Storie e personaggi: L’ Amico di facebook (parte prima)

Mi chiamo Fabio ed ho 32 anni.

Due anni fa sono stato licenziato dalla Web&IT, la ditta in cui lavoravo a Padova. Quegli stronzi dei miei colleghi mi avevano messo nei guai. Secondo me, solo per invidia. Ero più bravo di loro. Riuscivo a scrivere un intero programma in pochi giorni. Certo, da aggiustare qua e là ma la struttura principale era pronta in meno di una settimana mentre nello stesso tempo, Elvio e Pietro riuscivano a stento a capire quale layout grafico fosse più intuitivo in base alle richieste del cliente. Poi ci volevano un paio di mesi per vedere la prima beta-version del programma.

Io mi ero specializzato nelle comunicazioni e conoscevo tutti i segreti degli indirizzi IP, del routing, del natting, dei DNS e dei Proxy. Pietro, in particolare, veniva da me quando aveva problemi per i suoi programmi; venivano tutti da me ma lui di più. Alla fine, si era accorto che durante le ore di lavoro producevo e vendevo chiavette USB con programmi per la visione gratuita dei canali digitali a pagamento. Usavo le strutture informatiche della ditta per aggiornare e fare gli upload ai clienti degli indirizzi IP dei server che trasmettevano in streaming soprattutto gli eventi sportivi in chiaro. Era un lavoro continuo perché le polizie postali di tutto il mondo si divertivano a chiudere un paio di siti al giorno. Avevo un sacco di richieste. Guadagnavo 30 € a chiavetta ma era necessario essere veloci e assidui e proteggere sempre meglio i programmi dagli assalti degli sbirri.

Pietro aveva confidato ad Elvio quello che facevo ed Elvio era corso subito dal titolare. Appena l’ho saputo, sono entrato nell’ufficio di Pietro e l’ho aggredito urlando che era un ingrato e uno stronzo. Le urla avevano attirato Elvio che era entrato con aria di sfida dicendomi di prendermela con lui se avevo coraggio. Non gli avevo dato nemmeno il tempo di finire la frase che l’avevo afferrato con i pugni stretti sul suo maglione da nerd a scacchi neri e rossi e l’avevo scaraventato addosso alla parete di cartongesso che si era rotta fragorosamente.

Un’ora dopo avevo già finito di raccogliere tutte le mie cose dall’ufficio con la lettera di licenziamento immediato in tasca.

Da allora mi ero dovuto arrangiare con lavoretti di vario genere. Nessuno nel campo dell’informatica. La Web&IT aveva fatto terra bruciata attorno a me. Ho fatto il cameriere qua e là, però avevo trovato una nuova fonte di guadagno, molto più remunerativa delle USB per lo streaming.

Avevo notato che alcune persone scrivevano in continuazione su Facebook tutto di tutto su di loro. Molti erano anziani e soprattutto donne. Ne avevo trovate tante, comprese delle nonnine che conoscevo di vista perché abitavano anche loro a Montegrotto Terme. Avevo iniziato a seguirle su FB con molta discrezione e anche nel mondo reale. Sapevo dove andavano a fare la spesa e cosa compravano. Conoscevo i loro familiari e qualche loro abitudine. Da FB riuscivo a sapere tutto il resto, anche i loro pensieri più intimi.

Armando e Delia

La signora Delia era rimasta vedova circa 4 anni prima. Non era molto anziana ed era ancora sinceramente legata al marito Luciano. Facendo alcune ricerche avevo scoperto che Luciano aveva fatto il militare negli Alpini e mi è bastata questa informazione per mettere a punto la mia strategia di aggancio. Per l’occasione avevo aperto un nuovo account a nome di Armando Piccolin. Il nome era vero, l’avevo trovato nell’elenco del contingente di Luciano e sapevo che era morto anche lui. Abitava a Thiene, abbastanza distante per sperare che non si fossero più né visti e né sentiti, dopo la leva militare.

Avevo iniziato a scrivere a Delia facendo finta di cercare informazioni sui componenti della nostra compagnia perché dovevamo organizzare la cena per festeggiare il 50° anno dal congedo. Mi ero presentato su Messenger dicendole di sapere che fosse la moglie di Luciano ma che non riuscivo a trovare lui in FB. Mi rispose piccata dicendomi che Luciano era morto ed era impossibile che io non lo sapessi perché lui era sempre stato in contatto con l’Associazione Nazionale Alpini. Le avevo detto che non lo sapevo affatto e che la cosa mi lasciava molto addolorato perché avevo passato delle giornate veramente intense con Luciano. Dopo il primo momento di imbarazzo e sospetto, ero riuscito a fare breccia nella sua diffidenza parlandole spesso delle belle avventure che come Alpini avevamo vissuto.

Qualche giorno dopo era stata lei a chiedermi l’amicizia in FB. Era il primo passo per piazzare la trappola che le stavo tendendo. Per me era un lavoro lunghissimo e faticoso. Dovevo concentrarmi per pensare come se fossi realmente Armando e immaginare gli ipotetici discorsi fatti con Luciano. Mi ero costruito un passato rispettabile mettendo tantissime foto prese dai raduni degli alpini, condividendo pagine su pagine che con foto di militari, di guerra e di motori. Luciano ed io eravamo grandi appassionati di auto sportive. Commentavo, inoltre, qualsiasi articolo in cui Delia metteva un like. Ad ogni suo saluto del mattino le mettevo un commento carino, ad ogni risposta da parte dei suoi amici o parenti, mi segnavo quanto frequentemente interagissero e disegnavo la rete dei suoi affetti, per sapere da chi guardarmi e chi adulare per ottenere un suo indiretto sostegno. A Delia piacevano le poesie e io cercavo ogni giorno una poesia da condividere. Non era facile per me che non ne conoscevo nemmeno una, però mi facevo ispirare dai post di una mia amica.

Ogni volta che volevo accedere a FB con l’account di Armando lanciavo un programma di VPN che avevo fatto io stesso. Sarebbe stato un bel prodotto da vendere se non fosse che usavo tecniche di protezione e mascheratura di indirizzo, illegali in Italia. Il localizzatore dell’indirizzo IP diceva che io ero connesso da un server di Thiene. In realtà i miei dati viaggiavano dall’Italia al sudest asiatico utilizzando il free wi-fi di un centro commerciale malese per “pulire” la traccia e inoltrarla nuovamente in Italia dove le facevo fare ulteriori passaggi per ottenere il risultato che desideravo.

Usavo inoltre un altro account di controllo per entrare nelle pagine FB dei parenti di Delia. In questi casi la foto di una bella biondona russa funzionava bene sia con gli uomini che si tuffavano come le api sul polline e sia con le donne che si sentivano subito in empatia con un esponente del proprio sesso sebbene sembrasse al di fuori della normale cerchia di amici. Anche da parte della biondona qualche like ogni tanto e un paio di commenti simpatici. Assolutamente vietato trattare o mettere like su qualsiasi argomento che richiamasse faziosità tipo politica, tifo sportivo, religione e argomenti filosofici.

Delia aveva trovato in Armando un appiglio per riportare alla mente il suo povero marito e smaltire quella rabbia interiore per il fatto che lui, morendo, l’aveva lasciata sola. Sentire parlare di Luciano la rendeva felice e meno sola. Era normale che non volesse sbottonarsi completamente con me però ero sicuro di essere riuscito ad indurle il pensiero che la mia attenzione nei suoi confronti si stesse trasformando in interesse passionale.

Un poco alla volta avevamo iniziato a parlare di pensioni e dei rischi di tenere tutto il denaro a casa. Io le avevo detto che mi ero fatto il bancomat, lei invece preferiva ritirare tutto e tenere i soldi a casa. Era l’informazione che mi serviva. Ormai sapevo quando andava in posta a ritirare la pensione. Mi aveva confidato che teneva la chiave di scorta dentro la cassetta del contatore dell’acqua. Mi era stato facile sapere quando avrei avuto la casa libera per un paio d’ore. Era bastato chiederle quando sarebbe andata dalla parrucchiera, il che avveniva sempre entro un paio di giorni dal ritiro della pensione.

Mi ero introdotto in casa di Delia con molta circospezione. Non mi ero reso conto che fare lavoretti sporchi a Montegrotto, dove vivevo e dove mi conoscevano quasi tutti, era una grossa imprudenza. La mia presenza lì non era per niente giustificata. Fortunatamente il retro della sua casa dava su un vicolo quasi invisibile. Avevo posizionato là il mio Kangoo, una macchina da 4 soldi ma comodissima per svaligiare una casa.

Mi ero diretto subito nella camera da letto di Delia e avevo aperto il cassettino della toletta che aveva un fermo da sbloccare per estrarre completamente il contenitore e accedere al vano segreto. C’era il contante accuratamente conservato in una busta di carte e alcuni gioielli nelle loro scatolette. Non valeva la pena mettere a soqquadro la casa. Se tutto fosse andato bene, Delia si sarebbe accorta del furto solo dopo un paio di giorni rendendo più difficile l’individuazione del momento esatto dell’effrazione. Mi restava da fare solo un’ultima cosa: prelevare un vecchio fucile di cui mi aveva parlato. Quello da solo valeva circa 200€, più di quello che mi avrebbero dato per tutto l’oro trovato.

Adesso ero ad un bivio. Continuare a scrivere a Delia come se non fosse successo niente o dileguarmi immediatamente, togliendole l’amicizia ed eliminando l’account. Ero rimasto a guardare cosa capitasse. Se Delia non avesse sospettato di me, casa sua sarebbe stata sicuramente una tappa da riproporre saltuariamente nei mesi successivi.

Continua…

Personaggi: Dommy – (Festa in diga)

Era stata una giornata molto calda e stancante ma l’eccitazione era alle stelle. Avevamo organizzato la tanto agognata rimpatriata tra compagni di scuola ormai cinquantenni. Una mega festa in cui eravamo presenti un centinaio di diplomati nell’88 al Liceo Scientifico Fermi di Padova. La zona della Diga di Chioggia, col grande parcheggio e l’immenso spazio sulla spiaggia, era stata individuata come la location migliore per una festa privata in grande stile. Eravamo 500 persone, forse di più. Ogni diplomato era venuto con il proprio partner, marito o moglie che fosse, qualcuno con l’amante e molti amici.

Era scioccante constatare le trasformazioni che tutti noi avevamo subito nel corso degli anni. In qualcuno mi era stato difficile rivedere il volto che avevo memorizzato oltre 30 anni prima. Nè il ragazzino con le prime pelurie e l’atteggiamento da uomo per nascondere l’insicurezza e nemmeno i volti snelli delle ragazze lentigginose. C’erano persone che mi salutavano come se ci fossimo visti il giorno prima ma a me sembravano perfetti sconosciuti. Altri non avevano cambiato un capello, più rotondetti e occhi scavati dalla frenesia quotidiana ma erano gli stessi di trent’anni prima.

Man mano che incontravo i miei vecchi compagni di scuola mi rendevo sempre più conto che stavo osservando il variegato spaccato della nostra società. C’era chi occupava i gradini più alti della scala sociale avendo conseguito le migliori specializzazioni nei rispettivi corsi di studio e di ricerca o essendosi buttato a capofitto nell’attività lavorativa presso l’azienda di famiglia o in quella creata autonomamente dal nulla nell’effervescente campo imprenditoriale della provincia patavina. Assieme a loro c’erano, invece, coloro che avevano clamorosamente fallito le aspettative proprie e delle famiglie, fiduciose che un diploma al Liceo scientifico potesse aprire mille porte, da quelle delle università più prestigiose, agli impieghi pubblici fino ad incarichi dirigenziali nelle grosse aziende.

Bruno era alto, riccioluto e scarno. Mi aveva confessato che dopo il diploma si era perso, aveva sprecato qualche buona occasione come DJ radiofonico e si era buttato in un giro di droga dal quale ne era uscito malconcio e solo dopo la trentina. Aveva dormito in strada, quando i suoi lo avevano buttato fuori di casa perché era diventato violento ed un peso emotivo troppo forte per sostenerlo in famiglia. Un prete lo aveva portato a lavorare in una cooperativa sociale. Lì lo avevano assunto per fare il manutentore. Aveva dovuto imparare a fare l’idraulico, il falegname, l’elettricista ed il giardiniere e lentamente si era disintossicato. Non era stato facile. – La felicità non è gratis e nemmeno immediata. – mi aveva detto. Bruno è stato importantissimo per la festa. Si è dimostrato instancabile come lavoratore nei due giorni di allestimento finale, anche se aveva bisogno di essere guidato. Evidentemente non era mai stato abituato a decidere autonomamente cosa fare ma a dipendere dagli ordini altrui.

Cinzia, invece era un portento. Organizzata al massimo, dava a ciascuno di noi il nostro compito. Lei non aveva fatto parte del cosiddetto nocciolo duro, quelli che avevamo avuto l’idea della festa e che avevamo cercato i primi contatti attraverso i numeri o indirizzi che ricordavamo. L’aveva voluta Paolo nel team perché se la ricordava bene, era molto carina ed era dai tempi della scuola che sperava di scoparsela ma poi si erano persi di vista. Quella poteva essere la sua occasione. Invece Cinzia si era dimostrata subito molto determinata lasciando poco spazio a Paolo per flirtare. Aveva recuperato gli elenchi scolastici e aveva dato a ciascuno di noi un incarico ben preciso per rintracciare tramite elenco telefonico, Facebook, e vecchi indirizzi, circa 20 persone a testa. Aveva deciso che Paolo avrebbe dovuto interessarsi dei contatti con tutti i fornitori esclusa la location e i DJ per i quali aveva incaricato me. Cinzia, subito dopo il diploma, si era iscritta a medicina ma a causa della sua passione per lo spritz, le serate al bar o in discoteca fino a tardi, in due anni aveva dato solo tre esami e il papà le aveva dato l’out-out. O si fosse messa a studiare seriamente laureandosi nei tempi previsti o sarebbe andata a lavorare, cosa che avrebbe dovuto fare comunque se ci teneva a continuare quello stile di vita dispendioso. Un’amica che era stata licenziata dal suo capo perché era rimasta incinta, le aveva proposto di prendere il suo posto di segretaria. Non era uno stipendio da favola ma pagava regolarmente, cosa da non sottovalutare. Cinzia era rimasta in quello studio solo quattro mesi. Aveva capito che l’avvocato era uno sfruttatore ed un viscido approfittatore sessuale. Più di qualche volta le aveva toccato le tette o dato qualche schiaffetto sul culo. Il carattere forte di Cinzia aveva evitato che ci provasse più spesso ma comunque era troppo per lei. Non riusciva a sopportare quella situazione per cui alla prima occasione se ne sarebbe andata. Un cliente, in attesa di essere ricevuto dall’avvocato, le aveva confidato che era disperato per la recente morte della moglie. Tra l’altro, senza di lei non riusciva più a gestire l’ufficio commerciale della propria ditta di componenti elettromeccanici. Solo la sua povera moglie era così brava e sarebbe stato difficile sostituirla. Cinzia non ci pensò due volte, gli disse che lei sapeva come gestire un ufficio e parlava bene l’inglese e lo spagnolo per cui avrebbe potuto essere all’altezza della situazione. Lavorava ancora in quell’azienda.

Simone si era Laureato in ingegneria ed era stato assunto da un’azienda che costruiva alberghi di lusso. Durante una trasferta in Australia si era innamorato del posto ed era rimasto a Perth per aprire una serie di locali: aveva cominciato con un circolo al porto turistico e poi ci aveva preso gusto aprendo bar, discoteche e ristoranti sul lungomare. Di fatto lui non faceva nulla. Apriva i locali e li affidava a gestori. In pratica viveva di rendita. Dopo 20 anni, aveva deciso di rientrare a Padova perché i suoi genitori non stavano più bene e necessitavano di cure continue. All’inizio mandava soldi per la badante ma non bastava più. Serviva una presenza costante. Non si era mai sposato pur essendo molto ricercato dalle donne e pieno di soldi ma il suo interesse era diverso ed orientato ad un altro genere. Finalmente si era liberato del senso di vergogna e consapevole della propria maturità fisica e psicologica aveva deciso di mostrarsi come era realmente. Alla festa era venuto con il suo nuovo compagno, un tunisino di venti anni più giovane di lui, molto eccentrico.

Angela sembrava una star di Hollywood e aveva gli occhi di tutti puntati su di lei: alta, capelli castano chiari, volto asciutto che sottolineava la forma della mandibola e faceva risaltare gli zigomi perfetti, leggermente tondeggianti che facevano pendant con il naso sottile leggermente all’insù. Molti dicevano che erano stati rifatti ma a me piaceva pensare che fosse solo l’invidia per quel fisico statuario. Il suo foulard leggero, svolazzante intorno al collo lungo, le copriva parzialmente le spalle perfettamente abbronzate. Un malizioso top le metteva in evidenza il seno pieno, tondeggiante e apparentemente sodo. – Quando si hanno i soldi è facile rimanere belle -, questo il commento di molti tra i presenti, e non solo da parte delle donne, giustificate dalla meritata invidia, ma anche dagli uomini che comunque non rinunciavano ad avvicinarla, sornioni, con un drink in mano. Era come vedere le api ronzare attorno ad un bel fiore ricco di polline. Eppure, Angela non era una persona così volubile come poteva sembrare alla prima occhiata. Lei si era affermata prima come ricercatrice e poi come dottoressa nel reparto oncologico di Padova. Nonostante fosse impegnatissima col suo lavoro riusciva a vivere un bellissimo rapporto familiare con il marito, dottore anch’egli e i loro due figli.

Vivevano in centro a Padova, vicino al Prato della Valle in uno stabile antico ma completamente ristrutturato. La facciata uniforme nascondeva, dietro l’elegante portone automatico, un cortile con un tiglio secolare al centro e quattro platani di recente piantumazione, posizionati sul fondo. Ai lati le sei unità alloggiative di alto prestigio.

Difficile trovare operai o impiegati comunali tra i residenti in quei caseggiati. Le auto parcheggiate sotto la tettoia in legno lo dimostravano senza alcuna ombra di dubbio.

Alessandra non aveva avuto la stessa fortuna di Angela. Pure lei aveva svolto un dottorato di ricerca e come Angela era stata assunta all’Ospedale Civile di Padova. Il suo carattere, non certo disponibile e una certa insofferenza nei confronti delle persone e dei loro problemi, l’avevano resa subito antipatica alla maggior parte dei colleghi facendola entrare in una forma di isolamento. Le cose erano peggiorate dopo la separazione da Fabio, ex compagno di scuola, quindi anche lui presente alla festa. Fabio era rinato dopo la separazione. La nuova compagna di Fabio faceva la parrucchiera. Questa era una cosa che feriva Angela. Si era convinta di essere stata tradita e mollata per una persona che valeva meno di lei. – Per fare le parrucchiere cosa ci vuole? basta non aver voglia studiare e non andare all’università. – La sua disperazione si era tramutata in depressione ed inevitabilmente riversata sull’aspetto fisico: capelli trasandati grigio-neri, faccia arrotondata dal gonfiore generato dai farmaci con le guance pendenti che le facevano mostrare qualche anno in più dei 50 effettivi. Quando l’avevo vista arrivare alla festa con il rossetto troppo pesante sul trucco chiaro, la pelle bianca come se non avesse mai preso il sole, un vestito che le cadeva addosso come un sacco e gli stivaletti bassi che non davano nemmeno un poco di slancio alla sua già bassa statura, avevo pensato che fosse una strega. Le mancava solo il cappello a punta.

Il tipo più strano, conosciuto in quell’occasione sebbene del Fermi pure lui, era Domenico Misano. Lo chiamavano tutti Dommy.

Dommy aveva collaborato con noi soprattutto negli ultimi giorni di organizzazione della festa. Era un tipo diffcile da definire. Libero professionista, non si era mai sposato, credo per una precisa scelta di libertà non perché gli fosse mancata l’occasione. Dommy aveva tante idee e sarebbe stato capace di svolgere molti lavori in contemporanea. Rideva e ci raccontava le sue avventure mentre lavoravamo. Parlava soprattutto di donne e di calcio. Lui era dirigente di una squadra amatoriale ad Abano. Mentre tutti gli argomenti erano per lui risibili, pure la politica, quando si parlava di calcio diventava quasi intransigente. Allora prendeva tutto sul serio soprattutto se si parlava del settore giovanile, quello che seguiva direttamente.

Nei 2-3 giorni che eravamo stati quasi costantemente alla diga di Chioggia per allestire i chioschi, i punti di ingresso, le consolles per i DJ, i mega cubi per le ballerine, lo avevo visto arrivare con la sua Guzzi V7 cafè racer o con la smart nera. Erano entrambe troppo piccole per lui che era alto oltre il metro e ottantacinque ma evidentemente il suo unico scopo era fare il figo. E, nonostante la sproporzione, funzionava.

Era così in tutto, usava pantaloncini o jeans e maglie o camicie di marca, spesso molto vistose ma con qualcosa che non ci azzeccava, quasi un disordine voluto, che faceva scena e attirava l’attenzione. In effetti era un tipo che non passava mai inosservato. Piacevole d’aspetto, più giovanile della sua reale età, indossava occhiali dalle forme e colori più strani, barba brizzolata e capelli sempre imbizzarriti che non davano la sgradevole sensazione di essere sporchi o disordinati ma semplicemente in movimento continuo. Ogni volta che arrivava lui, si aprivano 4 o 5 birre e spuntava subito del pan biscotto e salame. Finito il piccolo break tornavamo a lavorare ma passavano poche manciate di minuti e lo rivedevi con la sua bottiglia in mano mentre si fermava a parlare con qualcuno, anche con i curiosi che venivano a chiedere cosa stessimo preparando. Di fatto Dommy era il nostro addetto alle Public Relations, parlava e beveva tanto senza dare l’impressione che lavorasse poco. Man mano che aumentavano le birre bevute, la voce già gutturale, diventava greve e le parole biascicate. In quelle occasioni non era raro vedere la sua mano destra sollevarsi per toccarsi i capelli sulla nuca, quasi per controllare di avere ancora una testa sul collo. Anche gli occhi diventavano fessure sottili che accompagnavano il sorriso coinvolgente da bontempone. Stava bene con tutti purché ci fosse una birra a portata di mano. La sera della festa non era arrivato in compagnia di una donna ma ne erano state registrate tre nell’elenco degli ospiti a suo nome. Colleghe di lavoro, diceva. Alla maliziosa domanda di Angela se Dommy fosse accompagnato, scherzando le avevo risposto di sì perché non l’avevo mai visto senza una bionda in mano. Iniziavo a pensare che fosse tutta scena ed in realtà non bevesse ma tenesse sempre lo stesso bicchiere. Dopo averlo seguito con gli occhi per qualche minuto, mi ero invece reso conto che beveva, lentamente ma beveva un bicchiere dopo l’altro. Mi ero avvicinato a lui mentre stava parlando con Cinzia ed altre due donne che non conoscevo, una rossa con una scollatura da capogiro e una biondissima riccia che illuminava tutta la scena. Era un buon posto per provare a buttare qualche amo. Non era infatti da escludere un finale in dolce compagnia. Dommy rideva continuamente e ad ogni bicchiere, il suo eloquio diventava meno comprensibile. Si era aggiunto al nostro gruppo Roberto, un altro ex della nostra scuola, il classico bravino, quello che sapeva tutto e che non faceva mai copiare. Era vestito da prima comunione e la sua aria snob si vedeva anche dal fatto che era arrivato con un cocktail in mano invece della birra o del prosecco come la maggior parte di noi. Non si era avvicinato neanche lui per caso ma per uno scopo ben preciso. Dommy era il dirigente della squadra dove giocava suo figlio e voleva informazioni su alcuni cambiamenti che lo lasciavano perplesso. Era evidente che Dommy cercava di evitare quella tematica, privilegiando gli argomenti e i sorrisi delle dame, soprattutto della rossa che ad ogni battuta gli si strusciava sul braccio mentre rideva. Ad un certo punto Roberto stava insistendo sulla modifica regolamentare che la Società voleva applicare da subito. Fino a quel momento, Dommy doveva aver vissuto la presenza di Roberto solo come un fastidio sopportabile ma mettere in dubbio quello che stava facendo la sua Società ed in particolare le modifiche regolamentari che erano frutto del suo lavoro con i responsabili nazionali delle giovanili della FIGC doveva avergli dato la sveglia. Dalla posizione leggermente stravaccata sullo sgabello, Dommy si era erto, si era schiarito la voce diventata nuovamente regolare e gli occhi avevano recuperato la normale rotondità. Anche i capelli e la barba si erano automaticamente riordinati come l’ampia camicia di flanella bianca. Non avrei mai immaginato di sentirgli fare dei ragionamenti seri, documentati, con tutti i numeri delle delibere pronunciati senza esitazione; Sembrava un avvocato durante un’arringa. Mi ha così sorpreso che, benché totalmente estraneo a quegli argomenti sono rimasto ammirato ad ascoltarlo e ad osservare la sua straordinaria metamorfosi. Erano rimaste invece totalmente estranee e disinteressate agli argomenti, con una punta di noia, Cinzia, la rossa e la bionda riccia che, bicchieri in mano, hanno raggiunto altri amici parlando e ballando con loro. Al termine del momento di lucidità, Dommy aveva mandato a cagare Roberto dicendogli che non capiva nulla.

Dommy aveva ripreso il suo format normale con occhi a fessura, voce impastata e portamento dinoccolato e rendendosi conto che, a causa di Roberto, eravamo rimasti con un pugno di mosche in mano, mi offrì di spostarci all’altro punto bar.

Ridevamo come ragazzini, prelevando alcuni assaggi a base di pesce dai vassoi disposti sul buffet, parlando dei tempi della scuola e di come eravamo cambiati nel corso degli anni. Entrambi, tenevamo stretto nelle nostre mani il bicchiere con un’altra birra.

Commento profano

Non sono un critico d’arte e men che meno lo sono delle arti visive, dato che con una matita in mano non so disegnare nemmeno il contorno delle mie dita, però ritengo di avere un certo tipo di sensibilità artistica che mi fa emozionare alla vista di una bella foto, di un quadro, di un’opera architettonica e perché no? di un’auto disegnata con stile.

Perché tale premessa? Perché durante il periodo di quarantena forzata per tutti, nel mio Comune hanno presentato un’interessante iniziativa denominata #2020battagliatermescrive e per ogni scritto era associata la riproduzione di un quadro. Per il mio avevo suggerito un quadro di Guttuso raffigurante i tetti di Bagheria perchè richiama in me i ricordi di bambino, di quando salivo sul tetto della casa di mia nonna per guardare dall’alto i tetti rosso mattone delle altre abitazioni e le strade deserte dei pomeriggi estivi mentre stavo disteso sulle tegole ruvide a guardare il volo delle rondini in cielo.

C’era un altro quadro di Guttuso che mi era sempre piaciuto ma che trovavo ingombrante, non nelle dimensioni, benché certamente generose, quanto per la ricchezza di particolari e di sensazioni capace di suscitare. Sempre nella stessa rubrica, qualche giorno dopo il mio articolo è apparso un altro testo accompagnato dall’immagine de “La vucciria”. Non so quanti di voi hanno presente l’istinto di isolarsi immediatamente dal mondo per trovarsi davanti al proprio portatile, per l’urgenza di scrivere la serie di pensieri che temi si perdano se non li fermi immediatamente. Ecco mi è successo così. Di seguito, il racconto di cosa ho visto io in quel magnifico quadro del Maestro Guttuso.

La prima volta che ho visto questo quadro maestoso ne ho ricavato un’impressione di estrema confusione. Le tinte forti che richiamano il naif e la descrizione particolareggiata degli elementi, tipica del realismo ne facevano per me un quadro eccessivo. Era troppo, di difficile lettura. Riguardandolo in età più matura ne ho colto un’estrema passionalità. Il quadro si concentra nella donna vista di spalle in veste chiara che ravviva ed illumina tutta la scena. Nello stesso tempo, paralizza la scena; la sua bellezza lascia sbalorditi e stupefatti il pescivendolo, il venditore di formaggi e l’uomo che le viene incontro. Tutti si ammutoliscono. Infatti  dal quadro non sembra provenire nessuno dei suoni tipici dei mercati rionali. Gli avventori non parlano tra di loro, i venditori non urlano le qualità delle loro merci, la freschezza delle verdure, il colore rosato del pescespada, il profumo dei formaggi freschi. Anche l’aria sembra essere ferma e le luci delle tre grosse lampade si concentrano ad illuminare il cammino di colei che sembra l’unica protagonista del quadro. Le bancarelle appaiono ben curate e floride così come immagino sia la donna che traspare la sensualità mediterranea richiamata dalla flessuosità delle gambe e dal movimento ancheggiante sottolineato dall’abito bianco corto e con la vita stretta. Pure il macellaio, nel suo gesto quotidiano del taglio della carne inscena la passionalità  carnale ispirata dalla donna misteriosa. Lo spazio rastremato tra le bancarelle sembra essere insufficiente per farla passare nel gioco prospettico in cui la frutta e verdura nella parte alta del quadro paiono chiudere la strada e che invece si dilaterà magicamente al passaggio della donna.

DM

Un giorno alla radio

A me piace ascoltare la radio. L’ascolto soprattutto in auto col volume sostenuto per coprire i rumori del motore e della strada. A farmi compagna nei miei viaggi, Radio 2. La musica mi distrae da pensieri noiosi e il palinsesto è gioioso. Mi sembra di conoscere personalmente tutti i DJ e gli speaker come fossero compagni di vita. Riesco a capire quando celano le proprie preoccupazioni con l’ilarità insicura e quando invece si divertono davvero a fare il loro mestiere.

Ieri, mentre tornavo a casa da lavoro, mi è capitato di sentire “la versione delle due” e ho provato a intervenire telefonicamente in trasmissione perchè sollecitato dalla richiesta di raccontare un proprio incidente catastrofico e buffo. Ho telefonato allo 063131 che tra l’altro ha per me un fascino particolare perché legato alla storia dei primi incontri tra il pubblico e il nuovo mezzo di comunicazione: la radio (non so se ricordate il famoso slogan “chiamate Roma 31 31”). Temevo la solita lunga attesa, invece ho preso la linea immediatamente. ho parlato con l’autore che ha selezionato il mio racconto per andare quasi subito in diretta. Mi ha raccomandato di parcheggiare l’auto e togliere vivavoce ed auricolare per rendere il mio messaggio più comprensibile al pubblico radiofonico. Dopo qualche secondo ho sentito la voce di Andrea Delogu e Silvia Boschiero che ricordavano il tema proposto. Il battito del mio cuore aumentava fino al quando hanno detto: “Al telefono Maurizio da Padova”.

Il mio intervento a “La versione delle due” del 07/05/2020

In centinaia contattano le radio per i motivi più disparati. Parlare in radio non cambia la vita, ma quell’attimo di notorietà, quel momento in cui hai potuto raccontare la tua storia, un frammento della tua storia, ti fa sentire bene. C’eri; eri tu e l’Italia della radio ti stava ascoltando. Adesso il racconto del mio vissuto si è arricchito di un “cameo” che non aggiunge e non toglie niente al film complessivo della mia vita ma ne conferma le caratteristiche principali .

Mi presento

Mi chiamo Maurizio, ho 54 anni e sono nato in una clinica che si affaccia direttamente su uno degli angoli più belli della scogliera catanese.

Mare, vento e temperature estive sono gli elementi che mi hanno dato il benvenuto e modificato il mio modo di essere e di pensare. L’idea del viaggio, del volo e dell’estate hanno accompagnato tutta la mia vita.

Francamente speravo di viaggiare molto di più di quanto abbia realmente fatto però mi sento sempre con la valigia in mano e pronto a partire per affrontare qualsiasi nuova avventura. Di fatto mi sono sempre sentito cittadino del mondo.

Da ragazzo ho inseguito il desiderio del volo sognando di riuscire ad innalzarmi per vedere dall’alto la mia città con le sue strade nere che si intersecano e fanno da confine a file di alti palazzi dai tetti colorati, la pianura catanese con le forme regolari dei campi agricoli con varie tonalità di verde o marrone del terreno argilloso, la spiaggia dorata che separa la terra dal mare azzurro con lo sguardo verso la maestosità dell’Etna.

Il desiderio del volo si è concretizzato frequentando l’ITAer “A. Ferrarin” che mi ha consentito di volare durante il corso di pilotaggio. Alla scuola devo anche l’incontro con il mondo del mare. Un corso di vela mi ha consentito di fare alcune esperienze da marinaio amplificando il desiderio del viaggio. Non vacanza ma viaggio. Io viaggerei sempre, non importa dove e per fare cosa ma viaggerei.

Le esigenze della vita hanno scelto per me un’esistenza abbastanza stanziale però la ricchezza delle esperienze fatte e la libertà che solo la fantasia può regalare sono stati gli ingredienti che mi hanno consentito di continuare a viaggiare con la mente e immaginare avventure ogni giorno diverse.

La voglia di condividere le mie avventure sono uno dei motivi per cui ho deciso di prendere carta e penna, o meglio mouse e tastiera, per descrivere a quante più persone i miei viaggi immaginari e condividere le mie emozioni.

Perché scrivo su un blog?

  • Il blog mi serve per fermare alcuni spunti tratti dai miei viaggi immaginari che potrebbero diventare storie più articolate e addirittura trasformarsi in libri.
  • Per sentire le opinioni dei miei lettori e comprendere cosa veramente piace loro di quello che scrivo.
  • Per parlare delle mie idee di società, socialità e progresso (in una parola si potrebbe dire politica però a me non piace perché spesso travisata in competizione mentre io la intendo come servizio al popolo)
  • Mi piacerebbe avere con i miei lettori degli scambi di opinioni, franchi e sereni anche nella totale contrapposizione ideologica.

In passato, ho avuto una pagina privata ma senza lo stimolo di dover consegnare con puntualità idee al pubblico, perdo lo slancio e smetto di scrivere. Il blog pubblico mi costringe ad essere più regolare.

Gli argomenti saranno i più disparati e partiranno da mie osservazioni sulla quotidianità più alcune pennellate per descrivere nuovi personaggi per le mie storie e tracce di nuove avventure da raccontare.

Mi piacerebbe connettermi con persone curiose e capaci di dialogare in maniera franca ma priva di toni aspri. So che la vita non è sempre dolce ma credo che si possa evitare di renderla amara quando non è necessario.

Lo scopo finale è quello di raggiungere una discreta visibilità attraverso il blog per fare da volano, assieme alle mie pagine social, ai libri che intendo completare e pubblicare a breve.