
Settembre 1880, esattamente 140 anni fa, Borinage, regione carbonifera in Belgio. Fine di luglio 1890, Sud della Francia, 130 anni fa.La folgorante …
Van Gogh 3. La mostra di Padova

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A cura di Gabriel N. Toggenburg Si tende sempre a pensare che in America tutto sia più recente che in Europa, eppure quest’anno la Carta dei diritti …
La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea: ‘All EU-r rights’ in 54 articoli
Non potevo fare a meno di condividere questo articolo che parla della mia Sicilia. So che non è tutto oro quello che si trova in Sicilia ma secondo me vale sempre la pena fare una visita conoscitiva di una-due settimane. Milli ha utilizzato 18 giorni, forse ce ne vorrebbero anche di più, oppure dividere la conoscenza dell’Isola in 2-3 tour da 10 giorni ciascuna da trascorrere una volta nella costa est, una volta in quella ovest e una volta l’agrigentino o le isole Pelagie. Vi lascio alla lettura dell’articolo di Milli evidenziando che anche le foto aggiunte sono decisamente apprezzabili. (Maurizio)

La Sicilia è da sempre una delle mete più ambite degli italiani che, spesso e volentieri, la accantonano poiché definita troppo cara rispetto agli standard europei. Era da qualche anno che su Instagram vedevo fotografie di persone che trascorrevano le loro vacanze sull’Isola siciliana e ogni volta mi soffermavo per cercare di capire dove si […]
SICILIA ON THE ROAD — Milli In The World
Questo libro era divenuto un best seller a pochi giorni dalla sua pubblicazione, 3 anni dopo la morte dell’autore avvenuta nel settembre 1870 . Il pubblico dell’epoca era più interessato a trovare il giusto pettegolezzo sugli ambienti nobiliari e culturali della corte francese, tentando di smascherare l’anonima corrispondente dell’autore che ad apprezzare le pur valenti capacità artistiche di quest’ultimo.
In effetti la corrispondenza con la donna di cui non viene mai rivelato il nome aveva suscitato lo stesso interesse che oggi hanno alcuni articoli delle riviste scandalistiche e fecero partire l’affannosa ricerca per dare un nome ed un volto alla destinataria di tali missive. Solo dopo lunghe indagini, la misteriosa donna viene identificata come Jeanne-Francoise Dacquin, conosciuta probabilmente dall’autore di Carmen, in occasione di una richiesta d’autografo.
Vengono percorsi quasi 30 anni di storia e cultura europee con testimonianze delle ambizioni dell’autore, della vita mondana negli ambienti aristocratici parigini, della politica, delle guerre e rivoluzioni e soprattutto del rapporto sentimentale altalenante in cui emerge il carattere spigoloso ed egocentrico di Mérimée che cerca nella giovane donna sia il conforto di una sincera amicizia e sia lo scambio carnale che oggi chiameremmo di scopamici.
Le lettere non pretendono di essere di elevato valore artistico, trattandosi spesso di sole poche righe che sovente contengono sfoghi di collera contro la donna, contro l’élite culturale francese che non gli attribuiva sufficiente stima, contro il mondo o contro sé stesso, lamentando continue sofferenze che oggi attribuiremmo ad un carattere ipocondriaco. Eppure le missive sono ricche di richiami culturali alti e frasi in varie lingue, spesso tratte da opere famose, che condiscono le conversazioni epistolari tra i due amici.
Emergono a tratti sia l’ironia e sia l’indispettita arroganza con la quale apostrofava la sua corrispondente nelle occasioni in cui non rimaneva soddisfatto dalle risposte epistolari o dagli incontri furtivi finiti in maniera diversa da quanto da lui bramato.
Sembra impossibile che entrambi i protagonisti dello scambio epistolare abbiano viaggiato in molte parti d’Europa e del mondo trattenendosi per periodi prolungati e riuscendo comunque a raggiungersi tramite fermo posta. Alcune lettere sono poco più lunghe dei nostri messaggi su WhatsApp e ricevevano risposta entro uno, due giorni al massimo se i corrispondenti si trovavano nella stessa città ma sovente le risposte arrivavano a distanza di qualche decina di giorni. Per la cultura dell’immediato che abbiamo oggi è inimmaginabile quanto avveniva in passato. Oggi si nota la disperazione nel volto di chi attende il doppio baffetto blu che conferma l’avvenuta lettura del messaggio e prelude ad una risposta immediata oppure ad una lunga serie di stizziti improperi se la persona alla quale abbiamo scritto non risponde nel tempo che noi riteniamo opportuno.
Chissà con quali sentimenti ci si preparava all’attesa di giorni per scoprire l’effetto sortito dalla propria lettera. E nel caso documentato nel libro di Mérimée non c’era nemmeno la certezza che la posta arrivasse in tempo prima che il destinatario partisse per altra località.
Anche il trattenere le lettere, testimonianze di tutte le relazioni, siano esse d’affari o di cuore sembra un ingombro insostenibile ai giorni nostri eppure nelle chat dei nostri cellulari ci saranno enciclopedie di parole, spiegazioni, immagini e riferimenti che però hanno la caducità dell’effimero mentre le lettere venivano conservate gelosamente e rilette all’occorrenza perché custodivano pensieri e sentimenti. Un particolare non da poco: se non si tratteneva una minuta, si aveva contezza delle sole risposte rischiando di dimenticare quanto scritto. Sui cellulari abbiamo invece l’intera sequenza di battute scambiate.
Un aspetto che mi ha fatto molto riflettere, leggendo “Lettere ad una sconosciuta” è quello della necessità che l’autore aveva di comunicare i propri pensieri. Oltre al desiderio di sedurre la propria interlocutrice, ho colto una sincera voglia di relazione alla pari, senza l’invidia e l’ipocrisia dell’Accademia di Francia, senza i sottili intrighi della politica internazionale ma con la possibilità di depositare anche le proprie frustrazioni nelle mani di una persona che era in grado di comprendere, di assecondare e quando necessario, di rimproverare.
Ho provato a pensare se pure io abbia una persona con la quale poter avere la stessa libertà di espressione. Ho cercato innanzi tutto nella famiglia, nel mondo del lavoro, dello sport, del volontariato dividendo anche in base al genere e notando le differenze di rapporto con gli amici uomini o con le amiche donne. Mi sono accorto che forse l’unico specchio al quale riesco ad esprimere parte di me stesso è lo sfondo bianco del programma di scrittura, sul mio monitor. Eppure non mi risultava di essere così taciturno o riservato. Ho riflettuto nuovamente considerando i gruppi di persone con cui non ho più un rapporto diretto ma, a causa della distanza, solo comunicazioni di tipo neo-epistolare cioè tramite messaggi. Con questi ultimi la lunghezza e i contenuti dei messaggi sono più “alti” rispetto a quelli delle chat ad uso coordinamento utilizzate per la famiglia, lavoro, sport o altro. Gli amici con i quali ho uno scambio più profondo sono in effetti i più lontani e le comunicazioni più rade per cui dedico loro maggior tempo e cura nella scrittura. Ho un’unica eccezione, una persona che ritengo amica seppure non ci frequentiamo assiduamente e con la quale ho la sensazione di riuscire a comunicare con più facilità alcuni aspetti emozionali e dalla quale mi sembra di aver ricevuto medesimo trattamento. E’ uno di quei casi in cui si instaura un rapporto di ascolto reciproco che non vuol dire essere l’uno il muro d’appoggio dell’altro per qualsiasi cosa venga in mente ma essere quella risorsa estrema dalla quale attingere energia per rimettersi in piedi, dopo averle provate tutte.
Ultimo aspetto che ho colto nel libro è la seduzione continua che esercitava l’autore sulla donna e che subiva a sua volta. Un corteggiamento reciproco durato circa 30 anni. Oggi ci sono matrimoni che durano molto meno.
Non pensavo che un libro del genere riuscisse ad attirarmi così tanto. Non c’è una trama, non c’è un fine, eppure c’è tutta una vita.
Oggi guardavo un gruppo di giovani, tra i 20 ed i 30 anni circa, forse qualcosa in più. Erano seduti al bar a sorbirsi il loro aperitivo, tutti apparentemente felici e ben vestiti. Ho provato ad origliare i discorsi, non per morbosa curiosità di farmi gli affari loro quanto per capire quale fosse il tema centrale degli interessi giovanili. Seguivo il flusso delle parole che rimbalzavano da un tavolo all’altro attraversando lo spazio in cui mi trovavo.
Ho scoperto che gli argomenti erano variegati e diversificati in base al genere. I ragazzi parlavano di sport, di calcio in particolare, ma non solo. Descrivevano le auto o le moto che avevano visto o che sognavano di acquistare. Non mancavano i commenti per la ragazza in minigonna seduta al tavolo in fondo alla sala mentre con l’occhio vispo scrutavano il fondo-schiena della cameriera che attraversava il plateatico con passo veloce. Nei gruppi misti erano frequenti i discorsi sulle serie televisive più in voga con commenti su personaggi ed attori. Chi era uscito da poco dal lavoro aveva sempre qualcosa da ridire sul dispotismo del proprio capo o sull’incapacità del collega. Nei tavoli di sole ragazze c’era sempre un cuore spezzato da consolare, un’amica che aveva tradito la fiducia o un nuovo vestito da descrivere a cui abbinare le scarpe giuste. Immancabile, tra un discorso e l’altro, il commento sul taglio di capelli particolarmente riuscito o decisamente non indovinato da quell’imbranata della parrucchiera.
Mi ha fatto piacere vedere quella spensieratezza e constatare la leggerezza di ogni singolo argomento trattato anche se , devo essere sincero, mi aspettavo anche qualcosa di più profondo, legato a temi attuali, alla politica, alla difesa del territorio, all’impegno sociale, alla cultura o chissà a quali altri temi. L’impressione che ne ho ricavato è stata quella dell’inconsapevolezza.
Quei giovani, nel loro pieno diritto di avere un momento libero e di svago, mi sono sembrati del tutto ignari dell’ effetto che potrebbero avere le loro azioni se mosse da uno scopo ben preciso. Potrebbero addirittura cambiare il mondo o lasciare un segno nella storia. L’enorme potenziale giovanile inconsapevolmente tenuto a freno dalla mondanità.
Io immagino (o forse ricordo) l’animo giovanile in preda a due diverse spinte, due spiriti con caratteri diversi sebbene non necessariamente contrastanti. Vi è lo spirito di leggerezza, sempre alla ricerca della gaiezza o della superficialità per non affannarsi sui problemi e galleggiare nella quotidianità del compito assegnato a tutti noi dalla società moderna: lavorare e consumare. Da questo spirito nasce e si afferma la voglia di divertimento che rende i giovani protagonisti dei pomeriggi con forte aggregazione nei centri cittadini e delle notti brave. Poi c’è lo spirito di indomita lotta contro chi vuole governare le scelte dei giovani, chi li vuole costringere a seguire la massa imponendo loro regole che gli vanno strette. E allora partono le proteste, le contestazioni e i progetti di cambiamento. Una testimonianza, ad esempio, le iniziative di “Friday for future”.
Cercavo uno spunto per riuscire a descrivere questi due diversi spiriti giovanili e non riuscivo a trovarlo fino a quando ho chiamato in mio aiuto sia il grande Maestro Giacomo Puccini con le sue opere Tosca e La Bohème e sia il maestro di comicità Roberto Benigni con il suo monologo televisivo al festival di Sanremo 2011.
Benigni, facendo l’esegesi sull’Inno di Mameli parla del fermento giovanile che ha caratterizzato il periodo risorgimentale. I giovani furono i principali interpreti della ribellione allo straniero, invasore del suolo italico, e sognavano per l’Italia un nuovo futuro non ancora ben delineato tra unitario o federale, tra repubblicano, monarchico o sotto l’egida papale. C’era un solo imperativo: ribellarsi!
Quando Benigni parla di quel gruppo di “giovani, intrisi di gioventù” sicuramente usa un espediente lessicale per far sorridere il pubblico televisivo ma dipinge in maniera forte cosa vuol dire essere giovani. Vuol dire essere intrisi di leggerezza, di ardore, di coraggio, di speranza, di goliardia, di innovazione sociale e molti altri sentimenti tumultuosamente presenti nei cuori giovanili.
Nell’odierno mondo giovanile, limitando il ragionamento all’Italia e qualche altro stato europeo ed escludendo dal ragionamento le lotte di fede politica che hanno più il gusto del tifo calcistico piuttosto che quello di reale movimento di ribellione o protesta avverso mondi politici oppressivi, le spinte idealiste sono relegate ai temi dell’equità sociale, dell’ecologismo, della difesa del pianeta o del superamento della logica del profitto. Di conseguenza sono viste come distanti dalla vita quotidiana e ad appannaggio dei pochi coraggiosi che sfidano i conformismi per sollecitare lo spirito critico nei loro coetanei ma soprattutto nel mondo adulto che gestisce soldi e potere.
Questo potrebbe essere uno dei motivi per cui i giovani odierni, nonostante mediamente abbiano un livello culturale superiore rispetto a quello dei loro coetanei di uno, due secoli prima, appaiono più superficiali rispetto a questi ultimi e apparentemente tesi solo al divertimento. Non sembrerà quindi irriverente un accostamento allo stile di vita degli artisti in cerca di affermazione nella Parigi dell’800, in cui i giovani poeti, pittori, filosofi, non avevano la consapevolezza di essere protagonisti del cambiamento culturale in atto e, nell’attesa del successo, passavano le serate riempiendo strade e locande di spensierata e spesso irriverente allegria. Si era così creata nell’immaginario collettivo, l’idea di Bohème.
Puccini, con la sua famosissima opera “La Bohème”, ci fa entrare nella quotidianità della vita dei bohémiens che simbolicamente rappresentano tutta la gioventù europea dell’epoca, non solo quella degli artisti. Assieme ai personaggi dell’opera viviamo le multicolori esperienze che vanno dalla difficoltà nel pagare l’affitto da parte dei 4 artisti, al corteggiamento di Rodolfo verso la delicata Mimì, passando dal tarlo della gelosia, sia quello provocato dalla civettuola Musetta e sia sia quello immotivato subito da Mimì e lo spontaneo altruismo che spinge Musetta a privarsi dei suoi preziosi orecchini pur di pagare un medico ed un manicotto per le gelide mani di Mimì. Ed infine la forza dirompente del dolore, sottolineata dai 3 assoli di ottoni che precedono il pieno orchestrale nella straziante chiusura del melodramma.
Puccini con “La Bohème” colloca la tragedia nella vita di questi giovani. Emerge comunque in maniera decisa il carattere primario dei giovani bohémiens e su questo volevo puntare la mia attenzione. E’ lo stesso spirito presente nei discorsi catturati tra i tavoli del bar. Voglia di divertirsi, qualche problema di cuore, attenzione alla mondanità e all’esteriorità.
Nell’altro dramma pucciniano citato, vediamo invece la storia di amore e gelosia tra la cantante Tosca ed il pittore Mario, inserita negli eventi storici del 17 giugno 1800 in cui le alterne sorti della battaglia di Marengo finiscono per pesare nel destino dei due giovani. Tosca è coinvolta, suo malgrado, nei progetti di sovversione e resistenza che alcuni giovani romani stavano intraprendendo per assecondare l’avanzata francese convinti che Napoleone li avrebbe aiutati a sconfiggere gli usurpatori austriaci e a togliere il potere al papato. A contrastare i loro sogni di affrancamento dallo straniero e di libertà per ricostituire la fallita Repubblica Romana, c’è il perfido rappresentante della polizia papalina, Scarpia.
In Tosca vediamo i giovani disposti ad ogni sacrificio per il loro ideale di libertà. Il coraggio e l’ardore che portano all”eroismo, all’audacia, alla lealtà e alla difesa degli ideali, non sono caratteristiche innate, o deliberatamente scelte dai protagonisti ma si presentano come occasioni, attimi in cui la decisione di farsi carico di un problema fa la differenza. Mario non era direttamente coinvolto con la rivolta ma non esita a nascondere il suo amico Cesare, fuggiasco dalle prigioni papali diventando di fatto complice dei rivoltosi. La stessa Tosca, prima di essere travolta dall’occasione propizia che la trasforma in omicida, stava per sacrificare se stessa, pur di far cessare le torture sul suo Mario e per ottenergli il riscatto dalla condanna a morte per fucilazione emessa da Scarpia.
Dal secondo dopoguerra ad oggi, la nostra nazione non ha avuto la necessità di affrontare guerre aperte se non quelle contro la mafia ed il terrorismo, per cui giovani e meno giovani non sono stati costretti ad armarsi e partire contro nessun nemico. Ci sono state le lotte salariali, le lotte per alcuni diritti civili, ma niente di paragonabile al disastro di situazioni belliche o di lotta per la propria libertà ed indipendenza.
Ai giovani raccomando di continuare a vivere la propria gioventù sia con la leggerezza dei bohémiens (aggiungerei con la necessaria passione negli studi e professioni che affrontano) e sia con l’impegno sociale per ciò in cui credono, augurando loro che la nostra società non richieda più quei sacrifici di vite umane che si sono rese necessarie per la conquista dell’indipendenza da stati stranieri e per la liberazione dal nazi-fascismo.

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Eccomi qua con l’aggiornamento promesso nell’articolo del 27 giugno.
La situazione epidemiologica, nel mondo, è arrivata ad un punto cruciale. Oggi, 27 settembre 2020, è stato superato il milione di morti accertati nel mondo. In molti Stati l’epidemia è in forte espansione compresi gli Stati europei in cui sta ritornando in maniera vistosa in quella che giornalisticamente è stata chiamata “Seconda ondata”.
Non voglio essere tacciato di allarmismo per cui preciso subito che c’è un’enorme differenza tra i primi mesi di pandemia in Europa e questa recrudescenza. La maggior parte dei casi positivi sono soggetti che hanno avuto contatti con il virus ma non mostrano segni di malattia, ossia sono sani ma potenzialmente contagiosi. Durante la prima ondata, la prevalenza dei pazienti positivi si presentavano in ospedale già malati. Solo facendo lo screening di parenti ed amici si riuscivano a trovare alcuni casi di positivi privi di sintomi. Oggi gli screening sono a più vasto raggio e per questo si scoprono centinaia di nuovi positivi al giorno e solo pochissimi di questi sono nuovi malati. Fatta questa bella precisazione dobbiamo prendere atto che a fine giugno, in Italia, avevamo circa 40 casi in terapia intensiva, oggi ne abbiamo 254, determinando una situazione non drammatica ma in lento peggioramento. Ne consegue che, senza alcun allarmismo, è senz’altro necessario continuare a mantenere le odierne precauzioni. La diffusione del virus è, infatti, rallentata dalle buone abitudini apprese in questi mesi e dalla maggior produzione industriale di dispositivi di protezione individuale e di igienizzazione. Troviamo disinfettanti alle porte di ogni negozio, usiamo le mascherine quando ci troviamo in presenza di altre persone e applichiamo il distanziamento. Pensate che solo 8 mesi fa erano sparite tutte le confezioni di disinfettante dai supermercati, non c’erano mascherine di nessun tipo, e non avevamo ben compreso cosa volesse dire distanziamento di sicurezza. La massiccia quantità di tamponi, inoltre, permette di intercettare con largo anticipo le persone positive al virus impedendo la rapida diffusione. Ci sono poi tutti i vari sistemi di tracciabilità che vanno dai registri cartacei all’App Immuni o altre simili.
Fatta questa bella premessa, analizziamo i numeri. Come ho più volte sottolineato, i numeri ci danno indicazioni importanti ma bisogna tenere conto che siamo certi della non esattezza dei dati provenienti dalla maggior parte degli Stati africani, per stessa ammissione dei loro governanti, per cui sia contagi e sia decessi sono da considerarsi sottodimensionati. Discorso simile per alcuni stati del sud-est asiatico e del sud America. Per finire, non c’è nessun valore comunicato dalla Korea del nord.


Nel primo dei due grafici, si vede chiaramente che nel mondo siamo arrivati a punte di 300.000 nuovi casi al giorno contro i 40-50 mila quando erano interessate solo la Cina e l’Europa. Per contro, il secondo grafico ci mostra che il numero dei morti, dopo i picchi di aprile, si sono stabilizzati tra i 5 e i 6 mila al giorno con minimi intorno ai 4000. Complessivamente il mese che ha dato più tregua al mondo che però ha forse illuso sulla possibilità di una fine immediata dell’epidemia, è stato giugno.

Dal grafico curato quotidianamente da me con i dati prelevati dal sito Worldometers (dal quale derivano anche i primi due grafici esposti), si possono fare interessanti considerazioni.
La fine della pandemia non è così vicina come vorremmo e si guarda al vaccino come soluzione finale. Io spero che oltre al vaccino si arrivi a trovare farmaci in grado di fermare sul nascere questa malattia così da conviverci come facciamo con molte altre.
Non so se continuerò a dare aggiornamenti poiché c’è una parte di me che vorrebbe vedere già conclusa questa conta sulla pandemia e concentrare l’attenzione su altri argomenti ma sento ancora l’esigenza di dare informazioni con uno sguardo di maggiore ampiezza rispetto alle statistiche regionalizzate che, pur essendo approfondite, hanno spesso il difetto dello sguardo miope e non fanno comprendere appieno la portata del fenomeno.