Salvare Venezia. Racconto – Cap. 4 di 5

OPERA

Era la vecchia storia dell’agorafobia. Ne parlava pure Azimov quando descriveva il pianeta Trantor, capitale dell’Universo, la città-pianeta. In effetti la mia struttura era largamente ispirata a Trantor ma comportava delle enormi differenze. Trantor era un pianeta composto da un’unica megalopoli inscatolata dentro grandi cupole. Le persone non uscivano mai dalle cupole perché l’aria, fuori, era irrespirabile. Nel mio progetto non parlavo di cupola quanto piuttosto di involucri che avrebbero avvolto Venezia e l’ambiente marino prospicente. Chiudere larghe porzioni di spazio abitato da uomini, flora e fauna molto variegati tra ambiente terrestre, aereo, marino, fluviale e lagunare era quasi impensabile. Farlo garantendo a ciascuna specie la libera circolazione tra interno ed esterno e mantenendo il controllo sull’altezza del livello marino era stata per me la grande sfida. E proprio per questo motivo, ne ero convinto, il rischio agorafobia era scongiurato. Il padrino mi disse che non tutti ragionavano con la mia stessa testa ed il solo fatto di pensare Venezia chiusa dentro una bolla di vetro come i souvenir venduti in città, faceva rabbrividire la popolazione, i politici, gli esperti d’arte, gli etologi e gli psicologi che immaginavano di veder moltiplicare gli stati depressivi.

Io tornai a rassicurare il padrino sul progetto ma chiesi a lui maggiore concretezza economica e politica. La fase progettuale avrebbe richiesto almeno diciotto mesi di stipendi ed affitti. Dopo la presentazione del progetto avrei ridotto lo staff a circa 15 persone in attesa dell’aggiudicazione i cui tempi erano incerti. In poche parole, avevo bisogno di sponsor e finanziatori per coprire le spese fisse per non meno di due anni e conoscere i nomi delle persone che avrebbero indubbiamente appoggiato il progetto durante tutto il percorso di valutazione ed approvazione. Il padrino entrò nei dettagli tecnici del bando e mi confermò che parte dei soldi sarebbero stati rifusi anche in caso di non aggiudicazione. Gli feci notare che tramite i miei contatti ero riuscito a mettere in piedi tutta quella struttura ma la cifra da investire sarebbe stata comunque notevole per le mie sole forze per cui, come mi aveva promesso all’inizio, toccava a lui trovare gli adeguati sostegni economici. Il padrino si mise a ridere e mi disse, come mi aspettavo, che normalmente sono gli imprenditori che creano la propria cordata di finanziatori e poi, tramite i finanziatori sollecitano il potere politico, non il contrario. Ero preparato a questa sua risposta ed infatti avevo rafforzato la mia cordata di finanziatori che però mi avevano garantito il sostegno al massimo per due anni. Se nel frattempo i lavori non fossero iniziati, la mancanza di ritorno d’immagine avrebbe indebolito il loro interesse. In realtà entrambi stavamo giocando al gatto col topo e ne eravamo consapevoli. Il Padrino ci tenne a specificare che il suo non era un interesse economico bensì politico. In linea di massima per lui sarebbe stata comunque una vittoria, qualunque progetto fosse stato approvato, pur di far vincere Venezia, nella corsa all’aggiudicazione di questo primo importantissimo bando. Se poi il progetto vincente fosse stato il mio, lo avrebbe preferito perché ne aveva apprezzato la bontà già molti anni prima e ancora oggi lo riteneva più completo di tutti gli altri. Questo era il motivo per cui si era deciso a procurare i finanziatori, movimentando le sue conoscenze nell’ambito bancario, assicurativo e delle partecipate statali.

Ordinai la cena per asporto, per evitare di essere visti assieme in giro ed il padrino ebbe modo di apprezzare che conoscevo ristoranti di ottimo livello in grado di fornire un delizioso pasto a domicilio con tanto di vino pregiato. Durante la cena affrontammo altri aspetti tecnici.

Spiegai al padrino alcune problematiche da risolvere. La prima era l’interferenza con l’aeroporto Marco Polo, che doveva necessariamente stare fuori dall’involucro e per il quale avevo interessato l’ENAC per lo studio delle nuove rotte di avvicinamento. Per l’aeroporto del Lido, utilizzato dal traffico turistico e d’élite, c’erano due sole soluzioni: chiudere l’aeroporto, più semplice ma meno condivisibile, oppure creare un unico punto di accesso a nord-est interrompendo la continuità dell’involucro in direzione Caorle.

Lo scopo dell’involucro, non volevo chiamarlo cupola, era quello di prevenire l’acqua alta ma non solo. L’aumento delle temperature stava già provocando notevoli danni per l’intensità dei fenomeni piovosi ed elettrici che combinati all’azione degli acidi presenti nell’aria stava letteralmente erodendo i monumenti cittadini. Da qui la necessità di coprire quantomeno il centro storico. La soluzione minimalista avrebbe provocato più danni che vantaggi, riducendo veramente la città ad un souvenir invivibile. Bisognava ampliare la protezione e contemporaneamente dare respiro, aria alla città e perché no, anche mantenere una buona visibilità d’insieme, vivendo all’interno dell’involucro. Ma tornando all’unica problematica finora sottoposta all’attenzione del grande pubblico, si doveva principalmente fermare l’acqua alta. Per farlo dovevo isolare il mare. Isolando il mare, ossia creando una barriera continua lungo tutta la linea di costa fatta eccezione per le conche a differente altezza, come nel canale di Panama, per consentire il traffico navale, avrei impedito il libero sbocco verso il mare, delle acque dei fiumi, dei canali e piovane poiché avrebbero trovato uno sbarramento che ne avrebbe impedito il normale deflusso con il rischio di allagamenti per i terreni circostanti, anche fuori dall’area lagunare. A questo problema si aggiungeva quello della libera circolazione dei pesci che da millenni vanno in laguna per la riproduzione ma escono in mare aperto durante la vita normale. E non potevo certo trascurare le esigenze della fauna avicola che sia con le specie stanziali e sia con quelle migratorie aveva la necessità di spazi molto ampi.

Dallo studio fatto in combinazione tra etologi e strutturisti avevo determinato l’altezza massima in 180 metri. Logicamente tale altezza degradava man mano che ci si allontanava dall’arco centrale per finire quasi verticalmente sul mare. Il lato est, quello esposto al mare, sarebbe comunque stato abbastanza imponente con i suoi 50 metri di altezza per lasciare sufficiente mobilità a gabbiani e cormorani. Le problematiche maggiori erano sotto il livello del mare. Per evitare l’innalzamento del livello, il bordo dell’involucro doveva essere saldato sul fondo marino ma per consentire alla laguna di vivere era necessario garantire abbondanti scambi di acqua con relativa flora, fauna e nutrienti. La soluzione era posizionare molti tunnel a profondità variabile e senso di corrente gestito da un apposito centro maree che avrebbe regolato il flusso di acqua in entrata ed uscita col doppio compito di alimentare la laguna e di controllare il livello dell’acqua. Conche di notevoli dimensioni, poste alle foci dei fiumi, avrebbero garantito il normale deflusso dell’acqua fluviale con dispositivi per il trattenimento e smaltimento dei rami e rifiuti vari trasportati a valle e pompe idrovore che avrebbero sollevato l’acqua per farla defluire all’esterno dell’involucro tramite aperture ad un’altezza di circa dieci metri sull’attuale livello del mare, sfruttando ai fini energetici anche l’effetto cascata. Il padrino rimase contento delle molte spiegazioni che gli diedi e mi garantì il suo massimo impegno personale per l’aggiudicazione del progetto.

Come al solito la politica ha tempi molto dilatati e la fase di preparazione del bando richiese due lunghi anni cui seguirono gli studi delle commissioni, le valutazioni di impatto ambientale, blocchi dovuti a ricorsi interminabili. Avevo quasi perso le speranze di vedere realizzato il mio o qualsiasi altro progetto. Come avevo detto all’inizio, salvare Venezia non fu facile. Il livello del mare aumentava vertiginosamente, provocando maree sempre più alte e più durature che nell’ultimo ventennio. Con mia sorpresa, da inizio 2028 vidi arrivare ai miei studi padovani diversi politici regionali, nazionali ed europei, rappresentanti delle organizzazioni produttive di Mestre, rappresentanti sindacali, esercenti, albergatori e gli stessi ambientalisti che solo due anni prima avevano fortemente protestato contro il mio progetto fomentando qualche esagitato che mise una bomba sul retro del capannone provocando danni enormi al deposito attrezzi ed al plastico che preferimmo ricostruire daccapo piuttosto che ripararlo, anche perché gli interventi di modifica fatti nel corso del tempo erano stati essi stessi traumatici per il plastico. Volevano tutti la stessa cosa: cambiare tutto perché alla fine non cambiasse niente, ossia stravolgere Venezia e la laguna pur di rimanere a vivere e lavorare a Venezia. Io dicevo con tono drammatico che qualsiasi progetto minimalista avrebbe messo solo una pezza temporanea ad un processo iniziato molto indietro nel tempo e per il quale non c’era nessuna soluzione. L’unica cosa certa era che se si fosse rimasti inerti ancora qualche anno, Venezia sarebbe sparita sott’acqua, le piazze e i primi piani del centro storico erano destinati ad impantanarsi. Tutte le alternative erano sì interventi traumatici per il territorio ma che avrebbero salvato Venezia come simbolo di civiltà e soprattutto avrebbero consentito agli insediamenti umani di rimanere sul proprio territorio altrimenti tutta la popolazione avrebbe dovuto mettere il proprio fagottino sulle spalle e trasferirsi altrove in Italia, nel resto d’Europa o in Australia come si era fatto per quasi tutto il ventesimo secolo.

Salvare Venezia. Racconto – Cap. 3 di 5

PROGETTO

Dopo l’incontro con il misterioso Marte, feci passare più di una settimana. Era uno stratagemma per vedere se Marte fosse diventato impaziente e mi avesse contattato per primo, nonostante gli avessi espressamente detto di aspettare un mio messaggio in codice al suo cellulare. In realtà mi era servito più tempo del previsto perché un lavoro così totalizzante necessitava della massima concentrazione e la massima professionalità, per cui lavorai duro per garantirmi la collaborazione di uno staff tecnico di prim’ordine mentre mi stavo preparando per dare in sub-appalto ad amici architetti tutti i lavori che avevo in sospeso. Era necessario, adesso, verificare le coperture economiche e politiche che dovevano entrambe essere robuste ed affidabili.

Anche se non avevo ancora accettato il lavoro, stavo studiando le ultime soluzioni tecniche sui materiali e ascoltavo i pareri dei massimi esperti sulla laguna e sui cambiamenti climatici e ingegneri per ambiente e territorio, oltre a decine di biologi marini. Più andavo avanti, maggiori erano le informazioni, spesso contrastanti, che ricevevo e maggiore era il tempo che ritenevo necessario per prendere una decisione ponderata. Realizzare uno dei miei massimi sogni era affascinante, farlo sapendo che potesse creare più danni che apportare vantaggi non rientrava nei miei desideri, anzi mi sarei opposto con tutto me stesso se altri ci avessero provato.

Otto giorni dopo il mio primo contatto con Marte, ricevetti una busta anonima contenente un messaggio molto chiaro e diretto: “Abbandona qualsiasi nuovo progetto se non vuoi affondare anche tu come Venezia”. Non c’era nessun riferimento, la carta era perfettamente pulita e senza impronte, non avevo bisogno di portarlo alla polizia; i miei laboratori erano riusciti a verificare da soli. Nel pomeriggio, venni informato che molti dei tecnici ai quali mi ero rivolto avevano ricevuto telefonate in cui venivano messi in guardia dal collaborare con architetti che avrebbero affondato la loro serietà e credibilità. Nelle telefonate venivano utilizzati in maniera sibillina i termini affondato e pericoloso perché facevano intuire che affondamento e pericolo andavano oltre l’aspetto professionale ma riguardavano la sfera personale. Quello fu l’incentivo maggiore che ricevetti per mandare il mio messaggio in codice a Marte.

Da allora ci fu un continuo via vai di persone nella sede del mio studio a Padova. Lo staff che avevo costituito era imponente e gli uffici erano diventati insufficienti. Affittai un intero capannone abbandonato. L’adattamento per renderlo operativo richiese più di un mese di lavori. Utilizzai le strutture dismesse da una mostra per creare i separé che dividevano i settori di sviluppo del progetto e lasciai libero quasi metà capannone per il montaggio del plastico. Un’opera così imponente non poteva certo ben essere rappresentata da un plastico da tavolino che comunque sarebbe stato realizzato per essere facilmente trasportabile in caso di necessità per la presentazione alle commissioni politiche, tecniche e alla stampa. A conti fatti, tra architetti, ingegneri edili, dei materiali, strutturali, ambientali e tutti i ricercatori dei vari rami necessari, compresi gli artisti per i plastici e i geometri da cantiere che volevo facessero parte del team sin dalle fasi progettuali per non incorrere in errori durante le fasi costruttive, eravamo quasi cento persone. Le risorse che avevo recuperato dai miei sponsor e quelle che erano state messe in campo dal personaggio misterioso che io ormai chiamavo il padrino dell’opera, erano insufficienti. Tra affitto e stipendi non volevo rischiare di anticipare molti soldi per un progetto di cui ancora non sapevamo se interessasse realmente a qualcuno. Così forzai la mano con Marte per avere un incontro con il padrino allo scopo di verificare la concretezza della cordata dei finanziatori e soprattutto del procedimento politico per dare attuazione al progetto.

La risposta fu quantomai evasiva. Ebbi l’impressione che l’interesse verso l’opera fosse scemato. Alzai la voce e dissi a Marte che se mi ero imbattuto in quel progetto faraonico era perché mi era stato chiesto espressamente e non per un mio vezzo, perciò, volevo un incontro immediato col padrino. Marte mi confidò che il progetto di bando europeo stava andando avanti ma proprio quello era il problema. Si erano presentati altri progettisti da tutta Europa ed anche dalla Cina con soluzioni alternative: dighe mobili, iniezioni di gas sotterranei per il sollevamento del terreno, sbarramenti nel basso adriatico per impedire l’accesso alle acque ed altre decine di idee bizzarre. Marte mi raccomandava di tener presente che il finanziamento europeo avrebbe riguardato progetti per tutta l’area del Mediterraneo e non c’era solo Venezia da salvare per cui le idee e le aree di provenienza dei progetti erano molto variegate. Chiesi se fosse un modo per indorare la pillola e se avessero già deciso di affidare il progetto ad altri perché in tal caso avevo due sole possibilità: chiudere e mandare tutti a casa o andare avanti autonomamente e sulle due ipotesi non avevo dubbi: se il padrino non avesse voluto più appoggiarmi avrei corso da solo contro tutti. Lo salutai dicendogli che era l’ultima volta che ci sentivamo.

Due ore dopo ricevetti una telefonata che mi preannunciava la visita del padrino. Il padrino sarebbe arrivato, apposta per parlare con me, direttamente da Bruxelles e perciò volle accertarsi che lo aspettassi in capannone. Arrivò con Marte ed altre due persone, una delle quali aveva l’aria di essere una guardia del corpo. Il padrino mi spiegò che la situazione era molto cambiata dalla prima volta che ci eravamo sentiti. L’approvazione del bando era prossima ed anche a Venezia si erano messi il cuore in pace perché non era in discussione il Mose ma la protezione di tutte le città costiere. Pensai che dovesse essere quello il motivo per cui da giorni non ricevevo più minacce. Chi gestiva il Mose stava presentando delle istanze per agganciarsi con nuove paratie utilizzando questa trance di finanziamenti, Il problema vero era che, secondo il padrino, il mio progetto era troppo costoso, poco esportabile in altre situazioni e c’erano dei seri dubbi dal punto di vista ambientale non per l’ambiente marino o per la flora quanto per gli uomini. Il mio progetto poteva creare grossi condizionamenti comportamentali agli uomini.

Salvare Venezia. Racconto – Cap. 2 di 5

CONTATTO

Una mattina di luglio del 2025, ero disteso a prendere il sole. La zona attorno la “rotonda sul mare” di Isola Verde era uno dei pochi tratti di costa veneta in cui era rimasta della sabbia, e non per mera casualità.

Frequentavo quel lido da inizio millennio, quando tutto il litorale era sabbioso. Nel secolo precedente la spiaggia era larga oltre 50 metri, dai primi anni del XXI secolo si era ridotta a poche decine di metri ed in alcuni tratti era quasi completamente sparita. Quel piccolo tratto di mare aveva mantenuto la spiaggia sabbiosa grazie a me.

Io sono un affermato architetto e sono stato sempre considerato un visionario per la grandezza e raffinatezza dei miei progetti. Nonostante la loro maestosità, i prodotti finali sono risultati più economici di quanto non sembrasse ad un occhio distratto, grazie alla sostenibilità energetica ed ambientale che ripagava in poco tempo una porzione dei costi di costruzione e all’attrattiva che l’opera in sé riusciva a suscitare, attraendo turisti.

Una decina di anni prima, al termine di una delle giornate più calde e ventose della stagione, stavo chiacchierando con Mario, il proprietario del lido, raccontandogli, tra uno spritz ed un prosecco, i lavori più sorprendenti che mi erano stati commissionati in varie aree del mondo. Mario, abitualmente, si divertiva ad ascoltare i racconti di come avevo realizzato un mega hotel nel deserto arabico o un centro commerciale sottomarino in Giappone, quel giorno, invece, Mario aveva manifestato la sua preoccupazione per il fatto che ogni anno il mare mangiasse metri di spiaggia e le dighe messe ai lati e di fronte alla costa non fossero state sufficienti ad arginare l’erosione. Mentre lui parlava, avevo iniziato a fare uno schizzo sulla tovaglietta del bar. Vedendo il mio disegno buttato là come per gioco, quell’uomo aveva capito che era necessario tentare il tutto per tutto, se avesse voluto continuare a gestire un lido balneare. L’anno successivo nacque la Rotonda.

Con un’azione di crowdfunding, il gestore della spiaggia era riuscito a convincere i proprietari del residence confinante ad investire nel progetto. Io avevo portato in dote una lista di sponsor con i quali lavoravo da anni e che credevano in me. Il risultato era stato l’innalzamento di un piccolo tratto della spiaggia, facendolo poi proseguire fin dentro il mare attraverso una larga lingua di roccia che si estendeva per circa 70 metri verso il mare aperto. Più larga e più lunga delle dighe fatte negli anni precedenti nel vano tentativo di trattenere la sabbia, la lingua aveva due diramazioni per lato leggermente inclinate verso la linea di costa. Nella parte interna di ciascuna diramazione erano stati realizzati dei terrazzamenti riempiti di sabbia per formare delle piccole spiaggette o solarium sopraelevati. L’ultima terrazza digradava fino al pelo dell’acqua. L’altezza originaria era di oltre cinque metri ma già mezzo metro abbondante era sparito sotto il crescente livello del mare. La lingua si chiudeva con un maestoso piazzale rotondo dal generoso diametro di 30 metri con bar ristorante a semicerchio, tutto vetri. A protezione del manufatto in mezzo al mare, una diga semicircolare posta a circa 15 metri dalla rotonda. Formava un arco di 180 gradi che dalle estremità si prolungava parallelamente alla lingua per 45 metri verso la costa. I prolungamenti avevano il compito di frangere le onde prima che investissero la lingua e i bracci laterali, mentre l’arco aveva anche il compito di essere la base per quattro pale eoliche.

La Rotonda non era solo la sede del bar con annesso solarium, della pista da ballo e del ristorante con i tavolini vista mare protetti dalle vetrate antivento, era un complesso sistema produttivo. La maggior parte di energia veniva generata dal sapiente sfruttamento del continuo movimento delle correnti e delle maree, attraverso turbine montate nei piloni di sostegno alla struttura. Alcuni piloni avevano anche la funzione di trattenere e separare i detriti che arrivavano copiosi dai fiumi, differenziandoli per tipologia. Tutto il tetto del ristorante era costituito da pannelli solari come gran parte delle pareti e dei rivestimenti delle passerelle. La corrente complessiva generata dalla rotonda era sufficiente per le esigenze del lido, del ristorante e parte del complesso residenziale.

Dopo il successo di quella rotonda, era stato richiesto il mio intervento per la costruzione di rotonde simili a Bibione, Jesolo, Sottomarina ed altre famose spiagge rimaste quasi completamente senza sabbia. L’unica che mi rifiutati di effettuare fu quella di Caorle perché la situazione era già troppo compromessa e difatti l’acqua invadeva già quotidianamente le strade sollevando un terribile puzzo di fognature e rendendo inutilizzabili la maggior parte delle piscine di cui erano ricche i condomini di Duna Verde. Era un vero disastro dal punto di vista ambientale ma finora erano tutti preoccupati per il solo impatto economico subito dai proprietari degli immobili che rischiavano di perdere l’intero valore del proprio investimento.

Mentre mi godevo il sole sulla pelle, disteso sul mio lettino, leggendo l’ennesimo libro giallo, in quella che ormai era diventata una spiaggia d’élite, fui avvicinato da un omone alto e robusto, dal viso rosso paonazzo. Inizialmente pensai che fosse accaldato a causa del suo abbigliamento con giacca sopra la camicia bianca e cravatta che poco si addiceva all’afa di quei giorni ma successivamente mi resi conto che lo strano uomo dai capelli ricci rossi ed il viso lentigginoso era in evidente stato di agitazione, sudava da tutte le parti stringendo al petto una borsa di pelle ormai consumata dal tempo. Dopo essersi accertato che fossi la persona giusta, mi chiese di ascoltarlo su un argomento delicatissimo. Mentre parlava si girava da tutte le parti, guardando in lontananza, quasi avesse paura di essere visto o ascoltato di nascosto. Pensai che fosse paranoico.

Mi aveva detto di essere un dipendente del Provveditorato interregionale per le opere pubbliche del Veneto, l’ex magistrato delle acque di Venezia. Mentre era a lavoro e stava archiviando in digitale una marea di documenti relativi ai progetti per la realizzazione del Mose, si era imbattuto sul mio carteggio ed aveva autonomamente approfondito le documentazioni sui rischi di innalzamento delle acque che avevo allegato. Era arrivato alle mie stesse conclusioni con la differenza che nel 2025 si vedevano concretamente i primi effetti di quanto io avevo previsto oltre 30 anni prima. Aveva sottoposto l’argomento all’attenzione di alcuni funzionari in Regione e due giorni dopo aveva ricevuto lettere anonime con minacce di morte oltre ad un richiamo formale dal Provveditore per aver divulgato materiale d’ufficio.

Successivamente, era riuscito ad entrare in contatto con un influente uomo politico che stava lavorando in Commissione Europea alla stesura di bandi per la protezione degli ambienti costieri. Non mi volle rilevare il nome del politico e nemmeno il proprio. Mi disse di chiamare lui Marte, come il messaggero degli dèi e di attendere per il nome del politico poiché questi non voleva compromettersi entrando in contatto con impresari interessati ai lavori. Io ascoltati con pazienza ed attenzione ma soprattutto con molta diffidenza quell’uomo e alla fine gli dissi che il progetto, così come l’avevo pensato 30 anni prima, non sarebbe più stato realizzabile perché i danni provocati alla costa dall’innalzamento del livello del mare comportavano un completo ridisegno della struttura e temevo che ormai sarebbe stato difficile decidere le priorità di cosa salvare e come. Non gli dissi, ma lo tenni come appunto mentale per me, che i materiali e le tecnologie odierne avrebbero abbassato il costo complessivo dell’opera aumentando l’efficienza e la sostenibilità dell’intero sistema. Sottolineai invece, che nessuno a Venezia sembrava realmente interessato a mettere in discussione la validità del Mose, e non lo avrei fatto nemmeno io.

Ritenevo che il Mose fosse stato utile e poteva continuare ad esserlo per qualche anno ancora, ma era largamente insufficiente per una protezione globale della città. Avevo spiegato i miei dubbi sul Mose nella documentazione tecnica inviata più volte in regione, alla Presidenza del Consiglio, al Ministero per i lavori pubblici, al Magistrato per le acque ed infine esposta in un documentario realizzato una decina di anni prima per una TV straniera per la quale avevo preparato un modello in rendering video 3D con gli effetti dell’innalzamento delle acque e la diminuzione di efficacia del Mose entro un paio di decenni. Spiegai a Marte, mi ero rassegnato a chiamarlo con quello strano nomignolo, che evidenziare in quel momento i limiti del Mose ad appena cinque anni dalla sua inaugurazione e dopo due decenni di dibattiti tra favorevoli e contrari, ingenti spese e lavori interminabili, era logico ma assolutamente improponibile.

Marte mi disse che i veneziani stavano cominciando a comprendere che l’illusione del Mose aveva perso ormai il suo fascino e soprattutto, non appena si sarebbe saputo che sarebbe stata l’Europa a mettere i soldi per il salvataggio di Venezia, sarebbero stati tutti d’accordo per nuove rivoluzionarie idee. Marte era inoltre sicuro che il politico col quale aveva parlato, avrebbe appoggiato il mio progetto perché ne era rimasto affascinato.

Io risposi che ormai avevo finito di fare progetti e che mi stavo godendo il mio meritato riposo. Non avrei mai potuto metter in cantiere un lavoro che avrebbe richiesto non meno di 10-15 anni di realizzazione privandomi probabilmente del gusto di vederlo finito. Stavo bluffando. L’offerta mi aveva lusingato moltissimo ed ero già a conoscenza di quel bando europeo in procinto di essere lanciato per salvare molte delle città costiere di tutta Europa che stavano lentamente scomparendo, con gravi danni dal punto di vista ecologico, economico e infine sociale per il pericoloso movimento migratorio dalla costa alle zone più interne delle nazioni e sempre più spesso anche con movimenti transnazionali. Gli europei che migrano? Sembrava la barzelletta del secolo, invece era triste realtà. Marte apparve deluso dalla mia risposta però non demorse, mi chiese se fossi in spiaggia da solo o in compagnia e se avesse potuto offrirmi il pranzo per approfondire alcuni dettagli prima della mia risposta definitiva. Accettai di pranzare con lui a patto che fosse stato mio ospite. Tramite la app del cellulare prenotai al ristorante della Rotonda un tavolo per due.

A tavola parlammo di alcuni dati tecnici relativi alla reale situazione ambientale della laguna e dell’area costiera veneta. Purtroppo, questi dati sulle maree, sulla salinità, sulla penetrazione delle falde salate nell’entroterra, non apparivano sui giornali e i dati pubblicati sui siti ufficiali del Ministero, del Provveditorato e delle Capitanerie di Porto, erano corretti al ribasso per non allarmare eccessivamente la popolazione. Marte continuava a guardarsi intorno ossessionato dal timore di essere spiato, abbassando il volume della voce fino a farlo diventare un sussurro quando faceva le rivelazioni più importanti o scandalose. Per mia indole, avevo nervi saldi e molto autocontrollo ma la sua apprensione era stata contagiosa ed iniziai anche io a esaminare con circospezione tutte le persone vicine a noi anche se non notavo nulla di anormale. Ci lasciammo con l’impegno di risentirci entro un paio di giorni.

Salvare Venezia. Racconto – cap. 1 di 5

PROLOGO

Mi hanno contattato in ritardo, eccessivo ritardo. Io li avevo messi in guardia più di 45 anni fa che le misure che stavano adottando sarebbero state insufficienti. Erano tutti convinti che il Mose avrebbe salvato Venezia. Certo è stato utile, all’inizio. Ha evitato che l’acqua alta raggiungesse spesso piazza San Marco e devastasse monumenti, case e attività commerciali aiutando la più grande fonte di reddito della città: il turismo.

Quello che non avevano capito, all’inizio, era che stavano perdendo tempo. Le maree di 100-110 centimetri erano state una curiosità interessante, quasi un vezzo, sia per i veneziani e sia per i turisti. Per combatterle era sufficiente difendere il centro storico con semplici paratie e passerelle ed andò avanti per anni perchè le sequenze storiche di maree eccezionali si mantenevano rare e venivano benevolmente sopportate dalla popolazione.

L’alluvione del 1966 aveva fatto capire che era necessario un intervento decisivo per la salvaguardia della storica città. Negli anni ’70 vennero messi in atto interventi legislativi per sovvenzionare seri studi ambientali e cercare soluzioni compatibili con il complesso e delicato ambiente lagunare.

Quando, negli anni ‘80 le maree arrivarono a superare pericolosamente i 140 centimetri due, tre volte l’anno, i veneziani iniziarono ad avere paura e chiedere maggiore velocità alla politica per salvaguardare la parte storica della città che soffriva e stava rapidamente svuotandosi di cittadini in trasferimento sulla terraferma. Il futuro di Venezia, non solo come opera d’arte unica nel suo genere, ma come idea di città viva e da vivere stava progressivamente scomparendo.

L’agitato mare di grandi imprese edilizie aveva subodorato che sarebbe stato mosso un notevole quantitativo di denaro per salvare Venezia. Schiere di imprenditori iniziarono a fare visite frequenti ai sindaci, ai presidenti di regione e persino ai patriarchi. Ogni volta erano accompagnati da esperti veri o millantati, del settore delle maree, botanici, etologi, climatologi e decine di ingegneri. L’obiettivo era convincere che non c’era tempo da perdere e che dovevano iniziare subito le opere colossali per evitare l’inconveniente dell’acqua alta a Venezia. Il rischio era perdere turisti e con loro il fiorente settore alberghiero di lusso, della ristorazione e dell’oggettistica, compresi i vetri di Murano ed i centrini di Burano.

Anche io ero andato nel 1995 a proporre un mio progetto che fu scartato immediatamente perché ritenuto eccessivamente costoso, tecnicamente irrealizzabile e orrendo alla vista. Ero preparato ad una simile risposta e per questo non rimasi per niente scoraggiato, convinto della bontà del progetto, della sua economicità nel tempo e della sua sostenibilità ambientale. Semplicemente, la città ed il mondo non erano pronti per quel tipo di progetti e la paura dell’innovazione fece sventolare bandiere di falso interesse di protezione dell’ambiente lagunare arrivando persino a mettere in discussione le basi scientifiche su cui si basava lo studio dell’innalzamento della temperatura terrestre ed il conseguente innalzamento dei mari. Mi sforzai di spiegare, nei lunghi dibattiti che vennero organizzati in quegli anni, che le temperature sarebbero aumentate ad un ritmo due, tre volte superiore alla rosea previsione degli anni 50 e non c’era tempo da perdere con soluzioni tampone, tipo quella del Mose, che non avrebbero risolto il problema. Gli interventi dovevano essere radicali e decisivi. Nonostante le mie argomentazioni, i pareri negativi sull’impatto ambientale raccolti da tutti i progetti, Mose compreso, erano un chiaro segno che la strada per salvare Venezia, i veneziani e l’ambiente floro-faunistico, sarebbe stata lunga e tortuosa.

Nella peggiore delle tradizioni italiane, tanto più lunga e tortuosa era la strada, tanto più remunerativa sarebbe stata l’impresa per chi creava ostacoli burocratici al solo fine di rimuoverli dietro laute ricompense.

E così, dopo il lungo periodo di gestazione delle fasi progettuali, di verifiche ai fini della coesistenza con le specie animali e vegetali della laguna, dopo le proteste dei pescatori e dopo una pioggia torrenziale di euro che aveva riempito le tasche di politici, ingegneri ed esperti vari e dopo aver fatto tacere, anche con minacce, qualsiasi voce contraria, nacque il Mose. Ultimato nel 2020, venne utilizzato con grande successo subito dopo il suo completamento. C’era da affinare la parte operativa per determinare in maniera univoca chi dovesse decidere se e quando innalzare il Mose, su quali fonti di previsione basarsi e in che tempi compiere l’intera operazione. Però la bella notizia era che, dopo anni di polemiche, il Mose funzionava!

Quello che molti non sapevano era che un comitato scientifico, già da cinque anni prima di quell’evento inaugurale, stava valutando il parametro che non era stato tenuto in debita considerazione nella stesura di quasi tutti i progetti, tranne che nel mio. La temperatura della superficie terrestre stava impennandosi raggiungendo valori impensabili solo 30 anni innanzi.

Le ipotesi che circolavano a quel tempo e comunicate al popolo attraverso la divulgazione scientifica di massa, prospettavano un incremento contenuto entro 2 gradi e, per mezzo di decisive modifiche agli stili produttivi e di vita, figlie dell’accordo di Parigi, di fatto inadempiuti, veniva auspicato di rimanere vicini ai 1,5 gradi, alla fine del 2100. Che illusi!

Alcune ricerche sui ghiacciai dell’Antartide, mi avevano illuminato e mi ero tanto appassionato all’argomento che avevo messo assieme i risultati di molte altre ricerche sugli effetti dei gas serra e sulla produzione di CO2, generando, con l’aiuto di climatologi di fama mondiale, un diagramma di previsione dell’innalzamento della temperatura terrestre.

l punto di non ritorno, secondo i miei studi, sarebbe stato intorno al 2050 con un incremento della temperatura di circa 2,5 gradi e la prospettiva di ulteriori aumenti fino a 6 gradi entro il 2100.

Secondo la mia triste previsione, con l’innalzamento delle temperature di circa 2,5 gradi, rispetto al 1900, il livello di scioglimento dei ghiacciai sarebbe stato catastrofico causando l’elevazione del livello medio del mare fino a 5 metri con l’effetto di far sparire enormi tratti di costa. Il Mediterraneo aveva il vantaggio di essere un mare chiuso per cui era destinato ad essere uno degli ultimi mari a risentire del problema dell’innalzamento del livello medio del mare, ma non ne era esente. Certo una bella notizia ma non per tutti. La fragilità di Venezia non le avrebbe consentito di tollerare innalzamenti superiori ai 60 centimetri, mentre la previsione più rosea dava un valore superiore al metro entro il 2050.

Super Carletto Bros

Ci sono persone attorno a noi che non passano inosservate. Hanno qualcosa di particolare, di speciale, che le rendono uniche, pur se apparentemente comuni. Anche nel mio piccolo paesetto ci sono alcuni di questi personaggi e un poco alla volta proverò a descriverli. Non così come sono ma come li immagino, utilizzando fantasia e luoghi comuni per giocare assieme a loro.

Il personaggio di cui vi parlerò oggi è un super eroe. Non di quelli speciali con super poteri ma è super perché fa cose super. Come tutti i super eroi è molto conosciuto, amato per la sua disponibilità e venerato per tutto ciò che non è ma che i suoi idolatri vorrebbero che fosse. Ha un amico inseparabile, quasi un fratello, Richy e alcuni acerrimi nemici da battere.

Lui è Carletto. La sua missione? Difendere gli ammalati e gli anziani. Non è un gioco ma i cellulari, come potentissime consolles da gioco, chiamano SuperCarletto e lo spingono da una parte all’altra del paese. Lui corre in aiuto del popolo dei debilitati per sconfiggere l’assalto degli spossanti dolori reumatici, ipertensioni, astenie, gotte e svariati crudeli virus e batteri approfittatori della povera gente.

Il pericolo è il suo mestiere e sa che non potrà portare nessuno con sè a condividere le fantastiche e rocambolesche avventure che vive quotidianamente. Nei momenti del bisogno, quando si sente stremato dall’arsura che il calore adrenalinico della perigliosa azione gli procura, arriva in suo soccorso il fratellino Ricky che lo rinfresca e rigenera con fortissime pozioni magiche a base di antiche ed amare erbe aromatiche, servite con abbondante ghiaccio e un canestrino di bagigi1 superfortificanti.

Nei giorni tranquilli, soprattutto dopo i tumultuosi fine settimana, Ricky porta il fratellino in palestra. Lo costringe a continue ripetizioni di addominali, piegamenti e sollevamenti accompagnati da lunghe e veloci corse su tappeti rotanti per mantenerlo tonificato, pronto e reattivo nella nuova settimana piena di interventi tesi a contrastare qualsiasi emergenza.

Non è facile la vita del super eroe. Anche loro hanno momenti bui, di sconforto. Mi è capitato di vedere SuperCarletto ritornare alla sua base segreta (l’ufficio in viale Colli Euganei) col volto tirato per la stanchezza dopo aver combattuto contro l’infame nemico Parkinson che si era intrufolato furtivamente nel corpo di un ignaro anziano allo scopo di impossessarsene e generare pericolose onde tremanti capaci di devastare la serenità delle famiglie. SuperCarletto era riuscito, con la sua spada ad iniezione, a debellare i tremori e far tornare il sorriso all’intero nucleo familiare.

Tutto risolto, tutto ok, direte voi. No, non è così semplice. Il morbo dell’influenza era entrato di soppiatto nell’abitazione di un’anziana signora costretta a letto e senza nessuno che se ne prendesse cura. Quando la figlia era tornata a casa l’aveva trovata con la temperatura alle stelle. Bisognava fare subito qualcosa. Chi chiamare in questi casi? Il centro medico era chiuso per la pausa pranzo, al pronto soccorso non avevano tempo da perdere e la guardia medica era impegnata in un intervento dalla parte opposta dell’ULS. L’unico uomo che avrebbe potuto prendere in mano la situazione e risolvere il problema era lui: SuperCarletto.

E’ così, mentre SuperCarletto si accingeva ad aprire la porta della sua base, l’infernale telecomando squillava e lo indirizzava verso l’ennesima nuova avventura. Leggo chiaramente dal suo volto la stanchezza ed il desiderio di una super pozione di Ricky ma lui sa che ha poco tempo e deve raccogliere le residue energie per salvare anche questa persona in difficoltà. Il volto diventa nuovamente fiero e determinato, accantonando stanchezza e stress e conservando per il paziente che riceverà il conforto della sua visita, il sorriso più radioso e rassicurante. SuperCarletto prende il pesante fardello del borsone medico, dal quale fuoriescono porzioni dei suoi superstrumenti: si intravedono le forcelle dello stetoscopio ed il collo del bottiglione di disinfettante. Porta la tracolla del borsone sulla spalla mentre attraversa la strada per raggiungere la Carletto’s-mobile. E’ quello l’attimo in cui i nostri sguardi si incrociano. SuperCarletto intuisce che io sono a conoscenza della sua identità segreta da super-eroe e mi rivolge quelle toccanti parole che non dimenticherò mai: “Maurizio non preoccuparti, salverò anche questa vita”. Vedo la vettura partire decisa e il mio cuore si gonfia di gioia perché so che c’è un’unica certezza in questa parte di mondo: con SuperCarletto gli anziani, i malati e le persone deboli non saranno mai sole.

Note: 1. Arachidi.

Giovinezza con sottofondo pucciniano

Oggi guardavo un gruppo di giovani, tra i 20 ed i 30 anni circa, forse qualcosa in più. Erano seduti al bar a sorbirsi il loro aperitivo, tutti apparentemente felici e ben vestiti. Ho provato ad origliare i discorsi, non per morbosa curiosità di farmi gli affari loro quanto per capire quale fosse il tema centrale degli interessi giovanili. Seguivo il flusso delle parole che rimbalzavano da un tavolo all’altro attraversando lo spazio in cui mi trovavo.

Ho scoperto che gli argomenti erano variegati e diversificati in base al genere. I ragazzi parlavano di sport, di calcio in particolare, ma non solo. Descrivevano le auto o le moto che avevano visto o che sognavano di acquistare. Non mancavano i commenti per la ragazza in minigonna seduta al tavolo in fondo alla sala mentre con l’occhio vispo scrutavano il fondo-schiena della cameriera che attraversava il plateatico con passo veloce. Nei gruppi misti erano frequenti i discorsi sulle serie televisive più in voga con commenti su personaggi ed attori. Chi era uscito da poco dal lavoro aveva sempre qualcosa da ridire sul dispotismo del proprio capo o sull’incapacità del collega. Nei tavoli di sole ragazze c’era sempre un cuore spezzato da consolare, un’amica che aveva tradito la fiducia o un nuovo vestito da descrivere a cui abbinare le scarpe giuste. Immancabile, tra un discorso e l’altro, il commento sul taglio di capelli particolarmente riuscito o decisamente non indovinato da quell’imbranata della parrucchiera.

Mi ha fatto piacere vedere quella spensieratezza e constatare la leggerezza di ogni singolo argomento trattato anche se , devo essere sincero, mi aspettavo anche qualcosa di più profondo, legato a temi attuali, alla politica, alla difesa del territorio, all’impegno sociale, alla cultura o chissà a quali altri temi. L’impressione che ne ho ricavato è stata quella dell’inconsapevolezza.

Quei giovani, nel loro pieno diritto di avere un momento libero e di svago, mi sono sembrati del tutto ignari dell’ effetto che potrebbero avere le loro azioni se mosse da uno scopo ben preciso. Potrebbero addirittura cambiare il mondo o lasciare un segno nella storia. L’enorme potenziale giovanile inconsapevolmente tenuto a freno dalla mondanità.

Io immagino (o forse ricordo) l’animo giovanile in preda a due diverse spinte, due spiriti con caratteri diversi sebbene non necessariamente contrastanti. Vi è lo spirito di leggerezza, sempre alla ricerca della gaiezza o della superficialità per non affannarsi sui problemi e galleggiare nella quotidianità del compito assegnato a tutti noi dalla società moderna: lavorare e consumare. Da questo spirito nasce e si afferma la voglia di divertimento che rende i giovani protagonisti dei pomeriggi con forte aggregazione nei centri cittadini e delle notti brave. Poi c’è lo spirito di indomita lotta contro chi vuole governare le scelte dei giovani, chi li vuole costringere a seguire la massa imponendo loro regole che gli vanno strette. E allora partono le proteste, le contestazioni e i progetti di cambiamento. Una testimonianza, ad esempio, le iniziative di “Friday for future”.

Cercavo uno spunto per riuscire a descrivere questi due diversi spiriti giovanili e non riuscivo a trovarlo fino a quando ho chiamato in mio aiuto sia il grande Maestro Giacomo Puccini con le sue opere Tosca e La Bohème e sia il maestro di comicità Roberto Benigni con il suo monologo televisivo al festival di Sanremo 2011.

Benigni, facendo l’esegesi sull’Inno di Mameli parla del fermento giovanile che ha caratterizzato il periodo risorgimentale. I giovani furono i principali interpreti della ribellione allo straniero, invasore del suolo italico, e sognavano per l’Italia un nuovo futuro non ancora ben delineato tra unitario o federale, tra repubblicano, monarchico o sotto l’egida papale. C’era un solo imperativo: ribellarsi!

Quando Benigni parla di quel gruppo di “giovani, intrisi di gioventù” sicuramente usa un espediente lessicale per far sorridere il pubblico televisivo ma dipinge in maniera forte cosa vuol dire essere giovani. Vuol dire essere intrisi di leggerezza, di ardore, di coraggio, di speranza, di goliardia, di innovazione sociale e molti altri sentimenti tumultuosamente presenti nei cuori giovanili.

Nell’odierno mondo giovanile, limitando il ragionamento all’Italia e qualche altro stato europeo ed escludendo dal ragionamento le lotte di fede politica che hanno più il gusto del tifo calcistico piuttosto che quello di reale movimento di ribellione o protesta avverso mondi politici oppressivi, le spinte idealiste sono relegate ai temi dell’equità sociale, dell’ecologismo, della difesa del pianeta o del superamento della logica del profitto. Di conseguenza sono viste come distanti dalla vita quotidiana e ad appannaggio dei pochi coraggiosi che sfidano i conformismi per sollecitare lo spirito critico nei loro coetanei ma soprattutto nel mondo adulto che gestisce soldi e potere.

Questo potrebbe essere uno dei motivi per cui i giovani odierni, nonostante mediamente abbiano un livello culturale superiore rispetto a quello dei loro coetanei di uno, due secoli prima, appaiono più superficiali rispetto a questi ultimi e apparentemente tesi solo al divertimento. Non sembrerà quindi irriverente un accostamento allo stile di vita degli artisti in cerca di affermazione nella Parigi dell’800, in cui i giovani poeti, pittori, filosofi, non avevano la consapevolezza di essere protagonisti del cambiamento culturale in atto e, nell’attesa del successo, passavano le serate riempiendo strade e locande di spensierata e spesso irriverente allegria. Si era così creata nell’immaginario collettivo, l’idea di Bohème.

Puccini, con la sua famosissima opera “La Bohème”, ci fa entrare nella quotidianità della vita dei bohémiens che simbolicamente rappresentano tutta la gioventù europea dell’epoca, non solo quella degli artisti. Assieme ai personaggi dell’opera viviamo le multicolori esperienze che vanno dalla difficoltà nel pagare l’affitto da parte dei 4 artisti, al corteggiamento di Rodolfo verso la delicata Mimì, passando dal tarlo della gelosia, sia quello provocato dalla civettuola Musetta e sia sia quello immotivato subito da Mimì e lo spontaneo altruismo che spinge Musetta a privarsi dei suoi preziosi orecchini pur di pagare un medico ed un manicotto per le gelide mani di Mimì. Ed infine la forza dirompente del dolore, sottolineata dai 3 assoli di ottoni che precedono il pieno orchestrale nella straziante chiusura del melodramma.

Puccini con “La Bohème” colloca la tragedia nella vita di questi giovani. Emerge comunque in maniera decisa il carattere primario dei giovani bohémiens e su questo volevo puntare la mia attenzione. E’ lo stesso spirito presente nei discorsi catturati tra i tavoli del bar. Voglia di divertirsi, qualche problema di cuore, attenzione alla mondanità e all’esteriorità.

Nell’altro dramma pucciniano citato, vediamo invece la storia di amore e gelosia tra la cantante Tosca ed il pittore Mario, inserita negli eventi storici del 17 giugno 1800 in cui le alterne sorti della battaglia di Marengo finiscono per pesare nel destino dei due giovani. Tosca è coinvolta, suo malgrado, nei progetti di sovversione e resistenza che alcuni giovani romani stavano intraprendendo per assecondare l’avanzata francese convinti che Napoleone li avrebbe aiutati a sconfiggere gli usurpatori austriaci e a togliere il potere al papato. A contrastare i loro sogni di affrancamento dallo straniero e di libertà per ricostituire la fallita Repubblica Romana, c’è il perfido rappresentante della polizia papalina, Scarpia.

In Tosca vediamo i giovani disposti ad ogni sacrificio per il loro ideale di libertà. Il coraggio e l’ardore che portano all”eroismo, all’audacia, alla lealtà e alla difesa degli ideali, non sono caratteristiche innate, o deliberatamente scelte dai protagonisti ma si presentano come occasioni, attimi in cui la decisione di farsi carico di un problema fa la differenza. Mario non era direttamente coinvolto con la rivolta ma non esita a nascondere il suo amico Cesare, fuggiasco dalle prigioni papali diventando di fatto complice dei rivoltosi. La stessa Tosca, prima di essere travolta dall’occasione propizia che la trasforma in omicida, stava per sacrificare se stessa, pur di far cessare le torture sul suo Mario e per ottenergli il riscatto dalla condanna a morte per fucilazione emessa da Scarpia.

Dal secondo dopoguerra ad oggi, la nostra nazione non ha avuto la necessità di affrontare guerre aperte se non quelle contro la mafia ed il terrorismo, per cui giovani e meno giovani non sono stati costretti ad armarsi e partire contro nessun nemico. Ci sono state le lotte salariali, le lotte per alcuni diritti civili, ma niente di paragonabile al disastro di situazioni belliche o di lotta per la propria libertà ed indipendenza.

Ai giovani raccomando di continuare a vivere la propria gioventù sia con la leggerezza dei bohémiens (aggiungerei con la necessaria passione negli studi e professioni che affrontano) e sia con l’impegno sociale per ciò in cui credono, augurando loro che la nostra società non richieda più quei sacrifici di vite umane che si sono rese necessarie per la conquista dell’indipendenza da stati stranieri e per la liberazione dal nazi-fascismo.

Sono triste

Mi viene difficile parlare della tristezza. Per mia indole, sarei più portato a parlare di felicità o di eventi gioiosi. E anche relativamente alla tristezza troverei più consono parlare di singole vicende particolarmente forti, invasive, con risvolti negativi. Difficilmente mi verrebbe da dire che sono triste.

Recentemente, ho dovuto fare i conti col dolore, quello vero, quello che genera tristezza infinita. E’ capitato un evento che ha fatto da volano ad altri eventi coinvolgendomi profondamente e modificando il mio stato di serenità.

Una persona alla quale ero molto affezionato ha lasciato prematuramente questo mondo. Pur nella certezza, data dalla fede, che lui riceverà una vita nuova, migliore di quella terrena, il dolore del distacco è tangibile. L’ho visto negli occhi delle moltissime persone intervenute al funerale. Sono riuscito a riconoscerlo e distinguerlo, a seconda dei casi, in quello dei semplici costernati da una dipartita così cruenta ed inaspettata ed in quello più radicato nelle persone profondamente segnate dalla ineluttabilità del distacco, dalla consapevolezza di aver toccato con mano il punto di non ritorno nel proprio rapporto di vita con il deceduto.

Già così il dolore aveva modificato in maniera consistente il mio stato d’animo. Si è aggiunto poi il pensiero di questa donna che rientrerà a casa con la consapevolezza di non trovare il marito ad aspettarla o di non dover preparare la cena per lui. Che non potrà raccontargli la sua giornata, chiedergli di portare la macchina dal meccanico o di riparare il rubinetto che perde. Che sa di non potere più pianificare col suo uomo la gita in montagna con i bambini e tutte le scelte che prendevano assieme per la crescita dei loro piccoli. che troverà il letto vuoto, stasera, domani, dopodomani e tutte le altre notti ancora.

Sono intervenuti altri fattori moltiplicatori del dolore e tra questi la constatazione che la disperazione non si limita a far piangere, commossi, l’ingiustificabile perdita ma scava in profondità nell’animo umano portando alla luce tutte le frizioni irrisolte, tutti gli equivoci e le rivalità. Lo vedi, il dolore, che modifica i rapporti tra moglie e suocera, tra fratelli, tra cognati, tra nonni e nipoti. Ogni gesto, ogni frase detta e, ancor di più, ogni frase non detta ma attesa, viene fraintesa, interpretata, gestita come scusa per riversare il proprio dolore sull’altro: Se il dolore non nasce da me, vuol dire che me l’hai creato tu.

Voi direte che sto esagerando, ed è vero, che non sono queste le strade attraverso le quali si ramifica il dolore, ed è falso! Le discussioni col parentado battono sempre sugli stessi argomenti, sugli stessi dubbi e sulla ricerca di una giustificazione al proprio dolore. Provo a spiegare alcune dinamiche.

Il terreno di scontro immediato, quando il dolore è ancora a fior di pelle, soprattutto nei paesi del nostro Sud, è connesso con le spese per le esequie, con la scelta del luogo di inumazione, con la sistemazione finale della tomba tra progetti minimalisti e faraonici, non sempre di buon gusto, che prevedono ad esempio un tempietto a copertura della statua della Madonna, un Gesù disteso sulla pietra e una luce perpetua da vedersi da almeno venti metri di distanza ed infine la divisione delle spese perché, logicamente, tutte le parti in causa cercheranno di evitare l’esoso esborso.

È lì che il dolore entra, scava, dirompe, amplificando all’ennesima potenza ogni piccolo problema e ricercando qualsiasi appiglio per inondare il cuore di ulteriore tristezza. C’è poi la fase in cui il dolore è alla ricerca di risposte che non potranno mai arrivare e si aggrappa a tutti i “se” ed i “ma” che hanno l’unico effetto di aggravare i sensi di colpa sia in chi pone le domande e sia in chi diventa bersaglio di quelle domande che rodono dall’interno l’autostima facendo radicare la tristezza. Le domande, in questi casi, riguardano gli aspetti tipicamente clinici sulla scelta di operare, sul luogo, sui tempi e sulla equipe medica.

Sono tutte decisioni che la povera donna ha dovuto prendere da sola. Qualsiasi scelta avesse fatto, avrebbe avuto uno o più se a cui non si sarebbe potuto dare risposta. Che senso ha rivangare tutti i se, infierire inutilmente sul dolore altrui. Anche quando una persona dovesse essere ben strutturata psicologicamente, lo straziante stato emotivo unito alle insinuazioni, non possono portare ad altro che ad una confusione e sentimenti contrastanti. Le persone alle quali il marito aveva amorevolmente affidato la donna con la quale stava ancora costruendo un futuro e madre dei propri figli, si dimostrano quelle che, accecate anch’esse dal proprio dolore, scardinano dalle fondamenta le poche certezze rimaste. Non resta che abbracciare i figli e non chiedere loro perché non riescono a piangere ma chiedere l’unità familiare e l’amore per costruire insieme un domani che non sarà mai più quello accarezzato come ideale ma sarà quello di una nuova vita quotidiana nella nuova condizione sociale di orfani e vedova.

Sembra che nei nostri contesti sociali le vedove non siano più soggetti deboli, però non è del tutto vero. Le misere pensioni scandalosamente ridotte per gli effetti delle percentuali di reversibilità possono creare seri dubbi sulla sostenibilità familiare. La vedova può diventare preda dei tanti volponi che si propongono con aiuti non del tutto disinteressati perché sperano di entrare nelle sue grazie con l’intenzione di intascare tornaconti sessuali, quando la solitudine si farà per lei più insopportabile.

Io osservo, dialogo e partecipo, per il poco tempo che posso, a questo nuovo ritmo di vita e soffro.

Soffro perché l’unica verità è che non c’è una soluzione, non c’è un reset, non c’è nemmeno il foro per inserire un altro gettone. La corsa dell’uomo è finita e nel suo game-over ha trascinato i dolorosi destini di molte persone. Voi dite che sia poco per dire che sono triste? Questa sensazione mi abbandonerà, prima o poi, però è duro vivere questi giorni in cui la felicità si misura in attimi mentre la tristezza riempie tutti gli antri.

Volare: Un sogno

Ci sono persone in grado di raccontare quotidianamente il sogno della notte precedente con dovizia di particolari e descrizioni dettagliate di volti, di espressioni, di sensazioni e interi scambi di battute. D’altro canto, ci sono anche persone incapaci di ricordare un sogno, qualcuno sostiene di non aver mai sognato.

In tutta questa situazione mi inserisco io che ricordo pochissimi sogni. Tra questi, uno fatto tanti anni fa, mi ritorna spesso in mente. Formidabile la sensazione di felicità che mi aveva pervaso al risveglio, la sorpresa per una scoperta incredibile, il desiderio di testare e mettere in pratica quanto avevo sperimentato nel sogno. Forse per questo, ricordavo e ricordo tuttora vividamente il sogno.

Per aiutarvi a vivere assieme a me quel sogno, devo raccontarvi alcuni antefatti che sono come chiavi che vi aiuteranno ad aprire le porte alle immagini e alle sensazioni del sogno.

Da bambino, andavo spesso a trascorrere il fine settimana con la famiglia a casa dei nonni materni.

La casa era a Carlentini, un paese in provincia di Siracusa, che è poggiato su una collina isolata a circa 30 chilometri di distanza da Catania, la città in cui abitavo. Il centro storico del paese è composto principalmente da palazzine residenziali, quasi tutte disposte su due-tre piani e affiancate tra di loro. Le facciate sono interrotte da vicoli strettissimi per l’accesso ai “ronchi”, piccoli cortili che avevano la funzione di dare l’accesso dal retro alle abitazioni e all’area dei garage che in passato erano state le stalle per asini e muli.

La casa dei nonni era per me un ambiente familiare e sinonimo di festa o vacanza poiché trascorrevo in quella casa le principali festività dell’anno e qualche settimana del periodo estivo. L’abitazione era dei primi anni del Novecento con una parte ristrutturata negli anni Quaranta, in piena Seconda guerra mondiale.

L’interno era incentrato sulla sala da pranzo, abbastanza capiente da contenere agevolmente un tavolo da dodici coperti. L’ampio soffitto a volta era del colore del cielo e prendeva luce dalla cucina confinante e da un lucernaio con finestra a due ante. Per me, che ero bambino, quella stanza sembrava immensa ed il soffitto ancora più alto di quanto non fosse realmente. er aprire gli scuri o le finestre del lucernario, si doveva ricorrere ad una grossa e lunga canna alla cui estremità mio nonno aveva legato un anello per armeggiare agevolmente con i pomelli dei tiretti del lucernaio. Quel lucernario era l’aria condizionata della casa: sfruttando il principio naturale dell’ascesa delle particelle più calde, rinfrescava tutte le stanze. Del resto, per Carlentini non era certo una novità, dato che lì era stata scoperta la cosiddetta casa del vento: prima testimonianza di aria condizionata poiché sfruttava esattamente lo stesso principio pur essendo stata costruita circa due millenni prima.

Una domenica estiva, il lucernaio della sala da pranzo dei nonni era aperto e da lì era entrato un rondinino. Il piccolo rondinino forse non aveva ancora imparato bene a volare oppure era leggermente ferito. Non riusciva a stendere bene le ali o le estendeva per poco tempo. Svolazzava in maniera disordinata, urtando ripetutamente lungo le celesti pareti della volta, alla ricerca di un’uscita. Ricordo le urla eccitate di noi bambini, felici di vedere il volatile e speranzosi che il nonno lo catturasse, mischiate alle urla spaventate di nonna, mamma e zie che volevano che il volatile uscisse subito oppure che fosse abbattuto a colpi di canna. Il nonno aveva invece rivestito la canna con un panno morbido ed aveva fatto poggiare il rondinino ormai esausto perché si riposasse e prendesse fiato. Accostata la canna in prossimità della finestra, il piccolo uccello si era sentito come rigenerato, aveva spiccato il volo, allargando le ali ed aveva planato descrivendo un ampio cerchio intorno al lampadario prima di dirigersi nuovamente verso l’apertura e ritornare a volare libero nel suo cielo azzurro.

La casa si trovava sulla strada di confine tra il paese e la zona delle campagne, o giardini, come si dice in Sicilia. Il vantaggio di trovarsi nella via di confine del paese era quello di poter vedere, dalla sommità della collina, la parte meridionale della pianura di Catania e il declivio del colle di Carlentini coltivato ad agrumeti, orti e frutteti vari, lavorati a terrazzamenti.

Lo spettacolo che si apriva ai miei occhi era meraviglioso: agrumeti sempreverdi che periodicamente si tingevano di arancio o di giallo limone, biondi campi di grano, bruni terreni incolti, marroni mandorleti e oliveti dai colori cangianti. Sullo sfondo il verde smeraldo del biviere di Lentini. L’impressione era quella di poter spingere lo sguardo all’infinito con l’illusione di riuscire a toccare quei luoghi lontanissimi.

La stessa sensazione provavo lungo il tragitto in auto da/per Catania. Lo sguardo si perdeva in un continuo variare di scena tra gli ordinati riquadri colorati dei terreni agricoli della pianura, con le varie tonalità di verde, giallo e marrone, come fossero colori sulla tavolozza di un pittore, il lungo serpentone azzurrognolo del fiume Simeto con le sponde invase da canneti svettanti con i loro ciuffi ambrati, per arrivare alla striscia di sabbia bionda, naturale confine tra la terra ed il mare con cangianti gradazioni di azzurro che si estendono facendo perdere lo sguardo nell’orizzonte.

Quando rientravamo dopo il tramonto, vedevo, dal lunotto posteriore dell’auto, il riflesso sul mare delle mille luci bianche intense di cui erano contornati serbatoi, silos, tubi, costruzioni e ciminiere. Sulle cime di queste ultime si elevavano sinistre fiamme arancioni che terminavano in un maleodorante fumo nero: erano le raffinerie di Priolo, tristemente famose per l’inquinamento e la devastazione di una bellissima area costiera. Procedendo verso nord venivo colpito dalle luci che illuminavano i viali della zona industriale catanese. Sembravano il ricamo, ad ampi riquadri, di un tappetino posto ai piedi della città. Catania era immersa in una luminosa nuvola colorata, sovrastata da nuvolette più piccole raccordate tra loro da stelle filanti: erano i paesi etnei uniti dalle illuminazioni stradali. Quando i paesi divenivano più radi, oltre una certa altezza, spariva ogni luce e si intuiva l’ingombrante presenza del fianco della montagna sulla cui sommità, a seconda del periodo, poteva vedersi il fiammante pennacchio rosso e lingue di fuoco discendere dalle fenditure eruttive dell’Etna.

Le luci, i colori dei campi, le ampie distese, il mare, l’Etna.

Volevo riempire lo sguardo di quelle immagini, gustare il ricordo dell’emozione che mi provocavano e trovare parole che potessero aiutarmi a descriverle. Alternanza tra natura incontaminata, natura trasformata dall’uomo, insediamenti umani, la forza dell’Etna e l’immenso mare.

Immaginavo di riuscire ad abbracciare tutti quei panorami con un unico sguardo, dall’alto. Lentamente nasceva e cresceva in me il desiderio di volare, conservato fino al momento della scelta della scuola superiore.

Mi ero infatti iscritto all’Istituto Tecnico Aeronautico Statale di Catania “A. Ferrarin” dove, finalmente, riuscivo a soddisfare il mio desiderio del volo. Ero estasiato dalla bellezza del volo e per essere riuscito a concretizzare quel desiderio che mi ardeva in petto sin da bambino.

Per una serie di fattori contingenti, dopo il periodo scolastico non ho più volato.

Ho ripensato spesso alla possibilità di volare, ma non dovendo volare per mestiere, mantenere un brevetto di volo vuol dire solo sostenere enormi spese. A malincuore, avevo scelto di percorrere altre strade.

Diventato adulto, sposato, con tre figli, con un buon lavoro, pensavo di non aver più bisogno d’altro. La mia vita scorreva nella sua ordinarietà. I ritmi sempre veloci imposti dagli impegni dei figli, le normali discussioni con la moglie e qualche imprevisto lungo la strada erano quasi necessari per mettere il giusto pepe nella vita regolare.

Ero riuscito pure a trovare tempo e modo per impegnarmi in varie attività di volontariato. Ero contento e proteso a fare sempre meglio in ogni settore per sentirmi utile in famiglia e nella società. Come si dice? Quando c’è la salute, il lavoro, la pace in famiglia, hai tutto. Cos’altro ti serve? Fondamentalmente io mi sentivo arrivato, realizzato!

È in questa situazione che è intervenuto il sogno.

Una mattina vengo svegliato da una forte eccitazione, dalla gioia di aver scoperto un grande segreto. Non sto più nella pelle, racconto a Nadia, mia moglie, il sogno:

Mi trovavo in una grande stanza, aggrappato con le mani allo stipite della finestra. Mi facevano male i polpastrelli e stavo perdendo le forze, non sarei riuscito a rimanere aggrappato a lungo. Guardavo dall’alto il pavimento che sembrava distantissimo, sentivo le vertigini e la paura di cadere. Volevo raggiungere il suolo ma non sapevo come fare perché non c’erano altri appigli lungo la grande parte di colore azzurro mentre vedevo l’abisso del vuoto ai miei piedi. Non c’era nessuno a cui chiedere aiuto. Il tempo trascorreva e la stanchezza aumentava così che alla fine mi ero deciso: con un salto avevo lasciato il mio unico punto di sicurezza pensando a come attutire la caduta. Invece, istintivamente avevo allargato le braccia e, con immensa sorpresa, iniziavo a planare. Prima lungo il perimetro della stanza perdendo poco alla volta quota e poi, battendo velocemente in su e in giù le braccia aperte con i gomiti piegati all’esterno, ero riuscito a riguadagnare altezza. Acquistando nuova sicurezza mi ero avventurato verso il centro di questa enorme stanza. La mia sorpresa non era quella di riuscire a volare ma quella di non essere riuscito prima a scoprire quanto fosse semplice farlo. Bastava staccarsi. Staccarsi dalle false sicurezze, Staccarsi dalla routine. Staccarsi dalle decisioni di altri e decidere con determinazione che dovevi muoverti, ripetere quel movimento, con forza e soprattutto con gioia. La felicità era tanta. Non mi era più sufficiente mettermi in salvo all’interno della stanza, dovevo esplorare il mondo esterno. Uscito dalla finestra, avevo planato gustando la frescura dell’aria che mi scorreva attorno e mi scompigliava i capelli, tirando la pelle della faccia. Che sensazione! Scendevo giù in picchiata con le braccia aderenti al corpo fino quasi a sfiorare le punte degli alberi. Allora tiravo su la testa e allargavo le braccia ritornando ad agitarle velocemente, con forza e riconquistando quota. Andavo su, sempre più su e perdevo costantemente velocità fino a sentire sul corpo le vibrazioni dello stallo ed allora mi rituffavo a testa in giù per cercare un campo di grano o un branco di cavalli da sorvolare. Pian piano mi rendevo conto che non potevo ripetere all’infinito quelle manovre. Le braccia mi facevano male, sentivo i muscoli pulsare impazziti, poiché in effetti avevo solo una piccola parte alata e quindi le mie braccia-ali erano insufficienti a tenermi in volo per lunghi tratti. Potevo solo planare e fare piccoli tratti in volo vero e proprio. Un pizzico di delusione mi aveva colto ma immediatamente accantonata perché in ogni caso volavo!

So che dovrei chiedere a dei professionisti però mi piace azzardare alcune interpretazioni del sogno.

Come si intuisce dalla corposa premessa, c’è un richiamo a scene vissute da bambino e totalmente parcheggiate in aree remote della mia mente che sono andate a sovrapporsi al desiderio del volo, mai sopito, dopo il periodo scolastico.

Entrambe le sensazioni sono l’allegoria di una spinta alla ricerca di qualcosa di nuovo, del non volermi accontentare della tranquillità raggiunta ma farmi mettere in gioco da una sana inquietudine, per tendere sempre al nuovo, alla ricerca del mio limite e non accontentarmi dei primi traguardi raggiunti.

Non so se sia casuale ma è proprio in quel periodo che inizia la mia avventura col rugby attività ludica ma con sfaccettature molto serie sia dal punto di vista organizzativo e sia dal punto di vista della ricerca del proprio limite personale fisico e mentale. Mi rendo, inoltre, disponibile per nuovi incarichi lavorativi in Italia e all’estero, inizio nuove collaborazioni di volontariato ed infine inizio a mettere nero su bianco i miei pensieri e le mie sensazioni per spiegare prima a me e poi agli altri cosa mi spinge nelle scelte e nella ricerca personale del senso della mia vita.

Forse non sono fatto per il volo e allora penso: “La struttura alare del Calabrone, in relazione al suo peso, non è adatta al volo, ma lui non lo sa e vola lo stesso (cit. A. Einstein)”.

Storie e personaggi: L’ Amico di facebook (epilogo)

Segue da: L’Amico di facebook (parte seconda)

Fabio e Giulia (1)

Avevo costruito tanti personaggi, non solo quelli che alla fine avevano portato ad un risultato ma anche quelli che avevano fallito il loro scopo. I motivi principali dei fallimenti erano dovuti al fatto che mi era mancato l’aggancio giusto oppure perché non ero riuscito a superare la naturale diffidenza ed infine, i più odiosi, perché mi ero fatto scoprire dalle dirette interessate o dai loro parenti curiosi che controllavano sempre i nuovi amici degli anziani congiunti. Farsi i fatti propri, no?

Durante quei mesi “creativi” e di studio, anche la mia “identità principale” di Facebook, ossia IO, Fabio, aveva mantenuto la sua vivace attività. Avevo nuovi amici in FB provenienti quasi tutti dal mondo scolastico, sportivo o dalla gente che conoscevo a Montegrotto.

Gli ex amici del lavoro li avevo cancellati: non mi meritavano.

Ogni nuovo amico portava al seguito nuove proposte di amicizia “persone che potresti conoscere” con un tot di amici in comune e amici di amici che mi chiedevano l’amicizia. Io, che ero ormai un mago delle truffe su FB, stavo molto attento ad accettare nuove amicizie che non conoscevo personalmente.

Quando avevo accettato la richiesta di amicizia di Giulia l’avevo fatto perché l’avevo trovata carina. Una bella bionda alla quale piaceva stare in mezzo alle persone e divertirsi. Avevamo molti amici in comune nell’area di Montegrotto-Abano e la sua pagina era “viva” nel senso che c’erano variegate interazioni, foto, like, commenti, riscontri da commenti di terze persone, anche di gente che conoscevo. Frequentava Villa Barbieri, partecipava alle serate con musica dal vivo al Re di Mezzo e commentava i film che vedeva al Cineplex.

Un venerdì, aveva scritto un post: “Chi viene stasera ad Abano? Con le mie amiche andiamo a prendere un gelato in centro.” Le avevo messo un like. Non perché volessi uscire con lei, quella sera non potevo, avevo i miei “compiti” da fare perché stavo seguendo l’ennesima preda. Le avevo messo il like per farle sapere che io c’ero, che esistevo così prima o poi le avrei mandato un messaggio per conoscerla. Invece, era stata lei a scrivermi in Messenger, chiedendomi come mai mi limitassi ad un like se poi non le facevo capire se fossi andato o meno. “Non vorrai lasciare tre ragazze sole in centro ad Abano a mangiare il gelato.” Il corteggiamento era iniziato, solo che mi sembrava strano non essere io a lanciare la palla per primo. Effetto dei tempi moderni, avevo pensato.

Giuliana

Un mesetto prima, il mio alter ego Carlo, il filatelico di Belluno, aveva stretto amicizia con una donna che frequentava gli stessi gruppi che lui stava seguendo col proposito di conoscere meglio Franca. Si chiamava Giuliana ed era una ex dirigente scolastico in pensione, sulla settantina. Abitava a Desenzano, in una villa sulla riva del Garda. Poche foto, tutte sulla filatelia e numismatica e interazioni mirate quasi esclusivamente ad eventi di compravendita. Era stata lei a farmi una delle offerte più generose per la mia collezione di francobolli dell’Austria imperiale.

Avevo scoperto che da oltre una settimana stava facendo le cure termali in uno dei migliori alberghi di Abano, il Grand Hotel. Le avevo detto che conoscevo bene l’albergo perché ero stato suo ospite diverse volte. Io adoravo la camera la 308 con una splendida visuale sul viale da dove vedevo il viavai dei turisti. Lei invece mi aveva detto che dalla sua camera, la 415 vedeva solo il parcheggio. Non era il massimo, benché immerso in un bel parco di magnolie. Di solito i cicli termali durano 14 giorni e si concludono di sabato, per cui era necessario stringere i tempi per non farsi scappare la preda. Le avevo chiesto di farmi un’ultima ma ragionevole offerta per i 370 francobolli ed io le avrei portato personalmente la collezione completa lì ad Abano. Le avevo detto che adoravo la località termale e facevo volentieri una passeggiata, quando potevo. Evidentemente ero stato abbastanza convincente perché mi aveva fatto la sua super offerta: 5000 euro in contanti. Ci eravamo accordati per vederci venerdì sera, dopo cena. La mia speranza era che, andando a cena, lasciasse il contante in camera così avrei potuto prenderlo sia che fosse in giro da qualche parte e sia che fosse nella cassaforte. Le casseforti degli alberghi funzionavano quasi tutte allo stesso modo e non era difficile aprirle con un piccolo congegno elettronico comprato tempo fa nel deep-web. Il mio problema era solo trovare lo stratagemma per non farmi vedere dagli inservienti mentre andavo nelle camere. Ero sicuro che dalle cucine avrei trovato la via per intrufolandomi nell’albergo senza problemi.

Giulio

Un uomo di nome Giulio era invece diventato, di recente, amico del mio alter ego Armando attraverso la comune amica Delia. Giulio faceva una corte spudorata a Delia e scambiava con lei messaggi molto espliciti nei commenti ai post pubblici. Aveva consolato Delia per la sua disavventura di essere stata derubata in casa da estranei e le aveva proposto un indennizzo se fosse andata a vivere con lui.

Da quanto scriveva, sembrava che questo Giulio navigasse nell’oro. Era spesso a cena nei migliori ristoranti di Padova, aveva pubblicato foto di sé in viaggi nei paesi dell’est asiatico, aveva partecipato a manifestazioni con auto d’epoca e condivideva spesso post di associazioni filantropiche. Lui era un attempato e distinto signore sempre sorridente.

Giulio, però, mi aveva insospettito perché sembrava fosse un truffatore pure lui. Per me era esagerata la corte che stava facendo a Delia. Da quanto avevo letto, nemmeno loro due si erano mai incontrati prima e lui le prometteva regali costosissimi. Quando mi aveva chiesto l’amicizia, o meglio quando l’aveva chiesta ad Armando, l’aveva fatto perché aveva notato che anche io ero un alpino appassionato di auto per cui avevamo molte cose in comune.

In un messaggio privato mi aveva scritto che con Delia le cose stavano andando bene. Finalmente si erano incontrati ed era scoccata la scintilla. Adesso voleva farle la proposta di matrimonio. Aveva prenotato al ristorante Aubergine ad Abano quel venerdì sera. Era un locale che a lei piaceva molto.

Giulio voleva che fosse tutto perfetto. Intanto sarebbe andato a prenderla con la sua Lancia Aurelia cabrio del ‘57 color blu notte e poi le avrebbe fatto la proposta proponendole un anello con diamante. Aveva detto che gli era costato oltre 10.000 euro ma per Delia avrebbe fatto questo ed altro.

Fabio e Giulia (2)

Che coincidenza. Si stavano concentrando tre eventi totalmente diversi l’uno dall’altro e tutti di venerdì sera ad Abano. La fortuna cominciava a girare dalla mia parte.

Avevo già studiato un bel piano. Il difficile era incastrare gli orari.

Prima di cena mi sarei intrufolato dalle cucine al Grand Hotel e sarei salito al quarto piano aspettando l’uscita di Giuliana dalla stanza. Avrei aperto la porta con la mia tessera multicodice (essere un mago dell’informatica può avere i suoi vantaggi) e mi sarei diretto alla cassaforte.

Poi sarei andato all’appuntamento con Giulia e le sue amiche. Avrei preferito che le sue amiche mi avessero lasciato solo con Giulia ma ero disposto ad offrire la cena a tutte pur di entrare all’Aubergine per vedere bene questo Giulio così da prendere più informazioni su di lui. Era una miniera d’oro.

Volendo avrei potuto tentare i trucchi da borseggiatore e togliere dalle tasche di Giulio l’anello con diamanti ma non ne valeva la pena. Sapevo come entrare a casa di Delia.

Intanto mi trovavo al cospetto dei miei monitor, ognuno collegato a FB con un profilo diverso: Fabio era collegato con Giulia, la bella bionda trentenne, Carl con Giuliana o, come la chiamavo io, la pratica “Desenzano”. Infine, c’era Armando che stava ricevendo un assedio di domande da parte di Giulio. L’aveva detto pure lui che forse stava esagerando ma era in tensione per l’incontro e la proposta da fare a Delia. Mi aveva eletto a confidente.

Per proteggere le varie identità che assumevo c’erano altri due terminali che mi mostravano il corretto funzionamento di tutte le impostazioni di sicurezza dei firewall e delle VPN.

Mi sarei dovuto preparare per uscire e controllare l’apriporta e il congegno per la cassaforte ma non ne avevo il tempo. Ero impegnato a rispondere a tutti i messaggi che arrivavano. Sapevo che ce la potevo fare. Sapevo di essere superiore a tutti gli altri. Sapevo di essere una macchina da guerra. Sapevo che non mi poteva fermare nessuno.

Quello che non sapevo era che Giulia stava seguendo la mia pista digitale, cioè stava percorrendo a ritroso il segnale che arrivata al suo device fino a raggiungere il mio. Similarmente non sapevo che, con identità diverse, sempre lei era entrata nelle amicizie di Carlo, attraverso uno dei gruppi che lui seguiva in comune con Franca e sempre lei era Giuliano.

Non sapevo nemmeno che con lei c’erano altri agenti della polizia postale di Mestre che stavano controllando i miei messaggi per risalire fino al punto di origine aggirando tutti i miei trucchetti.

L’idea di Giulia (almeno il nome era vero, ho scoperto in seguito) era stata quella di distrarmi con le tante domande, impormi un ritmo elevato riducendo la mia capacità organizzativa e spingendomi a fare confusione tra i 3 diversi personaggi e scenari che mi aveva presentato. Era riuscita nel suo intento perché non avevo colto i segnali che pure mi arrivavano dalle notifiche di alert sul monitor del VPN e dai log del firewall. Li avevo davanti a me, sarebbe bastato solo leggerli.

In passato non avrei perso tempo con distrazioni tipo Giulia. Invece, lei era riuscita non solo a vincere la diffidenza ma a stimolare l’ingordigia. Mi aveva messo due “lavori” che seguivo da diverse settimane, nella stessa zona e negli stessi orari, aggiungendo lo zuccherino finale: l’incontro con una bella biondona che mi aveva fatto dei piccoli ammiccamenti.

C’ero cascato come un pollo. Caduto nello stesso tipo di trappola che avevo preparato per gli altri durante i miei lunghi mesi di attività.

Quando ero arrivato al Grand Hotel, tutto si era svolto come previsto. Mi ero chiuso nello stanzino delle scope, in attesa di veder uscire la “pratica Desenzano”. Era vestita molto elegantemente e si era diretta all’ascensore passandomi davanti e spargendo in tutto il corridoio una raffinata fragranza di profumo. Aveva evidentemente esagerato come fanno di solito le persone anziane. Aveva con sé una borsetta molto piccola per cui ipotizzavo che non avesse portato con sé i soldi che avrei trovato in camera, come speravo.

Non appena avevo sentito partire l’ascensore, ero uscito dal mio nascondiglio e mi ero diretto alla porta della stanza 415. Avevo inserito la mia carta ed avviato il code-scanner. Dopo qualche istante, il clack dell’elettro-serratura mi apriva la porta al giusto guadagno per le mie fatiche. La luce nella stanza si era accesa in automatico. Avevo richiuso la porta alle mie spalle e guardavo con attenzione per scoprire dove si trovava la cassaforte. Nelle camere piccole di solito la si trovava vicino all’ingresso ma questo era un bell’appartamentino con tanto di salotto per cui forse avrei dovuto cercare in camera da letto. Fatti i pochi passi che mi separavano dalla porta della camera, mi ero fermato per ascoltare meglio. Qualcosa non quadrava. Si sentivano scricchiolii provenienti dal bagno. Non avevo avuto nemmeno il tempo di girarmi che, in contemporanea, si era accesa luce della stanza mostrandomi due poliziotti con le armi in pugno e la porta del bagno si era aperta con un terzo poliziotto, donna, che mi bloccava l’uscita. In quel momento mi ero reso conto che ero finito in trappola. Avevo la sensazione di conoscere quella poliziotta. “Ciao Fabio, sapevo che eri impaziente di uscire con me per cui ho anticipato il nostro incontro. Sono Giulia.”

Mentre Giulia parlava e io realizzavo quanto fossi stato stupido, mi ero già ritrovato con entrambe le braccia dietro la schiena e le manette ai polsi. A terra c’era il mio code-scanner. L’unico stupido pensiero era stato “Speriamo non si sia rotto.”

Epilogo amaro

“Sono Fabio e ho 32 anni”.

Stavo raccontando la mia storia e mi rendevo conto che nessuna delle mie conoscenze nel campo informatico, in quel momento mi avrebbe potuto aiutare. La stanza degli interrogatori della Polizia Postale di Mestre era angusta e disadorna. C’era una sola finestra ma troppo in alto e con le sbarre. Sul tavolone alcuni album per francobolli, qualche stampa di contratti on-line per le carte di credito italiane, francesi e spagnole. Le stampe di alcune foto che avevo scattato col telefonino, la trascrizione delle chat tra i miei alter ego e le vittime. Si, loro le chiamavano così: vittime. Nessun eufemismo. Giulia aveva un sorriso canzonatorio. Sapeva di essere stata più brava di me e lo faceva pesare, in ogni occasione. Non era entrata nei particolari dell’operazione ma aveva evidenziato che i due operatori seduti all’altro capo del tavolo erano sulle mie tracce da diversi mesi.

La sua unità controllava molti nuovi utenti dei social network e verificava se quegli utenti uscivano dal nulla o corrispondevano a persone vere. Avevano notato subito molte stranezze e avevano sottoposto il caso a Giulia. Era di Giulia la responsabilità del settore frodi informatiche via social. Mi avrebbero potuto fermare subito, chiudendo i miei account e me la sarei cavata con una denuncia, rischiando fino ad un anno di detenzione. La complessità del sistema che avevo montato, li aveva invece convinti che avessi una grossa organizzazione alle spalle e volevano prendere il cosiddetto pesce grosso. Si erano resi conto in pochi giorni che lavoravo da solo e che il mio obiettivo non erano solo le truffe.

Dopo il furto a casa di Delia, Giulia aveva giurato di farmela pagare ed aveva lavorato per tessere la sua trappola attorno a me. Il primo tassello era stato costruire il personaggio di Giuliana. Voleva giocare al gatto col topo per un paio di settimane, raccogliere quante più prove possibile e poi arrestarmi. Quando si è accorta che stavo architettando una truffa complessa con le carte di credito, mi aveva lasciato fare solo perché le serviva scoprire le lacune dei sistemi informatici delle banche. In compenso mi aveva gettato un altro amo, tramite Giuliano. La scelta dei nomi l’aveva fatta al solo scopo di prendermi in giro nonostante le proteste dei suoi colleghi. Temevano che mi accorgessi dell’omonimia. Invece non ci avevo proprio fatto caso. Giulio e Giuliana per me erano due nomi totalmente diversi. Mi sarei dovuto accorgere della trappola quando avevo ricevuto la richiesta di amicizia da Giulia ma non c’era nessun nesso con gli altri account e soprattutto Giulia era un personaggio ben costruito ed io ero caduto nel trucco più vecchio del mondo: mi ero fidato della provocante immagine della bella biondona.

Mentre i suoi colleghi conducevano l’interrogatorio, Giulia interveniva solo per segnalarmi ogni errore che avevo fatto, ogni traccia lasciata sul web.

Chissà quanto si era divertita ad utilizzare contro di me i miei stessi trucchi, come si stava divertendo ad annunciarmi gli anni di galera che corrispondevano ad ogni singolo reato commesso.

Avevo davanti ai miei occhi il sorriso dell’amica di Facebook, la Giulia che avevo sognato di conquistare. Lei Sorrideva ma non come avevo sperato. Era un sorriso beffardo che gongolava di soddisfazione. Il bel finale di serata era andato in fumo assieme a tutti i sogni della mia vita.

Storie e personaggi: L’ Amico di facebook (parte seconda)

Segue da: L’Amico di facebook (parte prima)

Bruno ed Elena

Elena era la proprietaria di uno storico negozio di generi alimentari a Montegrotto Terme. Dicevano tutti che Elena fosse piena di soldi come un uovo. Viaggiava molto, aveva un buon carattere ed era molto ben disposta ad aiutare le persone.

Per Elena mi ero trasformato in Bruno Pagani, un figlio di italiani emigrati in Francia negli anni ’50. Ero un ultrasessantenne con la voglia di viaggiare. Mi piaceva la musica classica, casualmente come ad Elena, e mi ero da poco separato dalla moglie con la quale gestivamo un negozio di abbigliamento a Parigi. Il negozio e la casa erano suoi. Lei mi aveva licenziato e in poco tempo io mi ero ritrovato solo, senza casa e con il sussidio di disoccupazione che copriva a stento l’affitto della vecchia topaia in cui vivevo. Fortunatamente ero riuscito a farmi restituire dall’ex moglie tutti i miei dischi di musica classica e tutte le copie del National Geographic col quale preparavo i miei viaggi. Attualmente sognavo di andare a visitare parte dell’Africa e dell’Asia.

La pagina FB di Bruno Pagani era sommersa di fotografie di posti esotici e commenti del tipo “Ricordo i bellissimi tramonti da questa spiaggia” oppure “Che soddisfazione raggiungere la cima, ma avevo venti anni di meno” o anche “Il viaggio nel deserto è un’esperienza che mi manca ma per quest’anno, grazie a mia moglie, mi dovrò accontentare di visitare i Campi Elisi”. Logicamente quasi tutti gli articoli condivisi erano in francese mentre i commenti erano in entrambe le lingue. Non era stato facile lavorare col traduttore di Google. All’inizio facevo tantissimi errori, poi un poco alla volta mi ero specializzato nella traduzione in francese. Avevo imparato a fare la contro traduzione dal francese all’italiano per ridurre gli errori e ogni tanto provavo con un passaggio dall’inglese per vedere se c’erano sfumature diverse nei significati.

Avevo postato decine di collegamenti a Youtube con eventi dei grandi Maestri che dirigevano le loro orchestre durante memorabili concerti. Qualche commento qua e là (copiato da altre bacheche perché in realtà non sapevo nulla di musica classica) per far vedere che apprezzavo o criticavo qualche esecuzione.

I trucchi erano sempre gli stessi: creare un personaggio credibile, avere uno o più punti di affinità con l’oggetto delle mie attenzioni (non mi piaceva chiamarla vittima) ed essere in una situazione che potesse suscitare tenerezza ed empatia. Le affinità, in questo caso, erano il negozio, i viaggi e la musica, la storia strappalacrime veniva costruita sulla separazione e la sopravvenuta ed ingiusta indigenza economica.

Con Elena aveva funzionato alla grande anche se lei aveva insistito per vedere delle mie foto. Avevo fatto un azzardo ma ero riuscito a produrre delle buone foto ricorrendo a vari software di invecchiamento, non prima di aver modificato manualmente con photoshop alcuni dettagli del viso, tipo il naso a patata e gli occhi rotondi invece che ellittici. Gli sfondi li avevo presi da foto o video di località francesi.

Elena si era lasciata intenerire subito dalla mia storia e man mano che diventavamo più intimi si sentiva sempre più attratta fino a diventare intraprendente. Mi diceva che era un peccato che vivessi così lontano perché le sarebbe piaciuto conoscermi e frequentarmi. Si era proposta di pagare per me il viaggio in aereo, data la mia precaria situazione economica. Che fare? accettare e portare a casa un migliaio di euro o rischiare e tentare l’aggancio per un bottino più grosso? Avevo scelto la seconda possibilità. Sentivo che avrei potuto mettere a punto una buona strategia.

Le avevo fatto capire che ero colpito dalla sua proposta e le avevo confidato che lei mi piaceva molto, tanto da fare qualsiasi follia assieme a lei. Però non potevo muovermi da Parigi. Oltre agli affetti familiari, cui mi sentivo ancora legato, avevo bisogno di risollevarmi economicamente.

Dopo che mi sarei assestato, mi sarebbe piaciuto fare qualche viaggio assieme a lei, andare in giro come esploratori e goderci la bellezza tutto intorno a noi. Per il momento non era il caso che venissi in Italia perché non conoscevo più nessuno mentre nel campo del commercio, a Parigi, potevo fare leva sulla serietà e professionalità per le quali ero noto. Grazie ad esse mi stavo buttando in un nuovo progetto: aprire un negozio di intimo di una nota linea italiana in franchising. L’unico ostacolo erano le banche che non mi concedevano il prestito di cui avevo bisogno. Ero riuscito ad ottenere 80.000 euro che sarebbero bastati per la concessione del marchio e le prime spese ma avevo bisogno di ulteriori 30.000 euro per la caparra del negozio e per completare l’allestimento. Forse avrei dovuto rinunciare al mio sogno!

Era stata Elena stessa a proporre che mi desse lei quei soldi. Voleva però alcune garanzie. Io avevo avanzato l’ipotesi di una co-intestazione dell’attività ma lei aveva rifiutato. Piuttosto voleva che andassi io stesso a prendere i soldi: mi avrebbe pagato lei il viaggio. Dopo aver fatto finta di pensarci, perché non volevo che lei rischiasse il suo capitale se fossero andati male gli affari, avevo accettato promettendole che sarei arrivato in pochi giorni. Il giorno successivo le avevo mandato una copia del biglietto del treno, più economico dell’aereo (e più facile per me da riprodurre) e le avevo detto che ero immensamente felice di poterla conoscere presto di persona. Anche se, di fatto, era come se la conoscessi da sempre.

Il giorno prima della fittizia partenza, le avevo mandato la foto da un letto d’ospedale con una gamba ingessata ed in trazione. “Che brutto incidente. Non ci voleva! Proprio ora che stavo venendo a conoscerti… La settimana prossima devo andare a firmare il contratto d’affitto. Senza quei 30.000 euro sono rovinato. Non è che puoi venire tu?” Sapevo già che lei non poteva lasciare il negozio e senza pensarci due volte, mi aveva chiesto un IBAN per mandarmi i soldi. Avevo già previsto questa eventualità ed ero pronto con una carta di credito virtuale francese.

Appena verificato l’arrivo del denaro, avevo fatto l’acquisto di alcuni costosissimi componenti per i miei server, su Amazon, e li avevo fatti consegnare presso un supermercato a Padova dove speravo di non essere riconosciuto. Con la rimanenza avevo eseguito due bonifici su due diverse carte virtuali spagnole e da quelle, suddividendo ulteriormente il capitale, avevo mandato i soldi su 4 carte italiane utilizzate poi per prelevare il tutto nei 4 giorni successivi.

Una volta completati i prelievi, Bruno Pagani, anzi Paganì alla francese, come scriveva Elena, era sparito da FB e con lui i 30.000 euro. Elena era distrutta per la perdita dei soldi ma ancora di più per essere stata illusa, delusa ed abbandonata da una persona di cui si fidava, che le sembrava la sua anima gemella e alla quale si era affezionata come se l’avesse avuta sempre davanti ai suoi occhi. Si rimproverava di essere cascata in quel banale trucco. Quello che non aveva capito era che i soldi non erano distanti, infatti Il suo Bruno aveva la metà degli anni dichiarati e abitava solo a due vie di distanza dalla sua.

Carlo e Franca

Avevo notato Franca, un’arzilla anziana, all’ufficio postale di Montegrotto Terme. Chiedeva spesso informazioni filateliche ma non ricordavo di averla vista altre volte in giro. Nemmeno su facebook avevo trovato qualcuno di Montegrotto che le somigliasse. Secondo me era troppo anziana per avere una pagina FB e siccome mi sembrava che avesse un portamento aristocratico e non lesinava di far mostra di bracciali e collane d’oro, stavo già valutando quale stratagemma utilizzare per avvicinarla.

Si presentava come un caso difficile da seguire. Non sapevo nulla di lei, però ero stato capace di cogliere un’occasione al volo. L’avevo vista tra la folla che si apprestava ad assistere ad una rappresentazione di teatro dialettale. Ero entrato anche io al Palaturismo ed avevo scovato un posto proprio dietro di lei. Prima che iniziasse lo spettacolo, mi ero messo ad origliare quello che diceva l’anziana signora col suo portamento elegante, alla sua amica, distinta anche lei ma non all’altezza della prima. Era importante starle vicino per attingere quante più informazioni possibili. Ed ecco che la vedo estrarre il suo cellulare, controllare la pagina FB e scrivere qualcosa. Col mio smartphone, facendo finta di messaggiare, riuscivo, dopo vari tentativi, ad avere una foto perfetta del suo schermo. Tramite la sua immagine profilo ed i nomi degli amici che vedevo l’avrei sicuramente rintracciata. Comunque, la situazione non si presentava facile da gestire. Mi ero fatto l’idea che fosse una donna colta ed intelligente quindi, in teoria, difficile da plagiare. Io mi ero creato una mia teoria, quasi un principio filosofico o un assunto matematico derivante da alcune idee sentite durante un corso fatto anni prima sulla sicurezza informatica:

I non nativi digitali, pur avendo tutta l’intelligenza del mondo, non hanno, nel proprio bagaglio culturale quelle accortezze che per istinto o per induzione, hanno i ragazzini.

Secondo tale teoria, si salvano solo gli addetti del mestiere perché per la propria attività lavorativa sono a conoscenza dei rischi della rete. Tutti gli altri, pur utilizzando al meglio gli strumenti non ne conoscono i segreti. Per capirci è come un bravissimo guidatore di automezzi che ritrovandosi con l’auto in panne non sa minimamente dove mettere le mani mentre un guidatore, magari maldestro, che durante l’infanzia si è divertito a smontare e rimontare motorini, moto od auto, riuscirà a ripartire per la propria destinazione o quantomeno per la prima autofficina. I nativi digitali non sono solo più svegli degli adulti ma, oltre le esperienze dirette che acquisiscono, vengono educati nelle scuole ai rischi della rete.

Dopo centinaia di tentativi ero riuscito a trovare la donna misteriosa. Non viveva a Montegrotto bensì ad Albignasego, ed aveva un nome di contatto bizzarro: “Franonna aponense”. Il suo vero nome era Franca Contin. Parlava spesso degli studi sulle presenze romaniche nella zona termale, della storia di “San Pietro in Montagnon”, vecchio nome di Montegrotto, della storia dei paleoveneti, della dominazione austriaca nel Veneto, di cui sembrava quasi nostalgica, dello sfruttamento termale nel periodo romano e medievale e soprattutto di quello del periodo recente con l’eccesso di cementificazione che ne era seguito. Aveva una predilezione per le passeggiate sui colli euganei ma si arrabbiava ogni volta che vedeva una cava di trachite, perché turbava il panorama naturale.

Scavando nei suoi interessi ero finalmente riuscito a trovare il mio cavallo di Troia: i francobolli. Era una collezionista incallita. Partecipava a diversi gruppi filatelici su FB, alcuni pubblici ma molti privati: si vedeva solo il nome del gruppo e molti gruppi avevano nomi per me illeggibili. Probabilmente in quei gruppi avvenivano gli scambi dei francobolli.

Per riuscire a far breccia su di lei mi ero dovuto mettere nel mio ufficio-sala server-scrittoio-ecc, per ore ed ore a studiare i francobolli più famosi, le collane storiche e gli annulli filatelici più importanti. Lei metteva tanti like alle serie complete italiane e austriache e agli annulli degli eventi commemorativi mentre sembrava poco interessata agli annulli degli eventi contemporanei, delle squadre sportive, delle manifestazioni popolari od altro.

Per Franca avevo deciso di diventare Carlo Serafini. Un ottantenne di madre austriaca che mi aveva sempre chiamato Karl. Abitavo in provincia di Belluno. Ero entrato in alcuni dei gruppi che seguiva Franca. Quelli che avevano il nome illeggibile erano austriaci. Avevo postato molti commenti a francobolli rari (sempre copiati da altri commenti in altri gruppi) e lo facevo sia in italiano e sia in tedesco sui gruppi austriaci.

Dopo un paio di settimane le avevo chiesto l’amicizia in FB. Lei, intelligentemente, mi aveva chiesto se ci conoscessimo. Io le avevo risposto candidamente di no ma che era tra le persone che avevo visto nei gruppi che frequentavo. Le avevo detto di essere nuovo in FB. Io ero solo, senza figli e nipoti. Dopo la morte di mia sorella, i francobolli erano rimasti la mia unica compagnia. Da quando un mio amico mi aveva convinto ad entrare in FB, qualche mese prima, ero più felice perché avevo trovato persone con cui parlare la stessa lingua, soprattutto nei gruppi filatelici.

Non mi aveva dato subito, l’amicizia. O non l’avevo convinta oppure stava cercando ulteriori conferme sulla mia identità. Avevo lavorato molto sulla mia figura in FB. Tanti “Grazie per avermi accolto nel gruppo”, “Grazie per la tua preziosa amicizia” e qualche condivisione di commenti per depressi da isolamento (basta cercare, ne trovi tanti. Sembrano frasi positive ma evidenziano lo stato di solitudine di chi le condivide o di chi vi appone i propri like).

Finalmente, dopo che avevo messo il commento ad un post sul programma di un’asta filatelica a Vienna, precedentemente commentato da Franca, era arrivata la conferma alla mia richiesta di amicizia. Non potevo dire che ormai ce l’avevo fatta ma adesso mi sentivo più ottimista. Il bacino di utenza della filatelia era comunque da non trascurare. Se Franca non mi avesse concesso la sua amicizia entro qualche settimana, avrei cercato altri bersagli.

Avevo evitato di essere immediatamente aggressivo nei suoi confronti, nel senso che c’ero andato piano con i commenti ed i like ai suoi post. Mi era sembrata più avveduta di molte altre persone, anche più giovani di lei.

Un giorno avevo messo un annuncio nella bacheca di un gruppo filatelico dicendo che vendevo tutta la mia collezione di 370 francobolli austriaci del periodo imperiale. Unica condizione: non dividere la collezione. Solo per interessati, no perditempo. Trattativa privata.

Tra le tante risposte, non avrei mai immaginato tutto questo successo, era arrivata anche quella di Franca, con un messaggio essenzialista ma deciso: “Perchè?” Le avevo risposto via Messenger che non stavo attraversando un buon periodo: il costo dei miei medicinali assorbivano gran parte della mia pensione da professore di matematica. Sapevo che ormai non avevo moltissimi anni davanti ed ero senza eredi. Inutile conservare le mie collezioni per parenti lontanissimi che nemmeno conoscevo e che magari non avrebbero saputo dare il giusto valore alle cose. Con calma, perché non avevo nessuna premura di disfarmi di tutte le mie collezioni, però avrei venduto solo a veri intenditori una collezione all’anno. Iniziavo con quella austriaca perché era la più imponente, assieme a quella italiana. E stavo dando via un gruppo di francobolli preziosissimi ed antichi. Avrei chiesto 4500 euro.

All’inizio Franca mi aveva detto che ero matto: nessuno avrebbe speso così tanto in un colpo solo. Poi, man mano che le mandavo foto di alcuni francobolli (presi da internet e modificati in piccoli particolari) mi aveva detto che erano pezzi rarissimi e che forse chiedevo anche poco.

“A lei interessano?” le chiesi (con Franca non ero mai entrato in intimità, mi ero sempre mantenuto sul rapporto formale). Franca mi rispose che quei francobolli le piacevano perché legati ad un periodo storico che adorava, però non avrebbe potuto spendere così tanto al momento. Io le venni subito incontro dicendole che poteva pagarmele un poco alla volta. Una prima rata da 1500 ed il resto anche rate da 500 euro al mese. Lei mi aveva risposto che ci doveva pensare ed io le avevo detto che ci pensasse liberamente ma nel frattempo se avessi ricevuto un’offerta con pagamento immediato, l’avrei accetta perché, come le avevo accennato, mi trovavo in una situazione in cui avevo assoluta necessità di quei soldi.

Il giorno dopo mi disse che avrebbe preso l’intera collezione ma che non le piacevano i brodi lunghi per cui avrebbe pagato in due rate di 2250 euro l’una. Le chiesi l’indirizzo di casa per spedirle la collezione e le diedi l’IBAN di un’ennesima carta di credito virtuale. Lei aveva fatto subito il bonifico, io le mandi il giorno seguente la foto di una ricevuta di spedizione da Alleghe (BL) ad Albignasego (PD) con tanto di indicazione “Assicurata”. Questo mi dava il tempo di circa due giorni, quelli che mi servivano per incassare i soldi.

Nei pressi del piazzale della torre ad Albignasego, era parcheggiata una vecchia Kangoo con qualche graffio sulle portiere. La gente, passandogli accanto, vedeva uno stempiato trentenne seduto al posto di guida mentre mangiava con calma ed aria indifferente la sua pizza al taglio. Io ero relativamente tranquillo perché non ricordavo di avere amici o conoscenti in quella località.

Quando avevo visto Franca uscire da casa ed entrare nella sua Ypsilon nuova e ben curata per dirigersi all’ennesimo evento culturale a Montegrotto, avevo bevuto il mio ultimo sorso di birra, avevo acceso il motore del Kangoo e mi ero diretto al parcheggio dietro l’abitazione. La porta era blindata ma le finestre erano facilmente accessibili. Dentro casa avevo trovato abbastanza oro, nascosto come al solito nei cassetti e dentro l’armadio. Molti anelli, collane e bracciali erano tranquillamente esposti sul comò. Avevo prelevato anche un paio di oggetti di valore, un televisore portatile e tutte le collezioni di francobolli. Da quella notte, di Carlo Serafini non c’era più traccia in FB.

Continua…