Storie e personaggi: L’ Amico di facebook (epilogo)

Segue da: L’Amico di facebook (parte seconda)

Fabio e Giulia (1)

Avevo costruito tanti personaggi, non solo quelli che alla fine avevano portato ad un risultato ma anche quelli che avevano fallito il loro scopo. I motivi principali dei fallimenti erano dovuti al fatto che mi era mancato l’aggancio giusto oppure perché non ero riuscito a superare la naturale diffidenza ed infine, i più odiosi, perché mi ero fatto scoprire dalle dirette interessate o dai loro parenti curiosi che controllavano sempre i nuovi amici degli anziani congiunti. Farsi i fatti propri, no?

Durante quei mesi “creativi” e di studio, anche la mia “identità principale” di Facebook, ossia IO, Fabio, aveva mantenuto la sua vivace attività. Avevo nuovi amici in FB provenienti quasi tutti dal mondo scolastico, sportivo o dalla gente che conoscevo a Montegrotto.

Gli ex amici del lavoro li avevo cancellati: non mi meritavano.

Ogni nuovo amico portava al seguito nuove proposte di amicizia “persone che potresti conoscere” con un tot di amici in comune e amici di amici che mi chiedevano l’amicizia. Io, che ero ormai un mago delle truffe su FB, stavo molto attento ad accettare nuove amicizie che non conoscevo personalmente.

Quando avevo accettato la richiesta di amicizia di Giulia l’avevo fatto perché l’avevo trovata carina. Una bella bionda alla quale piaceva stare in mezzo alle persone e divertirsi. Avevamo molti amici in comune nell’area di Montegrotto-Abano e la sua pagina era “viva” nel senso che c’erano variegate interazioni, foto, like, commenti, riscontri da commenti di terze persone, anche di gente che conoscevo. Frequentava Villa Barbieri, partecipava alle serate con musica dal vivo al Re di Mezzo e commentava i film che vedeva al Cineplex.

Un venerdì, aveva scritto un post: “Chi viene stasera ad Abano? Con le mie amiche andiamo a prendere un gelato in centro.” Le avevo messo un like. Non perché volessi uscire con lei, quella sera non potevo, avevo i miei “compiti” da fare perché stavo seguendo l’ennesima preda. Le avevo messo il like per farle sapere che io c’ero, che esistevo così prima o poi le avrei mandato un messaggio per conoscerla. Invece, era stata lei a scrivermi in Messenger, chiedendomi come mai mi limitassi ad un like se poi non le facevo capire se fossi andato o meno. “Non vorrai lasciare tre ragazze sole in centro ad Abano a mangiare il gelato.” Il corteggiamento era iniziato, solo che mi sembrava strano non essere io a lanciare la palla per primo. Effetto dei tempi moderni, avevo pensato.

Giuliana

Un mesetto prima, il mio alter ego Carlo, il filatelico di Belluno, aveva stretto amicizia con una donna che frequentava gli stessi gruppi che lui stava seguendo col proposito di conoscere meglio Franca. Si chiamava Giuliana ed era una ex dirigente scolastico in pensione, sulla settantina. Abitava a Desenzano, in una villa sulla riva del Garda. Poche foto, tutte sulla filatelia e numismatica e interazioni mirate quasi esclusivamente ad eventi di compravendita. Era stata lei a farmi una delle offerte più generose per la mia collezione di francobolli dell’Austria imperiale.

Avevo scoperto che da oltre una settimana stava facendo le cure termali in uno dei migliori alberghi di Abano, il Grand Hotel. Le avevo detto che conoscevo bene l’albergo perché ero stato suo ospite diverse volte. Io adoravo la camera la 308 con una splendida visuale sul viale da dove vedevo il viavai dei turisti. Lei invece mi aveva detto che dalla sua camera, la 415 vedeva solo il parcheggio. Non era il massimo, benché immerso in un bel parco di magnolie. Di solito i cicli termali durano 14 giorni e si concludono di sabato, per cui era necessario stringere i tempi per non farsi scappare la preda. Le avevo chiesto di farmi un’ultima ma ragionevole offerta per i 370 francobolli ed io le avrei portato personalmente la collezione completa lì ad Abano. Le avevo detto che adoravo la località termale e facevo volentieri una passeggiata, quando potevo. Evidentemente ero stato abbastanza convincente perché mi aveva fatto la sua super offerta: 5000 euro in contanti. Ci eravamo accordati per vederci venerdì sera, dopo cena. La mia speranza era che, andando a cena, lasciasse il contante in camera così avrei potuto prenderlo sia che fosse in giro da qualche parte e sia che fosse nella cassaforte. Le casseforti degli alberghi funzionavano quasi tutte allo stesso modo e non era difficile aprirle con un piccolo congegno elettronico comprato tempo fa nel deep-web. Il mio problema era solo trovare lo stratagemma per non farmi vedere dagli inservienti mentre andavo nelle camere. Ero sicuro che dalle cucine avrei trovato la via per intrufolandomi nell’albergo senza problemi.

Giulio

Un uomo di nome Giulio era invece diventato, di recente, amico del mio alter ego Armando attraverso la comune amica Delia. Giulio faceva una corte spudorata a Delia e scambiava con lei messaggi molto espliciti nei commenti ai post pubblici. Aveva consolato Delia per la sua disavventura di essere stata derubata in casa da estranei e le aveva proposto un indennizzo se fosse andata a vivere con lui.

Da quanto scriveva, sembrava che questo Giulio navigasse nell’oro. Era spesso a cena nei migliori ristoranti di Padova, aveva pubblicato foto di sé in viaggi nei paesi dell’est asiatico, aveva partecipato a manifestazioni con auto d’epoca e condivideva spesso post di associazioni filantropiche. Lui era un attempato e distinto signore sempre sorridente.

Giulio, però, mi aveva insospettito perché sembrava fosse un truffatore pure lui. Per me era esagerata la corte che stava facendo a Delia. Da quanto avevo letto, nemmeno loro due si erano mai incontrati prima e lui le prometteva regali costosissimi. Quando mi aveva chiesto l’amicizia, o meglio quando l’aveva chiesta ad Armando, l’aveva fatto perché aveva notato che anche io ero un alpino appassionato di auto per cui avevamo molte cose in comune.

In un messaggio privato mi aveva scritto che con Delia le cose stavano andando bene. Finalmente si erano incontrati ed era scoccata la scintilla. Adesso voleva farle la proposta di matrimonio. Aveva prenotato al ristorante Aubergine ad Abano quel venerdì sera. Era un locale che a lei piaceva molto.

Giulio voleva che fosse tutto perfetto. Intanto sarebbe andato a prenderla con la sua Lancia Aurelia cabrio del ‘57 color blu notte e poi le avrebbe fatto la proposta proponendole un anello con diamante. Aveva detto che gli era costato oltre 10.000 euro ma per Delia avrebbe fatto questo ed altro.

Fabio e Giulia (2)

Che coincidenza. Si stavano concentrando tre eventi totalmente diversi l’uno dall’altro e tutti di venerdì sera ad Abano. La fortuna cominciava a girare dalla mia parte.

Avevo già studiato un bel piano. Il difficile era incastrare gli orari.

Prima di cena mi sarei intrufolato dalle cucine al Grand Hotel e sarei salito al quarto piano aspettando l’uscita di Giuliana dalla stanza. Avrei aperto la porta con la mia tessera multicodice (essere un mago dell’informatica può avere i suoi vantaggi) e mi sarei diretto alla cassaforte.

Poi sarei andato all’appuntamento con Giulia e le sue amiche. Avrei preferito che le sue amiche mi avessero lasciato solo con Giulia ma ero disposto ad offrire la cena a tutte pur di entrare all’Aubergine per vedere bene questo Giulio così da prendere più informazioni su di lui. Era una miniera d’oro.

Volendo avrei potuto tentare i trucchi da borseggiatore e togliere dalle tasche di Giulio l’anello con diamanti ma non ne valeva la pena. Sapevo come entrare a casa di Delia.

Intanto mi trovavo al cospetto dei miei monitor, ognuno collegato a FB con un profilo diverso: Fabio era collegato con Giulia, la bella bionda trentenne, Carl con Giuliana o, come la chiamavo io, la pratica “Desenzano”. Infine, c’era Armando che stava ricevendo un assedio di domande da parte di Giulio. L’aveva detto pure lui che forse stava esagerando ma era in tensione per l’incontro e la proposta da fare a Delia. Mi aveva eletto a confidente.

Per proteggere le varie identità che assumevo c’erano altri due terminali che mi mostravano il corretto funzionamento di tutte le impostazioni di sicurezza dei firewall e delle VPN.

Mi sarei dovuto preparare per uscire e controllare l’apriporta e il congegno per la cassaforte ma non ne avevo il tempo. Ero impegnato a rispondere a tutti i messaggi che arrivavano. Sapevo che ce la potevo fare. Sapevo di essere superiore a tutti gli altri. Sapevo di essere una macchina da guerra. Sapevo che non mi poteva fermare nessuno.

Quello che non sapevo era che Giulia stava seguendo la mia pista digitale, cioè stava percorrendo a ritroso il segnale che arrivata al suo device fino a raggiungere il mio. Similarmente non sapevo che, con identità diverse, sempre lei era entrata nelle amicizie di Carlo, attraverso uno dei gruppi che lui seguiva in comune con Franca e sempre lei era Giuliano.

Non sapevo nemmeno che con lei c’erano altri agenti della polizia postale di Mestre che stavano controllando i miei messaggi per risalire fino al punto di origine aggirando tutti i miei trucchetti.

L’idea di Giulia (almeno il nome era vero, ho scoperto in seguito) era stata quella di distrarmi con le tante domande, impormi un ritmo elevato riducendo la mia capacità organizzativa e spingendomi a fare confusione tra i 3 diversi personaggi e scenari che mi aveva presentato. Era riuscita nel suo intento perché non avevo colto i segnali che pure mi arrivavano dalle notifiche di alert sul monitor del VPN e dai log del firewall. Li avevo davanti a me, sarebbe bastato solo leggerli.

In passato non avrei perso tempo con distrazioni tipo Giulia. Invece, lei era riuscita non solo a vincere la diffidenza ma a stimolare l’ingordigia. Mi aveva messo due “lavori” che seguivo da diverse settimane, nella stessa zona e negli stessi orari, aggiungendo lo zuccherino finale: l’incontro con una bella biondona che mi aveva fatto dei piccoli ammiccamenti.

C’ero cascato come un pollo. Caduto nello stesso tipo di trappola che avevo preparato per gli altri durante i miei lunghi mesi di attività.

Quando ero arrivato al Grand Hotel, tutto si era svolto come previsto. Mi ero chiuso nello stanzino delle scope, in attesa di veder uscire la “pratica Desenzano”. Era vestita molto elegantemente e si era diretta all’ascensore passandomi davanti e spargendo in tutto il corridoio una raffinata fragranza di profumo. Aveva evidentemente esagerato come fanno di solito le persone anziane. Aveva con sé una borsetta molto piccola per cui ipotizzavo che non avesse portato con sé i soldi che avrei trovato in camera, come speravo.

Non appena avevo sentito partire l’ascensore, ero uscito dal mio nascondiglio e mi ero diretto alla porta della stanza 415. Avevo inserito la mia carta ed avviato il code-scanner. Dopo qualche istante, il clack dell’elettro-serratura mi apriva la porta al giusto guadagno per le mie fatiche. La luce nella stanza si era accesa in automatico. Avevo richiuso la porta alle mie spalle e guardavo con attenzione per scoprire dove si trovava la cassaforte. Nelle camere piccole di solito la si trovava vicino all’ingresso ma questo era un bell’appartamentino con tanto di salotto per cui forse avrei dovuto cercare in camera da letto. Fatti i pochi passi che mi separavano dalla porta della camera, mi ero fermato per ascoltare meglio. Qualcosa non quadrava. Si sentivano scricchiolii provenienti dal bagno. Non avevo avuto nemmeno il tempo di girarmi che, in contemporanea, si era accesa luce della stanza mostrandomi due poliziotti con le armi in pugno e la porta del bagno si era aperta con un terzo poliziotto, donna, che mi bloccava l’uscita. In quel momento mi ero reso conto che ero finito in trappola. Avevo la sensazione di conoscere quella poliziotta. “Ciao Fabio, sapevo che eri impaziente di uscire con me per cui ho anticipato il nostro incontro. Sono Giulia.”

Mentre Giulia parlava e io realizzavo quanto fossi stato stupido, mi ero già ritrovato con entrambe le braccia dietro la schiena e le manette ai polsi. A terra c’era il mio code-scanner. L’unico stupido pensiero era stato “Speriamo non si sia rotto.”

Epilogo amaro

“Sono Fabio e ho 32 anni”.

Stavo raccontando la mia storia e mi rendevo conto che nessuna delle mie conoscenze nel campo informatico, in quel momento mi avrebbe potuto aiutare. La stanza degli interrogatori della Polizia Postale di Mestre era angusta e disadorna. C’era una sola finestra ma troppo in alto e con le sbarre. Sul tavolone alcuni album per francobolli, qualche stampa di contratti on-line per le carte di credito italiane, francesi e spagnole. Le stampe di alcune foto che avevo scattato col telefonino, la trascrizione delle chat tra i miei alter ego e le vittime. Si, loro le chiamavano così: vittime. Nessun eufemismo. Giulia aveva un sorriso canzonatorio. Sapeva di essere stata più brava di me e lo faceva pesare, in ogni occasione. Non era entrata nei particolari dell’operazione ma aveva evidenziato che i due operatori seduti all’altro capo del tavolo erano sulle mie tracce da diversi mesi.

La sua unità controllava molti nuovi utenti dei social network e verificava se quegli utenti uscivano dal nulla o corrispondevano a persone vere. Avevano notato subito molte stranezze e avevano sottoposto il caso a Giulia. Era di Giulia la responsabilità del settore frodi informatiche via social. Mi avrebbero potuto fermare subito, chiudendo i miei account e me la sarei cavata con una denuncia, rischiando fino ad un anno di detenzione. La complessità del sistema che avevo montato, li aveva invece convinti che avessi una grossa organizzazione alle spalle e volevano prendere il cosiddetto pesce grosso. Si erano resi conto in pochi giorni che lavoravo da solo e che il mio obiettivo non erano solo le truffe.

Dopo il furto a casa di Delia, Giulia aveva giurato di farmela pagare ed aveva lavorato per tessere la sua trappola attorno a me. Il primo tassello era stato costruire il personaggio di Giuliana. Voleva giocare al gatto col topo per un paio di settimane, raccogliere quante più prove possibile e poi arrestarmi. Quando si è accorta che stavo architettando una truffa complessa con le carte di credito, mi aveva lasciato fare solo perché le serviva scoprire le lacune dei sistemi informatici delle banche. In compenso mi aveva gettato un altro amo, tramite Giuliano. La scelta dei nomi l’aveva fatta al solo scopo di prendermi in giro nonostante le proteste dei suoi colleghi. Temevano che mi accorgessi dell’omonimia. Invece non ci avevo proprio fatto caso. Giulio e Giuliana per me erano due nomi totalmente diversi. Mi sarei dovuto accorgere della trappola quando avevo ricevuto la richiesta di amicizia da Giulia ma non c’era nessun nesso con gli altri account e soprattutto Giulia era un personaggio ben costruito ed io ero caduto nel trucco più vecchio del mondo: mi ero fidato della provocante immagine della bella biondona.

Mentre i suoi colleghi conducevano l’interrogatorio, Giulia interveniva solo per segnalarmi ogni errore che avevo fatto, ogni traccia lasciata sul web.

Chissà quanto si era divertita ad utilizzare contro di me i miei stessi trucchi, come si stava divertendo ad annunciarmi gli anni di galera che corrispondevano ad ogni singolo reato commesso.

Avevo davanti ai miei occhi il sorriso dell’amica di Facebook, la Giulia che avevo sognato di conquistare. Lei Sorrideva ma non come avevo sperato. Era un sorriso beffardo che gongolava di soddisfazione. Il bel finale di serata era andato in fumo assieme a tutti i sogni della mia vita.

Storie e personaggi: L’ Amico di facebook (parte seconda)

Segue da: L’Amico di facebook (parte prima)

Bruno ed Elena

Elena era la proprietaria di uno storico negozio di generi alimentari a Montegrotto Terme. Dicevano tutti che Elena fosse piena di soldi come un uovo. Viaggiava molto, aveva un buon carattere ed era molto ben disposta ad aiutare le persone.

Per Elena mi ero trasformato in Bruno Pagani, un figlio di italiani emigrati in Francia negli anni ’50. Ero un ultrasessantenne con la voglia di viaggiare. Mi piaceva la musica classica, casualmente come ad Elena, e mi ero da poco separato dalla moglie con la quale gestivamo un negozio di abbigliamento a Parigi. Il negozio e la casa erano suoi. Lei mi aveva licenziato e in poco tempo io mi ero ritrovato solo, senza casa e con il sussidio di disoccupazione che copriva a stento l’affitto della vecchia topaia in cui vivevo. Fortunatamente ero riuscito a farmi restituire dall’ex moglie tutti i miei dischi di musica classica e tutte le copie del National Geographic col quale preparavo i miei viaggi. Attualmente sognavo di andare a visitare parte dell’Africa e dell’Asia.

La pagina FB di Bruno Pagani era sommersa di fotografie di posti esotici e commenti del tipo “Ricordo i bellissimi tramonti da questa spiaggia” oppure “Che soddisfazione raggiungere la cima, ma avevo venti anni di meno” o anche “Il viaggio nel deserto è un’esperienza che mi manca ma per quest’anno, grazie a mia moglie, mi dovrò accontentare di visitare i Campi Elisi”. Logicamente quasi tutti gli articoli condivisi erano in francese mentre i commenti erano in entrambe le lingue. Non era stato facile lavorare col traduttore di Google. All’inizio facevo tantissimi errori, poi un poco alla volta mi ero specializzato nella traduzione in francese. Avevo imparato a fare la contro traduzione dal francese all’italiano per ridurre gli errori e ogni tanto provavo con un passaggio dall’inglese per vedere se c’erano sfumature diverse nei significati.

Avevo postato decine di collegamenti a Youtube con eventi dei grandi Maestri che dirigevano le loro orchestre durante memorabili concerti. Qualche commento qua e là (copiato da altre bacheche perché in realtà non sapevo nulla di musica classica) per far vedere che apprezzavo o criticavo qualche esecuzione.

I trucchi erano sempre gli stessi: creare un personaggio credibile, avere uno o più punti di affinità con l’oggetto delle mie attenzioni (non mi piaceva chiamarla vittima) ed essere in una situazione che potesse suscitare tenerezza ed empatia. Le affinità, in questo caso, erano il negozio, i viaggi e la musica, la storia strappalacrime veniva costruita sulla separazione e la sopravvenuta ed ingiusta indigenza economica.

Con Elena aveva funzionato alla grande anche se lei aveva insistito per vedere delle mie foto. Avevo fatto un azzardo ma ero riuscito a produrre delle buone foto ricorrendo a vari software di invecchiamento, non prima di aver modificato manualmente con photoshop alcuni dettagli del viso, tipo il naso a patata e gli occhi rotondi invece che ellittici. Gli sfondi li avevo presi da foto o video di località francesi.

Elena si era lasciata intenerire subito dalla mia storia e man mano che diventavamo più intimi si sentiva sempre più attratta fino a diventare intraprendente. Mi diceva che era un peccato che vivessi così lontano perché le sarebbe piaciuto conoscermi e frequentarmi. Si era proposta di pagare per me il viaggio in aereo, data la mia precaria situazione economica. Che fare? accettare e portare a casa un migliaio di euro o rischiare e tentare l’aggancio per un bottino più grosso? Avevo scelto la seconda possibilità. Sentivo che avrei potuto mettere a punto una buona strategia.

Le avevo fatto capire che ero colpito dalla sua proposta e le avevo confidato che lei mi piaceva molto, tanto da fare qualsiasi follia assieme a lei. Però non potevo muovermi da Parigi. Oltre agli affetti familiari, cui mi sentivo ancora legato, avevo bisogno di risollevarmi economicamente.

Dopo che mi sarei assestato, mi sarebbe piaciuto fare qualche viaggio assieme a lei, andare in giro come esploratori e goderci la bellezza tutto intorno a noi. Per il momento non era il caso che venissi in Italia perché non conoscevo più nessuno mentre nel campo del commercio, a Parigi, potevo fare leva sulla serietà e professionalità per le quali ero noto. Grazie ad esse mi stavo buttando in un nuovo progetto: aprire un negozio di intimo di una nota linea italiana in franchising. L’unico ostacolo erano le banche che non mi concedevano il prestito di cui avevo bisogno. Ero riuscito ad ottenere 80.000 euro che sarebbero bastati per la concessione del marchio e le prime spese ma avevo bisogno di ulteriori 30.000 euro per la caparra del negozio e per completare l’allestimento. Forse avrei dovuto rinunciare al mio sogno!

Era stata Elena stessa a proporre che mi desse lei quei soldi. Voleva però alcune garanzie. Io avevo avanzato l’ipotesi di una co-intestazione dell’attività ma lei aveva rifiutato. Piuttosto voleva che andassi io stesso a prendere i soldi: mi avrebbe pagato lei il viaggio. Dopo aver fatto finta di pensarci, perché non volevo che lei rischiasse il suo capitale se fossero andati male gli affari, avevo accettato promettendole che sarei arrivato in pochi giorni. Il giorno successivo le avevo mandato una copia del biglietto del treno, più economico dell’aereo (e più facile per me da riprodurre) e le avevo detto che ero immensamente felice di poterla conoscere presto di persona. Anche se, di fatto, era come se la conoscessi da sempre.

Il giorno prima della fittizia partenza, le avevo mandato la foto da un letto d’ospedale con una gamba ingessata ed in trazione. “Che brutto incidente. Non ci voleva! Proprio ora che stavo venendo a conoscerti… La settimana prossima devo andare a firmare il contratto d’affitto. Senza quei 30.000 euro sono rovinato. Non è che puoi venire tu?” Sapevo già che lei non poteva lasciare il negozio e senza pensarci due volte, mi aveva chiesto un IBAN per mandarmi i soldi. Avevo già previsto questa eventualità ed ero pronto con una carta di credito virtuale francese.

Appena verificato l’arrivo del denaro, avevo fatto l’acquisto di alcuni costosissimi componenti per i miei server, su Amazon, e li avevo fatti consegnare presso un supermercato a Padova dove speravo di non essere riconosciuto. Con la rimanenza avevo eseguito due bonifici su due diverse carte virtuali spagnole e da quelle, suddividendo ulteriormente il capitale, avevo mandato i soldi su 4 carte italiane utilizzate poi per prelevare il tutto nei 4 giorni successivi.

Una volta completati i prelievi, Bruno Pagani, anzi Paganì alla francese, come scriveva Elena, era sparito da FB e con lui i 30.000 euro. Elena era distrutta per la perdita dei soldi ma ancora di più per essere stata illusa, delusa ed abbandonata da una persona di cui si fidava, che le sembrava la sua anima gemella e alla quale si era affezionata come se l’avesse avuta sempre davanti ai suoi occhi. Si rimproverava di essere cascata in quel banale trucco. Quello che non aveva capito era che i soldi non erano distanti, infatti Il suo Bruno aveva la metà degli anni dichiarati e abitava solo a due vie di distanza dalla sua.

Carlo e Franca

Avevo notato Franca, un’arzilla anziana, all’ufficio postale di Montegrotto Terme. Chiedeva spesso informazioni filateliche ma non ricordavo di averla vista altre volte in giro. Nemmeno su facebook avevo trovato qualcuno di Montegrotto che le somigliasse. Secondo me era troppo anziana per avere una pagina FB e siccome mi sembrava che avesse un portamento aristocratico e non lesinava di far mostra di bracciali e collane d’oro, stavo già valutando quale stratagemma utilizzare per avvicinarla.

Si presentava come un caso difficile da seguire. Non sapevo nulla di lei, però ero stato capace di cogliere un’occasione al volo. L’avevo vista tra la folla che si apprestava ad assistere ad una rappresentazione di teatro dialettale. Ero entrato anche io al Palaturismo ed avevo scovato un posto proprio dietro di lei. Prima che iniziasse lo spettacolo, mi ero messo ad origliare quello che diceva l’anziana signora col suo portamento elegante, alla sua amica, distinta anche lei ma non all’altezza della prima. Era importante starle vicino per attingere quante più informazioni possibili. Ed ecco che la vedo estrarre il suo cellulare, controllare la pagina FB e scrivere qualcosa. Col mio smartphone, facendo finta di messaggiare, riuscivo, dopo vari tentativi, ad avere una foto perfetta del suo schermo. Tramite la sua immagine profilo ed i nomi degli amici che vedevo l’avrei sicuramente rintracciata. Comunque, la situazione non si presentava facile da gestire. Mi ero fatto l’idea che fosse una donna colta ed intelligente quindi, in teoria, difficile da plagiare. Io mi ero creato una mia teoria, quasi un principio filosofico o un assunto matematico derivante da alcune idee sentite durante un corso fatto anni prima sulla sicurezza informatica:

I non nativi digitali, pur avendo tutta l’intelligenza del mondo, non hanno, nel proprio bagaglio culturale quelle accortezze che per istinto o per induzione, hanno i ragazzini.

Secondo tale teoria, si salvano solo gli addetti del mestiere perché per la propria attività lavorativa sono a conoscenza dei rischi della rete. Tutti gli altri, pur utilizzando al meglio gli strumenti non ne conoscono i segreti. Per capirci è come un bravissimo guidatore di automezzi che ritrovandosi con l’auto in panne non sa minimamente dove mettere le mani mentre un guidatore, magari maldestro, che durante l’infanzia si è divertito a smontare e rimontare motorini, moto od auto, riuscirà a ripartire per la propria destinazione o quantomeno per la prima autofficina. I nativi digitali non sono solo più svegli degli adulti ma, oltre le esperienze dirette che acquisiscono, vengono educati nelle scuole ai rischi della rete.

Dopo centinaia di tentativi ero riuscito a trovare la donna misteriosa. Non viveva a Montegrotto bensì ad Albignasego, ed aveva un nome di contatto bizzarro: “Franonna aponense”. Il suo vero nome era Franca Contin. Parlava spesso degli studi sulle presenze romaniche nella zona termale, della storia di “San Pietro in Montagnon”, vecchio nome di Montegrotto, della storia dei paleoveneti, della dominazione austriaca nel Veneto, di cui sembrava quasi nostalgica, dello sfruttamento termale nel periodo romano e medievale e soprattutto di quello del periodo recente con l’eccesso di cementificazione che ne era seguito. Aveva una predilezione per le passeggiate sui colli euganei ma si arrabbiava ogni volta che vedeva una cava di trachite, perché turbava il panorama naturale.

Scavando nei suoi interessi ero finalmente riuscito a trovare il mio cavallo di Troia: i francobolli. Era una collezionista incallita. Partecipava a diversi gruppi filatelici su FB, alcuni pubblici ma molti privati: si vedeva solo il nome del gruppo e molti gruppi avevano nomi per me illeggibili. Probabilmente in quei gruppi avvenivano gli scambi dei francobolli.

Per riuscire a far breccia su di lei mi ero dovuto mettere nel mio ufficio-sala server-scrittoio-ecc, per ore ed ore a studiare i francobolli più famosi, le collane storiche e gli annulli filatelici più importanti. Lei metteva tanti like alle serie complete italiane e austriache e agli annulli degli eventi commemorativi mentre sembrava poco interessata agli annulli degli eventi contemporanei, delle squadre sportive, delle manifestazioni popolari od altro.

Per Franca avevo deciso di diventare Carlo Serafini. Un ottantenne di madre austriaca che mi aveva sempre chiamato Karl. Abitavo in provincia di Belluno. Ero entrato in alcuni dei gruppi che seguiva Franca. Quelli che avevano il nome illeggibile erano austriaci. Avevo postato molti commenti a francobolli rari (sempre copiati da altri commenti in altri gruppi) e lo facevo sia in italiano e sia in tedesco sui gruppi austriaci.

Dopo un paio di settimane le avevo chiesto l’amicizia in FB. Lei, intelligentemente, mi aveva chiesto se ci conoscessimo. Io le avevo risposto candidamente di no ma che era tra le persone che avevo visto nei gruppi che frequentavo. Le avevo detto di essere nuovo in FB. Io ero solo, senza figli e nipoti. Dopo la morte di mia sorella, i francobolli erano rimasti la mia unica compagnia. Da quando un mio amico mi aveva convinto ad entrare in FB, qualche mese prima, ero più felice perché avevo trovato persone con cui parlare la stessa lingua, soprattutto nei gruppi filatelici.

Non mi aveva dato subito, l’amicizia. O non l’avevo convinta oppure stava cercando ulteriori conferme sulla mia identità. Avevo lavorato molto sulla mia figura in FB. Tanti “Grazie per avermi accolto nel gruppo”, “Grazie per la tua preziosa amicizia” e qualche condivisione di commenti per depressi da isolamento (basta cercare, ne trovi tanti. Sembrano frasi positive ma evidenziano lo stato di solitudine di chi le condivide o di chi vi appone i propri like).

Finalmente, dopo che avevo messo il commento ad un post sul programma di un’asta filatelica a Vienna, precedentemente commentato da Franca, era arrivata la conferma alla mia richiesta di amicizia. Non potevo dire che ormai ce l’avevo fatta ma adesso mi sentivo più ottimista. Il bacino di utenza della filatelia era comunque da non trascurare. Se Franca non mi avesse concesso la sua amicizia entro qualche settimana, avrei cercato altri bersagli.

Avevo evitato di essere immediatamente aggressivo nei suoi confronti, nel senso che c’ero andato piano con i commenti ed i like ai suoi post. Mi era sembrata più avveduta di molte altre persone, anche più giovani di lei.

Un giorno avevo messo un annuncio nella bacheca di un gruppo filatelico dicendo che vendevo tutta la mia collezione di 370 francobolli austriaci del periodo imperiale. Unica condizione: non dividere la collezione. Solo per interessati, no perditempo. Trattativa privata.

Tra le tante risposte, non avrei mai immaginato tutto questo successo, era arrivata anche quella di Franca, con un messaggio essenzialista ma deciso: “Perchè?” Le avevo risposto via Messenger che non stavo attraversando un buon periodo: il costo dei miei medicinali assorbivano gran parte della mia pensione da professore di matematica. Sapevo che ormai non avevo moltissimi anni davanti ed ero senza eredi. Inutile conservare le mie collezioni per parenti lontanissimi che nemmeno conoscevo e che magari non avrebbero saputo dare il giusto valore alle cose. Con calma, perché non avevo nessuna premura di disfarmi di tutte le mie collezioni, però avrei venduto solo a veri intenditori una collezione all’anno. Iniziavo con quella austriaca perché era la più imponente, assieme a quella italiana. E stavo dando via un gruppo di francobolli preziosissimi ed antichi. Avrei chiesto 4500 euro.

All’inizio Franca mi aveva detto che ero matto: nessuno avrebbe speso così tanto in un colpo solo. Poi, man mano che le mandavo foto di alcuni francobolli (presi da internet e modificati in piccoli particolari) mi aveva detto che erano pezzi rarissimi e che forse chiedevo anche poco.

“A lei interessano?” le chiesi (con Franca non ero mai entrato in intimità, mi ero sempre mantenuto sul rapporto formale). Franca mi rispose che quei francobolli le piacevano perché legati ad un periodo storico che adorava, però non avrebbe potuto spendere così tanto al momento. Io le venni subito incontro dicendole che poteva pagarmele un poco alla volta. Una prima rata da 1500 ed il resto anche rate da 500 euro al mese. Lei mi aveva risposto che ci doveva pensare ed io le avevo detto che ci pensasse liberamente ma nel frattempo se avessi ricevuto un’offerta con pagamento immediato, l’avrei accetta perché, come le avevo accennato, mi trovavo in una situazione in cui avevo assoluta necessità di quei soldi.

Il giorno dopo mi disse che avrebbe preso l’intera collezione ma che non le piacevano i brodi lunghi per cui avrebbe pagato in due rate di 2250 euro l’una. Le chiesi l’indirizzo di casa per spedirle la collezione e le diedi l’IBAN di un’ennesima carta di credito virtuale. Lei aveva fatto subito il bonifico, io le mandi il giorno seguente la foto di una ricevuta di spedizione da Alleghe (BL) ad Albignasego (PD) con tanto di indicazione “Assicurata”. Questo mi dava il tempo di circa due giorni, quelli che mi servivano per incassare i soldi.

Nei pressi del piazzale della torre ad Albignasego, era parcheggiata una vecchia Kangoo con qualche graffio sulle portiere. La gente, passandogli accanto, vedeva uno stempiato trentenne seduto al posto di guida mentre mangiava con calma ed aria indifferente la sua pizza al taglio. Io ero relativamente tranquillo perché non ricordavo di avere amici o conoscenti in quella località.

Quando avevo visto Franca uscire da casa ed entrare nella sua Ypsilon nuova e ben curata per dirigersi all’ennesimo evento culturale a Montegrotto, avevo bevuto il mio ultimo sorso di birra, avevo acceso il motore del Kangoo e mi ero diretto al parcheggio dietro l’abitazione. La porta era blindata ma le finestre erano facilmente accessibili. Dentro casa avevo trovato abbastanza oro, nascosto come al solito nei cassetti e dentro l’armadio. Molti anelli, collane e bracciali erano tranquillamente esposti sul comò. Avevo prelevato anche un paio di oggetti di valore, un televisore portatile e tutte le collezioni di francobolli. Da quella notte, di Carlo Serafini non c’era più traccia in FB.

Continua…

Storie e personaggi: L’ Amico di facebook (parte prima)

Mi chiamo Fabio ed ho 32 anni.

Due anni fa sono stato licenziato dalla Web&IT, la ditta in cui lavoravo a Padova. Quegli stronzi dei miei colleghi mi avevano messo nei guai. Secondo me, solo per invidia. Ero più bravo di loro. Riuscivo a scrivere un intero programma in pochi giorni. Certo, da aggiustare qua e là ma la struttura principale era pronta in meno di una settimana mentre nello stesso tempo, Elvio e Pietro riuscivano a stento a capire quale layout grafico fosse più intuitivo in base alle richieste del cliente. Poi ci volevano un paio di mesi per vedere la prima beta-version del programma.

Io mi ero specializzato nelle comunicazioni e conoscevo tutti i segreti degli indirizzi IP, del routing, del natting, dei DNS e dei Proxy. Pietro, in particolare, veniva da me quando aveva problemi per i suoi programmi; venivano tutti da me ma lui di più. Alla fine, si era accorto che durante le ore di lavoro producevo e vendevo chiavette USB con programmi per la visione gratuita dei canali digitali a pagamento. Usavo le strutture informatiche della ditta per aggiornare e fare gli upload ai clienti degli indirizzi IP dei server che trasmettevano in streaming soprattutto gli eventi sportivi in chiaro. Era un lavoro continuo perché le polizie postali di tutto il mondo si divertivano a chiudere un paio di siti al giorno. Avevo un sacco di richieste. Guadagnavo 30 € a chiavetta ma era necessario essere veloci e assidui e proteggere sempre meglio i programmi dagli assalti degli sbirri.

Pietro aveva confidato ad Elvio quello che facevo ed Elvio era corso subito dal titolare. Appena l’ho saputo, sono entrato nell’ufficio di Pietro e l’ho aggredito urlando che era un ingrato e uno stronzo. Le urla avevano attirato Elvio che era entrato con aria di sfida dicendomi di prendermela con lui se avevo coraggio. Non gli avevo dato nemmeno il tempo di finire la frase che l’avevo afferrato con i pugni stretti sul suo maglione da nerd a scacchi neri e rossi e l’avevo scaraventato addosso alla parete di cartongesso che si era rotta fragorosamente.

Un’ora dopo avevo già finito di raccogliere tutte le mie cose dall’ufficio con la lettera di licenziamento immediato in tasca.

Da allora mi ero dovuto arrangiare con lavoretti di vario genere. Nessuno nel campo dell’informatica. La Web&IT aveva fatto terra bruciata attorno a me. Ho fatto il cameriere qua e là, però avevo trovato una nuova fonte di guadagno, molto più remunerativa delle USB per lo streaming.

Avevo notato che alcune persone scrivevano in continuazione su Facebook tutto di tutto su di loro. Molti erano anziani e soprattutto donne. Ne avevo trovate tante, comprese delle nonnine che conoscevo di vista perché abitavano anche loro a Montegrotto Terme. Avevo iniziato a seguirle su FB con molta discrezione e anche nel mondo reale. Sapevo dove andavano a fare la spesa e cosa compravano. Conoscevo i loro familiari e qualche loro abitudine. Da FB riuscivo a sapere tutto il resto, anche i loro pensieri più intimi.

Armando e Delia

La signora Delia era rimasta vedova circa 4 anni prima. Non era molto anziana ed era ancora sinceramente legata al marito Luciano. Facendo alcune ricerche avevo scoperto che Luciano aveva fatto il militare negli Alpini e mi è bastata questa informazione per mettere a punto la mia strategia di aggancio. Per l’occasione avevo aperto un nuovo account a nome di Armando Piccolin. Il nome era vero, l’avevo trovato nell’elenco del contingente di Luciano e sapevo che era morto anche lui. Abitava a Thiene, abbastanza distante per sperare che non si fossero più né visti e né sentiti, dopo la leva militare.

Avevo iniziato a scrivere a Delia facendo finta di cercare informazioni sui componenti della nostra compagnia perché dovevamo organizzare la cena per festeggiare il 50° anno dal congedo. Mi ero presentato su Messenger dicendole di sapere che fosse la moglie di Luciano ma che non riuscivo a trovare lui in FB. Mi rispose piccata dicendomi che Luciano era morto ed era impossibile che io non lo sapessi perché lui era sempre stato in contatto con l’Associazione Nazionale Alpini. Le avevo detto che non lo sapevo affatto e che la cosa mi lasciava molto addolorato perché avevo passato delle giornate veramente intense con Luciano. Dopo il primo momento di imbarazzo e sospetto, ero riuscito a fare breccia nella sua diffidenza parlandole spesso delle belle avventure che come Alpini avevamo vissuto.

Qualche giorno dopo era stata lei a chiedermi l’amicizia in FB. Era il primo passo per piazzare la trappola che le stavo tendendo. Per me era un lavoro lunghissimo e faticoso. Dovevo concentrarmi per pensare come se fossi realmente Armando e immaginare gli ipotetici discorsi fatti con Luciano. Mi ero costruito un passato rispettabile mettendo tantissime foto prese dai raduni degli alpini, condividendo pagine su pagine che con foto di militari, di guerra e di motori. Luciano ed io eravamo grandi appassionati di auto sportive. Commentavo, inoltre, qualsiasi articolo in cui Delia metteva un like. Ad ogni suo saluto del mattino le mettevo un commento carino, ad ogni risposta da parte dei suoi amici o parenti, mi segnavo quanto frequentemente interagissero e disegnavo la rete dei suoi affetti, per sapere da chi guardarmi e chi adulare per ottenere un suo indiretto sostegno. A Delia piacevano le poesie e io cercavo ogni giorno una poesia da condividere. Non era facile per me che non ne conoscevo nemmeno una, però mi facevo ispirare dai post di una mia amica.

Ogni volta che volevo accedere a FB con l’account di Armando lanciavo un programma di VPN che avevo fatto io stesso. Sarebbe stato un bel prodotto da vendere se non fosse che usavo tecniche di protezione e mascheratura di indirizzo, illegali in Italia. Il localizzatore dell’indirizzo IP diceva che io ero connesso da un server di Thiene. In realtà i miei dati viaggiavano dall’Italia al sudest asiatico utilizzando il free wi-fi di un centro commerciale malese per “pulire” la traccia e inoltrarla nuovamente in Italia dove le facevo fare ulteriori passaggi per ottenere il risultato che desideravo.

Usavo inoltre un altro account di controllo per entrare nelle pagine FB dei parenti di Delia. In questi casi la foto di una bella biondona russa funzionava bene sia con gli uomini che si tuffavano come le api sul polline e sia con le donne che si sentivano subito in empatia con un esponente del proprio sesso sebbene sembrasse al di fuori della normale cerchia di amici. Anche da parte della biondona qualche like ogni tanto e un paio di commenti simpatici. Assolutamente vietato trattare o mettere like su qualsiasi argomento che richiamasse faziosità tipo politica, tifo sportivo, religione e argomenti filosofici.

Delia aveva trovato in Armando un appiglio per riportare alla mente il suo povero marito e smaltire quella rabbia interiore per il fatto che lui, morendo, l’aveva lasciata sola. Sentire parlare di Luciano la rendeva felice e meno sola. Era normale che non volesse sbottonarsi completamente con me però ero sicuro di essere riuscito ad indurle il pensiero che la mia attenzione nei suoi confronti si stesse trasformando in interesse passionale.

Un poco alla volta avevamo iniziato a parlare di pensioni e dei rischi di tenere tutto il denaro a casa. Io le avevo detto che mi ero fatto il bancomat, lei invece preferiva ritirare tutto e tenere i soldi a casa. Era l’informazione che mi serviva. Ormai sapevo quando andava in posta a ritirare la pensione. Mi aveva confidato che teneva la chiave di scorta dentro la cassetta del contatore dell’acqua. Mi era stato facile sapere quando avrei avuto la casa libera per un paio d’ore. Era bastato chiederle quando sarebbe andata dalla parrucchiera, il che avveniva sempre entro un paio di giorni dal ritiro della pensione.

Mi ero introdotto in casa di Delia con molta circospezione. Non mi ero reso conto che fare lavoretti sporchi a Montegrotto, dove vivevo e dove mi conoscevano quasi tutti, era una grossa imprudenza. La mia presenza lì non era per niente giustificata. Fortunatamente il retro della sua casa dava su un vicolo quasi invisibile. Avevo posizionato là il mio Kangoo, una macchina da 4 soldi ma comodissima per svaligiare una casa.

Mi ero diretto subito nella camera da letto di Delia e avevo aperto il cassettino della toletta che aveva un fermo da sbloccare per estrarre completamente il contenitore e accedere al vano segreto. C’era il contante accuratamente conservato in una busta di carte e alcuni gioielli nelle loro scatolette. Non valeva la pena mettere a soqquadro la casa. Se tutto fosse andato bene, Delia si sarebbe accorta del furto solo dopo un paio di giorni rendendo più difficile l’individuazione del momento esatto dell’effrazione. Mi restava da fare solo un’ultima cosa: prelevare un vecchio fucile di cui mi aveva parlato. Quello da solo valeva circa 200€, più di quello che mi avrebbero dato per tutto l’oro trovato.

Adesso ero ad un bivio. Continuare a scrivere a Delia come se non fosse successo niente o dileguarmi immediatamente, togliendole l’amicizia ed eliminando l’account. Ero rimasto a guardare cosa capitasse. Se Delia non avesse sospettato di me, casa sua sarebbe stata sicuramente una tappa da riproporre saltuariamente nei mesi successivi.

Continua…

Personaggi: Dommy

Era stata una giornata molto calda e stancante ma l’eccitazione era alle stelle. Avevamo organizzato la tanto agognata rimpatriata tra compagni di scuola ormai cinquantenni. Una mega festa in cui eravamo presenti un centinaio di diplomati nell’88 al Liceo Scientifico Fermi di Padova. La zona della Diga di Chioggia era stata individuata come la location migliore per una festa privata in grande stile. Eravamo 500 persone, forse di più. Ogni diplomato era venuto con il proprio partener, marito o moglie che fosse, qualcuno con l’amante e molti amici.

Era impressionante vedere le trasformazioni che tutti noi avevamo subito nel corso degli anni. In qualcuno mi era stato difficile rivedere il volto che avevo memorizzato oltre 30 anni prima. Nè il ragazzino con le prime pelurie e l’atteggiamento da uomo per nascondere l’insicurezza e nemmeno i volti snelli delle ragazze lentigginose. C’erano persone che mi salutavano come se ci fossimo visti il giorno prima ma a me sembravano perfetti sconosciuti. Altri non avevano cambiato un capello, più rotondetti e occhi scavati dalla frenesia quotidiana ma erano gli stessi di trent’anni fa.

Mi aveva impressionato rendermi conto che stavo osservando il variegato spaccato della nostra società. C’erano persone che avevano clamorosamente fallito le aspettative proprie e delle famiglie, fiduciose che un diploma al Liceo scientifico potesse aprire mille porte, da quelle delle università più prestigiose a quelle degli impieghi pubblici fino all’imprenditoria privata molto effervescente ed in continua ascesa economica nella provincia patavina.

Bruno era alto, riccioluto e scarno. Mi aveva confessato che dopo il diploma si era perso, aveva sprecato qualche buona occasione come DJ radiofonico e si era buttato in un giro di droga dal quale ne era uscito malconcio e solo dopo la trentina. Aveva dormito in strada, quando i suoi lo avevano buttato fuori di casa perché era diventato violento ed un peso emotivo troppo forte per sostenerlo in famiglia. Un prete lo aveva portato a lavorare in una cooperativa sociale. Lì lo avevano assunto per fare il manutentore. Aveva dovuto imparare a fare l’idraulico, il falegname, l’elettricista ed il giardiniere e lentamente si era disintossicato. Non era stato facile. – La felicità non è gratis e nemmeno immediata. – mi aveva detto. Bruno è stato importantissimo per la festa. Si è dimostrato instancabile come lavoratore nei due giorni di allestimento finale, anche se aveva bisogno di essere guidato. Evidentemente non era mai stato abituato a decidere autonomamente cosa fare ma a dipendere dagli ordini altrui.

Cinzia, invece era un portento. Organizzata al massimo, dava a ciascuno di noi il nostro compito. Lei non aveva fatto parte del cosiddetto nocciolo duro, quelli che avevamo avuto l’idea della festa e che avevamo cercato i primi contatti di qualche numero o indirizzo che ricordavamo. L’aveva voluta Paolo nel team perché se la ricordava bene, era molto carina ed era dai tempi della scuola che sperava di scoparsela ma poi si erano persi di vista. Quella poteva essere la sua occasione. Invece Cinzia si era dimostrata subito molto determinata lasciando poco spazio a Paolo per flirtare. Aveva recuperato gli elenchi scolastici e aveva dato a ciascuno di noi un incarico ben preciso per rintracciare tramite elenco telefonico, Facebook, e vecchi indirizzi, circa 20 persone a testa. Aveva deciso che Paolo avrebbe dovuto interessarsi dei contatti con tutti i fornitori esclusa la location e i DJ per i quali aveva incaricato me. Cinzia, subito dopo il diploma, si era iscritta a medicina ma a causa della sua passione per lo spritz, le serate al bar o in discoteca fino a tardi, in due anni aveva dato solo 3 esami e il papà le aveva dato l’out-out. O si fosse messa a studiare seriamente laureandosi nei tempi previsti o sarebbe andata a lavorare, cosa che avrebbe dovuto fare comunque se ci teneva a continuare quello stile di vita dispendioso. Un’amica che era stata licenziata dal suo capo perché era rimasta incinta, le aveva proposto di prendere il suo posto di segretaria. Non era uno stipendio da favola ma pagava regolarmente, cosa da non sottovalutare. Cinzia era rimasta in quello studio solo 4 mesi. Aveva capito che l’avvocato era uno sfruttatore ed un viscido approfittatore sessuale. Più di qualche volta le aveva toccato le tette o dato qualche schiaffetto sul culo. Il carattere forte di Cinzia aveva evitato che ci provasse più spesso ma comunque era troppo per lei. Non riusciva a sopportare quella situazione per cui alla prima occasione se ne sarebbe andata. Un cliente, in attesa di essere ricevuto dall’avvocato, le aveva confidato che era disperato per la recente morte della moglie. Tra l’altro, senza di lei non riusciva più a gestire l’ufficio commerciale della propria ditta di componenti elettromeccanici. Solo la sua povera moglie era così brava e sarebbe stato difficile sostituirla. Cinzia non ci pensò due volte, gli disse che lei sapeva come gestire un ufficio e parlava bene l’inglese e lo spagnolo per cui avrebbe potuto essere all’altezza della situazione. Lavorava ancora in quell’azienda.

Simone si era Laureato in ingegneria ed era stato assunto da un’azienda che costruiva alberghi di lusso. Durante una trasferta in Australia si era innamorato del posto ed era rimasto a Perth per aprire una serie di locali: aveva cominciato con un circolo al porto turistico e poi ci aveva preso gusto aprendo bar, discoteche e ristoranti sul lungomare. Di fatto lui non faceva nulla. Apriva i locali e li affidava a gestori. In pratica viveva di rendita. Dopo 20 anni aveva deciso di rientrare a Padova perché i suoi genitori non stavano più bene e necessitavano di cure continue. All’inizio mandava soldi per la badante ma non bastava più. Serviva una presenza costante. Non si era mai sposato pur essendo molto ricercato dalle donne e pieno di soldi ma il suo interesse era diverso ed orientato ad un altro genere. Finalmente si era liberato del senso di vergogna e consapevole della propria maturità fisica e psicologica aveva deciso di mostrarsi come era realmente. Alla festa era venuto con il suo nuovo compagno, un tunisino di venti anni più giovane di lui, molto eccentrico.

Angela sembrava una star di Hollywood e aveva gli occhi di tutti puntati su di lei: alta, capelli castano chiari, volto asciutto che sottolineava la forma della mandibola e faceva risaltare gli zigomi perfetti, leggermente tondeggianti che facevano pendant con il naso sottile leggermente all’insù. Molti dicevano che erano stati rifatti ma a me piaceva pensare che fosse solo l’invidia per quel fisico statuario. Il suo foulard leggero, svolazzante intorno al collo lungo, le copriva parzialmente le spalle perfettamente abbronzate. Un malizioso top le metteva in evidenza il seno pieno, tondeggiante e apparentemente sodo. – Quando si hanno i soldi è facile rimanere belle -, questo il commento di molti tra i presenti, e non solo da parte delle donne, giustificate dalla meritata invidia, ma anche dagli uomini che comunque non rinunciavano ad avvicinarla, sornioni, con un drink in mano. Era come vedere le api ronzare attorno ad un bel fiore ricco di polline. Eppure Angela non era una persona così volubile come poteva sembrare alla prima occhiata. Lei si era affermata prima come ricercatrice e poi come dottoressa nel reparto oncologico di Padova. Nonostante fosse impegnatissima col suo lavoro riusciva a vivere un bellissimo rapporto familiare con il marito, dottore anch’egli e i loro due figli.

Vivevano in centro a Padova, vicino al Prato della Valle in uno stabile antico ma completamente ristrutturato. La facciata uniforme nascondeva, dietro l’elegante portone automatico, un cortile con un tiglio secolare al centro e quattro platani di recente piantumazione, posizionati sul fondo. Ai lati le sei unità alloggiative di alto prestigio.

Difficile trovare operai o impiegati comunali tra i residenti in quei caseggiati. Le auto parcheggiate sotto la tettoia in legno lo dimostravano senza alcuna ombra di dubbio.

Alessandra non aveva avuto la stessa fortuna di Angela. Pure lei aveva svolto un dottorato di ricerca e come Angela era stata assunta all’Ospedale Civile di Padova. Il suo carattere, non certo disponibile e una certa insofferenza nei confronti delle persone e dei loro problemi, l’avevano resa subito antipatica alla maggior parte dei colleghi facendola entrare in una forma di isolamento. Le cose erano peggiorate dopo la separazione da Fabio, ex compagno di scuola, quindi anche lui presente alla festa. Fabio era rinato dopo la separazione. La nuova compagna di Fabio faceva la parrucchiera. Questa era una cosa che feriva Angela. Si era convinta di essere stata tradita e mollata per una persona che valeva meno di lei. – Per fare le parrucchiere cosa ci vuole? basta non aver voglia studiare e non andare all’università. – La sua disperazione si era tramutata in depressione ed inevitabilmente riversata sull’aspetto fisico: capelli trasandati grigio-neri, faccia arrotondata dal gonfiore generato dai farmaci con le guance pendenti che le facevano mostrare qualche anno in più dei 50 effettivi. Quando l’avevo vista arrivare alla festa con il rossetto troppo pesante sul trucco chiaro, la pelle bianca come se non avesse mai preso il sole, un vestito che le cadeva addosso come un sacco e gli stivaletti bassi che non davano nemmeno un poco di slancio alla sua già bassa statura, avevo pensato che fosse una strega. Le mancava solo il cappello a punta.

Il tipo più strano, conosciuto in quell’occasione sebbene del Fermi pure lui, era Domenico Misano. Lo chiamavano tutti Dommy.

Dommy aveva collaborato con noi soprattutto negli ultimi giorni di organizzazione della festa. Era un tipo diffcile da definire. Libero professionista, non si era mai sposato, credo per una precisa scelta di libertà non perché gli fosse mancata l’occasione. Dommy aveva tante idee e sarebbe stato capace di svolgere molti lavori in contemporanea. Rideva e ci raccontava le sue avventure mentre lavoravamo. Parlava soprattutto di donne e di calcio. Lui era dirigente di una squadra amatoriale di calcio ad Abano. Mentre tutti gli argomenti erano per lui risibili, pure la politica, quando si parlava di calcio diventava quasi intransigente. Allora prendeva tutto sul serio soprattutto se si parlava del settore giovanile, quello che seguiva direttamente.

Nei 2-3 giorni che eravamo stati quasi costantemente alla diga di Chioggia per allestire i chioschi, i punti di ingresso, le consolles per i DJ, i mega cubi per le ballerine, lo avevo visto arrivare con la sua Guzzi V7 cafè racer o con la smart nera. Erano entrambe troppo piccole per lui che era altro oltre il metro e ottantacinque ma evidentemente il suo unico scopo era fare il figo. E, nonostante la sproporzione, funzionava.

Era così in tutto, usava Jeans o pantaloncini e maglie di marca, spesso molto vistose ma con qualcosa che non ci azzeccava, quasi un disordine voluto, che faceva scena e attirava l’attenzione. In effetti era un tipo che non passava mai inosservato. Piacevole d’aspetto, più giovanile della sua reale età, indossava occhiali dalle forme e colori più strani, barba brizzolata e capelli sempre imbizzarriti che non davano la sgradevole sensazione di essere sporchi o disordinati ma semplicemente in movimento continuo. Ogni volta che arrivava lui, si aprivano 4 o 5 birre e spuntava subito del pan biscotto e salame. Finito il piccolo break tornavamo a lavorare ma passavano poche manciate di minuti e lo rivedevi con la sua bottiglia in mano mentre si fermava a parlare con qualcuno, anche curiosi che venivano a chiedere cosa stessimo preparando. Di fatto Dommy era il nostro addetto alle Public Relations, parlava e beveva tanto senza dare l’impressione che lavorasse poco. Man mano che aumentavano le birre bevute, la voce già gutturale, diventava greve e le parole biascicate. In quelle occasioni non era raro vedere la sua mano destra sollevarsi per toccarsi i capelli sulla nuca, quasi per controllare di avere ancora una testa sul collo. Anche gli occhi diventavano fessure sottili che accompagnavano il sorriso coinvolgente da bontempone. Stava bene con tutti purché ci fosse una birra a portata di mano. La sera della festa non era arrivato in compagnia di una donna ma ne erano state registrate 3 nell’elenco degli ospiti a suo nome. Colleghe di lavoro, diceva. Scherzando, alla maliziosa domanda di Angela se Dommy fosse accompagnato, le avevo risposto di si perché non l’avevo mai visto senza una bionda in mano. Iniziavo a pensare che fosse tutta scena ed in realtà non bevesse ma tenesse sempre lo stesso bicchiere. Dopo averlo seguito con gli occhi per qualche minuto, mi ero reso conto che beveva, lentamente ma beveva un bicchiere dopo l’altro. Mi ero avvicinato a lui mentre stava parlando con Cinzia ed altre due donne che non conoscevo, una rossa con una scollatura da capogiro e una biondissima riccia che illuminava tutta la scena. Era un buon posto per provare a buttare qualche amo. Non era infatti da escludere un finale in dolce compagnia. Dommy rideva continuamente e ad ogni bicchiere, il suo eloquio diventava meno comprensibile. Si era aggiunto al nostro gruppo Roberto, un altro ex della nostra scuola, il classico bravino, quello che sapeva tutto e che non faceva mai copiare. Era vestito da prima comunione e la sua aria snob si vedeva anche dal fatto che era arrivato con un cocktail invece della birra o del prosecco come la maggior parte di tutti noi. Non si era avvicinato neanche lui per caso ma per uno scopo ben preciso. Dommy era il dirigente della squadra dove giocava suo figlio e voleva informazioni su alcuni cambiamenti che lo lasciavano perplesso. Era evidente che Dommy cercava di evitare quella tematica, privilegiando gli argomenti e i sorrisi delle dame, soprattutto della rossa che ad ogni battuta gli si strusciava leggermente sul braccio mentre rideva. Ad un certo punto Roberto stava insistendo sulla modifica regolamentare che la Società voleva applicare da subito. Fino a quel momento, Dommy doveva aver vissuto la presenza di Roberto solo come un fastidio sopportabile ma mettere in dubbio quello che stava facendo la sua Società ed in particolare le modifiche regolamentari che erano frutto del suo lavoro con i responsabili nazionali delle giovanili della FIGC doveva avergli dato la sveglia. Dalla posizione leggermente stravaccata sullo sgabello, Dommy si era erto, si era schiarito la voce diventata nuovamente regolare e gli occhi avevano recuperato la normale rotondità. Anche i capelli e la barba si erano automaticamente riordinati come l’ampia camicia di flanella bianca. Non avrei mai immaginato di sentirgli fare dei ragionamenti seri, documentati, con tutti i numeri delle delibere pronunciati senza esitazione; Sembrava un avvocato durante un’arringa. Mi ha così sorpreso che, benché totalmente estraneo a quegli argomenti sono rimasto ammirato ad ascoltarlo e ad osservare la sua straordinaria metamorfosi. Erano rimaste invece totalmente estranee e disinteressate agli argomenti, con una punta di noia, Cinzia, la rossa e la bionda riccia che, bicchieri in mano, hanno raggiunto altri amici parlando e ballando con loro. Al termine del momento di lucidità, Dommy aveva mandato a cagare Roberto dicendogli che non capiva nulla.

A noi era rimasto un pugno di mosche in mano, Dommy aveva ripreso il suo format normale con occhi a fessura, voce impastata e portamento dinoccolato. L’unico conforto era stato quello di raggiungere assieme l’altro punto bar, prelevare alcuni assaggi a base di pesce e rifornire i bicchieri con un’altra birra.

Commento profano

Non sono un critico d’arte e men che meno lo sono delle arti visive, dato che con una matita in mano non so disegnare nemmeno il contorno delle mie dita, però ritengo di avere un certo tipo di sensibilità artistica che mi fa emozionare alla vista di una bella foto, di un quadro, di un’opera architettonica e perché no? di un’auto disegnata con stile.

Perché tale premessa? Perché durante il periodo di quarantena forzata per tutti, nel mio Comune hanno presentato un’interessante iniziativa denominata #2020battagliatermescrive e per ogni scritto era associata la riproduzione di un quadro. Per il mio avevo suggerito un quadro di Guttuso raffigurante i tetti di Bagheria perchè richiama in me i ricordi di bambino, di quando salivo sul tetto della casa di mia nonna per guardare dall’alto i tetti rosso mattone delle altre abitazioni e le strade deserte dei pomeriggi estivi mentre stavo disteso sulle tegole ruvide a guardare il volo delle rondini in cielo.

C’era un altro quadro di Guttuso che mi era sempre piaciuto ma che trovavo ingombrante, non nelle dimensioni, benché certamente generose, quanto per la ricchezza di particolari e di sensazioni capace di suscitare. Sempre nella stessa rubrica, qualche giorno dopo il mio articolo è apparso un altro testo accompagnato dall’immagine de “La vucciria”. Non so quanti di voi hanno presente l’istinto di isolarsi immediatamente dal mondo per trovarsi davanti al proprio portatile, per l’urgenza di scrivere la serie di pensieri che temi si perdano se non li fermi immediatamente. Ecco mi è successo così. Di seguito, il racconto di cosa ho visto io in quel magnifico quadro del Maestro Guttuso.

La prima volta che ho visto questo quadro maestoso ne ho ricavato un’impressione di estrema confusione. Le tinte forti che richiamano il naif e la descrizione particolareggiata degli elementi, tipica del realismo ne facevano per me un quadro eccessivo. Era troppo, di difficile lettura. Riguardandolo in età più matura ne ho colto un’estrema passionalità. Il quadro si concentra nella donna vista di spalle in veste chiara che ravviva ed illumina tutta la scena. Nello stesso tempo, paralizza la scena; la sua bellezza lascia sbalorditi e stupefatti il pescivendolo, il venditore di formaggi e l’uomo che le viene incontro. Tutti si ammutoliscono. Infatti  dal quadro non sembra provenire nessuno dei suoni tipici dei mercati rionali. Gli avventori non parlano tra di loro, i venditori non urlano le qualità delle loro merci, la freschezza delle verdure, il colore rosato del pescespada, il profumo dei formaggi freschi. Anche l’aria sembra essere ferma e le luci delle tre grosse lampade si concentrano ad illuminare il cammino di colei che sembra l’unica protagonista del quadro. Le bancarelle appaiono ben curate e floride così come immagino sia la donna che traspare la sensualità mediterranea richiamata dalla flessuosità delle gambe e dal movimento ancheggiante sottolineato dall’abito bianco corto e con la vita stretta. Pure il macellaio, nel suo gesto quotidiano del taglio della carne inscena la passionalità  carnale ispirata dalla donna misteriosa. Lo spazio rastremato tra le bancarelle sembra essere insufficiente per farla passare nel gioco prospettico in cui la frutta e verdura nella parte alta del quadro paiono chiudere la strada e che invece si dilaterà magicamente al passaggio della donna.

DM

Un giorno alla radio

A me piace ascoltare la radio. L’ascolto soprattutto in auto col volume sostenuto per coprire i rumori del motore e della strada. A farmi compagna nei miei viaggi, Radio 2. La musica mi distrae da pensieri noiosi e il palinsesto è gioioso. Mi sembra di conoscere personalmente tutti i DJ e gli speaker come fossero compagni di vita. Riesco a capire quando celano le proprie preoccupazioni con l’ilarità insicura e quando invece si divertono davvero a fare il loro mestiere.

Ieri, mentre tornavo a casa da lavoro, mi è capitato di sentire “la versione delle due” e ho provato a intervenire telefonicamente in trasmissione perchè sollecitato dalla richiesta di raccontare un proprio incidente catastrofico e buffo. Ho telefonato allo 063131 che tra l’altro ha per me un fascino particolare perché legato alla storia dei primi incontri tra il pubblico e il nuovo mezzo di comunicazione: la radio (non so se ricordate il famoso slogan “chiamate Roma 31 31”). Temevo la solita lunga attesa, invece ho preso la linea immediatamente. ho parlato con l’autore che ha selezionato il mio racconto per andare quasi subito in diretta. Mi ha raccomandato di parcheggiare l’auto e togliere vivavoce ed auricolare per rendere il mio messaggio più comprensibile al pubblico radiofonico. Dopo qualche secondo ho sentito la voce di Andrea Delogu e Silvia Boschiero che ricordavano il tema proposto. Il battito del mio cuore aumentava fino al quando hanno detto: “Al telefono Maurizio da Padova”.

Il mio intervento a “La versione delle due” del 07/05/2020

In centinaia contattano le radio per i motivi più disparati. Parlare in radio non cambia la vita, ma quell’attimo di notorietà, quel momento in cui hai potuto raccontare la tua storia, un frammento della tua storia, ti fa sentire bene. C’eri; eri tu e l’Italia della radio ti stava ascoltando. Adesso il racconto del mio vissuto si è arricchito di un “cameo” che non aggiunge e non toglie niente al film complessivo della mia vita ma ne conferma le caratteristiche principali .