori del dolore e tra questi la constatazione che la disperazione non si limita a far piangere, commossi, l’ingiustificabile perdita ma scava in profondità nell’animo umano portando alla luce tutte le frizioni irrisolte, tutti gli equivoci e le rivalità. Lo vedi, il dolore, che modifica i rapporti tra moglie e suocera, tra fratelli, tra cognati, tra nonni e nipoti. Ogni gesto, ogni frase detta e, ancor di più, ogni frase non detta ma attesa, viene fraintesa, interpretata, gestita come scusa per riversare il proprio dolore sull’altro: Se il dolore non nasce da me, vuol dire che me l’hai creato tu.

Voi direte che sto esagerando, ed è vero, che non sono queste le strade attraverso le quali si ramifica il dolore, ed è falso! Le discussioni col parentado battono sempre sugli stessi argomenti, sugli stessi dubbi e sulla ricerca di una giustificazione al proprio dolore. Provo a spiegare alcune dinamiche.

Il terreno di scontro immediato, quando il dolore è ancora a fior di pelle, soprattutto nei paesi del nostro Sud, è connesso con le spese per le esequie, con la scelta del luogo di inumazione, con la sistemazione finale della tomba tra progetti minimalisti e faraonici, non sempre di buon gusto, che prevedono ad esempio un tempietto a copertura della statua della Madonna, un Gesù disteso sulla pietra e una luce perpetua da vedersi da almeno venti metri di distanza ed infine la divisione delle spese perché, logicamente, tutte le parti in causa cercheranno di evitare l’esoso esborso.

È lì che il dolore entra, scava, dirompe, amplificando all’ennesima potenza ogni piccolo problema e ricercando qualsiasi appiglio per inondare il cuore di ulteriore tristezza. C’è poi la fase in cui il dolore è alla ricerca di risposte che non potranno mai arrivare e si aggrappa a tutti i “se” ed i “ma” che hanno l’unico effetto di aggravare i sensi di colpa sia in chi pone le domande e sia in chi diventa bersaglio di quelle domande che rodono dall’interno l’autostima facendo radicare la tristezza. Le domande, in questi casi, riguardano gli aspetti tipicamente clinici sulla scelta di operare, sul luogo, sui tempi e sulla equipe medica.

Sono tutte decisioni che la povera donna ha dovuto prendere da sola. Qualsiasi scelta avesse fatto, avrebbe avuto uno o più se a cui non si sarebbe potuto dare risposta. Che senso ha rivangare tutti i se, infierire inutilmente sul dolore altrui. Anche quando una persona dovesse essere ben strutturata psicologicamente, lo straziante stato emotivo unito alle insinuazioni, non possono portare ad altro che ad una confusione e sentimenti contrastanti. Le persone alle quali il marito aveva amorevolmente affidato la donna con la quale stava ancora costruendo un futuro e madre dei propri figli, si dimostrano quelle che, accecate anch’esse dal proprio dolore, scardinano dalle fondamenta le poche certezze rimaste. Non resta che abbracciare i figli e non chiedere loro perché non riescono a piangere ma chiedere l’unità familiare e l’amore per costruire insieme un domani che non sarà mai più quello accarezzato come ideale ma sarà quello di una nuova vita quotidiana nella nuova condizione sociale di orfani e vedova.

Sembra che nei nostri contesti sociali le vedove non siano più soggetti deboli, però non è del tutto vero. Le misere pensioni scandalosamente ridotte per gli effetti delle percentuali di reversibilità possono creare seri dubbi sulla sostenibilità familiare. La vedova può diventare preda dei tanti volponi che si propongono con aiuti non del tutto disinteressati perché sperano di entrare nelle sue grazie con l’intenzione di intascare tornaconti sessuali, quando la solitudine si farà per lei più insopportabile.

Io osservo, dialogo e partecipo, per il poco tempo che posso, a questo nuovo ritmo di vita e soffro.

Soffro perché l’unica verità è che non c’è una soluzione, non c’è un reset, non c’è nemmeno il foro per inserire un altro gettone. La corsa dell’uomo è finita e nel suo game-over ha trascinato i dolorosi destini di molte persone. Voi dite che sia poco per dire che sono triste? Questa sensazione mi abbandonerà, prima o poi, però è duro vivere questi giorni in cui la felicità si misura in attimi mentre la tristezza riempie tutti gli antri.

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